Liberi tutti con Mosè!

Giovedì 13 giugno il grest “Liberi tutti con Mosè” arriva alla Festa dell’Oratorio. Super festa per tutti i bambini ed i ragazzi!

Vi aspettiamo alle 19:30 per l’inizio della serata. Presenteremo l’inno e tutti i balli del grest! Durante la serata inoltre verranno consegnate le magliette agli iscritti.

Ricordiamo che sarà attivo il servizio cucina, con menu speciale gnocco fritto. Cosa state aspettando?

Il volto umano e solidale della città

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada nella Chiesa di San Francesco dei frati minori conventuali a Brescia dove ogni anno si rinnova lo scambio dei Ceri e delle Rose in occasione della Solennità dell’Immacolata

Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio. Tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura”. Sono le parole con cui Dante introduce l’ultimo canto della Divina Commedia e con le quali si avvia a concludere il suo lungo viaggio verso la visione di Dio. San Bernardo, che Dante incontra nell’ultimo cerchio del Paradiso, si rivolge con queste parole alla Madre di Dio. Al poeta pellegrino e al suo santo protettore è concesso di incontrare la Vergine santa nella manifestazione raggiante della sua bellezza. È lei la stessa nobile signora che alla piccola Bernadette di Lourdes si presenterà come l’Immacolata Concezione, colei che l’angelo Gabriele saluta come la “piena di grazia”.

La grazia è la bellezza gentile, limpida, umile, serena. Una bellezza che tuttavia è potente, anzi vittoriosa e trionfante. Nel disegno di Dio, essa è destinata a custodire e difendere l’umanità dall’attacco mortale del maligno, preservandola dalla corruzione. L’abbiamo ascoltato nelle parole che il Creatore rivolge al serpente antico, seduttore dell’uomo e della donna, primo responsabile, insieme a loro, di quella tremenda catastrofe che fu la colpa originaria: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe e la sua stirpe. Tu le insidierai il calcagno, ma lei ti schiaccerà la testa”. La donna che porterà al suo esito positivo e definitivo questa lotta implacabile tra la vita e la morte, tra la santità e la corruzione è l’Immacolata Concezione, colei che in se stessa non ha conosciuto il male e che ha donato all’umanità il suo Salvatore.

Nella donna vestita di sole, splendente della gloria di Dio, noi contempliamo l’essenza della vera umanità. Guardando a lei comprendiamo cosa siamo chiamati ad essere anche noi “santi e immacolati nell’amore” – come dice san Paolo nel passaggio della Lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato. Tendere a realizzare questo disegno di grazia che mira a conferire alla vita del mondo la sua originaria bellezza significa dare compimento al cammino della civiltà e realizzare quello che potremmo chiamare un vero umanesimo.

Umanesimo! Una parola questa che fu molto cara a san Paolo VI, con la quale egli intendeva l’impegno dell’umanità ad essere se stessa, fedele alla sua magnifica vocazione. Il pericolo più grave per l’uomo è infatti quello di perdere la sua identità e la sua dignità, di non essere più umano.

Nella sua riflessione sempre acuta, Paolo VI si sofferma su questo punto a lui tanto caro in particolare nell’Enciclica Populorum Progressio, una delle perle del suo magistero. Qui egli concentra il suo pensiero intorno a due aggettivi e dice che l’umanesimo – visto con gli occhi del cristiano – deve essere integrale e solidale.

Con l’aggettivo integrale Paolo VI intendeva alludere all’uomo nella sua soggettività armonica e complessa; con l’aggettivo solidale si riferiva invece all’umanità nella sua dimensione sociale.

L’umanesimo integrale guarda all’uomo in tutte le sue dimensioni, compresa quella spirituale o trascendente. Non esiste infatti l’uomo a una dimensione, quella semplicemente orizzontale. L’uomo non guarda solo intorno a sé: sa guardare anche dentro di sé e sopra di sé. Scrive Paolo VI nella Populorum Progressio: “Avere di più, per i popoli come per le persone, non è dunque lo scopo ultimo … La ricerca esclusiva dell’avere diventa un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale”.

