Ripartire, andare oltre

Un’esigenza s’impone: raccontarci che cosa abbiamo vissuto e chiederci che cosa il Signore ci ha fatto capire. In una parola, che cosa non potremo e non dovremo dimenticare? Da questa memoria deriverà un discernimento pastorale, che orienterà il nostro cammino futuro

è da queste parole tratte dalle lettera che il Vescovo ha indirizzato ai fedeli della diocesi il 21 aprile scorso che prenderà le mosse il convegno del clero, in programma dal 16 al 18 settembre scorso. Come è facile immaginare anche questo incontro che da sempre segna l’avvio del nuovo anno pastorale sarà condizionato dalle misure di sicurezza adottate per scongiurare una ripresa del coronavirus.

Sicurezza. Per garantire il rispetto delle più elementari misure di sicurezza tra i partecipanti, il convegno viene ospitato quest’anno dal teatro Santa Giulia del villaggio Prealpino a Brescuia e sarà contingentato nei numeri. Non potranno essere più di 190 i partecipanti ammessi in sala. Di qui la necessità di una prenotazione presso i vicari zonali che, a loro volta, le indirizzeranno a quelli territoriali. Per tutti gli altri, comunque, ci sarà la possibilità di seguire i lavori del 16 e del 18 settembre dal canale YouTube di “Voce”. “COndiVIDere, raccontare, ripartire. In ascolto dello Spirito”, questo il titolo del convegno che rimanda all’esperienza della pandemia”, sarà aperto il 16 settembre dalla relazione “Nella fine l’inizio. In che mondo vivremo?” di Mauro Magatti, professore ordinario di sociologia generale, dell’Università Cattolica. Nella stessa mattinata l’intervento “Quale presbitero per una Chiesa esperta in umanità? L’insegnamento di San Paolo VI” di mons. Angelo Vincenzo Zani, segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica. Nella seconda giornata torna la proposta dei sette laboratori territoriali. Venerdì 18, infine, il ritorno al Prealpino per un dialogo tra i sacerdoti e il Vescovo sulla scorta delle sollecitazioni emerse dai laboratori territoriali.

Attese. Delle attese dei sacerdoti nei confronti del nuovo anno pastorale che formalmente si apre con il convegno di settembre, parla don Angelo Gelmini, vicario per il clero. “Per molti di loro – racconta – la ripresa di un nuovo anno pastorale dipende anche dalla rilettura che hanno fatto di ciò che hanno vissuto. Molti di loro sono stati toccati dall’esperienza della malattia e della morte; altri hanno avuto situazioni molto pesanti in parrocchia”. A seconda dell’esperienza vissuta, dunque, ci sarebbero attese e reazioni diverse rispetto alla ripresa di un nuovo anno pastorale. “In genere – continua il sacerdote –, comprendono che le esperienze che hanno vissuto possono diventare opportunità sul piano pastorale”. Il convegno che prenderà il via il 16 settembre potrà diventare anche l’occasione per una lettura complessiva di quello che è stata la pandemia nelle diverse zone della diocesi, visto che non ovunque ha colpito nello stesso modo. Nel titolo del convegno c’è anche un rimando al ripartire che, come ricorda il Vescovo nell’intervista di questa pagina, non potrà essere un semplice ritorno a schemi del passato. C’è nei sacerdoti bresciani la percezione di una pagina nuova che si è aperta col Covid? “Me lo auguro – è la risposta di don Gelmini –, anche se da qualche parte vedo un riemergere di una positiva voglia di ripartire, di tornare a programmare ma con stili e modi che l’esperienza del Covid ha messo in crisi. Mi auguro che le giornate del convegno, con i loro stimoli e le loro riflessioni, possano aiutare a comprendere che, forse, l’andare oltre i vecchi schemi è necessario”.

Testimoni della santità di Dio

L’omelia della Messa crismale pronunciata dal vescovo Pierantonio in cattedrale

Carissimi presbiteri e diaconi,
fratelli nel Signore e ministri della sua santa Chiesa,

la solenne celebrazione di questa Eucaristia, nella cornice del Giovedì santo e con la consacrazione dei sacri oli, è l’occasione preziosa e attesa per la convocazione intorno al vescovo di tutto il presbiterio diocesano e della comunità dei diaconi. È un momento privilegiato nel quale anche meditare insieme sulla missione che ci è stata affidata, ma ancora prima per esprimere a Dio la giusta gratitudine per il grande dono ricevuto. Essere ministri della Chiesa in forza dell’ordinazione sacramentale è una grazia immeritata, un’espressione singolare della misericordia di Dio. Non è un vanto, non è un privilegio, non è un titolo onorifico e nemmeno un riconoscimento. È una chiamata che il Signore ci ha rivolto, esclusivamente per sua condiscendenza, e un compito che noi ci siamo assunti davanti a lui in piena libertà. Abbiamo risposto con amore al suo amore e abbiamo messo la nostra vita nelle sue mani. Siamo diventati servitori di Cristo e tali ci dobbiamo considerare, per il bene della Chiesa e del mondo. Siamo infatti ministri nella Chiesa e ministri per la Chiesa, siamo parte del popolo di Dio e insieme responsabili del popolo di Dio, chiamati a guidarlo verso l‘intera umanità nello slancio generoso dell’annuncio del Vangelo.

