Consacrazione e unità del vivere

Ciò che non era mai riuscito a nessuno l’ha compiuto un essere minuscolo, invisibile, il signor Coronavirus. Solo lui è stato capace di fermare l’uomo con tutta la sua frenesia, di obbligarlo a stare a casa, a ricuperare alcuni aspetti preziosi della vita, per i quali normalmente non ha tempo, a pensare forse un po’ di più al senso della propria vita, normalmente spappolata in mille occupazioni.

Un rischio drammatico dell’uomo contemporaneo infatti è proprio quello di essere e sentirsi diviso in se stesso, di aver perso l’unità della sua vita e così, alla fin fine, di non sapere più chi egli sia, moltiplicando il senso dell’angoscia. Quando la nostra vita è fatta di tantissime cose da fare, di una infinità di obiettivi da raggiungere nel più breve tempo possibile e tutti ugualmente importanti, in realtà facciamo finta di essere dei superuomini onnipotenti, di poter governare e dirigere tutto, di avere noi tutto sotto controllo, ma poi ci accorgiamo che non ce la facciamo, che siamo deboli e fragili, e subentrano angoscia e disperazione.

Nel dialogo con Marta, che era tutta presa dalle molte cose da fare, Gesù propone una mirabile terapia, profondamente attuale: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno” (Lc 10, 41). L’invito di Gesù è di ricuperare la cosa di cui c’è più bisogno, cioè la relazione di fiducia e amicizia con lui, e rifare attorno a questa l’unità del vivere, mettendo nel giusto ordine il valore di tutto il resto.

Io vedo soprattutto in questa prospettiva l’importanza della presenza nel mondo di alcune persone che con la loro scelta di vita fanno dell’unica cosa necessaria il senso della loro esistenza e sono così un richiamo vivente e una presenza provvidenziale per dire a tutti che è possibile superare l’angoscia del vivere, proprio ricuperando il centro unificante e pacificante del tutto. Sono queste le persone consacrate a Dio.

La nostra comunità di Leno, in questo ultimo mese, ha avuto la fortuna di avere due persone che, a titolo diverso, si sono consacrate a Dio: suor Florence, con la sua professione perpetua, e don Nicola, con la sua ordinazione sacerdotale. La consacrazione a Dio con cuore indiviso, cioè la disponibilità ad essere completamente di Dio al servizio di tutti, rinunciando anche ad avere una propria famiglia, non cancella le molte occupazioni del vivere, ma le colloca nel loro giusto valore, “relativizzandole”, cioè mettendole in relazione con l’unica cosa necessaria ed assoluta, che è il Signore Gesù, colui che dà senso a tutti i momenti della vita, lieti o tristi, colui che ti fa sentire nelle mani sicure del Padre, che ti dice di fare solo quello che puoi senza pretendere di strafare, perché è lui l’unico Signore, colui che porterà a compimento ciò che noi su questa terra possiamo sempre e solo incominciare.

Carissima Suor Florence e carissimo don Nicola, grazie per la vostra coraggiosa scelta di vita. Che la vostra consacrazione totale al Signore, l’unica cosa di cui c’è assolutamente bisogno per poter vivere e soffrire senza disperarsi, ci aiuti a liberarci dalla divisione interiore, dalle troppe cose e preoccupazioni che occupano il cuore e lo dividono. Pregate perché possiamo ricuperare tutti l’unità dell’anima e del cuore, l’unità del nostro vivere. Grazie.

Il Parroco

L’attività pastorale prosegue

Il Vicario Generale, mons. Gaetano Fontana, dopo l’ultimo Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dpcm) del 18 ottobre 2020, fornisce alcune indicazioni alle parrocchie della Diocesi di Brescia. In sostanza, non cambia nulla rispetto alla prassi definita con il “Protocollo circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo”, sottoscritto dal Presidente della Cei e dal Presidente del Consiglio dei ministri lo scorso 7 maggio 2020 e in vigore da lunedì 18 maggio al netto delle successive modificazioni concordate dalla Cei con il Comitato tecnico-scientifico e subentrate durante l’estate. Così pure per la celebrazione dei sacramenti, la prassi dei funerali e la visita agli ammalati. Sono inoltre vietate le processioni e qualsiasi forma di corteo.

Il Vicario Generale ribadisce che è importante che prosegua l’attività pastorale: è decisiva, dove si attua la modalità in presenza, l’osservanza puntuale di tutte le misure previste per il contenimento del contagio. In particolare, vanno seguiti i protocolli circa: l’obbligo di indossare le mascherine in tutti i luoghi chiusi, in ogni situazione e per tutta la durata della presenza (incontri, catechismo, doposcuola,…) con l’eccezione del bar quando si è seduti al tavolo per la consumazione; anche all’aperto è obbligatorio indossare le mascherine; il distanziamento fisico come previsto dalle norme. Dove non sono garantite queste condizioni, le attività devono essere vissute in modalità a distanza (online). A livello diocesano sono sospesi i convegni ad eccezione di quelli che si svolgono a distanza.

