Lettera ai fedeli della diocesi di Brescia

Carissimi tutti,

in questi giorni mi ritorna spesso alla mente questa frase del Libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2-3). È la frase che scandisce le sette lettere inviate da Giovanni, l’apostolo profeta, alle sette Chiese dell’Asia a nome del Cristo risorto. Essa suona come un invito a leggere la situazione della propria Chiesa a partire dagli eventi in corso, per capire in che modo assecondare l’azione dello Spirito e dare compimento all’opera di redenzione del Risorto. A questa frase, sempre nella mia mente, se ne affianca un’altra, che viene dal Libro dei Salmi: “L’uomo nella prosperità non intende, è come gli animali che periscono” (Sal 49,21). È proprio vero: a volte le condizioni di eccessiva prosperità ci impediscono di comprendere il senso profondo delle cose. L’improvvisa esperienza della precarietà e della debolezza, normalmente accompagnata anche dal dolore, ci apre gli occhi e ci rende più capaci di leggere la realtà.

Stiamo uscendo lentamente da una situazione di emergenza che ci ha letteralmente sconvolto. L’epidemia per Coronavirus ha avuto per tutti noi l’effetto di una tempesta inaspettata: qualcosa di simile a quel che provarono i discepoli mentre erano con Gesù sulla barca in mezzo al lago di Galilea e si trovarono d’un tratto in balia di venti e onde spaventosi (cfr. Mc 4,35-41). La vita per noi in queste ultime settimane è totalmente cambiata: ci siamo sentiti improvvisamente fragili, impauriti, insicuri. Soprattutto, abbiamo dovuto contare i nostri morti, tante care persone che abbiamo affidato al Signore senza neanche la possibilità di un saluto da parte dei propri parenti. Quella prosperità cui ci eravamo abituati, d’un colpo è sparita e ci siamo ritrovati a fare i conti con il nostro limite e la nostra impotenza.

E tuttavia questo tempo non è stato infecondo. Abbiamo visto segni consolanti della Provvidenza di Dio: tanta generosità, tanta solidarietà, tanto coraggio, tanto senso di umanità. Abbiamo vissuto un’esperienza di Chiesa diversa ma non meno intensa, una vivacità e creatività che forse non avremmo mai immaginato: una grande vicinanza dei pastori al popolo di Dio, attraverso l’ascolto, il conforto, la preghiera di intercessione, la celebrazione dell’Eucaristia, l’accompagnamento pastorale delle famiglie e in particolare dei ragazzi.

Ora si comincia a respirare e si sente il bisogno di guardare avanti. Si parla di Fase 2 e poi di Fase 3 per indicare un percorso che ci attende, sul quale si dovrà riflettere con molta attenzione. Mi preme a questo riguardo condividere un pensiero che mi sta molto a cuore e che mi viene appunto dalla frase del Libro dell’Apocalisse che ho ricordato. Credo sarebbe un grave errore intendere la cosiddetta Fase 2 come un semplice ritorno alla situazione precedente l’epidemia, mettendo finalmente tra parentesi quanto è accaduto. Prima di rispondere alla domanda: “Come riprendiamo le nostre normali attività?” occorre rispondere a qualche altra domanda molto più importante. Penso sia necessario compiere quella che chiamerei una rilettura spirituale dell’esperienza attraverso una narrazione sapienziale. Un’esigenza anzitutto si impone: raccontarci che cosa abbiamo vissuto e chiederci che cosa il Signore ci ha fatto capire. Queste sono le domande che ci potrebbero aiutare: “Che cosa ci è successo? Che cosa abbiamo visto? Che cosa abbiamo provato? Che cosa ci ha addolorato? Che cosa ci ha consolato? Che cosa abbiamo meglio capito? In una parola, che cosa non potremo e non dovremo dimenticare? Penso in particolare ai sacerdoti, che ringrazio di cuore per quanto stanno facendo, e immagino la risonanza che queste domande hanno su di loro. Sarà importante farla emergere e condividerla.

Da questa memoria deriverà un discernimento pastorale, che orienterà il nostro cammino futuro. La domanda guida sarà: “Che cosa si attende il Signore da noi, alla luce di quanto abbiamo vissuto?”. Come gli abitanti di Gerusalemme che ascoltarono da Pietro il primo annuncio della morte e risurrezione di Gesù, anche noi dobbiamo chiederci: “Se questo è ciò che è accaduto, ora che cosa dobbiamo fare?” (cfr. At 2,37). La nostra preoccupazione non potrà essere semplicemente quella di riprendere al più presto tutto quello che facevamo, ritornando alla cosiddetta normalità. Da più parti si sente dire: “Niente sarà più come prima!”. Per noi questo significa che l’esperienza vissuta in queste settimane ci ha consegnato una lezione di vita, ci ha scosso e ci ha fatto maturare. Dove e come dovrà dunque cambiare il nostro modo di essere Chiesa, di essere presbiterio, e anche il nostro modo di pensare la società? Su cosa dovremo puntare? Che cosa dovremo correggere o comunque ripensare, per corrispondere alla rivelazione di cui lo Spirito ci ha fatto dono attraverso un’esperienza dolorosa ma non assurda e disperata?

