Cristo è risorto

Van. Gv 20.1-9 commentato dal Vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

1Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

Cristo va incontro alla morte

Van. Gv. 12,12-16 commentato dal vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

Il giorno seguente, la gran folla che era venuta alla festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme, uscì a incontrarlo, e gridava: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!».

Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto:
«Non temere, figlia di Sion!
Ecco, il tuo re viene,
montato sopra un puledro d’asina
!».

I suoi discepoli non compresero subito queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, allora si ricordarono che queste cose erano state scritte di lui, e che essi gliele avevano fatte.

Vogliamo vedere Gesù

Vangelo di Giovanni 12,20-33 commentato dal Vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada.

20Tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. 21Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 22Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. 23Gesù rispose: «E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. 24In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. 27Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! 28Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».

29La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». 30Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». 33Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

Chiunque crede in lui ha la vita

Van. Gv 3,14-21 commentato dal vescovo di Brescia, mons. Pierantonio Tremolada

14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è gia stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

Distruggete questo tempio e lo farò risorgere

Il vescovo Pierantonio commenta il vangelo di questa domenica, Gv 2, 13-25.

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo.

L’avventura dell’amore è il vero “viaggio di nozze” della vita di coppia

Un commento al capitolo IV della Amoris laetitia

I nostri gruppi famiglia quest’anno stanno vivendo il loro percorso accompagnati dal testo dell’Amoris Laetitia di Papa Francesco. Nel mese di gennaio ci siamo soffermati sul capitolo terzo. Mi pare utile integrare e condividere con tutta la comunità, durante quest’anno pastorale, le riflessioni di studiosi o pastoralisti che hanno approfondito alcuni capitoli della esortazione stessa, come in questo caso mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara.

Per trovare il centro di gravità di Amoris Laetitia suggerisco un’immagine: quando la donna apre la custodia che contiene l’anello di fidanzamento su cui è incastonato un diamante, ammira anzitutto lo sfavillio del gioiello d’incalcolabile valore. Il capitolo IV: L’amore nel matrimonio è il diamante dell’Esortazione Apostolica.

Il “lavoro” dell’amore. 

Papa Francesco inizia così: “Tutto quanto è stato detto [fino ad ora] non è sufficiente ad esprimere il vangelo del matrimonio e della famiglia se non ci soffermiamo in modo specifico a parlare dell’amore” (n. 89). L’amore va portato alla parola e l’eco che vi risuona è la promessa. La promessa della grazia di agape [l’amore disinteressato] porta a compimento il lavoro di eros [l’amore di attrazione]. Il dono dell’amore è presente come promessa, ma assente come pieno compimento. Ha bisogno che il lavoro di eros sia plasmato dalla grazia di agape. L’Esortazione svolge una riflessione affascinante sul “lavoro” dell’amore sulla traccia dell’inno all’agape di san Paolo (1Cor 13). Parla dell’amore umano prima che cristiano e suggerisce che l’amore umano è un labor – un cammino e una lotta – che è messo in moto dalla promessa dell’agape cristiana. Il Papa attribuisce al soggetto (La carità è…) i verbi e le azioni dei sentimenti dell’amore, perché trovino la via per essere lavorati dalla presenza della grazia. Qui sta la “magia” del cammino dell’amore! In tutte le lingue moderne la parola amore significa sia la passione di eros che il dono dell’altro. Francesco abita senza paura la parola amore, parlando per trenta numeri de “il nostro amore quotidiano” (90-119). È un affascinante affresco del “prodigioso scambio” di eros e agape, nel tessuto della vita d’ogni giorno dell’uomo e della donna. Questo è il diamante di Amoris Laetitia, che brilla della forza libera, sciolta e serena della laetitia francescana.

La “più grande amicizia”

[…] Con realismo papa Francesco nel seguito del capitolo svolge il cammino storico dell’amore (nn. 120-162) e le sue trasformazioni (163-164). Egli afferma, infatti, che “non si deve gettare sopra due persone il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa” (n. 122). Tra l’amore di Cristo per la sua Chiesa e il rapporto uomo donna esisterà sempre un’asimmetria invalicabile e un insopprimibile rimando. Per questo il Papa nel bel n. 123 sulla scorta di Tommaso definisce l’amore coniugale come “la più grande amicizia” (maxima amicitia). Nel rapporto uomo donna la differenza assume i tratti della sponsalità esclusiva e dell’apertura al definitivo.  Secondo le parole di san Bellarmino ciò non può accadere “senza un grande mistero” (n. 124) […]. Lo sguardo di papa Francesco sulla “drammatica” dell’amore arricchisce la famiglia dell’eloquenza di gesti affascinanti. La vicenda di una coppia e la generazione dei figli deve viaggiare tra le false idealizzazioni e le cadute deprimenti. È un’armonia di note che risuonano nella vita della famiglia […].