Ed ecco allora che subito sorge spontanea una domanda: che cosa si attende da noi il popolo di Dio? Che cosa gli dobbiamo in quanto ministri di Cristo? Cosa siamo chiamati ad offrire ai nostri fratelli e alle nostre sorelle nella fede che ancora guardano ai ministri di Cristo con affetto e deferenza? Ma poi la domanda si allarga, oltrepassa i confini ecclesiali e – potremmo dire – acquista la forma della sollecitazione proveniente dai confini del mondo: che cosa si attendono da noi, che cosa vorrebbero vedere in noi, quanti non sono avvezzi agli ambienti ecclesiali, quanti sono – almeno all’apparenza – distanti dalla nostra esperienza di fede, quanti sono indifferenti o addirittura fortemente critici nei confronti della Chiesa? La risposta non sarà molto diversa da quella che dovremmo formulare se ponessimo la domanda ancora più radicale, in realtà la vera domanda rivolta ai ministri di Cristo: che cosa si attende da noi il Signore, il Cristo crocifisso e risorto che ci ha voluto eleggere, consacrare e inviare?

La forza della testimonianza. Credo si attenda, insieme con tutti gli altri nostri fratelli e sorelle vicini e lontani, che siamo anzitutto ed essenzialmente degli uomini veri e perciò dei testimoni della sua santità. In tutti gli esseri umani vi è il desiderio, intenso e spesso inconfessato, di incontrare persone di cui ci si può fidare, che non ci facciano mai del male, che ci guardino con rispetto, che si prendano a cuore la nostra situazione, che sappiano davvero ascoltarci, che non approfittino delle nostre fragilità, che abbiamo piacere di aiutarci: volti amabili a cui rivolgerci con totale fiducia. Di questo il nostro cuore ha assoluto bisogno: di poter riconoscere nelle parole e negli atti umani quella carità consolante la cui sorgente – non sempre riconosciuta – è Dio stesso. La carità è infatti l’altro nome della santità e la santità è la forma vera dell’umanità. Ecco dunque che cosa ci si aspetta anzitutto dai ministri di Cristo: un forte senso di umanità, che si manifesti nello stile di una vera carità.

Meditando le lettere di san Paolo, si comprende bene in che modo la carità che rende santa l’umanità si declina nella vita di ogni giorno. La carità è infatti un florilegio di virtù, la cui radice è l’ineffabile mistero di Dio. Pur essendo più della somma della virtù, la carità riunisce in sé ciò che nobilita l’uomo. È infatti pazienza, umiltà, benevolenza, mitezza, fedeltà, fortezza, onestà, sincerità: espressioni molteplici di quella straordinaria realtà che fa grande l’uomo (cfr. 1Cor 13,4-7). E questa è appunto l’umanità che si vorrebbe sempre vedere, l’umanità santificata dalla carità Di tale umanità siamo chiamati a offrire testimonianza come ministri ordinati. Si potrà obiettare che in verità questo è il compito di ogni battezzato. È così. Ma appunto, anche noi ministri – vescovi, presbiteri e diaconi – siamo prima di tutto dei battezzati in Cristo, chiamati come i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede alla santità della carità, alla santità che trasfigura l’umanità. Questo è dunque il primo compito per noi come per tutti: per noi a maggior ragione, in forza del ministero che ci è stato affidato.

Ricchi di umanità e carità. Cari presbiteri e diaconi, siate dunque prima di tutto persone ricche di umanità. Siate uomini che vivono la carità nelle sue molteplici espressioni. Coltivate quelle virtù umane che la Parola di Dio raccomanda e che la gente semplice tanto apprezza: siate onesti e sinceri; siate accoglienti, amabili, e pazienti; siate fermi quando è necessario ma mai rigidi e arroganti, fate sentire la tenerezza del Cristo anche quando dovrete essere necessariamente severi o intervenire per correggere. Non comportatevi come padroni nei confronti del popolo di Dio, non mortificate gli altri, non siate arroganti e presuntuosi, non ritenete che la ragione sia sempre e comunque dalla vostra parte. Ricordate che il cammino della santificazione esige una conversione permanente e che il segno più chiaro della trasformazione del cuore ad opera dello Spirito santo – come ci insegnano le sante Scritture – è l’umiltà. L’orgoglio, infatti, è il grande peccato da cui sempre occorre guardarsi (cfr. Sal 19,14).

La santità battesimale assumerà poi per voi una sua forma più specifica in rapporto al ministero cui siete stati chiamati. La vostra carità di discepoli diventerà anche carità apostolica. Per voi presbiteri essa verrà a identificarsi con la carità del pastore saggio e coraggioso, per voi diaconi con quella del servitore solerte e generoso. La carità apostolica sarà la via della vostra santificazione e il vostro ministero, nel suo concreto e quotidiano esercizio, vi potrà condurre alle altezze della perfezione. Lo dice bene il Concilio Vaticano II quando, parlando dei presbiteri, così si esprime: “I presbiteri sono ordinati alla perfezione della vita in forza delle stesse sacre azioni che svolgono quotidianamente, come anche di tutto il loro ministero, che esercitano in stretta unione con il vescovo e tra di loro” (Presbyterorum Ordinis, 12). In quanto predicatori della Parola, ministri della Liturgia e dei Sacramenti, guide autorevoli e amorevoli delle comunità, formatori delle coscienze, presenze consolanti e sananti nei momenti di dolore e di sbandamento, voi – cari presbiteri – potrete condurre a compimento quella chiamata alla perfezione che vi è stata rivolta e che rappresenta la caparra della vostra beatitudine. In modo analogo questo si dovrà dire per voi – cari diaconi – nella prospettiva di un servizio che si apre su un vasto orizzonte, ma che sempre includerà l’annuncio della Parola e l’attenzione ai poveri.