Il Dpcm non vieta le cerimonie pubbliche ma le limita: gli ingressi dei parroci devono svolgersi senza cortei e senza pranzi o buffet. Per quanto riguarda le riunioni o gli incontri, il parroco può valutare la possibilità delle riunioni a distanza; si deve, però, predisporre tutto ciò che è utile per vivere in presenza le riunioni necessarie alla vita della comunità (catechesi, incontri di programmazione, Consiglio pastorale, magistero, percorsi di preparazione al matrimonio). Lo stesso vale per gli incontri dei genitori. Non si esclude l’utilizzo della chiesa o delle Sale della comunità in modo da garantire un ampio distanziamento. Per le Sale della comunità viene confermato il numero massimo di 200 spettatori per le sale al chiuso e 1000 per quelle all’aperto. Viene sconsigliata ogni forma di pranzo da vivere a margine degli incontri. Fuori dal momento liturgico sono vietate le feste patronali o le feste di altro genere. Gli sport di contatto sono sospesi fino al 13 novembre: la norma riguarda tutto lo sport per minori e quello dilettantistico. Il Dpcm indica anche le modalità per la necessaria attività in favore dei minori: le linee guida ricalcano quelle già sperimentate in estate.

Salute si.cura con la Caritas

“È come se vivessimo in una bolla grigia nella quale il tempo si è fermato, come un orologio senza lancette: mi sento bloccata in un tempo immobile, fatto di giorni sempre uguali e che non passano”. L’immagine simbolica dell’orologio senza lancette evocata da Susi per esprimere le proprie emozioni crediamo renda bene: mostra in modo semplice ma efficace lo stato d’animo, il vissuto di molte persone anziane durante la pandemia.

Progetto. Il progetto “Salute si.cura” avviato dalla Fondazione Opera Caritas San Martino si muove nella direzione di provare a rimettere le lancette agli orologi dei nostri anziani, non solo e non tanto per ricominciare a vivere come si è sempre fatto, per ritornare alla cosiddetta normalità, ma per ripensare ad una normalità del vivere, nel rapporto con noi stessi, con il prossimo, con il tempo, con l’ambiente, con Dio.

Analisi. Il progetto parte da un’analisi dei bisogni e dal desiderio di porre una particolare attenzione nei confronti delle persone anziane sole e in situazioni di fragilità, colpite e rese ancora più fragili dal lockdown imposto dall’emergenza Covid-19. In questo tempo, inatteso e complesso, la popolazione anziana è stata oggetto di molte attenzioni da un lato, ma anche di importante isolamento dall’altro. Attenzioni in quanto categoria sociale considerata maggiormente a rischio di contagio e di importanti compromissioni sanitarie; isolata in quanto in ragione di una necessaria loro protezione, molti anziani sono stati costretti a lasciare ogni attività relazionale, ludica o ricreativa, svolta fuori dalle pareti della propria abitazione.

Sostegno. Alla luce di queste considerazioni con questo progetto sperimentale Caritas Diocesana di Brescia, anche grazie al sostegno del quotidiano “Avvenire”, desidera sostenere ed accompagnare alcune persone che, segnalate dalle rispettive comunità parrocchiali, hanno maggiormente sofferto questo isolamento. Obiettivi del nostro lavoro: assicurare una corretta e costante attenzione all’aspetto sanitario, sostenere un recupero socialità e relazioni significative, ritrovare un senso di protagonismo e di partecipazione, tornare “in sicurezza” a sentirsi parte attiva e visibile della propria comunità. In questa direzione le comunità parrocchiali hanno un ruolo guida fondamentale, per alimentare e stimolare il sentimento del prendersi cura, nell’accezione non solo sanitaria, ma anche dell’“avere a cuore” i bi-sogni (sogni e bisogni) di socialità, di prossimità, di amore e di amare delle persone anziane. Le parrocchie fino ad ora coinvolte nel progetto sono Gavardo, Lumezzane e Manerbio.

Patto di responsabilità reciproca Covid-19

Anno 2020/2021, tra la Parrocchia e le famiglie dei bambini / ragazzi iscritti al percorso di Iniziazione Cristiana

Di seguito riportiamo un estratto del patto di responsabilità reciproca per i percorsi di Iniziazione Cristiana. Il modulo, che trovate in allegato all’articolo e nella pagina Materiale, dovrà essere compilato e consegnato in segreteria.

I genitori dichiarano:

  • di essere a conoscenza delle misure di contenimento del contagio vigenti alla data odierna;
  • di attenersi scrupolosamente a tutte le indicazioni che verranno date dalla Parrocchia, derivanti dalle normative nazionali e regionali;
  • di impegnarsi a trattenere il/la proprio/a figlio/a a casa in presenza di febbre superiore a 37,5° o di altri sintomi (es. tosse, raffreddore, congiuntivite) e di informare tempestivamente il pediatra e il parroco/responsabile della parrocchia/dell’oratorio della comparsa dei sintomi o febbre;
  • di essere consapevole ed accettare che il/la proprio/a figlio/a debba utilizzare la mascherina negli spazi interni ed esterni della parrocchia e assicurare il distanziamento sociale, nonché negli spostamenti in entrata/uscita e per recarsi da un luogo ad un altro (es. per andare ai servizi igienici, al bar all’interno dell’oratorio…);
  • di essere consapevole ed accettare che, in caso di insorgenza di febbre superiore a 37,5° o di altra sintomatologia (tra quelle sopra riportate), l’Ente Gestore provvederà all’isolamento immediato del bambino o adolescente, informando immediatamente i familiari che tempestivamente lo porteranno a casa.