Le trasformazioni dell’amore.

Infine, corona questo capitolo-gioiello un cenno (nn. 163-164) sulle “trasformazioni dell’amore”. Se l’amore è un labor, un cammino e una lotta, esso è soggetto alla trasformazione delle sue figure. Solo l’assolutizzazione della forma romantica dell’innamoramento, spesso con fantasmi fortemente adolescenziali, produce un’esaltazione e un’idealizzazione dei modi dell’amore. Papa Francesco racconta le cose essenziali sui cambiamenti dell’amore. Anzitutto, il prolungamento della vita prospetta un mutamento della relazione intima e del senso di appartenenza per più decenni successivi, spostandosi dal desiderio sessuale al sentimento di complicità. Occorre sviluppare altri tipi di appagamento che rendono capaci di godere le diverse età della vita, la generazione dei figli, e la ripartenza con la venuta dei nipoti. Infine, la fedeltà al proprio progetto di vita genera forme simboliche di condivisione che talvolta si scoprono soprattutto con la perdita del partner. Un testo sintetico dice bene la capacità di realizzare la totalità, talvolta debordante dell’amore erotico, nella dedizione profonda dell’amore di benevolenza. Rileggiamo questo brano: “Ci si innamora di una persona intera con una identità propria, non solo di un corpo, sebbene tale corpo, al di là del logorio del tempo, non finisca mai di esprimere in qualche modo quell’identità personale che ha conquistato il cuore. Quando gli altri non possono più riconoscere la bellezza di tale identità, il coniuge innamorato continua ad essere capace di percepirla con l’istinto dell’amore, e l’affetto non scompare. Riafferma la sua decisione di appartenere ad essa, la sceglie nuovamente ed esprime tale scelta attraverso una vicinanza fedele e colma di tenerezza. La nobiltà della sua decisione per essa, essendo intensa e profonda, risveglia una nuova forma di emozione nel compimento della missione coniugale” (Amoris laetitia n. 164). Proprio nelle trasformazioni dell’amore la grazia di agape è capace di attivare il lavoro di eros, attraverso la feconda gestazione dell’“amicizia più grande”. Eros, philía [amicizia] e agape celebrano la loro danza circolare nella fecondità di un cammino che s’irradia sui sentieri della vita. Questa sintesi dell’amore è il riverbero della pericoresi trinitaria nella storia, non un suo facile rispecchiamento, né solo un trionfale inveramento, ma la sua “incarnazione” nella relazione tra l’uomo e la donna.  In sintesi, potremmo dire che che la carità è il cardine della salvezza. Se all’inizio Dio “uomo e donna li creò” nella tenerezza preveniente del dono, la misericordia di Cristo “uomo e donna li unirà” nel cammino con cui la grazia di agape porta a pienezza il lavoro di eros. Solo affidandosi alla relazione promettente nell’attraversamento del deserto della vita, l’uomo e la donna entreranno nella terra promessa in cui scorre in abbondanza la gioia.

Perché Gesù scaccia i venditori del tempio?

Commento a GV 2, 13-25

Gli esseri umani sono capaci di desideri, sogni, aspirazioni. Se desideriamo qualcosa in particolare, noi ci concentriamo su quella cosa e arriviamo a farla diventare per noi un obbiettivo da raggiungere, una meta. La meta può essere anche distante perché magari è lontana nel tempo.

Pensiamo ad esempio alla meta di una laurea o di un diploma che richiedono anni di studio, alla meta del matrimonio che richiede anni o mesi di fidanzamento, oppure alla meta di un lavoro che richiede anni di formazione.

La distanza della meta può essere data anche dal fatto che vi sia molto spazio che separa il punto di arrivo e quello dove ci troviamo. Prendiamo per esempio un pellegrinaggio che si trovi a migliaia di chilometri da casa, sappiamo che per raggiungerlo bisogna mettersi in viaggio e percorrere molta strada. Se anche la meta fosse lontana ma io la desidero, sono disposto ad affrontare la distanza. Devo, comunque, essere consapevole che più la meta é distante, più sarà l’impegno che mi verrà richiesto e più impegno vuol dire maggior fatica e maggior fatica porta stanchezza.