L’unità della vita. Un seria difficoltà in ordine alla santificazione mediante il ministero è costituita in questo momento dalla obiettiva fatica a conferirgli la necessaria unità. Già lo riconosceva con sorprendente lucidità il Concilio Vaticano II: “Anche i presbiteri – si legge in Presbyterorum Ordinis – immersi e agitati da un gran numero di impegni derivanti dalla loro missione, possono domandarsi con vera angoscia come fare ad armonizzare la vita interiore con le esigenze dell’azione esterna (PO, 14)”. La profonde trasformazioni attualmente in atto, il dilatarsi dello spazio di azione pastorale e il moltiplicarsi del numero di comunità parrocchiali affidate ai presbiteri, il rapporto con le strutture divenute in qualche caso oltremodo onerose, le incombenze di tipo gestionale amministrativo con le responsabilità connesse, più in generale la situazione sociale estremamente fluida rendono oggi particolarmente complesso il compito del ministero. Sta realmente cambiando il panorama del vissuto sia sociale che ecclesiale e tutto ciò domanda una seria riconsiderazione del nostro modo di agire. Non potremo sottrarci a questo importante compito di discernimento. Né in verità abbiamo alcuna intenzione di farlo. Con l’aiuto dello Spirito del Signore affronteremo l’impegno con serenità e coraggio. Non permetteremo che una diffusa sensazione di smarrimento o di resa faccia discendere sul nostro ministero un velo di malinconia. Vogliamo continuare ad essere, nel nome di Gesù, seminatori di gioia e di speranza.

Una verità, tuttavia, merita di essere richiamata con chiarezza, una verità che tocca il cuore della questione e fissa un punto decisivo. È sempre il Concilio Vaticano II a indicarcela: “Per ottenere questa unità di vita – si legge sempre in Presbyterorum Ordinis – non bastano né l’organizzazione puramente esteriore delle attività pastorali, né la sola pratica degli esercizi di pietà, quantunque siano di grande utilità. L’unità di vita può essere raggiunta invece dai presbiteri seguendo nello svolgimento del loro ministero l’esempio di Cristo Signore, il cui cibo era il compimento della volontà di colui che lo aveva inviato a realizzare la sua opera”. (PO, 14).  Ecco dunque il segreto di una vera unità di vita nel ministero: la profonda sintonia con il Padre e il desiderio di riconoscere e compiere in ogni momento la sua volontà. “Se uno mi ama – aveva detto Gesù ai suoi discepoli – osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Comunione con il Padre in Cristo: l’unità di vita si decide non all’esterno ma all’interno di noi stessi, là dove il cuore e la mente si fondono nella percezione amorosa e costante del mistero di Dio e si aprono alla conoscenza della sua santa volontà.

La bellezza della preghiera. Ed eccoci allora a parlare della bellezza della preghiera e della sua necessità nella vita dei ministri di Cristo. La preghiera, infatti, è indispensabile per giungere progressivamente a questa sintonia con il Padre celeste che unifica la nostra vita. Come ho scritto nella mia lettera pastorale, la testimonianza dei santi dimostra come “la preghiera sia prima di tutto ed essenzialmente un movimento del cuore, un atteggiamento interiore permanente, un sentire Dio e un sentirsi in Dio in ogni momento”. Di essa c’è assoluto bisogno nel cammino della propria santificazione. I ministri di Cristo, sono – potremmo dire – per definizione uomini di preghiera, uomini che conoscono e amano Dio. Il popolo di Dio ne è consapevole e questo anzitutto si attende da loro. La gente di fede, infatti, ama vedere i propri sacerdoti e i propri diaconi in preghiera, assorti nel dialogo silenzioso con Dio; si sente rassicurata e consolata dalla loro assidua orazione. La Parola di Dio, dal canto suo, esorta tutti, e in particolare i ministri, a imparare l’arte della preghiera incessante (1Ts5,16-18), capace di trasformare l’intera vita quotidiana in un culto spirituale reso a Dio (cfr. Rm 12,1-2). Ma la preghiera normalmente diviene incessante solo dopo molto tempo e grazie alla fedeltà riservata ai momenti di preghiera che scandiscono la vita.

Sarà dunque essenziale – cari presbiteri e diaconi – che questi momenti di preghiera non manchino mai nella vostra vita quotidiana e che non siano frettolosi. Non siate avari nel dare tempo al dialogo con Dio. Siate generosi. E poi siate perseveranti, risoluti nel difendere i tempi della preghiera personale. Abbiate l’umiltà di riconoscervi bisognosi di una regola e di una disciplina. Decidete bene dove e quando collocare i momenti della vostra preghiera all’interno della giornata, della settimana, del mese e dell’anno. Valorizzate quanto proposto dalla Formazione del Clero – penso in particolare ai ritiri mensili – ma sentitevi liberi di riservare anche tempi da voi personalmente scelti. Non siate rigidi nel definire le modalità della vostra preghiera – la vita spesso ci costringe a cambiare i programmi – ma siate rigorosi.

Vi raccomando in particolare la Liturgia delle Ore, che non è semplice preghiera personale, ma preghiera delle comunità cristiane e della Chiesa intera. A questa preghiera tutti noi ministri ordinati ci siamo impegnati con giuramento, proprio perché necessaria alla Chiesa. Non lasciate la nostra Chiesa priva di una preghiera così preziosa.

Tenere in alta considerazione la preghiera di intercessione per il nostro popolo: onorate le richieste di preghiera che le persone vi affidano e non trascurate di affidare al Signore le persone della vostre comunità. A questa preghiera di intercessione aggiungete quella per tutte le vocazioni, in particolari per le vocazioni al ministero apostolico e alla vita consacrata.