Il parroco:

  • dichiara di aver puntualmente informato, contestualmente all’iscrizione, rispetto ad ogni disposizione adottata per contenere la diffusione del contagio da Covid-19 e di impegnarsi a comunicare tempestivamente eventuali modifiche o integrazioni delle disposizioni (in particolar modo: modalità di ingresso e di uscita; obbligo di mantenere la distanza di un metro e di indossare la mascherina; norme igieniche).
  • garantisce che tutti i catechisti/educatori/animatori sono adeguatamente formati e si impegnino ad osservare scrupolosamente ogni prescrizione igienico sanitaria;
  • si impegna ad attenersi rigorosamente, nel caso di acclarata infezione da Covid-19 da parte di un/a bambino/a o adulto frequentante l’oratorio, ad ogni disposizione dell’autorità sanitaria locale.

Patto responsabilità per catechesi

In Ascolto

In ascolto di ciò che lo Spirito dice alle nostre Parrocchie
Resoconto del Consiglio pastorale delle tre Parrocchie

Sollecitati dal nostro Vescovo Pierantonio, che invita tutte le comunità a mettersi in ascolto di ciò che lo Spirito Santo può dirci in questa esperienza dell’epidemia, i Consigli pastorali di Leno, Milzanello e Porzano si sono riuniti in assemblea la sera dell’otto giugno 2020.
Il confronto, intenso e partecipato, si è svolto attorno a tre domande, che vengono qui presentate insieme ad una breve sintesi degli interventi.

Che cosa hai provato in questo periodo del “coronavirus”?

Gli interventi si sono concentrati soprattutto su questi elementi: “Tanta paura e smarrimento”; “tanta preoccupazione”; “ansia di proteggere me e i miei familiari”; “tanto dolore per i malati e, soprattutto, per i morti, non solo per la perdita di persone care, ma anche per il modo con cui se ne sono andate”; “l’angoscia della solitudine”; “più che una clausura (che è scelta liberamente), è stato un carcere imposto, sia pure leggero”.

Cosa ti ha insegnato questa esperienza?

Il fatto di stare tanto tempo a casa, ha spinto a dover riorganizzare il tempo; ha insegnato l’importanza di trovare tempi più lunghi e distesi per pensare e pregare.
Il pensare, poi, ha avuto come effetto di rivedere l’impostazione di una vita spesso troppo frenetica, per ricuperare ciò che è essenziale. E l’essenziale sono le relazioni, a volte difficili, ma indispensabili.
Quanto alla preghiera: è ciò che ha sostenuto tante persone; ha dato speranza e, in certi momenti, ha impedito di cadere nella disperazione. Ho imparato, dice qualcuno, a pregare pensando agli altri, a quelli che erano ammalati, soli, moribondi, in pianto. Ho anche pensato a quanto tempo ho perso nella mia vita; tempo prezioso che potevo dare a Dio e agli altri
Qualcuno sottolinea anche di aver capito che la scienza non è poi così certa e sicura; spesso ha dato l’impressione di essere un insieme di opinioni discordanti.
Proprio l’assenza degli incontri comunitari, dice qualcun altro, mi ha insegnato la bellezza di appartenere a una comunità cristiana che, anche attraverso i messaggi e le telefonate dei sacerdoti, non ti abbandona; la bellezza di poterci trovare insieme a celebrare, pregare e cantare, rivedere i volti degli amici. Nello stesso tempo, però, il non poter partecipare alle celebrazioni comunitarie, ha portato a riconoscere maggiormente la presenza del Signore nella vita, nella storia, nella sofferenza, nelle vicende umane e nelle nostre case. Si è scoperto che noi incontriamo realmente il Signore non solo in chiesa o nei sacramenti.
Altri dicono di aver sentito maggiormente il senso di responsabilità nei confronti degli altri e del mondo: rinunciare a qualcosa, per non rovinare gli altri, è bello.
È stato bello anche riscoprire la dimensione familiare della vita cristiana: pregare insieme; partecipare insieme alla Messa trasmessa via radio o televisione; giocare insieme e ascoltarsi di più; ecc.

Quali ricadute per le nostre comunità parrocchiali?

Giunge in primo luogo la sollecitazione a non lasciar cadere alcune esperienze risultate positive in questo tempo: l’utilizzo dei “media”; le trasmissioni youtube; la lectio divina; i messaggi; le telefonate; ecc.
C’è anche chi ha fatto presente che questa esperienza ci sollecita a ripensare la nostra pastorale, soprattutto in vista dello svuotarsi sempre più delle nostre chiese; a cercare vie nuove, soprattutto per agganciare i giovani; a puntare di più sull’essenziale; a ricuperare la vita cristiana familiare e domestica; a spronare di più la soggettività e responsabilità dei laici, perché i preti possano dedicarsi di più alle priorità del loro ministero (annuncio della Parola, celebrazione dei sacramenti, preghiera di intercessione, cura delle relazioni personali e della direzione spirituale; ecc.).
Inoltre, questa esperienza dice alle nostre comunità di riflettere di più e diventare più mature su alcuni temi e aspetti critici della vita, quali: la sofferenza, la fragilità, il male, la morte, il mistero che ci avvolge. Su questi aspetti anche noi cristiani ci siamo trovati fragili, scoperti e impreparati.

