Il mio Sì. Il nostro Sì!

Visto che ho la certezza assoluta che nella vita ciò che conta è solo amare, perché amo così poco? Perché, almeno da questo momento, non mi butto allo sbaraglio nel fuoco dell’amore, per rimanere lì a bruciare fino a consumazione totale? … Con l’aiuto di Dio sento, so che posso ancora imparare ad amare.

Annalena Tonelli, 25 Dicembre 1995

In uno dei biglietti augurali che ho ricevuto per l’ordinazione diaconale celebrata il 21 settembre, un caro amico mi ha Scritto la precedente citazione. Oltre alla gratitudine per la scoperta della storia della missionaria cattolica Annalena, al servizio in Africa per trentatré anni e uccisa nel 2003 da un commando armato nel centro assistenziale che dirigeva in Somalia, sono grato perché questo amico ha sintetizzato un sentimento che spesso ho sentito e sento abitare il mio cuore. I miei tanti limiti che sperimento nel cammino non spengono il desiderio di continuare l’apprendistato al servizio del popolo di Dio. Mi accorgo di quante cose sono cambiate negli anni, specialmente da quando ho intrapreso il seminario, ma questo motivo di fondo rimane: “so che posso ancora imparare ad amare”.

Due giorni fa il vescovo ha imposto le sue mani sul nostro capo, e con il dono dello Spirito ha ordinato diaconi me e altri tre amici. Diaconi prima del sacerdozio, ha ricordato Il vescovo Pierantonio, perché il pastore prima di tutto si mette al servizio prendendo esempio da Gesù: “il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45) (Dove per molti si intendono le moltitudini).

Il Sì che abbiamo ripetuto a Dio davanti al Vescovo, mi son reso conto in questi giorni, vibrava della mia voce unita alle molteplici tonalità di voce di tutti quei Sì che ho incontrato lungo il mio cammino. Primo quello dei miei genitori, dedicato a crescermi con amore, quello degli amici e dei fratelli che mi hanno preceduto in scelte di vita e per la vita. Il Sì di santi sacerdoti e formatori che ho incontrato e mi hanno testimoniato l’amore fedele e gratuito di Gesù. Il Sì di persone che con semplicità, nel quotidiano, hanno saputo compiere bene la loro missione per la comunità, in modo particolare per la cura dei malati, dei disabili, dei poveri, di coloro che stavano perdendo speranza. Il sì di donne che hanno donato la loro vita a Cristo e alla sua Chiesa con gioia. Il sì di famiglie aperte alla vita e all’accoglienza. Il sì di coloro che si impegnano per la vita pubblica, per l’educazione e la salute con carisma cristiano. Potrei proseguire con un lungo elenco, ma semplicemente vorrei dire che tutto ciò ha contribuito a desiderare di voler rispondere anch’io alla chiamata all’amore che il Signore ha messo nel mio cuore, dicendo il mio Sì e riconoscendo che questo amore viene da Lui.

Domenica 22 settembre ho battezzato per la prima volta 11 bambini. Tra i pianti e i gemiti dei piccoli ho sentito risuonare i Sì dei genitori e dei padrini e delle madrine che desiderano per questi nuovi cristiani una vita come figli di Dio e quindi educare e testimoniare loro che essere Cristiani è bello perché si è nel cuore del Padre e non c’è mancanza che possa impedire a Dio di amarci. Anche questi sì mi scaldano il cuore e incoraggiano a proseguire il mio cammino verso il sacerdozio, che a Dio piacendo, sarà a giugno 2020. 

Ringrazio la comunità per la preghiera con cui mi ha accompagnato e chiedo di continuare a ricordarmi al Signore.

Nicola

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Ordinazione diaconale di Nicola Mossi

Tu es sacerdos in aeternum

Con l’ascensione inizia la nostalgia del cielo. Di noi che restiamo nella storia, a fidarci di un corpo assente, a fidarci di una Voce. Ebbene, io sto con la voce. Continuo a starci. La senti cantare dentro, riaccendere, farti cuore. E l’assenza diventa una più ardente presenza. Nel racconto dell’ascensione, il Vangelo, a sorpresa, parla più di me che di Cristo. Io ricevo oggi la stessa consegna degli apostoli: annunciate. Niente altro. Non dice: organizzate, occupate i posti chiave, assoggettate, solo annunciate. Il vangelo. Non le vostre idee più belle, non la soluzione di tutti i problemi, non una politica, o una teologia, solo il Vangelo. E mi sembra persino facile, quando lo amo e lo respiro. Ce la farete, dice Gesù, certo fra sangue e prodigi, tra veleni e lacrime, tra parole che non vengono e parole irresistibili. Io ce la farò a trasmettere la Parola, a farla viva oggi, a renderla canto e sole. Anche se faccio fatica a credere, posso e devo aiutare altri a credere…

Una pennellata dopo l’altra, padre Ermes Ronchi* disegna con parole nitide, da assaporare e meditare, l’identità e l’essenza del sacerdote:

Io sto con la Voce.
Continuo a starci

La vocazione. Poi gli anni di studio, di meditazione e preghiera. Quindi la consacrazione ricevendo il sacramento dell’Ordine.

