Ritiro di avvento 2019

Parrocchie di Leno, Porzano, Milzanello

Domenica 1 dicembre

Presso la Chiesetta di San Giuseppe a Leno

Programma

  • ore 15.30: Preghiera dell’Ora Media
  • ore 15.45: Ascolto della Parola e meditazione
  • ore 16.30: Esposizione del SS. Sacramento e AdorazioneAdorazione Eucaristica
  • ore 17.30: Condivisione
  • ore 18.00: Celebrazione dei Vespri
  • ore 18.30: S. Messa in Chiesa Parrocchiale

Predicatore: mons. Renato Tononi

Pellegrinaggio di San Valentino 2020

solo per coppie e famiglie

Roma rinascimentale

Venerdì 14 febbraio

Partenza da Leno in piazza alle ore 5.00 (venire un momento prima).
Sosta per la colazione lungo il percorso.
Pranzo in autogrill a Roma nord oppure al sacco (ognuno si organizzi).
Nel primo pomeriggio visita al Palazzo del Quirinale, piano nobile e piano terra. Spostamento e visita delle Chiese di San Silvestro al Quirinale e dei SS. Apostoli. In serata arrivo in albergo (Al Casaletto), sistemazione, cena e pernottamento.

Sabato 15 febbraio

Prima colazione in albergo.
Partenza per la passeggiata a Via Giulia. Visita della Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, Palazzo Falconieri, Arco Farnese, Palazzo Farnese, Fontana del Mascherone, Chiesa di santa Maria dell’Orazione e Morte, Palazzo Cisterna, Chiesa di sant’Eligio degli Orefici. Ingresso a Villa della Farnesina. Pranzo in ristorante.
Nel pomeriggio visita di Piazza Farnese e Palazzo Farnese, spostamento a Campo de’ Fiori e Palazzo Spada. Visita a Palazzo Venezia e tempo libero.
In serata rientro in albergo, S. Messa domenicale, cena e pernottamento.

Domenica 16 febbraio

Prima colazione in albergo.
Visita alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.
Visita alla Chiesa di San Pietro in Vincoli, ove è presente il Mosè di Michelangelo. Ore 12.00 Angelus di papa Francesco. Partenza per il rientro.
Pranzo al sacco fornito dall’albergo. Fermata a Salaria est. Rientro in serata a Leno.

Quota di partecipazione individuale: 300€ da portare al momento dell’iscrizione in segreteria parrocchiale in via Dante 15, nei giorni mercoledì – giovedì – venerdì dalle 9.30 alle 12.00. In caso di rinuncia verrà trattenuta la somma di 50 € a testa. Portare al momento dell’iscrizione i dati dei partecipanti, carta d’identità compresa. La quota comprende pullman, albergo, cene, colazioni, pranzi del sabato e domenica, guide, ingressi vari.

Il cerchio dell’amore

Anche quest’anno, come coppia, abbiamo aderito alla proposta della Parrocchia relativa al Campo Famiglia che si è svolto dal 3 al 10 agosto a San Giacomo, Valle Aurina, in Alto Adige.

Siamo sempre lieti di vivere quest’esperienza, dove per sette giorni condividi con gli amici, vecchi e nuovi, spazi, tempo, servizio e naturalmente il lavoro che il nostro “pastore”, don Ciro, ci propone.

Quest’anno il tema del Campo Scuola è stato “Il Cerchio dell’amore” avente come simbolo il Tondo Doni, un dipinto di Michelangelo Buonarroti che rappresenta la Sacra Famiglia. Don Ciro ce ne ha illustrato il significato artistico, collegandolo poi alle tracce da lui scelte, quali argomento di discussione per i lavori di gruppo.
Nel primo incontro “Esserci –  Ogni persona è un’opera d’arte, piena di dignità” abbiamo trattato l’autostima, partendo dalla frase di Gesù “ama il prossimo tuo come te stesso”; nel secondo incontro “Esserci con – Capire, guardarsi con amore” partendo dal testo di una canzone, abbiamo esaminato le promesse che ci siamo fatti al momento del matrimonio, di amarci e onorarci per tutta la vita, sia nella buona sorte che nelle avversità. Nel terzo incontro “Esserci per – Solo l’amore è creativo” abbiamo riflettuto sull’apertura delle nostre famiglie al mondo e sulla fortuna di poter coltivare amicizie che ti sostengano nei momenti difficili e che gioiscano con te in quelli felici.

I momenti di svago, poi, non sono certo mancati anche visitando la valle con passeggiate e gite di tutta la giornata. Sono di parte, perché se devo scegliere dove andare in vacanza, tra mare e montagna prediligo quest’ultima: le splendide vette, la bellezza della vegetazione, l’impetuosità dei torrenti, la quiete dei laghetti d’alta quota, il tempo che cambia repentino, il saluto e il sorriso degli sconosciuti che incontri sul sentiero, è per me sempre fonte di meraviglia. Quando camminiamo verso la meta, con lo zaino sulle spalle, molte volte in silenzio per la fatica della salita, pensiamo che tutto questo splendore non possa essere il frutto della casualità e siamo grati al Signore per il dono che ci ha fatto, e non ci riferiamo solo alle montagne, pregandolo di avere sempre questa consapevolezza, anche quando saremo ritornati alla quotidianità.

Ringrazio, quindi, non solo don Ciro, Suor Graziella, ma anche tutte le famiglie del Campo Scuola che ci hanno dato l’opportunità di vivere questa settimana insieme a loro, nella quale abbiamo avuto l’occasione di riflettere, ma anche di divertirci.