Quest’opera di narrazione sapienziale e di discernimento pastorale è quanto io mi sento di chiedere prima di tutto alla nostra Chiesa diocesana. Vorrei che questo avvenisse durante il tempo pasquale, fino alla grande festa di Pentecoste…

Il nostro cammino di Chiesa prosegue nella luce della Pasqua del Signore. In Lui abbiamo confidato in questo tempo di prova e a Lui continuiamo ad affidarci in questo tempo di discernimento. Sia Lui a guidare i nostri passi, nella potenza del suo Spirito. La santa Madre di Dio, che sempre veglia su di noi e per noi intercede, ci accompagni con la sua amorevole tenerezza.

Vi saluto con affetto e su tutti invoco di cuore la benedizione del Signore.

+ Vescovo Pierantonio

La famiglia al tempo del coronavirus

Cinque sotto un tetto. Sembra il titolo di una serie tv e invece no… è la realtà di questi giorni, è la quotidianità che caratterizza le nostre giornate da due mesi ormai. Cinque teste pensanti, cinque caratteri diversi, cinque soggetti con abitudini, impegni e spazi propri che improvvisamente si ritrovano a stare tanto, tanto tempo insieme in uno spazio limitato, fortunatamente non troppo!

All’inizio la novità, soprattutto dai più piccoli, è stata accolta con entusiasmo e vivacità: una pausa inaspettata! La novità ha poi assunto connotati diversi… Siamo stati costretti a prendere atto del fatto che ciò che sembrava essere qualcosa di lontano ed egoisticamente appartenente ad altri si è fatto talmente vicino da costringerci a limitare la nostra libertà, a cambiare le nostre abitudini e ci siamo sentiti impreparati e impauriti, soprattutto noi adulti nei confronti delle incalzanti domande dei piccoli, pronti a scrutare ogni espressione e con le orecchie tese per cogliere qualsiasi informazione rispetto a ciò che stava accadendo.

Andrà tutto bene… è ciò che ci siamo ripetuti in continuazione, ma non bastava…andrà tutto bene se tutti ci impegnamo per quanto possibile e ci sforziamo di vivere questa nuova condizione. Inevitabilmente ci si è trovati di fronte alla necessità di mettersi in gioco come singolo, ma anche come famiglia, di ristabilire un equilibrio e le priorità, non senza difficoltà e fatica.

Una nuova routine fatta di impegni scolastici, videochiamate, lavoro da casa, spesa online, lavoretti, giochi, storie, ricette per palati sempre più esigenti e chi più ne ha più ne metta… indispensabile una buona organizzazione di tempi e spazi in cui ciascun componente possa trovare una propria dimensione e serenità. La routine per i bambini è importante perché dà sicurezza, prevedibilità e mai come ora si sente la necessità di sapere che cosa accadrà, cosa avverrà dopo!

Le videochiamate sono state la nostra finestra sul mondo, il nostro canale preferito per tenerci in contatto con gli altri: amici, nonni e zii. Ci siamo resi conto della bellezza di un abbraccio, del valore di un pasto condiviso, di un bacio, dello stare l’uno accanto all’altro..anche solo in silenzio… ma accanto. Abbiamo fatto esperienza del sacrificio, della rinuncia, dell’attesa, ci siamo allenati ad essere empatici e sentire nostre le preoccupazioni di tante persone che conosciamo e che hanno dovuto affrontare enormi ostacoli, abbiamo capito che non bisogna dare nulla per scontato.

L’isolamento da tutto e da tutti ci ha reso più vulnerabili, ha fatto emergere le nostre fragilità e i nostri limiti, ma nello stesso tempo ci ha permesso di essere più attenti all’altro, alle esigenze dell’altro, del nostro prossimo più prossimo. Abbiamo trovato il tempo di guardarci negli occhi, di ascoltarci non solo con le orecchie, ma con il cuore, per gioire delle piccole conquiste e per affrontare le difficoltà di ciascuno. Non sempre è stato facile, non sempre immediato, non sono mancati momenti di tensione, di confronto, di paura, di ansia, senso di smarrimento, soprattutto quando questo virus ha colpito il nonno.