Ricordo che quando ero ragazzina il sacerdote era visto come un’autorità. A noi ragazzi veniva insegnato, quando lo incontravamo, di salutarlo con “riverisco”. Ciò contribuiva a renderlo distante, abitualmente sul pulpito o sull’altare.

Grazie al concilio vaticano II, oggi il sacerdote è uomo fra gli uomini, accanto ad essi come guida, ascolto, medico delle anime, punto di riferimento e mediazione tra il divino e  l’umano in perfetta sintonia con il sacerdozio di Cristo. Amministrando i Sacramenti dona ad ognuno di noi che formiamo comunità attorno al nostro pastore, la grazia divina che è cibo e sostegno per il cammino della vita, verso una continua crescita spirituale a cui siamo chiamati.

Conosco sacerdoti che hanno l’età dei miei figli, anche più giovani, che hanno ascoltato la Voce, compiendo la scelta estrema di riempire il loro cuore d’Infinito, soprattutto di questi tempi, in un mondo dove quasi tutto è apparenza, volubilità e seduzione. “L’essenziale è invisibile agli occhi” (A. De Saint-Exupery: Il piccolo principe): non per loro e li guardo con profonda ammirazione e con tanta materna dolcezza.

Una partita bellissima

È consuetudine che per le tappe del cammino verso il sacerdozio i seminaristi coinvolti scelgano una immagine con una frase evangelica. Qui sopra è riportata la lavanda dei piedi del Romanino dipinta nella Chiesa di Santa Maria della Neve a Pisogne, immagine che ho scelto, per il diaconato con i miei tre compagni, affiancata dalla frase “Li amò fino alla fine” tratta dal capitolo 13 del vangelo di Giovanni. Quando consegno questo segnalibro-promemoria richiedo sempre preghiera per il nostro passo ormai prossimo. Ho ricevuto risposte varie: alcuni mi hanno subito assicurato la loro preghiera, altri con un po’ di sottovalutazione mi hanno detto che la loro preghiera non vale molto ed io stupito controbattevo assicurando il valore della loro intercessione. Ricordare una persona, una situazione, una intenzione vuol dire portarla con semplicità al cuore luogo dove abita lo Spirito Santo che

… viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; 27e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio. (Rm 8, 26-27)

Senza accorgerci il nostro cuore si orienta ad accogliere amorevolmente quella persona, situazione o intenzione presentandola alle mani di Dio. Ritornando alle risposte ricevute una particolarmente divertente mi ha spiazzato. Un amico tifoso sfegatato di una squadra di calcio, che per par condicio non citerò, leggendo la frase mi dice stupito… è il motto della mia squadra… fino alla fine!

 Anche della mia! quando potevo andare a tifare la Leonessa basket lo gridavo anch’io, fino alla fine! È vero… fino alla fine. Un buon giocatore si allena per dare il meglio di se stesso, usa ogni energia disponibile fino alla fine. Così si manifesta la sua passione per lo sport che pratica, l’attaccamento alla sua squadra e a quanti credono in lui. Scelgo uno sport che mi garba particolarmente, il basket. Ogni minuto è importante, fino alla fine. Spesso si vedono ribaltoni che mai ci aspetteremmo e che stupiscono anche gli stessi protagonisti. Eppure anche nelle competizioni possiamo mettere tutto noi stessi, dare il meglio, e nonostante ciò potrebbe non bastare. Allora è tutta fortuna?? Beh nello sport c’è anche quella, ma nella vita? Nella vita possiamo incontrare eventi diversi, più o meno piacevoli o dolorosi, possiamo decidere se continuare a giocare la nostra partita fino alla fine. Sì, fino alla fine perché sappiamo che la nostra è una partecipazione a una partita più grande, fatta di tante persone e di un Capitano che ha giocato tutto sé stesso fino alla fine. Ed ha vinto definitivamente! Noi dobbiamo solo decidere se partecipare a questa bella partita che è già stata vinta; le cui gioie possiamo già pregustare e, ancor più bello, possiamo diventare collaboratori di questa gioia, cioè, con autenticità, possiamo trasmetterla anche a chi ci è vicino. 

È stato così per me, incontrare persone che stavano e stanno giocando la loro partita, ognuna a loro modo e con una intensità propria. Sì, sarebbe molto riduttivo fare confronti, e pure dannoso.