Insegnare a pregare. Vi chiedo, infine, di fare ogni sforzo per educare alla preghiera i nostri ragazzi e i nostri giovani. Dobbiamo sentire come particolarmente urgente il compito di introdurre le nuove generazioni nell’esperienza consolante della preghiera. È essenziale riuscire a farla loro gustare. Non la sentano come un obbligo, non la confondano con la semplice ripetizione di formule imparate a mente. Le preghiere tradizionali sono un patrimonio prezioso, ma rischiano di rimanere fredde. Tutto dipende dal modo in cui vengono recitate. Il segreto della preghiera sta infatti nello slancio del cuore, nell’amore sincero per Dio, nell’intimità spirituale con lui, nella gioia di rivolgersi a lui e di sentirsi suoi. Sappiamo poi bene che la via dell’educazione alla preghiera è la preghiera stessa, che cioè si impara a pregare pregando e pregando bene. Non c’è altra strada. Abbiate dunque a cuore i momenti della preghiera con i ragazzi e i giovani, preparateli con grande cura e viveteli con intensità.

Ambasciatori della misericordia. Questo è quanto mi premeva comunicarvi nel momento di grazia che stiamo vivendo. I santi oli che in questa celebrazione vengono benedetti ci ricordano anche la nostra ordinazione sacramentale. Anche noi, con il Signore Gesù e nel Signore Gesù per la potenza dello Spirito santo, siamo stati consacrati con l’unzione, siamo stati mandati a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Siamo divenuti per grazia ambasciatori della sua misericordia. Non abbiamo alcun merito da vantare. Noi per primi siamo da annoverare tra i poveri che attendono da Dio il lieto annuncio e i prigionieri che anelano alla liberazione; i cuori spezzati le cui piaghe il Signore è venuto a sanare sono anzitutto i nostri; per noi prima di tutti gli altri il Cristo risorto viene a proclamare l’anno di grazia del Signore, poiché nulla saremmo senza la sua misericordia. Prima di essere stati da lui scelti e inviati, siamo stati da lui amati e salvati. Mai potremo ricambiare una simile meravigliosa condiscendenza.

Con questa celebrazione entriamo ormai nel santo triduo pasquale. Al Signore della gloria, crocifisso per noi e per noi risorto, rivolgeremo il nostro sguardo ammirato e riconoscente. Chiediamo a lui che il nostro ministero sia riflesso della sua luce, sia testimonianza della sua grazia, sia segno della sua vittoria. Nulla possiamo senza di lui e tutto possiamo grazie a lui. A lui la lode e la gloria nei secoli.  Amen.

Zuaboni venerabile

Il Papa ha autorizzato la Congregazione a promulgare anche i Decreti riguardanti le virtù eroiche del bresciano Giovanni Battista Zuaboni, fondatore dell’Istituto Secolare Compagnia della Sacra Famiglia e pioniere della pastorale familiare e servo di Dio

Riconosciute, nel centenario della scuola di vita familiare, le virtù eroiche di don Giovanni Battista Zuaboni, pioniere della pastorale familiare.

Don Giovanni Battista Zuaboni nasce a Promo di Vestone il 24 gennaio 1880. A soli due anni rimane orfano della madre. Entra in seminario a Brescia nel 1897 ed è ordinato sacerdote il 9 giugno 1906. Inizia il suo ministero come vicario cooperatore a Volciano e nel 1912 a Nuvolera. Nel 1915 svolge il ministero nella parrocchia di S. Giovanni Evangelista a Brescia. Contemporaneamente presta servizio militare come soldato di sanità, assistendo i soldati dell’ospedale militare.

Nel 1918 dà inizio alla prima Scuola di preparazione delle ragazze alla famiglia: l’attuale Scuola di Vita Familiare. L’iniziativa presto si sviluppa in varie parrocchie della Diocesi di Brescia e fuori. Nel 1930 dà forma organica all’Opera con la fondazione dell’Istituto Pro Familia e pone le basi per la Compagnia S. Famiglia, in seguito riconosciuta come Istituto Secolare. Studioso dei problemi sociali, con un ardente amore al Signore e alla Chiesa, don Giovanni Battista Zuaboni aveva trovato – mediante la preghiera, la meditazione, l’esercizio della carità sacerdotale – la formula di un apostolato nuovo, rispondente alle più urgenti istanze del nostro tempo: educare all’amore vero i giovani affinché formino famiglie sane, contributo indispensabile per una società più umana e cristiana. Il 12 dicembre 1939 accoglie con serenità la morte, vista come offerta necessaria alla realizzazione dell’Opera.

Il Papa, ricevendo in udienza il card. Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare i decreti riguardanti il miracolo, attribuito all’intercessione del card. Henry Newman (Fondatore dell’Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra), nato a Londra il 21 febbraio 1801 e morto a Edgbaston l’11 agosto 1890. Riconosciuti anche il miracolo attribuito all’intercessione della fondatrice della Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia, l’indiana Maria Teresa Chiramel Mankidiyan, nata a Puthenchira (India) il 26 aprile 1876 e morta a Kuzhikkattussery (India) l’8 giugno 1926, e il martirio del gesuita ecuadoregno Salvatore Vittorio Emilio Moscoso Cárdenas, nato a Cuenca il 21 aprile 1846 e ucciso “in odio alla fede” a Riobamba il 4 maggio 1897. Il Papa ha autorizzato la Congregazione a promulgare anche i Decreti riguardanti le virtù eroiche del card. Giuseppe Mindszenty, già arcivescovo di Esztergom e primate di Ungheria, nato a Csehimindszent (Ungheria) il 29 marzo 1892 e morto a Vienna (Austria) il 6 maggio 1975; di Giovanni Battista Zuaboni, fondatore dell’Istituto Secolare Compagnia della Sacra Famiglia, nato a Vestone (Italia) il 24 gennaio 1880 e morto a Brescia (Italia) il 12 dicembre 1939; del gesuita spagnolo Emanuele García Nieto, nato a Macotera (Spagna) il 5 aprile 1894 e morto a Comillas (Spagna) il 13 aprile 1974; di Serafina Formai, fondatrice della Congregazione delle Suore Missionarie del Lieto Messaggio, nata a Casola Lunigiana (Italia) il 28 agosto 1876 e morta a Pontremoli (Italia) il 1° giugno 1954, e della colombiana Maria Berenice Duque Hencker, fondatrice della Congregazione delle Suore dell’Annunziazione, nata a Salamina (Colombia) il 14 agosto 1898 e morta a Medellín (Colombia) il 25 luglio 1993.