Covid: la memoria e il suffragio

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la messa, celebrata in piazza Paolo VI, in ricordo delle persone defunte a causa della pandemia

Nello scenario suggestivo e solenne di questa piazza che si apre davanti al nostro duomo e che con Piazza Loggia costituisce il cuore della città di Brescia, celebriamo questo rito solenne, nel quale desideriamo si fondano insieme la memoria e il suffragio. E io voglio subito ringraziare tutti voi che avete accolto l’invito a condividere questo momento singolare.

In questa piazza si trova oggi rappresentata la nobile anima della terra bresciana, della città e della provincia. Le vostre persone, stimatissimi rappresentanti delle istituzioni, delle amministrazioni locali e delle diverse associazioni, sono testimonianza eloquente del grande senso di umanità che anima il nostro popolo e della comunione che vicendevolmente ci lega. Ci sentiamo parte di una storia di cui abbiamo contribuito a scrivere una pagina non secondaria, ma soprattutto ci sentiamo uniti nell’esperienza di quella umanità che rende ogni persona immensamente grande e che trova la sua espressione più vera nei momenti di maggiore difficoltà.

È questo il senso di ciò che stiamo vivendo: una società che non onora i suoi morti, che non conserva vigile memoria delle sue sofferenze e della generosa risposta che queste sanno suscitare è una povera società, senza radici e senza futuro, perennemente fluttuante alla deriva. Ricordare con affetto commosso chi ci ha lasciato in circostanza dolorose, rendere merito con sincera gratitudine a quanti hanno dato viva testimonianza di dedizione e di coraggio significa compiere quel naturale atto di omaggio che la dignità umana si attende. Il cuore di ognuno di noi ne sente il bisogno.

Alla memoria grata si aggiunge il suffragio. C’è un orizzonte più grande di quello della terra in cui viviamo: è l’orizzonte del cielo che la sovrasta e la abbraccia. La fede dischiude alla vita umana una visione che – se rettamente intesa – permette di coglierne ancora di più la nobiltà e la grandezza. Secondo l’insegnamento della sacre Scritture, l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, destinato a condividere con lui la pienezza della vita. Il senso di Dio apre naturalmente al rispetto per la dignità dell’uomo, offre il fondamento più solido al riconoscimento dell’onore che ogni persona merita: “La gloria di Dio è l’uomo vivente” – ha scritto sant’Ireneo, uno dei grandi padri della Chiesa.

La pagina del Vangelo che la liturgia ci propone in questa domenica e che abbiamo appena ascoltato muove nella stessa direzione. A Pietro che domanda quante volte dovrà perdonare chi lo offende e che arriva a ad immaginare di farlo fino a sette volte, Gesù risponde invece che deve perdonare fino a settanta volte sette. Un perdono, dunque, senza misura e senza condizioni. La reazione immediata di ognuno che ascolta è che la richiesta del Cristo sia impossibile da realizzare: è qualcosa che va al di là delle nostre forze e che ci condannerebbe alla frustrazione. Ci rendiamo tuttavia conto della grandiosità di una simile prospettiva: il perdono senza misura è espressione di un amore che non si ferma davanti a nessun ostacolo e che rimane intatto a anche a fronte del male ricevuto, dell’offesa gratuita, della cattiveria, dell’ingratitudine, della vigliaccheria. Rispondere al male con il male è istintivo: è purtroppo la cosa più facile. Vincere il male con il bene è decisamente più difficile, è scelta sofferta e impegnativa, che tuttavia dice la misura di una coscienza e la sua apertura al mistero della bontà infinita di Dio. “Il Padre vostro che è nei cieli – dice Gesù ai suoi discepoli – fa sorgere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”. Dio non fa del bene solo a chi se lo merita, ma fa del bene per riscattare chi fa il male, per sorprenderlo e conquistarlo con la sua bontà. Ecco dunque la prospettiva che viene aperta, il cielo che si dispiega sopra la terra: il mistero santo di Dio offre all’uomo l’orizzonte in cui collocarsi per dare compimento a se stesso. Mistero di grazia per i vivi e mistero di pace e consolazione per i defunti. Al bene offerto da Dio ai vivi va infatti aggiunto il bene da lui offerto ai defunti, cioè il riposo eterno e la luce perpetua, partecipazione definitiva e perenne alla sua beatitudine.

La memoria e il suffragio aprono al futuro, ci spingono a raccogliere l’eredità spirituale che ci giunge dall’esperienza vissuta, in particolare dalle consegne di quanti ci hanno lasciato. Credo che questa eredità consista nell’invito ad un coraggioso rinnovamento della società. Non possiamo semplicemente girare pagina, dimenticare presto un’esperienza dolorosa e imbarazzante, ritornare al più presto ad una normalità che sia semplicemente ciò che si è sempre fatto. La voce che ci viene dai giorni che ci hanno visti sofferenti ma anche più uniti e più decisi nell’aiutare i più deboli, è un appello a cambiare ciò che non più essere accettato come normale. Abbiamo compreso molto più chiaramente quanto sia necessario costruire una socialità che abbia sempre più i tratti di una comunità solidale, attenta ai più deboli, non condizionata dall’ansia di un profitto esagerato e alla fine disumano e dalla logica di un consumo ingordo e cieco; una comunità rispettosa del suo ambiente, non rapace, che mira ad uno sviluppo sostenibile, ispirato da sani principi morali. Abbiamo bisogno di una progettualità sapiente e concreta, che riconosca chiaramente nel bene comune il suo costante obiettivo e si impegni a perseguirlo con intelligenza e determinazione. È questo il nobile compito della politica, che nei giorni della grande sofferenza è risultato ancora più evidente e di cui comprendiamo ora ancora meglio l’importanza.