È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore. (Fil 2,13)

È Dio che ci dona la Grazia di correre in questa partita, a noi spetta solo di accogliere questo prezioso invito. Come già detto, a volte la vita presenta qualche infortunio, del fisico o del cuore, diventa ancora più importante chiedere la Grazia di poter continuare a giocare, di non scoraggiarsi e di cercare la vicinanza dei propri compagni ed il perdono se mi accorgo di aver sbagliato. È stato fondamentale avere un buon allenatore, il padre spirituale, il quale mi ha aiutato a capire come meglio giocare la mia partita a fianco del Capitano, colui che ci assicura la vittoria.

Gli educatori del seminario hanno contribuito ad una buona preparazione, a conoscermi di più per amare i miei doni ma anche i miei limiti. Attraverso questi ultimi capisco come è necessaria una squadra ed un Capitano. Da soli non si può vincere. Infatti i miei compagni di seminario e le persone che ho incontrato lungo il cammino sono state fondamentali, incontrarli è stato un dono, con loro ho sperimentato tanti assaggi di quella vittoria che ci aspetta. Oggi ringrazio il Signore per quanto mi ha concesso di percorrere e chiedo la Grazia della fedeltà al “contratto” o meglio al legame che sto per firmare. Il Capitano, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Come rispondere ad un amore così? Un amore che è gratuito, un amore che si china e che serve, che non finisce e che da compimento alle nostre vite?

Nicola Mossi

Dai ponteggi al confessionale

Classe 1987 e originario di Teglie di Vobarno, don Marcellino Capuccini Belloni ha svolto il servizio come diacono nell’up Don Vender. Sabato 8 giugno verrà ordinato sacerdote in Cattedrale dal vescovo Pierantonio

Nel suo destino, evidentemente, c’erano le chiese. Don Marcellino, classe 1987, è entrato in Seminario all’età di 25 anni dopo la maturità classica a Salò e la laurea in Lettere (indirizzo Beni culturali). Durante l’università lavorava nell’azienda di restauro (Gianotti) della famiglia. Grazie all’attività dei suoi genitori è sempre stato, quindi, a contatto con il mondo delle chiese. “Ci chiamano a rendere nuovamente bello un luogo di culto. E questo mi ha sempre colpito e attratto, perché collegare a Dio qualcosa di bello rappresenta un aspetto significativo. Mi ricordo che un committente, un giorno, mi disse: ‘Ricordatevi sempre che di fronte a questo quadro la gente prega’. Tante volte si entra in una chiesa con l’idea di visitare un museo, ma la chiesa è un luogo dove si prega. Rendere nuovamente bello un luogo di preghiera non è la stessa cosa di rendere bello un museo. La bellezza dell’arte legata alla liturgia, senza cadere in forme stravaganti, è stata indirettamente determinante”. Testimonianza visibile del Creato e del divino, l’arte diventa anche strumento di evangelizzazione. Nella storia, sostiene Papa Francesco, l’arte “è stata seconda solo alla vita nel testimoniare il Signore. Infatti è stata, ed è, una via maestra che permette di accedere alla fede più di tante parole e idee, perché con la fede condivide il medesimo sentiero, quello della bellezza”.

Don Marcellino ha respirato la fede tipica di una piccola comunità di montagna. Ha due sorelle, una più grande e una più piccola, e tre nipoti. È cresciuto a Teglie di Vobarno: sua madre è trentina, mentre il padre è bresciano. All’età di 15 anni si è trasferito a Roè Volciano. Negli anni di formazione in Seminario è stato a Rezzato, prefetto al Seminario minore, a Tremosine, all’unità pastorale di Casto, Comero e Mura e da diacono quest’anno era nell’unità pastorale cittadina intitolata a don Giacomo Vender (Divin Redentore, S. Giovanna Antida, Santo Spirito e Urago Mella). Ha sempre cercato “di essere aperto a tutto il mondo ecclesiale (movimenti, associazioni….), tenendo un equilibrio generale. Ho avuto la fortuna di crescere in una piccola parrocchia di montagna, a Teglie di Vobarno: le liturgie non erano solenni come quelle del Duomo, ma la liturgia era curata e ben partecipata”. Nel suo cammino verso il sacerdozio ha potuto conoscere “preti e religiose in gamba. Non pensavo di diventare un sacerdote, perché pensavo di più a costruire una famiglia. Quando mi sono interrogato sull’ingresso in Seminario, ho ritrovato alcuni punti, cioè alcuni segnali: il servizio come ministrante, l’attività in oratorio, l’esperienza con gli scout e anche l’impegno in politica dove ero consigliere comunale”.

A pochi giorni dall’ordinazione, è grande il suo sentimento di gratitudine nei confronti del Seminario: “Con le fatiche dei vari cambi, provo la commozione di chi lascia un posto”. Don Marcellino è “molto apprezzato dall’intera comunità” come conferma l’amico Fabio. È sembrato chiaro a tutti che quella del seminario fosse la sua strada e che ha fatto bene a percorrerla. Sarà sicuramente – conclude – un modo da parte sua per dedicarsi al prossimo come probabilmente è sempre stato portato a fare. Ha fatto una scelta a dir poco ammirabile”. “Non vi è niente di più bello – come affermò Benedetto XVI in occasione dell’inizio del suo ministero petrino, il 24 aprile del 2005 – che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con Lui… Solo in quell’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quell’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera”. Don Marcellino ha scelto di spendere ancora (dopo l’impegno in oratorio e per il proprio Comune) la sua vita per gli altri attraverso il sacramento dell’ordine.

