Cosa dice lo Spirito alla Chiesa

L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata. Il vescovo Tremolada rilegge la situazione che stiamo vivendo nella diocesi. Per il Vescovo è un errore pensare, anche dal punto di vista pastorale, alla fase due come a un semplice ritorno alla situazione precedente

In questi giorni mi ritorna spesso alla mente questa frase del Libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2-3). È la frase che scandisce le sette lettere inviate da Giovanni, l’apostolo profeta, alle sette Chiese dell’Asia a nome del Cristo risorto. Essa suona come un invito a leggere la situazione della propria Chiesa a partire dagli eventi in corso, per capire in che modo assecondare l’azione dello Spirito e dare compimento all’opera di redenzione del Risorto. A questa frase, sempre nella mia mente, se ne affianca un’altra, che viene dal Libro dei Salmi: “L’uomo nella prosperità non intende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,21). È proprio vero: a volte le condizioni di eccessiva prosperità ci impediscono di comprendere il senso profondo delle cose. L’improvvisa esperienza della precarietà e della debolezza, normalmente accompagnata anche dal dolore, ci apre gli occhi e ci rende più capaci di leggere la realtà.

Stiamo uscendo lentamente da una situazione di emergenza che ci ha letteralmente sconvolto. L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata: qualcosa di simile a quel che provarono i discepoli mentre erano con Gesù sulla barca in mezzo al lago di Galilea e si trovarono d’un tratto in balia di venti e onde spaventosi (cfr. Mc 4,35-41). La vita per noi in queste ultime settimane è totalmente cambiata: ci siamo sentiti improvvisamente fragili, impauriti, insicuri. Soprattutto, abbiamo dovuto contare i nostri morti, tante care persone che abbiamo affidato al Signore senza neanche la possibilità di un saluto da parte dei propri parenti. Quella prosperità cui ci eravamo abituati, d’un colpo è sparita e ci siamo ritrovati a fare i conti con il nostro limite e la nostra impotenza.

E tuttavia questo tempo non è stato infecondo. Abbiamo visto segni consolanti della Provvidenza di Dio: tanta generosità, tanta solidarietà, tanto coraggio, tanto senso di umanità. Abbiamo vissuto un’esperienza di Chiesa diversa ma non meno intensa, una vivacità e creatività che forse non avremmo mai immaginato: una grande vicinanza dei pastori al popolo di Dio, attraverso l’ascolto, il conforto, la preghiera di intercessione, la celebrazione dell’Eucaristia, l’accompagnamento pastorale delle famiglie e in particolare dei ragazzi.

Ora si comincia a respirare e si sente il bisogno di guardare avanti. Si parla di Fase 2 e poi di Fase 3 per indicare un percorso che ci attende, sul quale si dovrà riflettere con molta attenzione. Mi preme a questo riguardo condividere un pensiero che mi sta molto a cuore e che mi viene appunto dalla frase del Libro dell’Apocalisse che ho ricordato. Credo sarebbe un grave errore intendere la cosiddetta Fase 2 come un semplice ritorno alla situazione precedente l’epidemia, mettendo finalmente tra parentesi quanto è accaduto. Prima di rispondere alla domanda: “Come riprendiamo le nostre normali attività?” occorre rispondere a qualche altra domanda molto più importante. Penso sia necessario compiere quella che chiamerei una rilettura spirituale dell’esperienza attraverso una narrazione sapienziale. Un’esigenza anzitutto si impone: raccontarci che cosa abbiamo vissuto e chiederci che cosa il Signore ci ha fatto capire. Queste sono le domande che ci potrebbero aiutare: “Che cosa ci è successo? Che cosa abbiamo visto? Che cosa abbiamo provato? Che cosa ci ha addolorato? Che cosa ci ha consolato? Che cosa abbiamo meglio capito? In una parola, che cosa non potremo e non dovremo dimenticare? Penso in particolare ai sacerdoti, che ringrazio di cuore per quanto stanno facendo, e immagino la risonanza che queste domande hanno su di loro. Sarà importante farla emergere e condividerla.