A confronto sulle sofferenze dei preti

Si è concluso ieri mattina in Cattedrale il Convegno dei clero, segnato dalla presentazione della lettera pastorale sulla santità e dal tema della sinodalità, ma anche da un dialogo con il vescovo Tremolada sulle fatiche che i sacerdoti incontrano nella loro missione

Si è concluso ieri mattina in Cattedrale (dopo le  prime due giornate ospitate dall’Istituto Paolo VI di Concesio) con la Lectio Divina proposta da mons. Tremolada, un momento di preghiera e il tempo per la riconciliazione sacramentale, il convegno del Clero. Quello giunto alla sua ultima giornata è stato il primo convegno presieduto dal Vescovo a Brescia. Il tradizionale momento di avvio di anno pastorale è stata occasione per mons. Tremolada di confrontarsi con i suoi preti su temi di particolare importanza come quello della santità, affrontato martedì con la presentazione della lettera pastorale “Il bello del vivere. La santità dei volti e i volti della santità” e ieri con la condivisione dei contenuti della pubblicazione “L’arte del camminare insieme” dedicata alla sindodalità e al consigliare nella Chiesa. Dopo gli interventi del Vescovo è stato lasciato ampio spazio al dibattito e i sacerdoti bresciani non si sono lasciati sfuggire l’occasione per confrontarsi con mons. Tremolada soprattutto su questioni che oggi, dentro e fuori la Chiesa, creano più di una sofferenza.

Nelle prime due giornate del Convegno del clero sono emerse, dal dibattito, molte domande. Don Lorenzo Pedersoli ha sottolineato la solitudine dei preti davanti alle accuse di pedofilia cavalcate con enfasi dai mass media. E spesso queste accuse si dimostrano false. Forse, questa la richiesta, servirebbe una parola in più di conforto da parte dei Vescovi. “Quando ci troviamo davanti a situazioni problematiche e dolorose, non dobbiamo – ha risposto mons. Tremolada – entrare nel vortice delle polemiche. La questione della pedofilia è seria. Ma se uno fa veramente il prete, deve restare tranquillo. Non dobbiamo lasciarci impaurire dai mass media, perché abbiamo il Vangelo e l’eucaristia. Bisogna essere estremamente retti. Raccomando al presbiterio – questa l’esortazione del Vescovo – di essere integerrimo. Se qualcuno ha delle difficoltà, lo dica”.

Don Raffaele Donneschi, invece, ha presentato la fatica di una parrocchiana che si aspetta delle risposte per, citando Amoris Laetitia, le famiglie “ferite”. Su questo punto, Tremolada ha detto che “non possiamo attendere oltre. Dobbiamo collocarci dentro la prospettiva aperta dall’Amoris Laetitia; dobbiamo arrivarci con un discernimento accurato che si sta sviluppando attraverso il lavoro di una commissione”. Don Fabio Corazzina ha, invece, chiesto di favorire una maggiore qualità delle relazioni all’interno del presbiterio e un maggiore rapporto con la società civile. “Nella nostra diocesi – ha confermato il Vescovo – abbiamo delle questioni serie che vanno affrontate: la questione ambientale, l’investimento occupazionale nell’ambito degli armamenti, l’immigrazione, la disoccupazione dei giovani e dei cinquantenni, la denatalità. Queste cose non sono separate dalla santità; un’impostazione come questa permette di avere un’intelligenza interpretativa nei confronti del reale”.

Sempre don Corazzina ha sollevato il tema delle unità pastorali: come si fa a essere preti dentro il cambiamento? Per Tremolada il tema è di particolare importanza: “C’è una spiritualità delle comunità e c’è una spiritualità del presbiterio. Cosa vuol dire oggi essere preti in un contesto in cui non possiamo più garantire un parroco alle parrocchie sotto un certo numero di abitanti? Siamo in una fase di transizione con un numero non ridottissimo del clero ma tendenzialmente anziano”. Nel dibattito è emerso anche il bello di una Chiesa che offre l’esperienza dei fidei donum, ma anche la necessità di coltivare sempre un’attenzione per i poveri. Nel quadro del nuovo assetto della Curia, don Massimo Toninellil ha chiesto spiegazioni sul ruolo dei vicari zonali che rischiano di essere depotenziati, ma è stato rassicurato dal Vescovo: “Vedremo se questa figura si sta indebolendo. Intanto chiedo a loro di relazionarsi con i vicari territoriali e di presentare, se ci sono, anche le problematicità”.

Tra le tante questiono poste nel corso del convegno una è giunta anche dallo stesso vescovo Tremolada che ha chiesto ai suoi sacerdoti di pronunciarsi in merito alla forma che questo tradizionale momento di avvio di anno pastorale deve assumere per essere efficace occasione di crescita e di confronto per tutti i partecipanti.