La tua scelta vocazionale non è stata un fulmine a ciel sereno…

Rileggendo la mia storia nell’anno in cui ho deciso di entrare in seminario, ho notato che c’erano già dei punti luce in merito alla mia scelta vocazionale. Quindi ho ricollegato diversi aspetti: il chierichetto da piccolo, gli Scout, le attività in oratorio e la partecipazione politica. Ho fatto il consigliere comunale del mio paese finché non sono entrato in seminario, dopodiché ho dovuto dare le dimissioni per l’incompatibilità dei ruoli. Anche lì ho trovato nella persona del sindaco di allora (Emanuele Ronchi), una persone che, a prescindere dall’appartenenza, voleva molto bene al nostro paese: aveva un interesse verso l’umano prima che verso la politica.

Come rileggi le esperienze che hai fatto durante la formazione?

Sono stato fortunato perché mi hanno sempre mandato da preti molto bravi: sono stato a Rezzato (S. Carlo) con don Gelmini, al Seminario Minore come prefetto con don Giorgio Gitti, a Tremosine con don Ruggero Chesini, nel Savallo con don Marco Iacomino e adesso sono all’Unità pastorale don Vender con don Gianluca Gerbino e don Giovanni Lamberti. Ho avuto, quindi, la fortuna di vedere, pur nei caratteri diversi, dei preti innamorati di Dio e molto attenti anche all’aspetto della vita fraterna. Poi c’è la bellezza di essere inviato e di non decidere dove andare. Siamo mandati nelle parrocchie per imparare. Mi è rimasta impressa la frase che mi ha detto un sacerdote qualche mese fa: “Quando ci chiedono come ci troviamo, è una domanda un po’ mal posta, perché noi non siamo mandati per trovarci bene, ma per servire a prescindere dal modo in cui viviamo il luogo.

Il lavoro con la tua famiglia è stato un elemento importante, ma in oratorio hai trovato la tua dimensione grazie ad alcuni momenti significativi (grest, campi estivi, esperienze di carità)…

Tutte queste attività mi hanno sempre fatto sentire a casa. E all’interno dell’oratorio ho visto fiorire vocazioni, come quella di don Roberto Ferrari, che è entrato in seminario quando io frequentavo la prima superiore. Vedere il cammino di qualcuno che aveva all’incirca la mia età, era nella mia compagnia di amici e ha scelto di fidarsi di Dio è stato determinante nel momento in cui anch’io ho dovuto fare la scelta. Ha potuto farlo lui, quindi perché non potevo farlo anch’io?

Di fronte a una scelta definitiva come il sacramento dell’ordine, è normale avere un po’ di sana preoccupazione…

Tremano le gambe come davanti ad ogni cammino impegnativo, che è tale perché è bello e dà gioia. Non sono spaventato, ma so che sarà difficile. Quando si esce dalla sfera di cristallo del seminario, la realtà è quella quotidiana. Quindi più che spaventato, di sicuro so che dovrò affrontare un impegno determinante che responsabilizza. Se leggiamo i segni dei tempi, più che considerare gli errori del passato, consideriamo ciò che il Signore ci sta dicendo oggi. In primis non dobbiamo pensare di essere preti soli, ma preti che collaborano perché parte di un presbiterio. Secondo, per evitare l’esaurimento, io continuo ogni giorno a ricordare che ci sono anche dei coordinatori laici a cui poter delegare alcune mansioni. Quindi chiedo che ci lascino fare i preti, che non significa fare i lazzaroni, ma significa che ci diano la possibilità di occuparci delle peculiarità delle mansioni sacerdotali.

Ci sono dei Santi ai quali ti senti particolarmente affezionato?

Ci sono più figure che sono state di riferimento nella mia vita. Se penso ai Santi, non posso non citare Francesco di Sales e Angela Merici. Francesco di Sales per quanto riguarda l’accompagnamento spirituale, soprattutto nella scelta vocazionale. Angela Merici invece perché è stata “donna di profezia”, che ha saputo leggere ciò che il Signore voleva ma che sarebbe stato di difficile attuazione in quel momento. Una donna di dialogo, una donna aperta a parlare anche con chi non la pensava nello stesso modo della Chiesa e soprattutto una donna che ha saputo mettere al centro la figura femminile, tutelandola sempre.