La stanchezza deve essere gestita e controllata altrimenti rischia di diventare un problema perché può creare confusione e farti desistere dalla meta. Tutti, in seguito a momenti di particolare stanchezza, abbiamo sperimentato come quegli obbiettivi che ci eravamo posti, non sembravano più cosi appetibili e magari li abbiamo ridimensionati o addirittura abbandonati. Per rafforzare quanto ho appena detto, porte alcuni esempi: molte volte mi capita di incontrare coppie di sposi o fidanzati che vivono momenti anche lunghi di difficoltà relazionale. Con loro, cerco di andare a vedere (se possibile) cosa li ha messi assieme e cosa si erano proposti di costruire assieme, in altri termini che meta di vita si erano dati perché la stanchezza della relazione quando non viene gestita, molto spesso offusca la capacità di perseguire di obbiettivi e ci si trova distanti.

Faccio un secondo esempio: spesso ho portato ragazzi in montagna per le attività invernali o estive e quando si va in montagna con l’Oratorio una delle cose che caratterizza le esperienze della vita comunitaria, sono le escursioni, magari per raggiungere la vetta di un monte o un passaggio significativo. Ho sempre sperimentato che l’idea di trovarci alla meta desiderata, fosse una cima o un luogo particolarmente suggestivo, ha trovato gioia ed entusiasmo nei ragazzi a cui lo proponevo. Il problema si riscontrava quando ci si rendeva conto che si doveva camminare in salita. Ho provato in alcuni casi a proporre una duplice modalità di risalita: quella a piedi e quella in funivia. Ho molto spesso constatato che i ragazzi saliti a piedi erano più contenti, una volta arrivati alla destinazione, di quelli saliti in funivia. Questo perché se l’erano guadagnata, l’avevano conquistata. Ho, inoltre, visto che quelli saliti a piedi erano più disposti a rifare una seconda esperienza di quel genere mentre i secondi, quelli della funivia, non mostravano particolare interesse.

Attenzione a togliere la fatica!

Certo, il faticare per faticare, cioé fine a se stesso, non serve a nulla, ma sappiamo bene che tutto quello che devo raggiungere, ha sempre un prezzo da pagare. Non esiste nulla a costo zero. La fatica, in fin del conti, non è un peccato ed è condizione ben diversa dalla stanchezza che torno a dire va controllata e richiede anche l’Intelligenza di sapersi riposare. Porto un’ultima riflessione agli esempi sopra citati: la Chiesa, da sempre, considera la preghiera davanti all’Eucarestia come molto importante. Questa preghiera è sempre impegnativa, a volte consolante e anche piacevole ma sempre impegnativa perché devi entrare in relazione con Dio e vivere la relazione (di qualsiasi tipologia) é impegnativo. Devi guardarti negli occhi, magari usare poche parole ma l’importante é essere.

Ecco, questa forma di preghiera ha riscontrato in molti fedeli difficoltà per diversi motivi e questo ha portato una sorta di disaffezione, tanto che la presenza dei Cristiani nella preghiera come l’adorazione eucaristica é sempre molto risicata. La Chiesa nelle sua esperienza pastorale, fatta di tentativi (la pastorale é il luogo della sperimentazione) ha cercato dl trovare una “soluzione” alla assenza dei fedeli da questa forma di preghiera, provando ad abbellirla se così si può dire, con qualche canto, qualche profumo, un po’ di incenso. Esito di questa prova è che molte volte al posto di pregare può succedere che ti fia coccolare de canto, inebriare dal profumo o stordire dal fumo dell’incenso così “non ti guardi più negli occhi” e magari ti illudi di aver pregato.

Oppure ancora, si é pensato di favorire momenti di condivisione per facilitare la presenza, magari trovandosi al termine della preghiera a mangiare qualcosa assieme, a fare festa. Anche qui, l’esperienza ci dice che troppo spesso questi tentativi hanno portato ad avere più gente negli oratori a mangiare le salamelle piuttosto che nella processione del Corpus Domini.

Ogni esempio vada preso come tale e quindi non esaustivo di tutte la realtà spirituale che ci caratterizza, me anche in questo caso, direi di fare attenzione a togliere le fatica per paura che sia quella che ostacola il raggiungimento degli obbiettivi.