In questa occasione però ci siamo resi conto di quanto bene ci circonda, quanto sia importante la solidarietà. Abbiamo vissuto una Quaresima ed una Pasqua uniche, eccezionali, abbiamo provato paura, abbiamo sofferto, ma sopratuttto abbiamo assaporato la forza della preghiera, la presenza di Dio nella nostra quotidianità. Grazie agli spunti, alle proposte, alla guida dei sacerdoti abbiamo riscoperto la bellezza del pregare insieme, in modo costante, abbiamo creato all’interno della casa e della nostra giornata uno spazio dedicato alla relazione con Dio. Ci siamo resi conto di quanto i bambini riescano a rivolgersi a Dio con spontaneità, immediatezza e di come loro stessi siano strumento nelle mani di Dio.

Noi ed il Covid-19

“La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo.”

Diceva bene Giacomo Leopardi: il Covid-19 ci ha travolti, tutti quanti, senza alcuna distinzione, ma i più fragili, fisicamente o emotivamente, sono quelli che ne hanno risentito di più!

Ricordo l’ultima volta che ci siamo riuniti, come sempre abbiamo ballato e cantato, d’altronde fare festa è la cosa che a noi riesce meglio…

Dopo quel pomeriggio più niente. Tutti noi, in particolare i nostri ragazzi, ci siamo ritrovati in quattro mura per più di sessanta giorni, smarriti e spesso senza poterci sentire accolti e parte di una comunità. Purtroppo qualche Amico ci ha lasciato e con noi rimane il ricordo di tanti sorrisi condivisi, abbracci sinceri, amicizia vera!

La tecnologia ci ha aiutati a sentirci un po’ meno soli: le videochiamate settimanali per un saluto, i videomessaggi da condividere per gli auguri della Santa Pasqua o per strappare un sorriso anche quando non si era proprio dell’umore…

Finalmente la primavera è arrivata, i fiori profumano l’aria ed il sole tramonta tardi…Non vediamo l’ora di ricostruire la nostra nuova normalità, sperando di non essere gli ultimi ad aprire i battenti.

In questo periodo di attesa, per tutto il mese di maggio, due educatrici saranno di supporto ai ragazzi a domicilio: con attività strutturate e qualche giretto dell’isolato, cercheremo di rendere la loro quotidianità e quella delle loro famiglie, un pò meno pesante!

l’Associazione Hamici è sempre presente e spera di poter riprendere al più presto il suo bellissimo servizio all’interno della comunità!

Claudia

7 maggio 2020

In questi giorni, in modo “nuovo” abbiamo vissuto la Festa di Santa Rosa Venerini che si colloca nella prima decade di maggio, con voi abbiamo pregato la Novena di S. Rosa inviata per messaggio e il 7 maggio abbiamo partecipato alla S. Messa trasmessa via radio dai nostri sacerdoti, presieduta dal Parroco Mons. Renato, animata nel canto e nelle letture da Don Ciro e Don Davide, in comunione di preghiera con Don Renato e Don Alberto. Monsignore ci ha donato una bellissima omelia nella quale ha messo in luce i tratti di novità di questa donna vissuta più di tre secoli fa, che ha saputo guidare la gioventù a “vivere da cristiani più che da bestiole”, come diceva lei, portando le ragazze alla scoperta dell’amore di Dio, attraverso il catechismo e l’apprendimento di un mestiere. L’obiettivo che ci ha consegnato è rimasto sempre lo stesso: educare le giovani ad essere donne e mamme sagge, premurose e timorate di Dio.

Monsignore nella sua Omelia ha confermato questo obbiettivo con le seguenti espressioni: “nel dialogo con Cristo e con l’aiuto dei suoi Padri spirituali, è nata la sua vocazione: per amore di Cristo, mettersi al servizio delle ragazze, alimentando in esse la conoscenza e l’istruzione.

Conoscenza di che cosa? Certamente la conoscenza di Cristo, poiché non c’è nulla di più sublime. Ma anche la conoscenza della lingua, della cultura; in una parola la conoscenza della vita. “Non si può infatti alimentare un’anima, se prima non si è alimentata la mente”. Da questa intuizione è nata la sua opera: l’istituzione delle Maestre Pie, al servizio della scuola gratuita soprattutto per le ragazze povere. In queste scuole, che a partire da Viterbo si diffusero ben presto in tutto il Lazio, fino a Roma, si insegnava a leggere e a scrivere, la cultura fondamentale, l’igiene e la pulizia, un mestiere adatto alle ragazze; ma anche si trasmetteva il catechismo e il vangelo di Gesù, fonte e alimento della vita buona e felice”.