Così sarai “memoria vivente” dello spirito di S. Rosa Venerini

Carissima sr. Maria Pia,

a nome di tutte le Consorelle, rendo grazie a Dio per i tuoi 70 anni di donazione totale a LUI e ai Fratelli. Il tuo è stato un lungo cammino che io ho avuto la gioia di condividere per dieci anni, qui a Leno. Sono stati anni preziosi perché in te ho trovato una sorella, una madre, un’amica che mi ha sempre sostenuta e incoraggiata e con la quale ho sempre potuto parlare di tutto; anche di questo ti dico GRAZIE.

Tu hai saputo vivere, come dice santa Teresina, “facendo le piccole cose come se fossero grandi e le grandi con  umiltà, come se fossero piccole.” Questo è amore, questa è santità. Auguriamocela scambievolmente.

Il tuo esempio di fedeltà, di gioia, di preghiera, di stupore per tutto quello che la vita ogni giorno ti ha offerto sono stati una testimonianza unica per me e per le Persone che hai avvicinato. Anche per tante di loro ti dico GRAZIE. Il Signore ti conceda di continuare a portare la Gioia del Vangelo con il sorriso sempre pronto per tutti e con la voglia di essere ancora un piccolo strumento nelle sue mani. Così sarai “memoria vivente” dello spirito di Santa Rosa Venerini per ogni Maestra Pia e per tutto il popolo di Dio.

Ti voglio bene! Il Signore ti mostri sempre il suo Volto, ascolti le tue preghiere e benedica tutte le Persone che porti nel cuore!

Sr. Graziella

Costruzione e consacrazione della chiesa di San Michele

Notizie tratte dal libro del Sig. Luigi Cirimbelli “Milzanello”

La nostra chiesa fu voluta dalla famiglia Uggeri quando, nel 1424, prese possesso definitivamente del vecchio castello che i nuovi proprietari sistemarono più comodamente per adibirlo a loro dimora.

Quando e dove sia sorto precisamente il primitivo tempio in onore di San Michele, patrono dei Longobardi, è difficile stabilirlo; senza dubbio fu tra le prime chiese dipendenti dalla Badia di Leno. La primitiva chiesa non corrispondeva alle esigenze della popolazione e rischiava di cadere in rovina.  Gli Uggeri iniziarono, allora, l’opera di ricostruzione della chiesa parrocchiale dando così ai fedeli la possibilità di adempiere ai loro doveri religiosi.

Nel 1462 il vescovo di Brescia Mon. Bartolomeo Malipiero diede la facoltà della consacrazione del nuovo tempio. La solenne cerimonia si svolse con una eccezionale partecipazione di clero e religiosi e di un folto numero di fedeli. Ogni anno nella comunità di Milzanello viene festeggiato con entusiasmo San Michele. Per parecchio tempo la festa fu spostata alla domenica, mentre ora, dopo l’arrivo di Mon. Palamini, le celebrazioni si svolgono il 29 settembre giorno dedicato al santo.

Quest’anno le giornate di festa sono state tre:
venerdì 29 settembre, santa Messa solenne  e piccolo momento di condivisione;
sabato 30 settembre, cena per tutti con musica e danze;
domenica 1 ottobre, ore 15 vespri solenni e a seguire giochi e merenda per piccoli e grandi.

Un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito alla buona riuscita delle manifestazioni celebrative.

Il vangelo di Cristo è parola di speranza per ogni uomo

Omelia del vescovo Luciano nell’ordinazione episcopale di mons. Ovidio Vezzoli – Cattedrale di Brescia, 02 luglio 2017

Amare Gesù più che il padre, la madre, il figlio, la figlia; prendere sulle spalle la propria croce e mettersi in cammino al seguito di Gesù; perdere la propria vita… non si può certo dire che questo vangelo sia accomodante. È soprattutto il confronto con i genitori e con i figli che ci colpisce. Se Gesù avesse parlato dei soldi, della carriera, del successo, e avesse detto che dobbiamo amare Lui più di tutte queste cose avremmo capito. Ma i genitori… come si fa a fare un confronto? Verso di loro abbiamo un debito che non riusciremo mai a estinguere; e i figli… come porre limiti all’amore per loro? Eppure il vangelo va preso così, proprio come suona, senza addolcirlo o sfibrarlo: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me. Chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me” Possiamo spiegare che non si tratta di avere più o meno affetto, ma di collocare l’obbedienza a Gesù prima del desiderio di compiacere agli altri, fossero pure le persone a noi più vicine e più care. Ma come si giustifica un’esigenza così radicale?