Questo lungo riflettere per dire che cosa? Per dire che anche nel tempio di Gerusalemme, nell’episodio raccontatoci da San Giovanni al capitolo secondo, è successa una cosa più o meno simile a proposito del culto. La prassi diceva che normalmente al tempio, in alcune feste particolari ci si recasse portando in sacrificio animali che poi venivano macellati e presentati all’altare. Capiamo bene che recarsi a Gerusalemme per un pio israelita era una cosa desiderabile, quella di salire al tempio, e comprendiamo altrettanto bene che finché la strada da percorrere per raggiungere il tempio era limitata non vi erano particolari dIfficoltà ma se il cammino era particolarmente impegnativo a causa della distanza, allora diventava più difficile arrivare per la festa conducendo animali anche di grossa taglia con se.

Cosa hanno pensato, allora, i responsabili del culto? Che se avessero tolto la fatica di condurre animali per tanta strada avrebbero facilitato la partecipazione del fedeli, per cui ecco le vendita di animali eccetera. Anche in questo caso l’Intento di allontanare la fatica si è poi distanziato dalle buone intenzioni iniziali.

Non sempre le buone intenzioni, sono intenzioni buone.

Così ecco il tempio trasformarsi in luogo di mercato. Per questo Gesù, con quel gesto forte e per lui inusuale, dice che è fuori luogo un comportamento di quel tipo. Gesù credo non si sia scandalizzato tanto per il mercato in sé, ma perché quella prassi era ed è insensata. Non posso comprare un tuo sacrifico e presentarlo all’altare. Non posso presentare la tua sofferenza o fare “esperienza” al posto tuo. A Gesù, quindi, viene chiesto di dare spiegazione di quel gesto e lui risponde dicendo che non ha paura della fatica, lui dà la vita!

Distruggete questo tempio e In tre giorni lo farò risorgere.

Gesù dice una dinamica molto importante del nostro esistere e cioè che se le vita la doni, la vita va avanti ma se la trattieni si ferma. Chiediamo la grazia di saper riconoscere le mete di Dio, di condividerle e di sapere che se anche le fatica non ci è tolta, Dio vuole condividerla con noi.

Il Paradiso Terrestre

La parola «Paradiso» è di origine persiana e vuol dire «Parco recintato». Inoltre la Bibbia con il suo modo di esprimersi sembra darci quasi gli indizi dove fosse posto questo così detto «Paradiso terrestre». Difatti questo giardino era abbondantemente irrigato da un corso di acqua, che all’uscirne si diramava in quattro grandi fiumi o canali. Due di questi fiumi sono i notissimi Tigri e Eufrate, che attraversano la Mesopotamia; gli altri due invece, Phison e Gihon, sono completamente sconosciuti. Come risulta dalla scarsa descrizione della Bibbia, siamo di fronte ad una strana geografia che non è presentata in modo scientifico e moderno, ma quale poteva conoscere l’Autore Sacro un millennio prima di Cristo o, più ancora, in epoca anche più remota, dato che, quasi certamente, si tratta di tradizioni più antiche, trasmesse per molto tempo solo a parola. Rimane solo il fatto che il «Giardino», dove Dio collocò Adamo, era un luogo ben preciso. Questo e solo questo intende affermare lo Scrittore Sacro.

LA FORMAZIONE DELLA PRIMA DONNA
Dice la Bibbia: «Gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto… e formò Eva». E’ evidente che lo scrittore Sacro fa agire Dio allo stesso modo dell’uomo, per rendere quasi visibile alla mentalità primitiva, l’azione stessa di Dio. Dio ha creato tutto non con le mani né con fatica… ma con un solo cenno della sua volontà: «Sia fatto!». Tuttavia a noi interessa sapere cosa intende la Bibbia «Gli tolse la costola…». Tutto lo sforzo degli studiosi cattolici moderni sulla Bibbia, è quello di scoprire il valore di questo modo di esprimersi. Questo è quanto intendeva lo Scrittore Sacro: la donna esiste per l’uomo ed è destinata a completarlo, sia sul campo fisiologico, come su quello affettivo spirituale. Tanto gli appartiene come se fosse un’effettiva parte di Lui. E precisamente questo pensiero esprime il primo uomo, quando si vede davanti, ancora fresca e tutta nuova, la creatura che lddio gli ha dato come compagna «Questa volta è osso delle mie ossa, è carne della mia carne! Costei si chiamerà donna, perché dall’uomo fu tratta costei». Poi lo scrittore Sacro passa a dire il significato religioso della formazione della prima donna e cioè: lddio ha formato questi due esseri, misteriosamente interdipendenti fra di loro, perché nella reciproca appartenenza fossero collaboratori di Dio nella procreazione. E il legame del Matrimonio è talmente forte da vincere perfino quell’indistruttibile affetto che lega i figli verso il padre e la madre… dice la Bibbia: «perciò» l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua donna e saranno una sola carne». Ed è questo insegnamento religioso e storico che lo Scrittore Sacro intende dare al pio lettore della Bibbia.