Guarda le immagini del campo:

Campofamiglie 2019 in Valle Aurina

La passione del perdono

Cammino dei gruppi famiglia: Osea e Gomer

I primi tre capitoli del Libro del profeta Osea sono autobiografici: il racconto narra la vicenda personale e familiare del poeta. La testimonianza della vita matrimoniale si interseca e si confonde con quella dell’alleanza tra Dio ed Israele; anche se ciò può essere interpretato in modo simbolico, è invece quasi certo che si tratti di fatti effettivamente accaduti, secondo la volontà del Signore, perché fossero di esempio per tutto il popolo ebraico.

Osea, il cui nome contiene il verbo “jasha’”che in ebraico indica la “salvezza” operata dal Signore, predica nel regno settentrionale d’Israele tra il 750 e il 724 a.C. Egli, seguendo la volontà di Dio, aveva sposato Gomer, figlia di Diblaim, la quale era una prostituta (forse una donna che partecipava ai culti della fertilità diffusi tra i Cananei, indigeni della Palestina). Dal matrimonio nascono tre figli che ricevono nomi capaci di esprimere un monito per tutto Israele: Izreel, Non-amata e Non-popolo-mio, a rappresentare la storia di infedeltà del popolo di Dio e la fine della benevolenza del Signore nei confronti di Israele.

La storia familiare di Osea si sviluppa con continuità secondo significati simbolici. La vicenda di infedeltà del popolo di Israele è ripresa dal profeta che, rivolgendosi ai figli, accusa la loro madre e propria moglie di tradimento, dichiarando la volontà di ripudiarla e di spogliarla della dignità nuziale, pur coltivando la segreta speranza di un pentimento e di un ritorno al focolare abbandonato per seguire gli amanti. Come Osea, anche Dio si rivela ferito dal popolo ebraico che lo ha abbandonato per andare in cerca di altri dei, ma profondamente innamorato e determinato a riconquistarlo.

Il profeta, attingendo all’esperienza personale, descrive il rapporto tra Dio e il suo popolo come una relazione nuziale: si ritorna allora alla luna di miele da vivere nella solitudine del deserto, luogo dell’intimità in cui si rinnova l’alleanza con la promessa di un amore eterno. Le clausole del vincolo sono le tipiche virtù del patto che ha unito Dio e Israele: giustizia, diritto, benevolenza, amore, fedeltà e conoscenza. In questo nuovo contesto anche i nomi dei figli devono cambiare perché rappresentano il legame che ora unisce tra loro i genitori e, simbolicamente, Dio e il popolo ebraico. Essi diventano Izreel, Amata, Mio popolo. Con la conversione ritornano gioia e amore.

Per una miglior comprensione del testo, si consiglia la lettura degli interi capitoli del Libro di Osea. 

1. Un matrimonio intaccato dall’infedeltà conosce una crisi più profonda di un matrimonio che, sebbene litigioso, vede i due coniugi ancora interessati l’uno all’altra. L’infedeltà tuttavia si insinua non di rado nella vita di coppia, anche senza arrivare all’adulterio o alla separazione. Ci può essere infatti un’infedeltà quotidiana che si afferma quando non si ravviva costantemente l’amore per il coniuge: il non essere attenti ai bisogni dell’altro, il passare tanto tempo nella freddezza, l’indifferenza reciproca… sono piccoli tradimenti in grado di far crollare anche i matrimoni apparentemente più saldi. Prima di essere o divenire un atto manifesto, l’adulterio nasce come realtà che germina nel cuore; prima di essere relazione con un amante l’adulterio è disaffezione verso il coniuge. Davanti all’infedeltà, nella vita quotidiana dei coniugi si generano reazioni istintive: rabbia, desiderio di controllare, tentazione di vendicarsi, disperazione, non riconoscimento del problema, presa di distanza dal coniuge. 

2. La storia di Osea, sposo di Gomer, donna ampliamente infedele, ci mostra una strada alternativa: la scelta di perdonare per ritrovarsi nell’amore. Quello scelto da Osea è un cammino in salita, che fa i conti con la rabbia e l’umiliazione ma che non manca di ascoltare l’amore che ancora abita nel suo cuore. Osea spera di ritrovare l’amore di un tempo: sceglie di attirare a sé la moglie, di condurla nel deserto e di parlare al suo cuore. Ecco ancora il deserto come luogo privilegiato di intimità ove, senza frastuoni o distrazioni, si può ascoltare la voce l’uno dell’altra. Quando tra due sposi si vive una crisi può innescarsi un cammino di conversione individuale e di coppia: la sofferenza e l’umiliazione sono una via per imparare o riscoprire l’umiltà, sentimento che predispone all’ascolto e all’incontro. Dall’incontro dei cuori può scaturire un’armonia ritrovata ed un nuovo orizzonte guadagnato nella sofferenza. La crisi diventa così un tempo di grazia perché porta in sé stessa, nella fatica che comporta e nelle energie nuove che provoca e mette in moto, la possibilità di trasformarsi. 

3. Nella coppia il perdono è sincero e bello quando punta a ritrovare la bellezza dell’amore coniugale. L’apertura al perdono da parte di uno dei due coniugi è il primo passo per concedere a sé stessi di riconoscersi e ritrovarsi come coniugi e per riscoprire l’amore in cui si era smesso di credere.  Nel perdono scambiato tra gli sposi è all’opera l’amore di Dio: così facendo essi consentono al Signore di manifestarsi come Colui che dà la forza di perdonare e che perdona. Nella storia di ciascuna coppia esiste il tempo della conversione. Ed anche per tale tempo la memoria ha un ruolo importante. Ricordare i momenti belli e importanti della propria storia, in cui abbiamo vissuto intensamente il nostro amore e la bellezza del vivere insieme, suscita nostalgia e desiderio di ritrovare il calore dell’abbraccio dell’altro ed, in lui, di Dio.

Domande per la coppia 

  • Quali infedeltà sono più comuni nella nostra storia di coppia?
  • Quando sfuggiamo all’amore tra noi e ci allontaniamo dall’amore di Dio riusciamo a cercare il deserto come luogo privilegiato di intimità e a parlare al cuore l’uno dell’altra?
  • Canterà come nei giorni della sua giovinezza…” Di quali momenti della nostra storia possiamo fare memoria per ritrovarci e fare comunione?