La religione come conforto in mezzo alle molte tribolazioni della vita è facilmente compresa e apprezzata da molti; così pure la religione come modo di dare significato agli eventi più intensi della vita – la nascita, il passaggio all’età adulta, il matrimonio, la malattia, la morte: l’uomo ha bisogno che la sua vita non appaia insignificante e i riti religiosi sono lo strumento più efficace a questo scopo. Ancora è apprezzata la religione quando si esprime in volontariato, servizio sociale, istituzioni di beneficenza. Ma il cristianesimo non è solo questo; il cristianesimo ha la pretesa di offrire all’uomo un orizzonte ultimo e vero di significato che motivi tutte le sue attività, misuri il loro valore, orienti il loro svolgimento. Mentre penso queste cose mi rendo immediatamente conto di quanto esse debbano apparire inattuali all’uomo di oggi. La società contemporanea non è più la società medievale che poteva organizzarsi attorno ai monasteri e alle chiese. È una società che ha sviluppato innumerevoli linee di interesse e di azione secolare: scienza e tecnologia, politica ed economia, arte e musica, educazione e diritto… ciascuno di questi ambiti con le sue leggi proprie, con una serie infinita di specializzazioni che richiedono studio, applicazione, esperienza. Come pensare che un uomo singolo, vissuto in un piccolo angolo della terra, quando ancora di tutto questo mondo moderno non c’era sentore alcuno, possieda il segreto per dare il giusto senso al mondo dell’uomo e al cosmo stesso? Come pensare che il rapporto con lui sia decisivo per il senso di ogni esistenza umana? Eppure solo questo darebbe un fondamento ragionevole alla pretesa di Gesù: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me…”

Caro Ovidio, sono felicissimo di poterti imporre le mani, insieme ai vescovi conconsacranti e a tutti i vescovi presenti perché tu possa, per il dono dello Spirito Santo, servire la chiesa di Fidenza come vescovo. È una vocazione bella, quella dell’episcopato, e prego il Signore che tu possa viverla nella gioia per tutti i singoli giorni del tuo servizio. Con l’elezione del Papa e l’ordinazione di oggi entri nel collegio dei vescovi e a Fidenza sarai il segno della comunione cattolica che si costituisce attorno al vescovo di Roma; nello stesso tempo, vieni messo a capo del presbiterio fidentino per essere origine e strumento dell’unità di tutti i presbiteri. Sarai dunque uomo di comunione; ti verrà chiesto non di essere genialmente originale, ma di essere creativamente fedele perché l’unica Chiesa possa manifestarsi a Fidenza attraverso la tua parola, il tuo servizio liturgico, il tuo governo, la tua persona. L’ordinazione è il segno che non ti assumi questo incarico da te stesso, ma che sei mandato da Gesù stesso attraverso la chiamata concreta della Chiesa. Consapevole di questo, potrai e dovrai rimanere umile sapendo di portare un tesoro prezioso in un vaso d’argilla; ma soprattutto dovrai amare Gesù sopra ogni altra cosa, dovrai servire il Regno di Dio mettendolo al primo posto nei tuoi interessi.

Siamo allora rimandati all’interrogativo iniziale: che senso ha oggi sottomettersi a Cristo e avere Cristo come orizzonte di riferimento della propria vita? Di Gesù è scritto che è passato in mezzo a noi facendo del bene e sanando tutti quelli che erano sotto il potere del male perché Dio era con lui. Ebbene, la relazione con Gesù serve a costruire questo tipo di uomo: che passi facendo del bene, che si confronti vittoriosamente col male perché ha in sé la forza di amore che viene da Dio solo. Ora, è proprio su questo campo che si gioca la partita decisiva del futuro del mondo. Se l’uomo è saggio e buono anche i suoi progetti e le sue azioni diventeranno saggi e buoni; ma se l’uomo è sciocco perché valuta più l’apparenza che la realtà, se è malvagio perché pone il suo vantaggio particolare prima della giustizia, se è avido e si serve della conoscenza come di uno strumento per prevalere sugli altri, il risultato non potrà che essere il declino della società. Fare l’uomo saggio e buono, giusto e generoso. Questo è l’obiettivo del vangelo e questo è il servizio che viene affidato a te, caro Ovidio, e al presbiterio di Borgo san Donnino insieme con te. Sappiamo di essere deboli, ma sappiamo anche che il vangelo è forza di Dio; siamo un piccolo gregge, ma il vangelo di Cristo è parola di speranza per ogni uomo, nessuno escluso.

La parola di Dio rivolta all’uomo gli dà un’identità forte, lo rende responsabile, muove il suo cuore a desideri grandi, colloca la sua vita entro un disegno universale di amore e di fraternità. Il battesimo, abbiamo udito da Paolo, innesta l’uomo nel mistero pasquale di Cristo perché possa vivere per Dio, come creatura nuova. La fraternità ecclesiale fa del presbiterio e di tutta la Chiesa locale un cuore solo e un’anima sola perché la civiltà dell’amore non appaia un’utopia irrealizzabile, ma un progetto di vita da perseguire con lucidità e perseveranza. Questa è la missione magnifica del vescovo e dei suoi preti. Per questa missione vale la pena giocare tutto.