Come educare al rispetto della grandezza e del nome di Dio

Il bambino, nel suo sviluppo, procede alla conquista del mondo esteriore per conoscere. Ma il suo modo di conquista non è come quello dell’adulto. Difatti egli usa questi atteggiamenti interiori: la facile commozione, l’ammirazione, l’ingenuità, il senso della meraviglia, il sentimento della propria inferiorità di fronte alla grandiosità della natura e delle opere umane. Perciò è facile andargli incontro, rendendogli accessibile un’idea di Dio, sia pur limitata, ma sufficiente per l’età. Presentargli un Dio che dia gioia, che accontenti la grande esigenza di affetto del cuore del piccolo… I suggerimenti pratici sono: la natura è una rivelazione sensibile di Dio e svelarla al fanciullo nella sua bellezza e grandiosità è occasione opportuna per dedurre in modo intuitivo la grandezza, la perfezione e la Provvidenza di Dio. E farlo non con accenti generici che generano della noia, ma concretamente, portando l’attenzione del bimbo su particolari reali ed evidenti, da cui risulta con immediatezza la grandezza meravigliosa di Dio.

Dice uno scrittore: «il bimbo pieno di meraviglia assorbe con gli occhi l’incanto delle cose…». Inoltre quando si parla di Dio, conviene farlo in una atmosfera satura di sacro; la voce, ad esempio sia sommessa, raccolta; si evitino paragoni ridicoli o men che rispettosi, che se talvolta risvegliano l’attenzione, non aumentano la venerazione; sfatare subito l’idea di quel vecchio con la barba bianca che siede sulle nuvole, che dovrebbe essere il Padre eterno; non abusare di diminutivi e vezzeggiativi parlando di cose sacre: piccolo bambin Gesù, preghierina, Madonnina, angioletti… e nominare invece con rispetto: la S. Messa, la S. Comunione, il Sacro Cuore …; esigere che facciano sempre bene il segno della Croce ed in modo serio, la genuflessione, l’atto di adorazione in Chiesa; insistere sull’uso esclusivamente sacro dell’acqua santa, delle immagini sacre, del Crocefisso, del Vangelo, del Catechismo… infine ha grande valore educativo il «silenzio» di fronte a Dio. Dice lo stesso scrittore già citato: «Pregando, dando l’esempio, immergendosi nel sacro silenzio davanti alla maestà di Dio, il papà o la mamma, fa fare all’anima del bambino i primi passi su quel sentiero che porta in alto, incontro a Dio… L’anima infantile sente dovunque il battito d’ali dell’infinito e nel mondo con le sue meraviglie vede il tempio di Dio».

La sentenza di Liegi

Il fine poteva essere buono, ma il mezzo scelto è iniquo, e nessuna buona intenzione lo può rendere giusto. I genitori non sono padroni della vita dei figli e perciò non possono disporne.
«Non sarebbe mai stata felice». Lo dice lei! Chi può giurare sulla felicità o l’infelicità dei figli?
Quanti nati deformi non sono affatto infelici, e quanti nati perfettamente normali sono dei veri infelici. Anzi, accade spesso che individui minorati hanno saputo farsi una ragione della loro infermità, superarla con le risorse morali e dare un valore alla propria vita; mentre individui ben dotati non sono riusciti a dare un valore alla propria esistenza e se ne sono disfatti come di un peso inutile. La cinquantatreenne Denise Legrix, minorata fisica dalla nascita come e più di Corinne, apprezza la sua vita e si dichiara felice; Marylin Monroe, «maggiorata fisica» per nascita e per cure, si dichiara infelice e si toglie la vita.

La felicità è uno stato dell’anima non del corpo. Anche chi è deforme ha un’anima e anche in quell’anima può annidarsi la gioia; anche quell’anima ha la sua missione da compiere e la sua strada da percorrere: nessuno ha il diritto di fermarla.