La partecipazione diretta alla celebrazione dell’Eucaristia nella nostra grande e bella chiesa, “riempita” dalla sola nostra presenza, faceva sentire ugualmente tutti voi con noi e questo è stato il momento più bello e significativo.

Nella giornata, altre belle sorprese sono state le testimonianze di ragazze e mamme, che ringraziavano ed esprimevano il loro apprezzamento e il loro affetto per la presenza di noi Maestre Pie Venerini a Leno, per il lavoro appassionato a favore della Comunità Parrocchiale, riconoscenti per il nostro operato di donne consacrate, donate al Signore al servizio dei fratelli.

Molte telefonate e messaggi, ci hanno testimoniato il gradimento per aver scoperto nella figura di questa donna, S. Rosa Venerini, un modo nuovo di stare vicino alla gioventù soprattutto femminile e accompagnarla nella crescita alla scoperta dei doni che il Signore mette nel cuore di ognuno. É stato un susseguirsi di ringraziamenti.

In questa giornata ancora sotto l’influenza del Coronavirus la luminosità della Festa ha vinto la Pandemia perché il fulgore della Santità brilla. “Così è stata Santa Rosa Venerini. E noi le siamo grati perché, ci ha lasciato il segreto della sua santità: “Ho messo tutta la mia speranza solo nel Signore Crocifisso!”.

Ringraziamo tutta la Comunità Parrocchiale a cominciare dai nostri Sacerdoti per l’affetto che non ci fate mai mancare.

Sr. Graziella, Sr. Maria Pia, Sr. Florence.

I pensieri dei ragazzi

I pensieri di alcuni ragazzi di Porzano sull’emergenza Covid-19

Il coronavirus ha colpito tutti noi, sia direttamente per chi ha perso il lavoro o è stato contagiato, che indirettamente, con la morte dei nostri cari.

Ci ricorderemo sicuramente il silenzio delle strade, rotto solo dalle sirene delle ambulanze. In questo periodo stiamo anche riscoprendo i valori umani, come l’importanza dell’amicizia e la solidarietà, cose che davamo per scontate e di cui solo adesso capiamo la vera importanza.

Tutti i giorni la speranza è importante per farci superare le difficoltà e in questo stanno aiutando le scritte fuori dai balconi, che ci invitano a sopportare le difficoltà, perché dietro ogni nuvola c’è sempre un arcobaleno.

Fabio

L’ ultimo giorno in cui mi sono trovata a trascorrere del tempo con i miei amici é stato il 23 febbraio, domenica di carnevale. Eravamo pronti a vivere una giornata in allegria e mai avremmo pensato che sarebbe successo quanto tutti sappiamo.

La cosa più eclatante, la prima di una serie, che mi ricordo e che non dimenticherò é stata la chiusura della chiesa e il cartello che avvisava i fedeli che con Don Alberto abbiamo attaccato al portone. Stavamo vivendo una situazione surreale e con il Don cercavamo di capire cosa effettivamente stesse succedendo. Il seguito ci ha procurato grande preoccupazione, che però abbiamo superato sorreggendoci a vicenda. In questo caso i cellulari sono serviti a tenerci uniti anche se ognuno chiuso in casa propria. Tra poco potremo ritrovarci di nuovo insieme, a rivivere giorni spensierati con la consapevolezza che siamo molto fragili e nulla di quello che abbiamo é da dare per scontato. Non dimenticheremo i momenti tristi ma guardiamo al futuro con grande ottimismo consapevoli che il Signore ci é stato vicino e che sarà al nostro fianco sempre.

Mariachiara

Il periodo che stiamo vivendo è molto particolare: qualcosa di inatteso, inaspettato che ha stravolto la nostra vita. Il nostro mondo si è ridotto alla nostra casa e le uniche persone che abbiamo frequentato durante queste settimane sono state, per lo più, i componenti della nostra famiglia. A causa di questo nemico “invisibile” abbiamo dovuto rivedere le nostre abitudini, segnate da una costante sensazione di timore per il presente e per l’avvenire. Come adolescente, ho vissuto questa situazione come meglio ho potuto: videolezioni ogni mattina, come misero ricordo della scuola e poi tanto tempo libero. All’inizio, non potendo uscire neanche per fare una passeggiata, era abbastanza pesante, ma, man mano che passano le settimane, sta diventato più facile sopportare la tensione. Anche il rapporto con la Chiesa è cambiato, inevitabilmente: non essendoci potuti riunire durante uno dei periodi più significativi dell’anno liturgico, la Quaresima e la Pasqua, c’è la sensazione di non aver vissuto pienamente il significato di queste festività.