Acquila e Priscilla

La passione della testimonianza

“La vicenda di Aquila e Priscilla, una coppia di giudei appartenente alla primitiva comunità cristiana, induce un diverso modo d’intendere il rapporto tra coppia e chiesa. Aquila e la moglie Priscilla, giudei profughi giunti da Roma, risiedono a Corinto. Il loro primo contatto con la novità del cristianesimo avviene sul posto di lavoro. Gestendo una piccola attività economica per la costruzione di tende, offrono lavoro all’apostolo Paolo, perché possa mantenersi mentre annuncia il vangelo.  Quell’incontro segna la loro vita, che procede con un crescente coinvolgimento nella vita dell’Apostolo.” (da A. Fumagalli “E Dio disse loro…” ed. San Paolo pag.53). Lo ospitano nella loro casa (Atti 18,2-3), lo accompagnano nei suoi viaggi (Atti 18,18), condividono la sua opera fino a “rischiare la testa per lui” (Romani 16,4). A poco a poco i due coniugi acquistano ruoli sempre più importanti nell’evangelizzazione sia a Corinto che a Efeso fino a farsi promotori di una maggiore chiarezza nell’esporre i contenuti della fede in Cristo Gesù, a farsi catechisti nei confronti di Apollo.

Atti degli Apostoli 18, 1-18

Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro e poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì nella loro casa e lavorava. Erano infatti di mestiere fabbricatori di tende. Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci. Quando giunsero dalla Macedonia Sila e Timòteo, Paolo si dedicò tutto alla predicazione, affermando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo. Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani». E andatosene di là, entrò nella casa di un tale chiamato Tizio Giusto, che onorava Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagoga. Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e anche molti dei Corinzi, udendo Paolo, credevano e si facevano battezzare. E una notte in visione il Signore disse a Paolo: «Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città». Così Paolo si fermò un anno e mezzo, insegnando fra loro la parola di Dio. Mentre era proconsole dell’Acaia Gallione, i Giudei insorsero in massa contro Paolo e lo condussero al tribunale dicendo: «Costui persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge». Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un’azione malvagia, o Giudei, io vi ascolterei, come di ragione. Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra legge, vedetevela voi; io non voglio essere giudice di queste faccende». E li fece cacciare dal tribunale. Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale ma Gallione non si curava affatto di tutto ciò. Paolo si trattenne ancora parecchi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era fatto tagliare i capelli a causa di un voto che aveva fatto. Giunsero a Efeso, dove lasciò i due coniugi, ed entrato nella sinagoga si mise a discutere con i Giudei. Questi lo pregavano di fermarsi più a lungo, ma non acconsentì. Tuttavia prese congedo dicendo: «Ritornerò di nuovo da voi, se Dio lo vorrà», quindi partì da Efeso. Giunto a Cesarèa, si recò a salutare la Chiesa di Gerusalemme e poi scese ad Antiochia. Trascorso colà un po’ di tempo, partì di nuovo percorrendo di seguito le regioni della Galazia e della Frigia, confermando nella fede tutti i discepoli. Arrivò a Efeso un Giudeo, chiamato Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, versato nelle Scritture. Questi era stato ammaestrato nella via del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. Egli intanto cominciò a parlare francamente nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. Poiché egli desiderava passare nell’Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto colà, fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo. 

Quante volte ci è capitato di sentire critiche sulla chiesa e sul suo operato. Il ruolo della chiesa nella storia e dei suoi membri è sempre più spesso travisato e incompreso. Ci fa soffrire soprattutto il fatto che a volte questa incapacità di leggere il compito che Gesù ha affidato alla chiesa avvenga all’interno di famiglie o comunità che si definiscono cristiane. In questo modo si verifica un profondo distacco dalla vera identità di cristiani: “essere” chiesa, riconoscersi chiesa è indispensabile per poter essere testimoni di Cristo. La chiesa è sempre in cammino, santa e peccatrice, ma arricchita del dono dello Spirito che permette questo riconoscimento. Aquila e Priscilla hanno tanto da dirci a questo proposito; ci insegnano soprattutto ad essere chiesa, comunità in cammino, testimoni del Cristo risorto. Prima di prendere in considerazione cosa fa la chiesa dobbiamo infatti tutti riconoscerci parte viva di essa.

Questa coppia è chiesa in un modo talmente concreto da poter passare inosservato:

  1. La coppia Aquila e Priscilla è chiesa che accoglie. Aperta ad ascoltare, a “far entrare” nella propria casa, pronta a condividere un lavoro, un tetto e soprattutto il bagaglio di fede acquisito.
  2. Questa coppia è chiesa che “parte”, si fa missionaria. Questi coniugi infatti vivono la casa, ma è una casa che si può lasciare per un compito più grande, prioritario, come l’evangelizzazione: si fanno compagni di un maestro per il compito affidato da Gesù alla chiesa.
  3. Infine questa coppia è chiesa che “testimonia” la fede e che la trasmette attraverso un insegnamento permeato di cura, di dolcezza, di attenzione genitoriale. (L’educazione del cuore direbbe don Bosco). Nei confronti di Apollo: “Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio”. Per spiegare la via nuova di Dio lo accolgono, lo ascoltano, si prendono cura di lui e lo indirizzano al meglio. Sono maestri in umiltà: è in un modo familiare che si insegna la verità su Gesù.