Una grande lezione di vita ci è giunta dai mesi dolorosi di questa pandemia. Mi sembra di poter dire in coscienza che non ne è mancata la consapevolezza. Si tratta ora di mantenerla viva e di trasformarla in azioni capaci di rinnovare la società. Non possiamo e non dobbiamo semplicemente ritornare al passato. C’è un colpo d’ala che la memoria ci esorta a imprimere al nostro vissuto, per il bene nostro e delle generazioni future.

Il Dio della grazia e della consolazione, cui abbiamo consegnato con fede i nostri morti e a cui noi stessi ci consegniamo come viventi creati a sua immagine, sostenga il nostro proposito e accompagni il nostro cammino. Ci aiuti a dare alla nostra società un volto sempre più umano, unendo i nostri sforzi in un’opera che possa essere guardata con riconoscenza da quanti verranno dopo di noi.

Ci benedica il Signore e ci custodisca.
Faccia risplendere per noi il suo volto e ci faccia grazia.
Il Signore rivolga su di noi il suo volto e ci conceda pace
(Nm 6,24-26).

Una storia di epidemie

Una storia di epidemie

Storia

Tra il 1629 e il 1633 scoppia la peste bubbonica che colpisce in particolare diverse zone dell’Italia settentrionale, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Lucca e la Svizzera, con la massima diffusione nell’anno 1630, causando più di un milione di decessi.

Nel 1817 una pandemia di colera si diffonde in Russia, causando un milione di decessi, attraverso acqua e cibo infettati. Il batterio contagia in particolare l’India, la Spagna, l’Africa, l’Indonesia, la Cina, il Giappone, l’Italia, la Germania e l’America.

Nel 1855 la peste bubbonica, diffusa dalle pulci durante un boom minerario nello Yunnan, contagia i paesi asiatici causando 15 milioni di vittime.

L’influenza russa nel 1889 inizia in Siberia e Kazakistan, arriva a Mosca, in Finlandia e successivamente, passando per la Polonia, arriva nel resto d’Europa, per approdare l’anno seguente, in Nord America e Africa. Il bilancio alla fine del 1890, fu di 360.000 morti.

L’influenza aviaria chiamata spagnola del 1918 è una delle peggiori pandemie della storia, con 50 milioni di morti in tutto il mondo. Si ipotizza che abbia avuto origine in Cina e si sia poi diffusa in tutto il Canada, prima di arrivare in Europa. La minaccia scompare nell’estate del 1919, quando la maggior parte degli infetti aveva sviluppato gli anticorpi.

Nel 1957 si diffonde l’influenza asiatica che molti ricorderanno. E’ partita da Hong Kong e dalla Cina diffondendosi negli Stati Uniti, per poi raggiungere l’Europa. Una seconda ondata si svilupperà all’inizio del 1958. L’asiatica causa più di un milione di decessi in tutto il mondo.

Nel 1981 si diffonde l’HIV/AIDS che distrugge il sistema immunitario di una persona, provocando la morte per malattie che il corpo di solito sarebbe in grado di combattere. Si ritiene che si sia sviluppato da un virus di scimpanzé dell’Africa occidentale; la malattia, si diffonde attraverso alcuni fluidi corporei, dapprima ad Haiti, negli anni ’60, e poi a New York e San Francisco negli anni ’70 e in tutto il mondo. Oggi si combatte con molti trattamenti per rallentare il progresso della malattia, ma 35 milioni di persone in tutto il mondo sono decedute causa l’AIDS.

Attualità

Il 2020 ci ha portato il Coronavirus (COVID-19). E’ una malattia infettiva respiratoria causata dal virus SARS-Cov-2. La malattia viene identificata per la prima volta il 31 dicembre 2019 dalle autorità sanitarie della città di Wuhan capitale della provincia di Hubei in Cina anche se i primi casi si riscontrato nel novembre del 2019. Il contagio dall’Asia si è diffuso in Europa, per passare in Africa e in America. In Italia si è diffuso in particolare in Lombardia e nelle regioni del nord. Per limitarne la strasmissione sono state prese precauzioni, come mantenere la distanza di sicurezza e tenere comportamenti corretti sul piano dell’igiene (lavarsi periodicamente le mani, starnutire o tossire in un fazzoletto o con il gomito flesso e, dove necessario, indossare mascherine e guanti).

A Leno ci sono stati 145 contagiati e 27 decessi dall’inizio della epidemia fino al 5 giugno 2020. Ogni attività economica si è fermata, pure le scuole; sono stati vietati gli assembramenti e gli spostamenti. Ai fedeli è stato vietato di partecipare al triduo pasquale ed alle Sante Messe, ai funerali. A titolo informativo, è bene sapere, che non è la prima volta che vengono attuate limitazioni da parte delle autorità ecclesiastiche.