Certo è facile lamentarsi adesso, quando si sta bene. Il mio pensiero va a tutti coloro che hanno lottato e lottano in questo momento contro questo virus: dottori, infermieri, personale sanitario, volontari. Persone che lottano per aiutare gli altri, senza tregua. Una frase che si è sentita spesso è “andrà tutto bene”. Ci credo, andrà tutto bene. Un giorno, quando tutto questo sarà finito, andrà meglio. Ma il prezzo che stiamo pagando è davvero enorme: troppe persone non ce l’hanno fatta. Troppi uomini, donne, madri, padri e amici. Dobbiamo rimanere uniti e aiutare chi ha più bisogno: così riusciremo a vincere questa battaglia, grazie anche a tutti i sacrifici che stiamo facendo.

Anna

Al riparo dalla tempesta

Il 9 marzo resterà a lungo una data scolpita nella nostra memoria.

Da quel giorno la vita della nostra famiglia, della nostra comunità, del nostro paese è d’improvviso cambiata.

É iniziato un lungo periodo che ci ha visti costretti alla distanza fisica dalle nostre persone, dalla nostra fede, dalle nostre passioni, da quello che sino a quel giorno, per ciascuno di noi, rappresentava il quotidiano.

Già, quel quotidiano che per la nostra famiglia significava sveglie all’alba e la lunga rincorsa ai molti impegni con una malinconica e ricorrente considerazione circa l’inesorabile trascorrere del tempo che solo raramente ci consentiva di condividere momenti ed esperienze di famiglia, di amicizia, di comunità davvero appaganti. Ci siamo trovati spesso a dover scegliere di sacrificare tante, sicuramente troppe, occasioni di crescita della nostra famiglia.

I primi giorni di isolamento sociale sono stati dal punto di vista emotivo indubbiamente i più difficili, da ogni direzione arrivavano fiumi di notizie e informazioni che avevano come unica conseguenza quella di alzare il nostro livello di confusione e preoccupazione.

Ciò che però ci è apparso immediatamente chiaro era che questo virus fosse davvero una livella in grado di abbattere ogni “differenza”, ricchi e poveri, anziani e giovani, famosi e sconosciuti, sportivi e non, tutti fragili, tutti vulnerabili.

La paura del contagio ci ha presi alla sprovvista e di lì a poco abbiamo cominciato a fare i conti con la più grande delle paure, la morte, nostra, dei nostri cari, dei nostri conoscenti.

A rendere ancora più angosciosa la situazione si aggiungeva l’impossibilità di stare accanto a chi soffriva e a chi si stava lentamente spegnendo; questo periodo ci ha tolto la possibilità di accompagnare chi non ce la faceva, di consolare quanti subivano le conseguenze del dramma, quantomeno nelle forme e con le modalità che sino a quel momento conoscevamo.

Da lì è nata la volontà di non soccombere a questo stato delle cose, di non restare passivi di fronte allo scorrere degli eventi ed il desiderio di renderci in qualche modo utili agli altri.

Per poterlo fare era necessario che si radicasse in noi la consapevolezza di un cambiamento necessario, un processo che doveva partire da dentro, con pazienza andava ritrovata la calma e la pace interiore, sì ma con quali strumenti?

La preghiera quotidiana, l’ascolto mattutino di uomini illuminati che ogni giorno ci regalavano parole di conforto e saggezza, partendo dalle pagine del Vangelo quaresimale da cui trarre spunti di riflessione positivi, messaggi sani, che arrivavano in profondità e ci scaldavano il cuore.

Allo stesso tempo abbiamo cominciato a prendere le distanze dall’universo mediatico, o quantomeno a guardarlo con spirito critico.

E così abbiamo scoperto il nostro “nuovo” quotidiano, i nuovi ritmi, le nuove abitudini, le nuove azioni, ma soprattutto stati d’animo diversi dal nostro recentissimo passato.

Così facendo abbiamo alzato il nostro livello di sensibilità e il nostro desiderio di vera condivisione è andato sempre più crescendo. 

La nuova via ci ha avvicinato sempre più alle persone e mentre le regole ci imponevano limitazioni sempre più stringenti, le nostre interazioni aumentavano, le manifestazioni di vicinanza e di aiuto tra le persone erano riscontrabili in ogni contesto.

Spesso in questi giorni ci auguriamo di tornare presto a vivere il nostro tempo, dimenticandoci che in realtà è proprio quanto stiamo vivendo in questo momento il nostro tempo.

Quello stesso tempo che abbiamo cominciato ad avvertire come più lento nel suo trascorrere, quasi calandoci in una dimensione nuova, mai provata prima, in cui ci sentiamo a nostro agio.

Si è ulteriormente rafforzato il desiderio di vicinanza con i nostri figli, è aumentata la nostra attenzione nei loro confronti, la voglia di condivisione in tanti momenti della giornata, ed è così che abbiamo riscoperto il piacere di giocare con loro, di studiare con loro, di pregare con loro e di emozionarci con loro.