L’evangelizzazione passa dunque attraverso questi tre aspetti, vissuti nella concretezza della vita familiare, nella casa, nel quotidiano, nell’incontro, nel contatto diretto, nella vicinanza. Tutto questo Aquila e Priscilla lo fanno perché vivono nello Spirito, sono testimoni efficaci dell’essere chiesa. Certo ci sembra di scorgere una urgenza, una priorità nell’essere chiesa, nell’uscire allo scoperto in questo mondo e mettere in evidenza che la famiglia, forse oggi più di allora, deve essere protagonista di un ruolo evangelizzatore. La famiglia deve appropriarsi del suo ruolo ed essere chiesa domestica. Utopia?

Forse per qualcuno, ma non per chi crede nel dono dello Spirito e per chi, come Aquila e Priscilla si lascia pervadere da questo stesso Spirito che illumina la mente e il cuore della chiesa.

Davide e Betsabea: la prova dell’attrazione

Secondo incontro del Cammino dei Gruppi Famiglia

Le pagine bibliche conservano una tra le vicende più drammatiche di rapporto adulterino, quella raccontata in nel Secondo Libro di Samuele, che vede come protagonisti il grande re Davide e Betsabea, moglie di un suo valoroso ufficiale. 

Dal secondo libro di Samuele (11, 1-4) 

L’anno dopo, al tempo in cui i re sogliono andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a devastare il paese degli Ammoniti; posero l’assedio a Rabbà mentre Davide rimaneva a Gerusalemme. Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dall’alto di quella terrazza egli vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella di aspetto. Davide mandò a informarsi chi fosse la donna. Gli fu detto: “È Betsabea figlia di Eliàm, moglie di Uria l’Hittita”. Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Essa andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla immondezza. Poi essa tornò a casa.

La scena narrata aiuta ad entrare nelle pieghe dell’infedeltà amorosa perché ci presenta i due protagonisti della storia con i loro sentimenti e comportamenti. Davide, vulnerabile come ogni uomo, non può restare indifferente al fascino femminile di una donna come Betsabea e sembra incarnare lo stereotipo del maschio cacciatore che non sa e non può resistere ad una preda allettante. Betsabea, sensibile come ogni donna, non può rimanere indifferente alle attenzioni di un uomo interessante, vittorioso e potente come Davide e sembra confermare l’immagine della femmina tentatrice che non può fare a meno di essere conquistata. Tutto questo sembrerebbe portare quasi necessariamente all’infedeltà come una conclusione inevitabile, stante la nostra natura di uomini e donne che non possono opporsi all’istinto dell’attrazione reciproca. Ma il Signore, in questa vicenda, scopre delle responsabilità e segnerà con le sue punizioni i destini dei due protagonisti perché proprio là dove lo sguardo maschile è colpito e la sensibilità femminile è destata, comincia la responsabilità di un uomo e di una donna: Davide “decide” di volere quella donna e Betsabea “accetta” di andare dal re. 

Il brano e la vicenda offrono alcune possibilità di analisi di ciò che oggi sempre più frequentemente sembra succedere all’interno della coppia: l’affacciarsi ad un certo punto della vita matrimoniale di un’alternativa, che molte volte sembra capitare così, senza che nessuno dei due sia consapevolmente andato a cercarla. Entrando, seppur con molta discrezione, nei risvolti che spesso accompagnano questi vissuti, aiutandoci anche con il testo, si possono fare alcune osservazioni.

Oggi comunemente si pensa che ogni attrazione sia un istinto irresistibile e quindi un destino fatale perché “al cuore non si comanda” e, dunque, bisogna andare “dove ti porta il cuore”. Queste affermazioni, così scontate ma tanto diffuse, poggiano su un presupposto: che l’uomo non sia libero ma schiavo delle situazioni, del suo istinto, delle sue passioni e che le sue scelte non siano dettate dalla volontà ma determinate dalle sue pulsioni. In questo modo si tende a de-responsabilizzare le persone riguardo a certi temi e rendere così non punibili determinati comportamenti.  Invece si può osservare che, se è vero che al cuore non si comanda, bisogna vedere dove si è deciso di attaccare il proprio cuore perché, come ci ricorda Gesù nel Vangelo di Matteo (6,21), il cuore si trova là dove l’uomo ha posto il suo tesoro.  Sono allora rivelatori quei piccoli gesti che, presi in sé, appaiono innocenti come prolungare lo sguardo, approfittare di determinate occasioni, indulgere a certe emozioni o sensazioni ma che permettono al cuore di attaccarsi impercettibilmente a questa possibilità, di accarezzare sempre più concretamente questa fantasia. E in questo modo entra in gioco la volontà e l’uomo e la donna decidono di dare importanza e valore a questa situazione e le permettono liberamente di prendere forma e realtà. Ma se entra in gioco la libertà si può parlare anche di responsabilità e di valutazione delle conseguenze e non più di un semplice arrendersi alle circostanze.

Un’altra considerazione suggerita dalla situazione narrata dal brano consiste nel sottolineare che oggi la mentalità corrente porta a confondere innamoramento e amore e considera vero il falso presupposto che sentirsi innamorati corrisponda ad amare l’altro. L’innamoramento è certo un ingrediente dell’amore ma tra l’uno e l’altro c’è una differenza decisiva: il primo sorge spontaneo, il secondo richiede una scelta. Permane invece nella nostra cultura, e non solo tra i giovani, il mito dell’innamoramento come misura del vero amore: essere totalmente attratti e affascinati dall’altro, ricercare la fusione totale con lui, essere scossi da sensazioni ed emozioni violente a contatto con l’altro diventano i parametri con cui definire il valore e la bontà di una relazione. Molto meno sono presi in considerazione i sentimenti di fiducia e di reciproco affidamento, l’impegno di una parola data, l’orgoglio di costruire qualcosa insieme, lo stimolo di una relazione in continuo divenire, la tensione positiva di avere un progetto di coppia da realizzare insieme. 