Nel 1656 papa Alessandro VII per arginare il contagio della peste in Roma proibì comunanze e assembramenti civili e sacri, processioni e riti. Impose la quarantena coatta e la rigida separazione dei ricoverati, per impedire che l’affollamento potesse portare diffusione del male.

San Carlo Borromeo, nel 1576, durante la peste di Milano, si teneva a distanza dai suoi interlocutori, cambiava spesso gli abiti che andavano lavati in acqua bollente, ed esigeva che ogni cosa fosse distrutta con il fuoco o con una spugna imbevuta di aceto. Le sue processioni per chiedere a Dio di fermare l’epidemia prevedevano la presenza di soli uomini adulti divisi in due file di una persona sola distanziati l’una dall’altra di tre metri. San Carlo propose ai cittadini una quarantena generale di quaranta giorni chiusi in casa, cosa che l’autorità civile decreterà il 15 ottobre 1576.

In tutta Italia e anche a Leno dal 18 maggio le chiese si sono riaperte ma con vincoli per la sicurezza contro il contagio stabiliti dalle disposizioni del protocollo ministeriale del 7 maggio sottoscritto dal presidente della CEI card.
Gualtiero Bassetti.

Testimoniare Dio in corsia

Biologa e insegnante, madre Maria Oliva è arrivata a Brescia 25 anni fa. Originaria della provincia di Salerno, ha conosciuto le Ancelle della Carità quando accompagnò la madre, al Civile, per un “viaggio della speranza”. Dieci anni dopo la morte della mamma, entrò in convento. Dopo la prima professione iniziò il suo percorso lavorativo come biologa in ambulatorio alla Poliambulanza. Nel tempo ha collaborato nella cappellania dell’Ospedale e nel 2012 ha iniziato il suo servizio come superiora della comunità alla Domus; nel 2017 è stata stata nominata vicaria generale ma continua a essere rappresentante di struttura della casa. Oggi in Domus ci sono 11 religiose, la madre responsabile è suor Rosalba Ferraresi; suor Giusy Stevanin, medico, e suor Rosalba, infermiera, praticano ancora a pieno ritmo l’assistenza. Domus Salutis e Nuova genesi a Brescia, Ancelle della Carità a Cremona e San Clemente a Mantova sono le quattro strutture sanitarie che fanno capo alla Congregazione delle Ancelle della Carità, giuridicamente riunite nella Fondazione Teresa Camplani dal nome della prima vicaria di Santa Maria Crocifissa (1813-1855). Nei mesi della pandemia hanno toccato con mano le sofferenze e le solitudini delle persone e hanno “rivisitato”, 150 anni dopo, l’opera di Maria Crocifissa con i malati di colera. Non si sono risparmiate e hanno messo in campo quella straordinaria amorevole cura di cui sono capaci sull’esempio di Cristo e rinfrancate dalle parole di Crocifissa: “Non perderti mai di spirito, ma tutto spera da quella divina bontà che ti chiamò a seguirlo”. Il logo scelto dalla Fondazione è significativo: un cerchio con al centro la croce. Il cerchio descrive il mondo nella globalità delle molteplici situazioni di fragilità: in questa circolarità di umani appelli e risposte la Fondazione vuole operare. La Croce, al centro, rappresenta Gesù, cuore del mondo, ispiratore e fondamento di tutte le diverse e complementari attività offerte. Il disegno è composto da mattoni con misure, forme e colori differenti: il bene comune, perseguito dalla Fondazione, scaturisce dalla collaborazione dei diversi soggetti. Il cerchio non è chiuso: la Fondazione (il presidente del Cda è Alessandro Masetti Zannini, mentre il consigliere delegato è Fabio Russo) si propone come luogo capace di accogliere.

Madre Maria Oliva, nei luoghi della sofferenza è importante avere accanto qualcuno che si fa compagno di strada.

L’accompagnamento spirituale è fondamentale perché completa l’assistenza infermieristica e di cura. L’uomo ha bisogno di essere ascoltato. Lo vediamo continuamente in tutte e quattro le nostre strutture. La nostra Santa parlava di assistenza integrale alla persona: corpo, anima e spirito. Maria Crocifissa nel 1840 ha riformato l’assistenza infermieristica. E noi lì dove siamo cerchiamo di rendere concreto questo messaggio che poi non è altro che il nostro carisma.

L’emergenza sanitaria ha rivelato le fragilità, ma anche i bisogni primari dell’essere umano.

Con il periodo del Covid abbiamo sperimentato quanto è preziosa la presenza dell’altro. In Domus abbiamo fatto esperienza dell’assistenza al malato Covid; abbiamo messo a disposizione 75 posti letto (a questi se ne aggiungono 34 a Cremona e a 16 a Mantova). Le sorelle che hanno accostato i malati possono testimoniare l’importanza del loro lavoro. A volte si fermavano sulla soglia della porta soltanto per salutare gli ammalati.

La vostra presenza era letta dagli ospiti con: “Non siamo soli, c’è qualcuno che ci sostiene…”.