In noi c’era il desiderio di tutelarli dai condizionamenti esterni ed allo stesso tempo la volontà di far sì che potessero percepire il cambiamento, nel difficile tentativo di far loro comprendere come da una situazione oggettivamente negativa andassero ricercati spunti ed insegnamenti positivi.

Se ci siamo riusciti, oppure no, non siamo in grado al momento di saperlo.

Una cosa però è certa, sebbene sia evidente che non tutto sia andato e andrà bene, questa e quelle che verranno sono e saranno occasioni per contribuire a far sì che il futuro possa andare meglio; la nostra missione sarà quella di non rendere vana la sofferenza fisica ed emotiva di tanti di noi, di rispettare nel vero senso della parola chi non ce l’ha fatta, non dimenticando cosa ci ha dato riparo nella tempesta, a cosa ci siamo aggrappati durante lo tsunami: la fede e le relazioni umane.

Claudia e Mauro

Gruppo Comunale di Protezione Civile Leno

Siamo alla fine di Febbraio. Quel virus di cui quasi non sappiamo il nome, quello che pensavamo rimanesse relegato in Cina , arriva con forza dirompente in Italia, in Lombardia. Nello spazio di pochi giorni, la normalità viene stravolta. Si cominciano a contare i morti.

La Protezione Civile viene allertata a tutti i livelli, il Gruppo Comunale Leno è fianco del Comune per il sostegno alla popolazione. Nessuna esercitazione aveva mai previsto uno scenario di questo tipo. Un solo obiettivo, vicino ai piu fragili. Si lavora con gli amici Alpini . Il Comune istituisce servizi che rendiamo operativi, spese e farmaci a chi, anziano, contagiato o in quarantena non può uscire, affianchiamo la Comunità “Monica Crescini” in momenti particolarmente difficili, raccogliamo generi alimentari che poi “Non solo noi” distribuisce a coloro che ne hanno bisogno.Siamo vicini ad ogni cittadino con la consegna delle mascherine, a supporto della Polizia Locale per il monitoraggio del territorio. Giorni intensi e faticosi. Ogni giorno, non siamo eroi, combattiamo con la paura di uscire e speriamo, che con noi, non entri nelle nostre case quel nemico invisibile. Del resto essere coraggiosi vuol dire anche confrontarsi con la paura e non consentirle di prendere il sopravvento. Giorni che ci hanno dato tanto. Giorni in cui parlavano soprattutto gli occhi, che spesso sono più sinceri delle parole. Potevamo trovarci gratitudine, disperazione, paura, incoraggiamento. Giorni che ci hanno reso consapevoli profondamente del vero senso dell’essere volontario. Giorni nei quali abbiamo avuto la certezza che quanto facevamo era certo una goccia nell’oceano, ma, come diceva Madre Teresa “…se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe”

Quando il tempo si arresta, diventa luogo

Era l’ultima settimana di Febbraio, ricordo le prime direttive che dicevano di sospendere tutte le attività della nostra associazione: lezioni individuali, lezioni di gruppo, prove della banda giovanile, della senior band e della banda maggiore.

C’era tanto spaesamento e preoccupazione ma anche la speranza di poter ripartire nel giro di poco con le attività e tornare presto a regalare la musica al nostro paese.

Siamo a Maggio e credo che il tempo ci abbia insegnato come poter sostenere e sostenerci in un periodo così complesso durante il quale le nostre domande e interrogativi non sono certo diminuiti ma abbiamo cercato di alzare lo sguardo per capire come continuare ad esserci per prenderci cura dei bambini, degli adolescenti, dei ragazzi e degli adulti che fanno parte della nostra associazione. Ecco allora che iniziano a nascere le idee, le proposte, le occasioni per fare delle cose insieme … e tutto quel tempo, che fino a pochi mesi fa trascorrevamo insieme, oggi si è fatto luogo. 

Quel luogo che ti fa stare bene e che riesce ad essere parte di te; quel luogo in cui incontrare amici e volti familiari a cui affidare il tuo presente e con cui progettare il futuro. 

Mi piace pensare che la nostra associazione ripartirà con una consapevolezza e una determinazione diversa, fatta di storie delle persone che la fanno vivere ogni giorno. 

Mi piace pensare che questo luogo ritrovato potrà tornare presto ad essere anche un tempo condiviso.