Un’ultima considerazione a partire dal brano, ci conduce a domandarci il perché della situazione di adulterio: spesso non è tanto la seduzione della nuova possibilità ma la perdita di fascino della vita matrimoniale consueta. La condizione che spesso fa da sfondo alle infedeltà coniugali è quella di una coppia che ha dato troppo per scontato il rapporto e non lo ha solidificato e irrobustito con continue opere di “ristrutturazione”. Un amore, che era stato anche grande ma che inesorabilmente e senza che nessun dei due lo volesse si è stemperato in una routine senza più desiderio e fantasia, apre facilmente la strada a un’alternativa che riporti il gusto del vivere e dell’amare che si era perso. La passione dell’adulterio non attacca se non là dove il fuoco dell’amore matrimoniale non è più alimentato. E per alimentarlo non basta trattenere gli occhi da distrazioni galeotte: occorre fissarli negli occhi di chi, forse un giorno ormai lontano, per primo ci innamorò. 

Come reagire di fronte all’affacciarsi di queste emozioni e sentimenti dentro un rapporto di coppia? La via d’uscita non è tanto quella che conduce a negarli, a reprimerli, soffocati dai sensi di colpa o paralizzati dalla paura di sensazioni forti. La risposta più saggia consiste invece nel non giudicare le emozioni perché esse non sono né buone né cattive, né giuste né sbagliate ma sono semplicemente parte della nostra struttura e imparare così a riconoscerle, individuarle e, proprio perché uniche e personali, comunicarle alle persone che ci interessano. La consapevolezza delle proprie emozioni, il riconoscerle, il permettersi di viverle, senza indulgervi ma anche senza fingere di non viverle, costituisce un forte processo di crescita che può portare a saperle controllare sempre di più.

Cammino dei gruppi famiglia

Nello scorso numero de La Badia abbiamo presentato il percorso che si era deciso di intraprendere come gruppi famiglia, partendo dalla parola di Dio e in modo particolare con le coppie che essa ci presenta. Vogliamo ora condividere le riflessioni coppia dopo coppia. Nella Genesi emerge gradualmente il disegno del Creatore nei confronti dell’umanità, il suo progetto di felicità per ogni individuo. Riflettere sulle vicende degli uomini e delle donne dell’inizio della storia della salvezza ci può aiutare anche a comprendere quella realtà fatta di entusiasmi e delusioni, gioie e dolori che da sempre costituisce la vita degli sposi. Una di queste coppie è rappresentata da GIACOBBE E RACHELE. 

Dal libro della Genesi (29, 16-21)

Labano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto, perciò Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: “Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore”. Rispose Labano: “Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me”. Così Giacobbe servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni tanto era il suo amore per lei. Poi Giacobbe disse a Labano: “Dammi la mia sposa, perché il mio tempo è compiuto e voglio unirmi a Lei”.

Siamo all’inizio della storia dei due giovani, al tempo del loro innamoramento. Giacobbe non si innamora di Lia che aveva gli occhi smorti, e se gli occhi smorti tengono lontano, probabilmente Rachele oltre ad essere ‘bella di forme e avvenente di aspetto aveva anche uno sguardo vivace, espressivo, profondo. È negli occhi di Rachele che Giacobbe legge il sogno, il progetto di Dio per lui e per entrambi e vi legge anche la promessa di un futuro radioso. È dallo sguardo dell’innamorata che Giacobbe trae la forza per il pesante servizio e la lunga attesa. Sappiamo quanto l’esperienza dell’innamoramento sia esaltante. Quando siamo innamorati, siamo portati a credere che il nostro sentimento durerà per sempre. Nulla potrà frapporsi tra noi. Nulla sarà più forte del nostro amore reciproco. Siamo rapiti dalla bellezza del nostro innamorato/a e trascorrere il tempo con lui/lei è come trovarsi nell’anticamera del paradiso. Pensiamo che insieme vivremo sempre di quelle meravigliose sensazioni e sogniamo la beatitudine coniugale. L’innamoramento però non è vero amore perché non richiede sforzi, ci dà l’impressione di essere arrivati e di non dover più cercare o faticare per crescere. Siamo all’apice della felicità di vita e il nostro unico desiderio è rimanerci beatamente. Del matrimonio però l’innamoramento è solo l’introduzione. Il progetto che Dio ci affida chiede di essere realizzato nell’amore, dettato dalla ragione e costruito con la volontà. Chi s’innamora si dona all’altro, si impegna per l’altro, perché legge nell’incontro la promessa di felicità che è però messa alla prova dal tempo che trascorre, dalle difficoltà che la vita porta con sé e diventa vera al vaglio della fedeltà e della fede in Dio che ne assicura la vitalità anche nel tempo della prova quando il nostro orizzonte si incupisce. 

La promessa nell’amore

1. Già dall’inizio, la vita a due si fonda sostanzialmente sulla “promessa”. E’ una promessa basata sulla fedeltà, sulla parola data, sull’impegno reciproco, e come tutte le promesse è proiettata nel futuro. Ma è nel presente, nell’oggi, che noi possiamo già vivere quella promessa. La viviamo nell’attesa. L’attesa non è un tempo vuoto che verrà colmato dall’evento, ma è il tempo dei preparativi, del desiderio che chiede di essere coltivato, che ci impegna, e ci fa crescere per poter essere attenti e pronti al momento opportuno. Pensiamo a quanto sia feconda l’attesa di una mamma che attende la nascita del figlio. Nell’attesa ci viene in aiuto Dio con la sua parola (Dt 8, 1 e ss) e così come esortava e sosteneva gli israeliti nel cammino verso la terra promessa, invita anche noi a mettere in pratica i suoi comandi che non dobbiamo considerare come una legge che ci condiziona, ci incatena, ma come un sostegno nel cammino verso il raggiungimento del nostro bene. E’ la legge dell’amore, è il comandamento dell’amore, della fedeltà e per la felicità. Può succedere che a volte ci accorgiamo di aver perso il dono della promessa e possiamo costatare quanto, nel nostro vissuto quotidiano, quella promessa sia un dono non ancora pienamente gustato. Occorre sfidare il tempo, guardare al domani, avventurarsi nel futuro.  Anche dopo molti anni, la vita a due deve restare una promessa che ci fa sperimentare quanto si può ancora costruire insieme.