Umanesimo solidale significa, invece, impegno a vivere con verità la dimensione sociale dell’umano e a farlo secondo l’intenzione di Dio. Da qui la lotta contro la fame, la ricerca costante dell’equità delle relazioni commerciali, il superamento di ogni nazionalismo e la contestazione di ogni razzismo. Il fine ultimo è una convivenza sociale che acquisti i tratti suggestivi della carità universale, i cui elementi costitutivi sono l’accoglienza reciproca, il reciproco rispetto e sostegno, la condivisione di valori irrinunciabili, l’esercizio costante del dialogo costruttivo, ma anche il perdono e la riconciliazione.

Lettera pastorale per l’anno 2013-2014

Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi (Gv 20,21)

Il rinnovamento della viva, feconda tradizione missionaria della Chiesa bresciana. Il rilancio delle missioni al popolo, attraverso un più diretto coinvolgimento del clero diocesano, dei diaconi e dei laici. La proposta di itinerari di tipo catecumenale nel tempo di Quaresima e Pasqua. L’attivazione di “gruppi di fedeli”, in prospettiva di “piccole comunità territoriali, che gravitano sul centro della parrocchia”, per dare continuità a quei cammini di fede e annuncio. Senza mai dimenticare “la testimonianza di vita delle persone, dei laici in particolare”. Nella Chiesa, certamente. Ma anche nella famiglia, nella società, nel lavoro, nella politica.

Ecco le vie che il vescovo di Brescia, Luciano Monari, addita alla diocesi nella nuova Lettera pastorale intitolata – dal Vangelo di Giovanni – Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Brescia è terra di missione.

 E la missione è il tema della quarta Lettera di Monari da vescovo di Brescia. Nei primi due capitoli il tema della missione è affrontato sul piano della riflessione biblico-teologica; nel terzo capitolo Monari offre alcune indicazioni per il cammino della diocesi. La conclusione è illuminata dall’”icona forse più significativa della missione”: il racconto, dal Vangelo di Luca, dell’incontro tra Maria ed Elisabetta.

Il primo capitolo: Gesù è mandato dal Padre. All’origine della missione di Gesù è l’amore “eterno e universale” di Dio per il mondo. Per “raggiungere tutti gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi”, però, Gesù ha bisogno di discepoli. La loro missione li chiama a essere testimoni di quell’amore con la parola, le opere, “tutta la vita”. Fino al dono della vita. Come accadde a san Massimiliano Maria Kolbe, alla cui vicenda Monari fa riferimento.

Il secondo capitolo: La Chiesa è mandata da Gesù. La sfida: come rendere credibile la testimonianza dell’amore di Dio e l’annuncio – decisivo – della Resurrezione di Gesù?

Monari risponde con gli Atti degli Apostoli (4,32-35): “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola…”. E spiega: “L’amore fraterno e l’unità ecclesiale” sono quei “segni di credibilità” che “mostrano un’origine da Dio e quindi rendono testimonianza a Dio e alla missione di Gesù da parte di Dio.

Il vero problema – sottolinea Monari – è immaginare e cercare di realizzare forme diverse e molteplici di comunità che incarnino l’amore e l’unità”. Il vescovo non si sottrae. E suggerisce: partiamo dal matrimonio, l’unione di uomo e donna che “è in qualche modo il modello cui cercano di conformarsi le molteplici forme di incontro dei “diversi””. Da lì lo sguardo si allarga al rapporto genitori-figli, alla società, alle relazioni tra i popoli, alle sfide della giustizia e della pace: nell’appartenenza alla comunità cristiana il credente, trasformato, immette nei rapporti umani l’amore della Trinità.

Il terzo capitolo, La missione della Chiesa bresciana, pone la sfida di una “rigenerazione della consapevolezza missionaria” dentro lo scenario nuovo – caratterizzato dal pluralismo culturale e religioso – che anche Brescia vive. In questo scenario va superata la frattura tra fede e vita e annunciato l’amore di Dio ad ogni creatura. Ecco allora le indicazioni, come quella rivolta alle unità pastorali di svolgere, almeno ogni dieci anni, una missione popolare. Monari insiste su una testimonianza di vita capace di quella gioia e di quella libertà che mostra come – anche di fronte alle sfide del male e del dolore – la fede cristiana sa rendere più umana l’esistenza.

“Se vogliamo che la Chiesa sia missionaria, debbono diventare missionari tutti i credenti”. Anzitutto con la testimonianza di una vita trasformata dal Vangelo.