Si faceva quello che si poteva. A volte con la presenza fisica a volte con quella verbale. Tutte le sere con il rosario serale accompagnavamo le persone, anche al telefono. Oggi stiamo sostenendo ancora le persone che stanno facendo la riabilitazione dopo il Covid. Hanno i postumi della malattia: problemi neuromotori e psicologici, e difficoltà respiratorie… Sono emerse molte preoccupazioni. In molti hanno paura della morte. Queste paure possono essere affrontate solo attraverso una relazione di aiuto.

In questi mesi ha avuto modo di rileggere la propria vita?

Ho scoperto che Dio è ancora più vicino. Ho capito il dono prezioso della mia vocazione. Con la nostra presenza possiamo aiutare l’altro e riuscire a trasmettere Dio. Tutte le volte che giravo tra le stanze, i pazienti mi chiedevano di passare di più: “Vederla per noi è un sollievo, perché è la prova che Dio c’è con il suo messaggio di salvezza”. Niente è scontato, ma tutto è dono. Ogni giorno Dio ci raggiunge nel quotidiano e noi ci santifichiamo vivendo proprio il nostro quotidiano.

Il modello da seguire è chiaro…

A 23 anni questa ragazza (Maria Crocifissa, nda) così giovane si è lasciata rinchiudere dentro il lazzaretto per aiutare i colerosi. Ha avuto un grande coraggio. In un periodo complicato come questo, rileggere la vita della nostra santa ha donato forza a tutte. Le sorelle più anziane, piangendo, mi dicevano: “Madre, peccato che non possiamo più andare nei reparti a dare il nostro contributo…”.

L’istituzione della Fondazione ha aiutato le Ancelle a continuare la loro vocazione nella sanità

La Fondazione è nata per riunire insieme alla Domus e alla Nuova Genesi, scongiurando il rischio chiusura, le strutture più piccole di Cremona e di Mantova. Nel Cda sono rappresentate le tre Diocesi. Le Case di Cura sono specializzate in attività ambulatoriali e di ricovero e nella riabilitazione. Parliamo di strutture sanitarie cattoliche non profit: i guadagni vengono reinvestiti. Abbiamo il desiderio di continuare a fare del bene. La mancanza di vocazioni non ci permette di essere presenti ovunque, ma con la Fondazione facciamo in modo che le attività di cura e di assistenza rispondano sempre al nostro carisma.

Messa in ricordo delle vittime del Covid

Domenica 13 settembre alle 10 si terrà una celebrazione in Piazza Paolo VI in ricordo delle persone defunte a causa del Covid-19. All’iniziativa, promossa dalla Diocesi di Brescia, hanno aderito il Comune di Brescia, la Prefettura di Brescia, la Provincia di Brescia e l’Associazione Comuni Bresciani. Il vescovo Pierantonio Tremolada presiederà una S. Messa alla quale saranno invitate le autorità civili e militari di città e provincia, i sindaci dei comuni bresciani, i rappresentanti del mondo del volontariato e le istituzioni sanitarie che si sono prodigate durante il periodo dell’emergenza. Anche questa celebrazione si colloca nella prospettiva del dovere del ricordo di quello che è stato evocato nella nuova lettera pastorale del Vescovo.

Progetti e speranze in una “nuova normalità”

Estate 2020 in Croce Bianca Leno

“Normalità” : chi ricorda il significato di questa parola? In Croce Bianca non si parla di “normalità”, piuttosto di una “nuova normalità”..”Se penso a come sarà l’estate 2020 dopo la pandemia, sarà un’estate di convivenza con il virus, distanziamenti sociali e mascherine! L’unica certezza è che sarà un’estate diversa”.

“Questo pensiero della nostra Milly, con alle spalle numerose missioni con sospetti-accertati pazienti Covid, – dice il consiglio direttivo della Croce Bianca – è assolutamente indiscutibile.
L’estate è arrivata, non ci siamo quasi accorti, il trend dei soccorsi per la pandemia è notevolmente rientrato, permettendoci di respirare, ma l’allerta rimane, come rimane ormai, a diventare “normalità” il processo di protezione individuale, vestizione con tute e mascherine e approccio al paziente.

La nostra estate sarà molto diversa: la bacheca dei servizi sportivi, spettacoli, intrattenimenti, campionati di calcio, di tiro, di nuoto è praticamente vuota, nonostante la riapertura a fine maggio del portale GAMES, la piattaforma dove tutte le associazioni dichiarano le proprie iniziative. Dai media apprendiamo che non ci saranno feste nell’estate: “ci spiace non seguire le corse in bici la domenica mattina, non assistere ai tornei di grandi e piccini, non ascoltare la musica dei concerti e guardare incantati coppie di ballerini che volano sulle piste degli oratori, non gustarci un panino e salamina offertoci dagli organizzatori” sospirano Grazia e Massimo, “ci consola solo la speranza che tutto questo contribuirà a far sì che il prossimo inverno non sia così impegnativo e doloroso.”