2. La promessa è un progetto, quel progetto che noi abbiamo letto negli occhi del nostro innamorato al primo incontro così come era accaduto a Giacobbe e Rachele. Per quel progetto noi ci siamo solennemente impegnati nel giorno del nostro matrimonio: “Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. Se il tempo, le prove della vita ci hanno portato lontano occorre convertire lo sguardo sul nostro passato per tornare a ri-cercarlo nei momenti belli, nelle esperienze vissute, nei sorrisi dei primi anni dei figli, nella gioia dell’unione e dell’incontro. Soprattutto dobbiamo ricercarlo nello sguardo del nostro coniuge, lì dove Dio lo aveva posto e ce lo aveva fatto trovare.  Occorre riappropriarci di quel progetto sapendo che esso è il progetto di Dio per noi insieme, sapendo che il Signore si è impegnato con noi e ci fa da garante con la sua grazia. Essa però non è una nebbiolina che ci avvolge anche se noi non lo vogliamo: la grazia per essere efficace ha bisogno della nostra adesione, della nostra volontà, del nostro coinvolgimento, perché la fedeltà di Dio è un disegno posto nelle nostre mani. Non dobbiamo rassegnarci nella caduta, ma riprendere il cammino nella fiducia e nella responsabilità perché la promessa che abbiamo fatta nostra e che ci siamo scambiati dura nel tempo, dura fino a che avremo vita.

3. La promessa è un dono per la vita. Se allora vogliamo vivere la promessa dobbiamo vivere la vita e non lasciarci vivere: – per poter gustare l’esistenza piena e la presenza del proprio coniuge vicino a sé che nella relazione diventa fonte di stima, fiducia, tenerezza. Certo potranno essere cambiati i modi, da quelli travolgenti ed entusiasti dell’inizio a quelli più forti e intensi della vita matura, ma ciò dovrebbe essere l’occasione sempre rinnovata di vicinanza, di gratificazione, di fiducia e di speranza; – per coltivare l’esistenza relazionale non limitandoci nei nostri riferimenti solo ai figli e ai familiari, ma pensare ad un’esistenza capace di molte relazioni che ci stimolino e costruiscano storie di comunione e di servizio. Quante volte abbiamo sperimentato come l’apertura agli altri abbia giovato alla nostra relazione: ci ha permesso di scoprirci come persone nuove, con ricchezze interiori che noi stessi ignoravamo; – per vivere l’esistenza nella gioia ed entrare nella terra promessa per noi costituita dalla nostra casa, dalla famiglia, dalla comunità. Siano queste il paese ospitale dove abbiamo messo le nostre radici, dove i figli si sentono al riparo e possono stendere i loro rami verso l’avventura della vita. La nostra terra promessa, il nostro paese dove scorre latte e miele, è l’esistenza vissuta nella gioia. 

Festa della Famiglia 2018: alcune riflessioni a partire dalla Parola di Dio

Dal vangelo secondo Luca.

In genitori di Gesù si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Il vangelo sopracitato richiama l’attenzione sulla famiglia in cui Gesù è cresciuto che “è di fatto una realtà unica e non ripetibile nella storia”, scrive Enzo Bianchi, il quale aggiunge: “c’è una donna, Maria, che diviene madre di un figlio nonostante la sua verginità, e lo concepisce nella forza dello Spirito Santo, c’è Giuseppe che è il padre di Gesù secondo la Legge, è suo padre perché lo ha educato; c’è Gesù, questo figlio che solo Dio, il Padre, poteva dare agli uomini, un Figlio unico in tutti i sensi… Siamo, dunque, di fronte ad una famiglia unica, non certo imitabile nella sua vicenda”. Ma che cosa da essa si può cogliere di esemplare per le nostre famiglie, le quali, soprattutto oggi, vivono una situazione di crisi contraddette come sono dalla cultura, dai comportamenti, dai “modelli” della vita odierna.

C’è un messaggio per le nostre famiglie in questo brano del Vangelo? Si, perché, a prescindere dall’assoluta singolarità della sua vicenda, le gioie e le sofferenze sperimentate dalla famiglia di Nazareth sono umanissime, e quindi riguardano ogni forma di famiglia e di vita comune…” Entriamo, direi in punta di piedi, a contemplare questa famiglia seguendo il testo del vangelo di Luca. Maria e Giuseppe si recano come ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua, “secondo la consuetudine della festa”. Gesù ha 12 anni ed è diventato “figlio del comandamento” (Bar Mizwah). Nel viaggio di andata tutto va bene ma, mentre stanno ritornando a Nazareth, i genitori si accorgono che il loro figlio non si trova tra gli altri bambini della carovana. Si domandano, probabilmente: è scappato altrove? E dove? L’abbiamo perso? Avremmo dovuto prestare maggiore attenzione? Di certo sono angosciati e fanno ritorno a Gerusalemme sperando di trovarlo. La ricerca dura tre giorni, una ricerca che poteva dare luogo ad accuse reciproche tra i due coniugi.

Non è forse vero che quando la sofferenza ci assale, quando un dramma ci coglie, siamo portati a ritenere responsabile chi ci sta accanto? Non accade forse così in quasi tutte le famiglie quando il dramma accade? Dopo tre giorni finalmente “lo trovano nel Tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte”. Gesù è ancora ragazzo. Non insegna. É in ascolto, come un qualsiasi discepolo, di coloro che sono “dottori”, spiegano come interpretare la Legge. In coloro che sentono le “sue risposte”, scrive Luca, nasce lo stupore! Ne vengono colti anche i suoi genitori quando lo trovano. E Maria, col tono di rimprovero tipico di ogni madre, gli dice:” Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo!”. Gesù sembra dare una risposta di protesta: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” dice puntualizzando la sua missione. Sua Madre ha commesso l’errore di parlare della preoccupazione che ha colto lei e Giuseppe dicendo: “ecco, tuo padre ed io”.