Il sito dell’Oratorio durante la pandemia

La comunicazione attraverso i siti web o più in generale sulle varie piattaforme social, ha da qualche anno raggiunto dimensioni impressionanti soprattutto mettendo in rapporto i numeri dei contatti con la velocità dell’informazione. La facilità di accesso e di diffusione delle informazioni ha di gran lunga preso il sopravvento per ciò che concerne la circolazione delle notizie. Anche la pastorale parrocchiale ha colto l’opportunità di avvalersi di questi canali per raggiungere in primis i membri della comunità ma, essendo internet una “finestra sul mondo”, per aprire un dialogo con quanti, navigando, intercettano i nostri messaggi.

Altra considerazione, importante è data dal fatto che un messaggio può essere a sua volta condiviso con altri e diffondersi con una rapidità senza eguali superando in molti casi anche il muro delle differenze linguistiche e culturali. Basti pensare che il nostro sito, nel suo piccolo, è frequentato ogni anno da migliaia di accessi provenienti da altre nazioni o continenti. Va, inoltre ricordato, che una volta recepita una notizia dal nostro sito, questa può essere rilanciata attraverso altre piattaforme e trovare ulteriori vie di diffusione non necessariamente “ecclesiali”.

Dobbiamo sempre considerare, però, che un conto è evangelizzare e lasciarsi raggiungere dall’evangelizzazione e un conto è diffondere e recepire notizie. Ciò non toglie che sia l’evangelizzazione che la diffusione di informazioni si debbono appoggiare sulle regole della comunicazione, per cui possiamo ben sperare che ci sia spazio per una nuova forma di evangelizzazione. Nella immagine di riferimento di questo articolo, potete vedere come nel periodo che ci ha purtroppo costretto a rimanere in casa, il nostro sito abbia avuto un notevole incremento di visualizzazioni.

Ci piace pensare che sia stato non solo uno strumento di comunicazione di informazioni ma un modo per essere vicini alla nostra gente e alla gente che più in generale è entrata in contatto con il nostro messaggio. C’è da sottolineare il grosso lavoro che sta dietro la realizzazione e il mantenimento di un sito internet. Tanto per dare alcuni riferimenti, si tratta di un impegno che per redazione, raccolta materiale e realizzazione informatica richiede oltre un migliaio di ore annuali. Per tale motivo, il mio ringraziamento va a quanti si adoperano per la realizzazione e soprattutto a Stefano che è il responsabile dell’area comunicazione.

Covid 19 – La mappa delle emozioni in Croce Bianca Leno

Due mesi di crescita in consapevolezza ed impegno, dove il sentimento del coraggio è protagonista

Gennaio passa velocemente, sembra tutto normale; da sempre in inverno, ma anche in recenti estati, abbiamo portato in ospedale pazienti con febbre alta presente da giorni e giorni o “sospette polmoniti”; ma stavolta questa “insolita polmonite” dai sintomi inequivocabili e costanti (tosse secca, febbre presente da giorni, difficoltà a respirare, stanchezza insolita) sembra un morbillo che dilaga senza possibilità di controllo. Anziché programmare le nostre attività di assistenza ad eventi sportivi, folkloristici e di festa, abbiamo dovuto dirottare tutte le nostre forze all’emergenza dice Massimiliano Cozzi, alla guida della Croce Bianca di Leno.

Dai primi di febbraio iniziano ad arrivare procedure e protocolli nuovi: ci troviamo ad entrare in scenari che sembrano appartenere ad altri tempi; nessuno di noi ha esperienza in merito. Qualche nonno ci parla di epidemia “spagnola” di tanti anni fa. Non abbiamo avuto tempo per riflettere, abbiamo subito reagito; lo smarrimento iniziale e non possiamo nascondercelo, la paura, hanno lasciato il posto alla tenacia e alla grande volontà di renderci utili. Ecco che il coraggio diventa protagonista: abbiamo scelto questa missione perché ci abbiamo sempre creduto, ma è un fulmine a ciel sereno, il covid! “Tutto cambia“, dice Veronica volontaria nei turni di notte, “quella che era la protezione individuale è diventata una sorta di calvario, una prassi da effettuare ogni volta che squilla il telefono con il messaggio “sospetto covid”. Esci dalla porta e inizi: guanti doppi, divisa, mascherina ffp2, tuta, camice, copriscarpe, visiera protettiva per gli occhi. Si parte per la missione, si sta attenti ad ogni minimo contatto per poi rientrare, spogliarsi e disinfettare ogni cosa e cosi per tutto il turno, anche per 4/5/6/7 volte, tutti i turni. E durante la missione? Tante sono le immagini e le emozioni, ma ce n’è una che mi ha toccato più di tutte. Una signora di mezza età con ossigeno da giorni mi confida: “ho paura di non riuscire a fare tutto quello che vorrei…”

Tensione e preoccupazione erano all’ordine del giorno” sostengono Milly e Davide, dipendenti della Croce Bianca in turno il mattino e il pomeriggio. “Si entrava nelle case della gente vestiti da astronauta sapendo che il “nemico invisibile” era indistruttibile. La situazione emotivamente più impegnativa era la paura negli occhi della gente; e quando portavi via il paziente il timore dei parenti era quello di non sapere quando riavrebbero rivisto il loro caro. La cosa che ci colpiva era la frase che tutti ci dicevano: grazie per quello che fate.”