Tutto ciò quella sciagurata madre non l’ha pensato, forse non l’ha mai capito, e ha preferito dare il veleno a chi doveva dare il sostentamento. E’ una di quelle tante madri moderne che guardano alla propria creatura come a una bambola, come a un elemento decorativo della propria esistenza. Avendo prodotto, una decorazione malriuscita, Suzanne Vandeput ha creduto bene distruggerla. Probabilmente non era tanto la felicità della bimba che le premeva salvare quanto la propria. Mancato questo, veniva a mancare anche la ragione di lasciar vivere la creatura. Probabilmente dunque la radice di questo, infanticidio non fu tanto l’amore materno quanto l’orgoglio materno ferito.

Questo giuoco di impulsi e di istinti vogliamo credere si sia svolto non nel campo chiaro della piena consapevolezza, bensì in quello oscuro del subcosciente. Esso però è il frutto amaro di quella diffusa mentalità materialistica, che si assimila facilmente dall’ambiente moderno, e pur si cela dietro le dichiarazioni e l’etichetta di cristianesimo di moltissime signore e altrettanti signori Vandeput. Mentalità che guarda unicamente alla vita presente e dimentica la destinazione eterna; mentalità che apprezza esclusivamente i valori materiali e trascura quelli morali; mentalità che esalta le doti del fisico e non si cura di quelle dell’anima, e perciò aspira alla felicità fisica e non a quella spirituale. Ecco perché con tanta improntitudine si sentenzia sull’avvenire di un essere umano e con tanta superficialità si sopprime la vita.

Ma se è pensabile una tale deviazione in una persona privata, non è ammissibile in un Tribunale, in una Corte di Assise, che, come dicevamo, deve giudicare non in base a stati emozionali, non in vista di interessi particolari, non accodandosi all’opinione pubblica, ma in base alla giustizia, sulla linea di quei principi morali ormai acquisiti alla civiltà, per la tutela dei sacri diritti della persona umana; la violazione dei quali può evitare la condanna a un omicida pietoso, ma espone alla condanna a morte migliaia e migliaia di innocenti indifesi, rei soltanto di essere nati infermi. Chi potrà ora vietare in Belgio che altri neonati siano soppressi? Appena nove giorni dopo la sentenza di Liegi un altro bimbo minorato veniva per «pietà» trucidato da sua madre. Abbattuto l’argine della legge la mania dell’infanticidio invaderà. Chi strapperà alle mani materne omicide i figli minorati? Chi salverà questi poveri esseri incapaci di difendere il proprio diritto alla vita? Nessuno. Il Tribunale li ha abbandonati tutti in balia di una pietà senza pietà. La Corte ha assolto i colpevoli, ma ha condannato se stessa.

L’ossevatore

[av_notification title=’Diritto di vivere’ color=’orange’ border=” custom_bg=’#444444′ custom_font=’#ffffff’ size=’large’ icon_select=’no’ icon=’ue800′ font=’entypo-fontello’]
Il Tribunale ha assolto gli imputati, ma chi assolverà il Tribunale? Se infatti si può comprendere lo stato d’animo, il grande turbamento, l’agitazione che hanno potuto far velo alla ragione e oscurare la coscienza dei genitori della piccola Corinne, non si può comprendere come un Tribunale che deve giudicare con serenità e obiettività, abbia potuto avallare col suo verdetto un vero e proprio infanticidio. I sentimenti, le intenzioni, le situazioni psicologiche degli imputati potevano influire sulla misura della pena, non mai sulla condanna del reato. Non potevano far divenire lecito ciò che oggettivamente è illecito, far divenire bene ciò che è intrinsecamente male. Sopprimere la vita di un innocente è delitto. La sentenza di Liegi è una paurosa involuzione del diritto, che in tal modo arretra di oltre venti secoli, ponendosi al livello delle civiltà pagane; è una degradazione del senso morale che si pone sulla stessa linea dei grandi delitti del razzismo. Se l’integrità fisica vale più della vita, allora Hitler aveva ragione, e ha sbagliato l’umanità a condannare e a combattere il razzismo. La logica è logica. Se invece la nostra coscienza si ribella di fronte agli errori perpetrati in nome dell’integrità della razza, deve ugualmente ribellarsi di fronte all’omicidio compiuto in nome dell’integrità fisica.
Si obietta che l’uccisione della bimba fu decisa per evitare l’infelicità. Al che rispondiamo che il fine non giustifica i mezzi.
[/av_notification]