Gesù si sente quasi costretto a correggere le dolcissime e tenerissime parole di una mamma e dice con fermezza che suo padre è il “Padre che è nei cieli” e che deve occuparsi delle cose del Padre suo. Questa è la volontà divina. Il senso della sua vita consiste nell’obbedire alla volontà del Padre che è nei cieli. Questa è anche la novità, la bella notizia che Gesù annuncia: Lui è “obbediente” alla volontà del Padre. É venuto per questo! Ma i genitori di Gesù, annota Luca, “non compresero ciò che aveva detto loro”. Maria e Giuseppe cominciano soltanto a prendere coscienza che nella vita del loro figlio c’è un enigma, un mistero. Maria “custodiva tutti questi eventi nel suo cuore” (Lc 2,19): lei, che è la donna del discernimento, cerca, nella sua fede in Dio, il significato degli accadimenti che riguardano la sua famiglia.

A Nazareth Gesù “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (cf. 1 Sam 2,26). Come tutti i ragazzi, fa esperienza di crescita verso la maturità e la pienezza della vita. I suoi genitori saranno chiamati dalle scelte di vita di Gesù ad accettare la distanza e la separazione da Lui, loro figlio. Saranno ore dolorose e difficili da capire e accettare. Ciò che essi hanno sperimentato è umanissimo: proprio in queste difficoltà possiamo riconoscere le difficoltà di ogni tipo di famiglia.  Non possiamo non pregare e dimenticare le tante famiglie ferite, che ci sono accanto nella vita di ogni giorno per curare e fasciare le loro ferite. Ha scritto G.K. Chesterton: “La famiglia è una bella istituzione proprio perché non è armoniosa. E’ sana proprio perché contiene così tante discrepanze e diversità”. La famiglia è un cammino faticoso, impegnativo e a volte conflittuale, come lo è la vita, del resto. 

Una certezza: non ci può essere un nuovo umanesimo di cui tanto si parla senza una famiglia che ritorni ad essere “scuola di umanità”. Le nostre famiglie cristiane capiscano davvero che solo insieme saremo costruttori di una nuova e bella umanità, che può nascere e crescere non grazie a chissà quali progetti o discorsi, sebbene importanti e necessari… la famiglia stessa è già il più bel progetto di Dio: amiamola, per amarci. 

Paolo VI agli sposi cristiani

Nella Lettera Enciclica Humanae vitae, Papa Paolo VI si rivolge agli sposi cristiani esortandoli a vivere nell’amore vero, dono del Padre. Alla Chiesa Gesù Cristo ha affidato il compito di guidare e condurre la famiglia sulla strada della verità dell’amore sponsale, vissuto nella sua profonda umanità.

L’amore coniugale rivela massimamente la sua vera natura e nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è “Amore”, che è il Padre “da cui ogni paternità, in cielo e in terra, trae il suo nome”. Il matrimonio non è quindi effetto del caso o prodotto della evoluzione di inconsce forze naturali: è stato sapientemente e provvidenzialmente istituito da Dio creatore per realizzare nell’umanità il suo disegno di amore. Per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, gli sposi tendono alla comunione delle loro persone, con la quale si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite. Per i battezzati, poi, il matrimonio riveste la dignità di segno sacramentale della grazia, in quanto rappresenta l’unione di Cristo e della Chiesa.

In questa luce appaiono chiaramente le note e le esigenze caratteristiche dell’amore coniugale […]. È prima di tutto amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale. Non è quindi semplice trasporto di istinto e di sentimento, ma anche e principalmente è atto della volontà libera, destinato non solo a mantenersi, ma anche ad accrescersi mediante le gioie e i dolori della vita quotidiana; così che gli sposi diventino un cuor solo e un’anima sola, e raggiungano insieme la loro perfezione umana.

È poi amore totale, vale a dire una forma tutta speciale di amicizia personale, in cui gli sposi generosamente condividono ogni cosa, senza indebite riserve o calcoli egoistici. Chi ama davvero il proprio consorte, non lo ama soltanto per quanto riceve da lui, ma per se stesso, lieto di poterlo arricchire del dono di sé.

È ancora amore fedele ed esclusivo fino alla morte. Così infatti lo concepiscono lo sposo e la sposa nel giorno in cui assumono liberamente e in piena consapevolezza l’impegno del vincolo matrimoniale. Fedeltà che può talvolta essere difficile, ma che sia sempre possibile, e sempre nobile e meritoria, nessuno lo può negare. L’esempio di tanti sposi attraverso i secoli dimostra non solo che essa è consentanea alla natura del matrimonio, ma altresì che da essa, come da una sorgente, scaturisce una intima e duratura felicità.

È infine amore fecondo, che non si esaurisce tutto nella comunione dei coniugi, ma è destinato a continuarsi, suscitando nuove vite. “Il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori”.