Ma il vangelo ci ricorda anche: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me”. La croce del vescovo; che non è più pesante di quella di un prete e nemmeno di quella di un padre di famiglia, ma che ha le sue caratteristiche proprie. La prima, paradossalmente, è l’obbedienza: se qualcuno pensa che il vescovo possa fare quello che vuole e che il suo compito consista nel comandare, si sbaglia, e di grosso. Il vescovo è al servizio della diocesi, dei preti, di chiunque abbia un qualche sofferenza da esprimere o qualche speranza da nutrire; il suo tempo non è più privato, ma si riempie a partire dalle esigenze, dai bisogni, dai desideri di altri. Ma questa obbedienza è preziosa: nasce dall’amore e diventa poco alla volta la via della libertà da se stessi, dai propri programmi, dalle proprie preferenze. Pesante sì, la croce dell’obbedienza, ma sana, liberante.

La seconda croce è la responsabilità. Grazie a Dio, un vescovo ha numerosi collaboratori senza i quali potrebbe fare ben poco. Ma la responsabilità, alla fine dei conti, ritorna su di lui; e ci vuole forza per portarla. Bisogna non sottrarsi furbescamente, non scaricare le responsabilità sugli altri, non cercare giustificazioni. La saggezza popolare dice che la colpa è una brutta donna che nessuno vuole sposare; beh, un vescovo è chiamato a sposarla e a esserle fedele per tutta la vita. Ma anche qui c’è un frutto prezioso, quello dell’umiltà – così necessaria per chi ha un’autorità grande, ma così difficile da imparare. Forse il peso della responsabilità procurerà qualche notte insonne, ma nello stesso tempo cancellerà ogni tentazione di autosufficienza.

Terza croce: l’inadeguatezza. Non mi riferisco alla carenza di autostima, ma a qualcosa di più profondo. Un vescovo è chiamato a condividere la compassione di Gesù, come è scritto: “Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.” È questo spettacolo, che un vescovo ha sempre davanti agli occhi, che non lo lascia tranquillo e che lo fa sentire inadeguato. Come un pastore che vede il suo gregge assediato da pericoli mortali e ha l’impressione di non riuscire ad approntare una difesa adeguata. Non per nulla nel vangelo l’osservazione di Gesù è seguita dal comando: “La messe è abbondante, ma pochi sono gli operai! Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe.” Il senso di inadeguatezza ci fa soffrire, ma non ci avvilisce; piuttosto ci obbliga a pregare, ricordando che salvatore del mondo è Dio, non noi; che a noi viene chiesto di fare con intelligenza e amore il possibile, poi di lasciare a Dio di compiere l’opera. La preghiera diventa allora lo strumento supremo e insostituibile del ministero: “Rafforza, Signore, l’opera delle nostre mani!”

Ora tocca a te, Ovidio carissimo: metti in memoria il vangelo che oggi è stato proclamato per tutti ma in modo particolare per te. Meditalo e amalo e desideralo e cerca di viverlo. Il resto lo farà il Signore.

S.E. Luciano Monari

Chiesa di Dio, popolo in festa

Tra le case ove ferve la vita ce n’è una con la porta aperta per chi vuole entrarvi: la CHIESA.

È la casa dei Figli di Dio, la grande famiglia umana. Eccoci, siamo venuti! Meglio dire: “Siamo stati convocati”.

Il Vescovo è tra noi, il suo saluto è augurio di pace ricambiato con gioia. È festa oggi, domenica particolare; si celebra a Porzano “la dedicazione della Chiesa Parrocchiale”, edificata da oltre 250 anni. Noi di Leno vi siamo legati.

La liturgia ha similitudine a quella battesimale. La Benedizione dell’acqua con l’aspersione dà inizio alla cerimonia: è la Benedizione del Popolo Santo, pronto ad accogliere la Parola di Dio di questa sesta domenica del Tempo Ordinario. “Voi siete il Sale della terra… Voi siete la Luce del mondo…” è parola del Signore proclamata dall’ambone; l’assemblea ascolta in piedi e, con la sua risposta, manifesta il Volto di Amore del Padre. Il canto delle Litanie dei Santi unisce la Chiesa della terra alla Chiesa del Cielo; è un coro stupendo di voci che ripetono “prega per noi” Maria la Madre di Gesù e Madre nostra apre lo stuolo di Santi. San Martino, nostro patrono intercede per noi, “pietre vive”.

Segue profondo, commosso silenzio: il Vescovo unge con il Sacro Crisma le pareti della Chiesa, le colonne sulle quali verranno affisse le dodici croci: è il segno visibile del Mistero di Cristo e della Chiesa Sua Sposa. Ora il fumo dell’incenso sale gradito a Dio, è profumo di Cristo. Un fascio di luce avvolge il Sacro Tempio. La “Luce di Cristo” illumina l’edificio, il volto, il cuore di tutti i presenti chiamati ad essere “la luce del mondo”.