Da questa memoria deriverà un discernimento pastorale, che orienterà il nostro cammino futuro. La domanda guida sarà: “Che cosa si attende il Signore da noi, alla luce di quanto abbiamo vissuto?”. Come gli abitanti di Gerusalemme che ascoltarono da Pietro il primo annuncio della morte e risurrezione di Gesù, anche noi dobbiamo chiederci: “Se questo è ciò che è accaduto, ora che cosa dobbiamo fare?” (cfr. At 2,37). La nostra preoccupazione non potrà essere semplicemente quella di riprendere al più presto tutto quello che facevamo, ritornando alla cosiddetta normalità. Da più parti si sente dire: “Niente sarà più come prima!”. Per noi questo significa che l’esperienza vissuta in queste settimane ci ha consegnato una lezione di vita, ci ha scosso e ci ha fatto maturare. Dove e come dovrà dunque cambiare il nostro modo di essere Chiesa, di essere presbiterio, e anche il nostro modo di pensare la società? Su cosa dovremo puntare? Che cosa dovremo correggere o comunque ripensare, per corrispondere alla rivelazione di cui lo Spirito ci ha fatto dono attraverso un’esperienza dolorosa ma non assurda e disperata?

Quest’opera di narrazione sapienziale e di discernimento pastorale è quanto io mi sento di chiedere prima di tutto alla nostra Chiesa diocesana. Vorrei che questo avvenisse durante il tempo pasquale, fino alla grande festa di Pentecoste. Invito perciò tutti i parroci a convocare a questo scopo, nei modi consentiti, i Consigli Pastorali parrocchiali o delle Unità Pastorali. Chiederei che a tale scopo venissero anche convocati prima di Pentecoste in una seduta straordinaria opportunamente pensata le Congreghe Zonali, il Consiglio Presbiterale e il Consiglio Pastorale Diocesano. Questo confronto sinodale sull’esperienza vissuta in queste drammatiche settimane sarà prezioso anche in vista della definizione delle linee di azione per il prossimo anno pastorale e per me sarà molto utile in ordine alla stesura della lettera pastorale che lo dovrebbe ispirare. Ai responsabili della pastorale diocesana raccomando di fornire il supporto necessario a un simile confronto.

Nel frattempo verranno date indicazioni puntuali circa i vari aspetti della vita della nostre comunità parrocchiali e dell’intera diocesi. Questa vita, infatti, domanda di essere opportunamente riavviata. È evidente che le decisioni riguardanti la ripresa delle attività pastorali non potranno prescindere dal riferimento costante ai decreti del governo nazionale e regionale e alle comunicazioni della Conferenza Episcopale Italiana e Lombarda. È mia intenzione convocare settimanalmente – ogni martedì mattina – il Consiglio Episcopale della nostra diocesi, per seguire da vicino gli sviluppi della situazione. A questa convocazione seguirà ogni giovedì mattina una comunicazione ufficiale a firma del Vicario Generale, che farà il punto sulle questioni riguardanti i diversi ambiti della vita ecclesiale. Mi riferisco in particolare alle celebrazioni delle Sante Messe feriali e domenicali, ai funerali, ai matrimoni e ai battesimi, all’amministrazione dei Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana, alle attività degli oratori e degli altri nostri ambienti nei prossimi mesi estivi, alle nomine e destinazioni dei sacerdoti ed ad altro ancora. Un’attenzione particolare sarà rivolta alle situazioni di difficoltà dei singoli, delle famiglie, delle parrocchie, delle comunità religiose, ma anche delle scuole e degli altri enti assistenziali ed educativi. A questo riguardo saranno date precise informazione circa la gestione del Fondo Diocesano di Solidarietà e del Fondo costituito con il contributo CEI proveniente dall’8 per mille. Fermo restando che fino al 3 maggio p. v. nulla cambierà, essendo questa una precisa indicazione governativa, si avrà modo sin dalla prossima settimana di cominciare a prospettare le aperture possibili e opportune.

Il nostro cammino di Chiesa prosegue nella luce della Pasqua del Signore. In Lui abbiamo confidato in questo tempo di prova e a Lui continuiamo ad affidarci in questo tempo di discernimento. Sia Lui a guidare i nostri passi, nella potenza del suo Spirito. La santa Madre di Dio, che sempre veglia su di noi e per noi intercede, ci accompagni con la sua amorevole tenerezza.

Vi saluto con affetto e su tutti invoco di cuore la benedizione del Signore.