Da oggi preti a convegno sulla santità

All’Istituto Paolo VI di Concesio il convegno del clero che apre l’anno pastorale. È il primo presieduto dal vescovo Tremolada. La lettera pastorale “Il bello del vivere” e il tema della sinodalità al centro dei lavori. Giovedì 6 la conclusione in Cattedrale. Il Vescovo spiega in un’intervista la scelta del tema della santità

Prende il via oggi, all’Istituto Paolo VI di Concesio, l’annuale convegno del clero, l’incontro tra il Vescovo e i preti bresciani che segna da sempre l’avvio di un nuovo anno pastorale. É il primo convegno del clero che mons. Pierantonio Tremolada presiede dal suo arrivo a Brescia, l’8 ottobre dello scorso anno. Nel corso delle prime due giornate il Vescovo si confronterà con i sacerdoti bresciani su temi che gli stanno particolarmente a cuore, quasi delle linee guida a cui intende informare il suo episcopato: la santità e la sinodalità. Sin dalla prima omelia, quella dell’ingresso in diocesi, mons. Tremolada li ha messi al centro della sua riflessione. Alla santità ha scelto di dedicare la sua prima Lettera pastorale (“Il bello del vivere. La santità dei volti e i volti della santità”) e la prima giornata del convegno del clero, mentre sul tema della sinodalità è tornato più volte nel corso dei suoi primi mesi a Brescia, riassumendo gli interventi più significativi nella pubblicazione “L’arte del camminare insieme” che sarà presentata ai sacerdoti nella giornata di mercoledì 5 settembre. La terza e ultima giornata del convegno si terrà, invece, nella Cattedrale di Brescia. Ogni giornata del convegno si aprirà alle 9.30 con la recita dell’Ora media.

È lo stesso mons. Tremolada, sull’ultimo numero de “La Voce del Popolo”, a spiegare le ragioni che l’hanno spinto a dedicare la sua prima Lettera pastorale al tema della santità e a illustrare il modo in cui ha concepito e realizzato questo documento.  Il Vescovo presenterà la lettera inaltri appuntamentii: al Convegno dei Consacrati delll’8 settembre, in mattinata, e a quellodegli operatori pastorali laici nel pomeriggio di sabato 8 settembre, alla Festa della Voce del Popolo lunedì 10 settembre e con una serie di incontri nei Vicariati territoriali secondo il programma allegato. Ecco l’intervista

Una prima domanda, forse un po’ banale: perché una Lettera pastorale sulla santità? È forse la risposta alla domanda: “Da dove vuoi partire” che lei si è posto pensando al suo episcopato e che ha riportato nelle prime pagine della stessa lettera?

Sì, lo è. È una domanda che sentivo come particolarmente importante perché è proprio l’inizio di un cammino che segna sin da subito il suo svolgimento. Per questo mi sono lasciato interrogare dalle domande: “Cosa ti sta veramente a cuore? Come vorresti impostare il cammino? Su cosa ritieni necessario concentrarti?”. Da subito ho immaginato che la risposta dovesse abbracciare un orizzonte ampio. Non si trattava semplicemente di mettere a tema un argomento, il primo di tanti, ma di delineare un cammino, di indicare un percorso. In questo mi è stata di grande aiuto la tesi di fondo della Novo millennio ineunte che San Giovanni Paolo II scrisse all’inizio del millennio: la Chiesa nel nuovo millennio doveva camminare su due binari. Il primo era quello della contemplazione del volto di Gesù; il secondo era quello della testimonianza della santità. La sopraggiunta conferma della canonizzazione di Paolo VI ha fatto il resto; ho capito che anche questa bella notizia era un messaggio importante da non sottovalutare. Forse, anche grazie a lui dobbiamo metterci in questa strada e interrogarci su cosa significhi per noi camminare nella santità.

La santità è “il bello del vivere”. Eppure nelle nostre comunità, nei nostri cuori, facciamo fatica a comprendere questa bellezza…

Già nelle prime pagine della lettera ricordo come la parola “santità” rischia, se non viene intesa in modo corretto, addirittura di provocare una sorta di rifiuto, di allontanamento: non è cosa alla mia portata! È poi radicata l’idea che la santità porti con sé il sacrificio nella sua forma estrema. Per questo mi preme in modo particolare far capire che, in realtà, la santità riguarda tutti perché è la forma bella della vita, o meglio, è la vita stessa nella sua forma più autentica: è l’umanità così come Dio l’ha pensata all’inizio e come il frutto della redenzione, liberata da tutto ciò che la offende, la ferisce, la intristisce, la rende crudele e volgare, quell’umanità che non ci fa paura, che abbiamo piacere di incontrare. I santi non sono soltanto sacerdoti, religiosi, religiose, vescovi, cardinali o papi. Sono persone che hanno avuto ruoli diversi nell’ambito della società, che hanno vissuto semplici esperienza quotidiane, persone che hanno avuto grandi responsabilità a livello sociale, che hanno avuto responsabilità educative… È questo che mi sta particolarmente a cuore: far capire che la santità si fonde con la vita stessa quando questa vita manifesta la sua bellezza.

In un passaggio della Lettera lei scrive che la “santità non è un argomento di cui trattare o un tema di cui discutere”: affermazioni che le avranno richiesto un impegno particolare nel concepirla. Come ha impostato questa sua prima lettera?

C’è un passaggio della lettera in cui ricordo che se volessimo essere rigorosi dovremmo parlare di santi e non di santità. Non esiste la santità, esistono i santi che hanno un volto, un nome. Non a caso, dunque, il sottotitolo della lettera è “La santità dei volti e i volti della santità”: la santità si vede, infatti, nel volto, nella concretezza del vissuto di ogni singola persona, con il suo nome, con la sua esperienza. Dall’altra parte, però, non possiamo dimenticare che diversi sono i modi in cui si manifesta e si presenta la santità. La lettera, dunque, non si limita a raccontare episodi ma cerca di sviluppare una riflessione. Ho, così, voluto corredarla con alcune video interviste (disponibili a partire dai prossimi giorni, ndr). Nella lettera ci sono dei volti, dei ritratti di persone reali che si raccontano. Sono persone della nostra diocesi che dicono e presentano se stesse e la loro vita cercando di fare emergere quel frutto della grazia che poi ha reso la loro vita testimonianza di bellezza. Anche il linguaggio che ho cercato di utilizzare non è quello di un’argomentazione sistematica, elaborata e rigorosa, ma quello di una comunicazione più diretta. Ho cercato di descrivere ciò che si può sentire e sperimentare mettendo per iscritto un’esperienza che tutti possiamo condividere.