“Sono i nostri pazienti che ci danno coraggio” sostiene Roberto neo-volontario . Si riferisce ai pazienti in dialisi che affrontano il calvario delle 3 sedute settimanali negli ospedali di Manerbio e Montichiari. Qualcuno non ce l’ha fatta, ma tanti, i nostri compagni dei giorni alterni ne sono usciti pieni di grinta e con la mascherina che copre metà viso, ma non gli occhi – specchio dell’anima – ci danno la forza ed il coraggio che tutto quanto è un passaggio faticoso ma che dobbiamo farcela. “Ogni volta che torno da un trasporto” continua Roberto, “vado a casa col cure colmo di gioia, so che Oliva, Albertina, Ezio, Maria, Sergio vogliono combattere la loro battaglia che diventa anche la nostra, ed io non voglio far mancare il mio aiuto”.

“Io mi auguro di accompagnare per l’estate intera, senza intoppi e poi anche nelle prossime stagioni i miei affezionatissimi Ezio e Liubi, – spera Grazia – perché LORO mi fanno stare bene; Ezio mi suggerisce sempre una canzone da ascoltare insieme durante il nostro tragitto e che ci porta indietro nel tempo a rispolverare melodie universali i e sempre attuali e con Liubi intendo continuare i commenti circa i suoi sfiziosi look e accostamenti di accessori: quanto devo ancora imparare! “

Speriamo di usare meno le sirene, consapevoli di aver riempito le vostre giornate di giorno e di notte, ma sopratutto si augura G.Paolo, autista in emergenza del venerdì notte, che ci sia maggior consapevolezza, che i giovani capiscano quanto sia importante la vita, che la lo dobbiamo salvaguardare sempre e ovunque, nel rispetto non solo di se stessi ma anche dei nostri genitori e comunque di tutta la collettività che potrebbe aver bisogno del nostro aiuto”.

“L’estate 2020 si prospetta un’estate priva di grande lavoro di assistenza ad eventi sportivi: partite di calcio, gare ciclistiche e podistiche e consueti eventi ludici, varie feste di paese e la notte bianca- sostiene di Consiglio Direttivo della Croce Bianca- Dovremo inoltre rimandare la festa della nostra associazione fino a quando le condizioni sanitarie non permetteranno di trovarci tutti insieme per festeggiare il grande lavoro svolto sempre con passione e tutto l’affetto datoci da tante persone, associazioni e aziende che ci hanno fatto sentire la loro vicinanza e hanno contribuito alle spese incrementate in questo particolare periodo. Auspichiamo più consapevolezza e maggior senso civico da parte di tutti: atteggiamenti a nostro avviso indispensabili nel proseguimento di questo trend decrescente dei contagi.”

 

I cantieri aperti da sovraintendere e dei quali ci occuperemo durante le serate estive non impegnate nei tornei e nelle feste sono tanti: il progetto Scuole 2020 è entrato nella fase 3; il team Comunicazione Croce Bianca sta lavorando al confezionamento di un prodotto fruibile a distanza e sui nostri canali social e che metta in risalto quanto ci sono stati vicini i bambini delle Classi Terze della Scuola Primaria Leno-Porzano-Castelletto, con pensieri incoraggianti e colorate ambulanze; ma di questo vi daremo resoconto nel prossimo numero della Badia!

“L’estate non ci metterà a riposo nel nostro aspetto formativo, da sempre di fondamentale importanza per essere sempre pronti e preparati ad intervenire” dice Marika: affronteremo la formazione e il retraining dei nostro volontari, con le modalità dei video e delle ormai consolidate lezioni on line.

“Sarà un’estate di convivenza con il virus. Questa pare l’unica certezza e insieme anche la via da seguire: bisogna pensare alla coabitazione con un virus che potrebbe continuare a circolare quindi munirsi di pazienza. La cosa che più ci spaventa sono i nostri coetanei che potrebbero frequentare luoghi affollati per poi portare a casa il potenziale nemico. Ci auguriamo che ci sia maggior coscienza nelle persone, noi sotto la mascherina continueremo a sorridere e prestare il nostro aiuto” ecco il pensiero dei nostri volontari giovani e giovanissimi.

Accogliamo il suggerimento del nostro Massimo, carico di emozioni che intende condividere con medici, infermieri, soccorritori e pazienti incontrati nelle missioni all’Ospedale Tenda dei Civili: Carlo e Stefano sono pronti a offrire le loro abilità nella creazione del blog per raccogliere testimonianze di coraggio, di sensibilità e di amore verso il nostro prossimo.

Il nostro direttore Sanitario a D.ssa Antonella Prandini, con le parole di Papa Francesco, ci sprona a continuare nella nostra missione di “silenziosi artigiani della cultura della prossimità e della tenerezza”; a coltivare sempre la nostra capacità di unire alla competenza professionale quelle attenzioni che sono concrete espressioni di amore”.

Nell’augurarvi un’estate “serena” come dice la nostra Giulia sempre vigile e sorridente, rinnoviamo i ringraziamenti alla comunità per la vicinanza: “ora potete passare dalla nostra sede con le misure di protezione dovute: condivideremo un caffè, forse una fetta di torta delle nostre Loretta o Grazia; sopra la mascherina non faremo mai mancare il nostro sorriso carico di speranza che spesso noi acquisiamo da voi anche nei monti più difficili. Come nella foto siamo sempre pronti per ogni emergenza (Grazia), speranzosi che il Covid sia fuggito (Alessandro) e che quindi potremo sfoderare i nostri più bei sorrisi (Achille).
Buona estate!

I Volontari della Croce Bianca