Tutti siamo una cosa sola (Gv 17,21)

Carissimi, continuiamo a riflettere sulla lettera pastorale del nostro Vescovo. Ho pensato, in comunione con il nostro Monsignore a cui va tutto il nostro ricordo affettuoso e l’augurio di una pronta guarigione, di soffermarmi sul capitolo terzo: il modello della Trinità.

Scrive l’autore: “La legge fondamentale della vita della Chiesa in tutte le sue realizzazioni è quella della comunione; e la comunione ecclesiale ha il suo modello e la sua forma originaria nella Trinità. La preghiera di Gesù nell’ultima cena lo esprime nel modo più chiaro: “Tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21). Dio è uno solo in tre persone uguali e distinte: il Padre non è il Figlio e il Figlio non è il Padre, e tuttavia non esiste un Padre senza il Figlio o un Figlio senza il Padre. L’esistenza del Padre consiste nel dare l’esistenza; il Figlio e l’esistenza del Figlio consiste nell’esistere dal Padre e per il Padre. In questo modo Padre e Figlio sono chiaramente distinti, ma nient’affatto separati…”.

Il campo delle espressioni trinitarie è vastissimo; mi soffermo su quello a noi più vicino che è la famiglia, cuore della nostra comunità.

In che senso si può dire che la vita coniugale e familiare riflette i rapporti trinitari della vita divina?

Molto sinteticamente indichiamo due piste:

1. L’unità nella diversità delle Persone divine, trova il suo riflesso e la propria immagine nell’unità che rispetta la singolarità propria del marito, della moglie e dei figli. Nel nostro tempo, nel quale si pongono numerosi problemi e interrogativi circa i rapporti nella coppia, e tra genitori e figli, il paradigma trinitario può offrire nuova luce per ripensare e rinnovare queste realtà.

2. La perfetta comunione che esiste nella Trinità è il modello al quale partecipa l’amore di coppia e familiare. Il matrimonio in particolare è stato definito il «sacramento» (segno e strumento) della presenza di Gesù in mezzo alla famiglia; una presenza che, con i suoi frutti tipici, si manifesta quando un rapporto è fondato sull’amore trinitario. Per mancanza di modelli e di un’educazione pratica, sono poche le coppie, anche cristiane, dove una tale realtà si avverte in concreto. Mentre è solo in questo contesto che la sessualità, trascendendo i suoi aspetti possessivi ed egocentrici, e mettendosi a servizio dell’amore e della comunione, acquisisce tutta la sua profondità simbolica e dialogica. A questo livello, uno dei modi in cui si esprime una sessualità segnata dalla trinitarietà è quello così espresso da J. Gonzàlez Faus: «Non ti amo perché ho bisogno di te, ma ho bisogno di te perché ti amo».

Concretizzo la riflessione del Vescovo con tre inviti rivolti a noi tutti:

A. Non abbiate paura di niente; siete figli di Dio, Dio sta dalla vostra parte perché voi possiate portare a compimento la vostra vita.

B. Che guardiate Gesù Cristo e lo conosciate bene, perché lì c’è l’immagine di quello che voi siete chiamati a diventare. Lì c’è l’immagine di un Uomo che ha fatto della sua vita un gesto di amore, un dono di amore; e quello è il massimo che l’uomo possa realizzare: dare la vita. Guardatelo e cercate di conoscere bene Gesù Cristo.

C. Non stancatevi mai di diventare cristiani, di diventare santi. La parola giusta è proprio questa: “Santi”. È un cammino lungo, ma è l’unico cammino che vale davvero la pena fare a qualunque costo. Perché della nostra vita quello che rimane è solo quello che noi abbiamo trasformato in amore; cioè solo quello che noi abbiamo trasformato in santità. Perché “amore” e “santità” sono la stessa cosa. “Amore” in quel modo con cui ha amato e ci ha insegnato Gesù Cristo.

L’augurio che ci facciamo in questo nuovo anno pastorale è di diventare sempre più una comunità cristiana, fondata sull’Amore trinitario, nella quale le relazioni siano guidate da un criterio-guida: più tu dai, più ti realizzi, più sei tu; perché si ha ciò che si dà, ciò che si dà ci fa crescere.

Buon cammino a tutti.

don Domenico