La chiesa risplende ed è tutta bella d’arte, d’armonia. Alla nostra Chiesa particolare si addicono le espressioni stupende dedicate alla Chiesa Universale: “Chiesa Santa, vigna eletta del Signore, Chiesa Beata, dimora di Dio, Chiesa Sublime, ove splende perenne la lampada dell’Agnello”, lieta risuoni la Liturgia di Lode e la Voce degli uomini; da te salga “la preghiera incessante per la Salvezza del mondo”.

Sr. Maria Pia

Guarda le immagini della cerimonia:

Consacrazione della chiesa di Porzano

Indirizzo al Vescovo – Dedicazione della chiesa parrocchiale di Porzano

Porzano di Leno
05 febbraio 2017

Eccellenza,
benvenuto!

Oggi la nostra chiesa è vestita a festa perché vogliamo che sia segno di quella “Gerusalemme nuova”, annunciata dall’Apocalisse “che scende dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21,2). Intendo, certo, parlare di questo bell’edificio, che i nostri padri ci hanno lasciato e che, per il desiderio e l’impegno di ogni porzanese, è stato rinnovato e riportato al suo antico splendore. Ma questa bella chiesa può parlare e farci incontrare lo Sposo, solo se esprime la Chiesa fatta di pietre vive, chiamate ad edificare il Corpo di Cristo.

E’ per questo che, mentre Lei dedica questo tempio fatto di pietre inerti, eppure bello, le chiediamo di potersi unire alla nostra preghiera perché, ora che abbiamo ridato splendore all’edificio, non abbiamo ad arrossire nel confronto con la sua bellezza. L’impegno che abbiamo impiegato per quest’opera sia solo il segno di quanto più vogliamo impegnarci per rendere splendente quella comunità piccola, ma pur sempre espressione della Sposa amata da Cristo-Sposo, che vive in Porzano.

La bellezza di questo tempio, ora che verrà unto col sacro crisma, richiami sempre la nostra unzione crismale del battesimo e della cresima, e le dodici croci che verranno apposte sulle pareti, segnate dall’unzione crismale, ci aiutino a fare continua memoria della fede che i dodici Apostoli ci hanno tramandato.

L’evento che oggi celebriamo rafforzi in noi il proposito di vivere come comunità cristiana tesa al costante rinnovamento, aperta all’opera plasmatrice dello Spirito, che ci ha resi figli, pronta a compiere sempre la volontà di Dio, amandolo sopra ogni cosa e, in Lui, amando il prossimo.

Eccellenza, desideriamo che ciò che compiamo oggi non sia una semplice manifestazione esterna, che ci permette di radunarci in tanti e fare festa, ma, oserei dire un “sacramento”, cioè un segno efficace della volontà concreta di rinnovamento, per essere davvero ciò che siamo: sale della terra e luce del mondo, così che le nostre opere buone possano indurre gli uomini a rendere gloria a Dio Padre insieme con noi.

In questo giorno non possiamo non ricordare coloro che hanno servito questa comunità, tenendone viva la fede: tutti i sacerdoti, tra i quali ricordiamo gli ultimi parroci: don Greci, don Portesani, che stanno già godendo il premio eterno; don Roberto Rovaris, che ci dà la gioia della sua presenza; i sacerdoti originari di Porzano: don Luigi Pellegrini, che è presente, don Giancarlo Freretti, che per motivi di salute non è fra noi, ma che mi ha chiesto di portare il suo saluto e assicura la sua preghiera (lo ricordiamo in modo particolare sia per la sua salute, ma anche perché oggi ricorre il suo compleanno); non posso dimenticare le suore “Umili serve del Signore”, che hanno operato nel passato in questa nostra comunità; e suor Bertilla Bonometti, che nel silenzio del monastero del Buon Pastore, segue con amore la sua comunità di origine, prega costantemente per noi e oggi in modo particolare si unisce spiritualmente a noi. Un saluto e un grazie riconoscente ai curati, in particolare a don Alberto, in prima linea nell’animare questa comunità, a don Davide, don Ciro, don Renato, don Riccardo.

Un grazie a tutti voi qui presenti, che rendete piena la nostra gioia. Un saluto a tutte le autorità, in particolare alla Dott.ssa Cristina Tedaldi, Sindaco di Leno, alle Associazioni e a quanti benevolmente si uniscono alla nostra gioia. Un ricordo particolare a coloro che non possono essere presenti a causa della loro infermità o dell’età avanzata.

Grazie a Lei, eccellenza, per il grande dono che ci fa oggi.

Consacrazione della chiesa di Porzano

Video: Consacrazione della Chiesa di Porzano

Domenica 5 Febbraio 2017 il Vescovo Luciano Monari ha consacrato la Chiesa di Porzano. Noi del gruppo OnAir abbiamo partecipato all’Evento realizzando delle interviste ai partecipanti e questo breve video riassuntivo.

Interviste – Consacrazione della Chiesa di Porzano