Nella lettera lei parla di “forma comunitaria della santità”: si tratta di un’immagine suggestiva, ma anche impegnativa. Le sue parole sembrano quasi chiedere alla Chiesa bresciana, alla comunità diocesana di verificare quanto si sia impegnata o si stia impegnando per vivere questa esperienza…

Sì. La Chiesa che si definisce “una, santa, cattolica e apostolica”, e lo è per grazia, deve anche dimostrare di esserlo. A volte gli uomini di Chiesa rischiano di tradire la sua santità. Non bisogna, però, dimenticare che tutti siamo uomini di Chiesa; ogni battezzato è chiamato a portare la propria testimonianza di quella santità che è propria della Chiesa. Per questo ho voluto sottolineare la dimensione comunitaria della santità. Quando pensiamo ai santi normalmente immaginiamo singole persone. In realtà c’è anche la comunione di santi. Si tratta di un’espressione che la Chiesa utilizza per indicare la comunità di tutti coloro che vivono nella luce della grazia. Ci sono quei santi che onoriamo e che abbiamo messo nei calendari e sugli altari; insieme a loro, però, ci siamo anche tutti noi, chiamati a vivere l’esperienza della santità. La Chiesa, poi, ha dei momenti in cui percepisce in modo chiaro la sua santità, a prescindere dai comportamenti di ciascuno: sono i momenti in cui celebriamo l’eucaristica, il battesimo, la cresima, quando sostiamo in preghiera tutti insieme. Qui c’è qualcosa che non può essere ricondotto alle dinamiche di quel vissuto socio-politico che normalmente utilizziamo per definire la convivenza tra le persone. C’è quello che il Concilio Vaticano II ha chiamato il mistero della Chiesa, che rimanda a quella che è la sua sorgente, l’opera stessa di Cristo, la sua passione e la sua resurrezione.

“Il bello del vivere” può interpellare anche la società civile?

Dalla santità intesa come attuazione di quella chiamata che per i credenti deriva dal dono del battesimo, scaturisce anche una visione della realtà, un modo diverso di guardare il mondo. Ho fatto riferimento in modo particolare alla Laudato si’ in cui papa Francesco parla di “paradigma alternativo”, di un mondo diverso non solo per guardare alla realtà, ma anche per costruirla, un paradigma che va a contestare quello che si sta imponendo e che il Papa definisce “economico e tecnologico”, in cui c’è un’economia che viene assolutizzata a partire dal principio del profitto e che finisce col governare un po’ tutto, e una tecnologia che viene enfatizzata. Non può essere, però, questa la prospettiva nella quale ci collochiamo, anche perché corriamo il rischio di cadere in una logica consumistica che finisce per portare alla distruzione della nostra profondità. Parlare allora di santità significa andare a recuperare il ricordato primato dell’interiorità a cui corrisponde un’esperienza del bello del vivere che è capace di contestare quel paradigma economico e tecnologico senza però privare l’uomo del positivo che questo può anche offrire. In questa prospettiva credo che parlare della santità non sia stare sulle nuvole, ma offrire una chiave interpretativa del tutto e della convivenza umana che poi ha delle conseguenze anche molto concrete sul piano della gestione della socialità.

Lei indica la preghiera come via per la santità e per primo si assume l’impegno continuativo di un appuntamento settimanale alle Grazie. Non riusciamo a comprendere e a vivere sino in fondo la chiamata alla santità perché preghiamo poco?

Credo proprio di sì. Parlare della preghiera e della sua importanza potrebbe dare l’impressione di non avere il senso della realtà e di non comprendere il compito e le responsabilità che la vita mette davanti. In realtà non è così. Dobbiamo recuperare l’importanza e il primato di questa relazione con Dio che poi riempie l’interiorità di ogni uomo e lo mette nella condizione di affrontare le proprie responsabilità dentro un mondo a cui ci si accosta con un grande affetto e con un alto senso critico.

Don Roberto Domenighini a Roma

Un nuovo incarico per don Roberto Domenighini. Il direttore dell’Eremo di Vallecamonica è stato chiamato a Roma alla Congregazione per il Clero

Don Roberto, classe 1972, è originario della parrocchia di Breno. Nel corso del suo ministero, ha svolto i seguenti servizi: curato a Pisogne (1997-2003); curato a Salò (2003-2006); studente a Roma (2006-2009); dal 2009 era direttore dell’Eremo dei Santi Pietro e Paolo di Bienno. Ora è atteso da un nuovo incarico alla Congregazione per il clero.

La competenza della Congregazione per il Clero è ora indicata nei nn. 93-98 della Costituzione Apostolica Pastor Bonus ed è articolata in quattro Uffici:

1)L’Ufficio Clero raccoglie, suggerisce e promuove iniziative per la santità, l’aggiornamento intellettuale e pastorale del Clero (Sacerdoti diocesani e Diaconi) e per la loro formazione permanente; vigila sui Capitoli Cattedrali, sui Consigli Pastorali, sui Consigli Presbiterali, sulle parrocchie, sui parroci, su tutti i chierici, su tutto quanto attiene al loro ministero pastorale, ecc.; sulle elemosine delle Messe, sulle pie fondazioni, pii legati, oratori, chiese, santuari, archivi ecclesiastici e biblioteche; promuove una più adeguata distribuzione del clero nel mondo.