[…] La chiesa, mentre insegna le esigenze imprescrittibili della legge divina, annunzia la salvezza e apre con i sacramenti le vie della grazia, la quale fa dell’uomo una nuova creatura, capace di corrispondere nell’amore e nella vera libertà al disegno del suo Creatore e Salvatore e di trovare dolce il giogo di Cristo. Gli sposi cristiani, dunque, docili alla sua voce, ricordino che la loro vocazione cristiana iniziata col battesimo si è ulteriormente specificata e rafforzata col sacramento del matrimonio. Per esso i coniugi sono corroborati e quasi consacrati per l’adempimento fedele dei propri doveri, per l’attuazione della propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza cristiana loro propria di fronte mondo. Ad essi il Signore affida il compito di rendere visibile agli uomini la santità “e la soavità della legge che unisce l’amore vicendevole degli sposi con la loro cooperazione all’amore di Dio autore della vita umana. Non intendiamo affatto nascondere le difficoltà talvolta gravi inerenti alla vita dei coniugi cristiani: per essi, come per ognuno, è stretta la porta e angusta la via che conduce alla vita”. Ma la speranza di questa vita deve illuminare il loro cammino, mentre coraggiosamente si sforzano di vivere con saggezza, giustizia e pietà nel tempo presente, sapendo che la figura di questo mondo passa.
Affrontino quindi gli sposi i necessari sforzi, sorretti dalla fede e dalla speranza che “non delude, perché l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori con lo Spirito santo, che ci è stato dato”; implorino con perseverante preghiera l’aiuto divino; attingano soprattutto nell’eucaristia alla sorgente della grazia e della carità. E se il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita con abbondanza nel sacramento della penitenza. Essi potranno in tal modo realizzare la pienezza della vita coniugale descritta dall’apostolo: ” Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa (…). I mariti devono amare le loro mogli come il proprio corpo. Amare la moglie, non è forse amare se stesso? Ora nessuno mai ha odiato la propria carne, che anzi la nutre e la cura, come fa Cristo per la chiesa (…). Grande è questo mistero, voglio dire riguardo a Cristo e alla chiesa. Ma per quel che vi concerne, ognuno ami la sua moglie come se stesso e la moglie rispetti il proprio marito “.

Tra i frutti che maturano da un generoso sforzo di fedeltà alla legge divina, uno dei più preziosi è che i coniugi stessi non di rado provano il desiderio di comunicare ad altri la loro esperienza. Viene così a inserirsi nel vasto quadro della vocazione dei laici una nuova e notevolissima forma dell’apostolato del simile da parte del simile: sono gli sposi stessi che si fanno apostoli e guide di altri sposi. Questa è senz’altro tra tante forme di apostolato una di quelle che oggi appaiono più opportune.

Il Vangelo della famiglia, gioia del mondo

IX incontro mondiale della famiglia, Dublino 21-26 agosto

Nel prossimo mese di agosto si svolgerà a Dublino il nono incontro mondiale delle famiglie. Questi appuntamenti sono nati da un’intuizione di Papa Giovanni Paolo II che nel 1994 decise di costituire un’occasione internazionale di preghiera, catechesi e festa che attirasse partecipanti da tutto il mondo con l’obiettivo di rafforzare i legami tra le famiglie e testimoniare l’importanza fondamentale del matrimonio e della famiglia per tutta la società. Il mio ricordo non può non andare al Family 2012 di Milano, dove decine di famiglie dei Gruppi Famiglia di tutta Italia parteciparono a questo evento. L’incontro di Dublino sarà il primo dopo la pubblicazione dell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia, documento che non è stato un semplice aggiornamento della pastorale familiare, bensì un modo nuovo di vivere la Chiesa e di realizzare l’amore di Dio Padre con gioia e speranza in famiglia e nella collettività. Papa Francesco chiede ad ognuno di noi: il Vangelo continua ad essere gioia per il mondo? E ancora: la famiglia continua ad essere buona notizia per il mondo di oggi?

Con una visione realistica possiamo guardare alle nostre piccole chiese domestiche, alle nostre comunità, alle nostre parrocchie e comprendere meglio se questo Vangelo è al centro della nostra vita, se lo leggiamo insieme per far sì che possa rigenerarci, aiutarci ad essere suoi testimoni fedeli. Possiamo dirci con onestà che non sempre “vi riconosceranno da come vi amerete” (Gv 13), ma siamo in cammino, crediamo a questa buona notizia e cerchiamo di testimoniarla. Papa Francesco cosi risponde: “La famiglia è il ‘si’ del Dio Amore. Solo a partire dall’amore la famiglia può manifestare, diffondere e rigenerare l’amore di Dio nel mondo. Senza l’amore non si può vivere come figli di Dio, come coniugi, genitori e fratelli”.

Quanto siamo consapevoli, allora, che la nostra piccola o grande famiglia è colma dell’amore di Dio? ll papa continua: “Desidero sottolineare quanto sia importante che le famiglie si chiedano spesso se vivono a partire dall’amore, per l’amore e nell’amore. Ciò, concretamente, significa darsi, perdonarsi, non spazientirsi, anticipare l’altro, rispettarsi. Come sarebbe migliore la vita familiare se ogni giorno si vivessero le tre semplici parole permesso, grazie, scusa. Ogni giorno facciamo esperienza di fragilità e debolezza e per questo tutti noi, famiglie e pastori, abbiamo bisogno di una rinnovata umiltà che plasmi il desiderio di formarci, di educarci ed essere educati, di aiutare ed essere aiutati, di accompagnati, di scernere e integrare tutti gli uomini di buona volontà”.

Tutti noi condividiamo questo sogno di una Chiesa misericordiosa, vicino a chi soffre, a chi è debole e stanco, ed è perciò che, nella nostra quotidianità, siamo chiamati ad edificare mattoncini di questa Chiesa, aiutandoci vicendevolmente a percorrere la strada con speranza e fiducia nello Spirito Santo che ci guida ed indirizza verso il bene comune Nei nostri Gruppi Famiglia, attraverso la lectio divina, la revisione di vita ed i campi estivi, possiamo ricaricarci di questo amore grande e misericordioso he deve continuare a sconvolgere le nostre vite e contagiare chi incrociamo ogni giorno. Le nostre relazioni, occasionali o permanenti, in famiglia, al lavoro, nel tempo libero, siano permeate sempre di gioia, ottimismo, coraggio e verità a partire dal vissuto di ognuno, come Gesù che accoglieva ed incontrava tutti, ciascuno, proprio lì dove la persona si trovava, senza giudicare.