Il nostro direttore sanitario D.ssa Antonella Prandini ci invita alla massima osservanza delle istruzioni operative e di tutela che ogni 5-6 ore ci giungono dalla Centrale Operativa del 112 e dalla Unità di Crisi creata a Milano dalle nostre associazioni di categoria ANPAS: ci misuriamo la febbre non appena entriamo in sede, sanifichiamo ambienti e mezzi, vietati sono gli assembramenti anche tra noi volontari, come se ci fosse tempo per un caffè!

Ci è capitato“, dicono Grazia e Alessandro, “di salire in ambulanza alle 6.30 di un sabato mattina con un cambio equipaggio fatto al volo in Via Brescia e di scendere dal mezzo alle 14.00 con tappa in ben 4 ospedali. E bardati da astronauti abbiamo usato i nostri occhi e le nostre mani per rassicurare e accudire pazienti e parenti. Con i pazienti colpiti dal calvario della dialisi, è stato più semplice: ci riconoscevano dalla voce!” dice Grazia. Quindi si continuavano le nostre relazioni e conversazioni.

“Per non parlare del contatto relazionale con i pazienti, mi manca stringere la mano durante un viaggio in ambulanza.. cosa che prima facevo spesso anche solo per donare un gesto di conforto e alleggerire il servizio e la preoccupazione. Il carico emotivo è davvero pesante, tornare a casa la sera e rielaborare il tutto non è mai troppo facile ma finito tutto questo ricorderò gli occhi, gli occhi dei miei colleghi, dei pazienti, degli infermieri e medici.. Che ti guardano cercando le stesse conferme che cerchi tu nei loro. Solo quelli, terribilmente bellissimi… “ dice Marika.

Leno e dintorni diventano “zona rossa”; il Sistema ci invia aiuti, arrivano volontari con la propria ambulanza da Empoli, Fiumicino, Firenze, Andria, Cosenza. Anche il Civile di Brescia ci chiede aiuto all’Ospedale Tenda. La Croce Bianca invia equipaggi la domenica, la notte e ogni qual volta trova disponibilità di volontari. Il nostro presidente Massimiliano è fra i primi ad affrontare questa nuova esperienza: “mi sembrava di essere in guerra..tende, brandine, ondate di persone che arrivavano; ma quello che più mi ha colpito in questi mesi è la paura e l’impotenza negli occhi delle persone sia medici, sia ammalati e naturalmente anche nei nostri volontari. Grandi sono state anche le soddisfazioni: ho conosciuto infermieri e medici di Roma, che mi hanno trattato come se fossi uno di loro.”

Tutti quanti sentiamo costantemente l’affetto dei cittadini lenesi che ci sono stati e ci sono vicini con gesti importanti o golosi (pizze e dolci, mascherine, disinfettanti, guanti, visiere) e siamo grati al nostro direttore sanitario Antonella che oltre alle immancabili raccomandazioni circa la nostra protezione e l’applicazione corretta dei protocolli ci commuove con le sue parole: “Smonto notte ore 9,30. Dopo un’interminabile notte spesa a lottare “contro il terribile virus” torno a casa nella speranza di poter riposare un po’ ma c’è un suono che mi tormenta: è la sirena dell’ambulanza che non smette, si avvicina e si allontana ma non cessa mai.

Poveri ragazzi penso; ogni giorno mettono a rischio la propria saluta e le loro famiglie per aiutare gli altri e soprattutto senza riconoscimenti economici.”

Bravi i miei ragazzi! Che sono sempre pronti e presenti al servizio degli altri. Bravi volontari e grandi professionisti con una preparazione eccellente.

È un piacere e un onore lavorare con voi e per voi. Con stima, il vostro direttore sanitario.

Questi mesi sono stati rallegrati dai bellissimi colorati disegni e pensieri inviatici dai bambini delle classi terze della Scuola Primaria; il nostro meraviglioso giardino curato dai volontari Achille e Aldo è diventato il set per video e scatti che hanno immortalato noi volontari in messaggi d’amore per le nostre mamme, per rassicurarle e stemperarne la preoccupazione.

Mamme è il vostro sorriso che cancella la stanchezza, attenua la paura e ci fa tornare il sorriso. I Volontari della Croce Bianca Leno