2) L’Ufficio Catechistico cura la promozione della formazione religiosa dei fedeli di ogni età e condizione; emana le norme opportune perché l’insegnamento della catechesi sia impartito in modo conveniente; vigila perché la formazione catechetica sia condotta correttamente; concede la prescritta approvazione della Santa Sede per i Catechismi e i Direttori emanati dalle Conferenze Episcopali; assiste gli uffici catechistici e segue le iniziative riguardanti la formazione religiosa ed aventi carattere internazionale, ne coordina l’attività ed offe loro l’aiuto, se occorre.

3) L’Ufficio Amministrativo è competente in materia di ordinamento e amministrazione dei beni ecclesiastici appartenenti alle persone giuridiche pubbliche; inoltre concede le richieste di licenza per i negozi giuridici di cui ai canoni 1292 e 1295 e di approvazione delle tasse e dei tributi; infine cura ciò che riguarda la congrua remunerazione, la previdenza per la invalidità e la vecchiaia e l’assistenza sanitaria del clero, ecc.

4) L’Ufficio per le dispense. Tale Ufficio, che è stato istituito con Lettera Prot. N. 64.730/P del 28 dic. 2007, è competente a trattare, a norma di diritto, le dispense dagli obblighi assunti con la sacra ordinazione al Diaconato e al Presbiterato da parte di chierici diocesani e religiosi della Chiesa Latina e delle Chiese Orientali.

Ascoltare Dio e gli uomini

Questo è l’impegno che don Luca Signori, ordinato sacerdote in Cattedrale, si assume per la sua vita da presbitero. Il prete “novello” raccontato dai genitori e dalla sorella

Don Luca Signori, classe 1990, è entrato in Seminario nel 2011, dopo il diploma in ragioneria. Originario della parrocchia di Boario, dedicata a Santa Maria delle Nevi, anche detta comunemente chiesa “Madonna degli Alpini”, è una vocazione adulta. Il 9 giugno, dopo la propedeutica e i sei anni di teologia, è stato ordinato sacerdote. Il suo discernimento è maturato nell’ambito parrocchiale frequentando le varie attività pastorali. “Mi ha sempre affascinato e incuriosito – racconta – la figura del sacerdote. In lui vedevo e vedo colui che può portare la testimonianza e la bellezza di un incontro che sa riempire la vita. Il sacerdote è colui che porta Cristo, perché di lui ha fatto e fa esperienza”. Fondamentale anche il tessuto della famiglia “intrisa di valori cristiani. All’inizio forse mio padre non ha accolto troppo bene la mia decisione di entrare, ma poi, vista anche la maggiore età, i miei genitori si sono fatti molto vicino. Ho visto, ad esempio, il volto di mio padre cambiare, perché verificava giorno dopo giorno che questa mia scelta mi portava a essere felice. Dopo un primo tentennamento, entrambi i miei genitori hanno sempre cercato di spronarmi soprattutto nei momenti di difficoltà”.

La passione. Ama stare a contatto con la natura, la botanica, ama incontrare, stare e dialogare con la gente. “Ho sempre avuto una passione per la natura e per il giardinaggio. Mi attira il fatto di fare nuove esperienze che possono formarmi e crescere, nel leggere e capire una situazione. Non ho molta passione per gli sport, però mi piace stare molto con la gente e chiacchierare con loro; mi piace ascoltare, farmi vicino alle varie situazioni che ci sono anche all’interno di una comunità (una famiglia, un ammalato, un giovane…). Ci sono tante occasioni preziose per la vita del sacerdote”.

Il ruolo dei maestri. I maestri sono coloro che anche in maniera silenziosa lasciano delle tracce indelebili nel percorso di ciascuno. “Nel mio caso hanno avuto grande importanza le figure dei parroci che mi hanno accompagnato con discrezione e anche imponendo dei limiti che mi sono serviti. Penso anche ad alcune figure di Santi come San Francesco, San Benedetto e il Santo Curato d’Ars” che hanno fatto della spiritualità e dell’incontro quotidiano con il Signore la loro forza. Tra i parenti, don Signori annovera anche la beata Pierina Morosini (1931-1957). Cresciu­ta in un ambiente di alta vita spirituale incarnata nella famiglia, la beata Morosini ha seguito Cristo povero ed umile nella cura quotidiana dei numerosi fratelli. Avendo scoperto che “poteva farsi santa anche senza andare in convento”, si è aperta con amore alla vita parrocchiale, all’Azione Cattolica ed all’aposto­lato vocazionale. La preghiera personale, la partecipazione quotidiana alla Santa Messa e la direzione spirituale l’hanno portata a capire la volontà di Dio e le attese dei fratelli, a matu­rare la decisione di consacrarsi privatamente al Signore nel mondo. Per dieci anni ha vissuto le difficoltà e le gioie di lavoratrice in un cotonificio della zona, facendo i turni e spostandosi sempre a piedi. Le colleghe testimoniano la sua fedeltà al la­voro, la sua affabilità unita al riserbo, la stima che godeva come donna e come credente. Proprio nel tragitto verso casa si è consumato il suo martirio, estrema conse­guenza della sua coerenza cristiana. I suoi passi però non si sono fermati, ma continuano a segnare un sentiero luminoso per quanti avvertono il fascino delle sfide evangeliche. I Santi e i beati sono “tutte figure che continuano a far sì che io mi possa continuare a fidare del Signore. È una fiducia che certamente costa ma che, una volta sperimentata, dà molto di più di quello che ci si aspetta”.

La testimonianza. In un tempo in cui l’uomo di oggi è spesso smarrito e senza riferimenti, “Dio può dire: ‘Fidati, abbandonati’. Ed è un po’ quello che ha detto a me. Se sono entrato in Seminario, è perché ho voluto ‘rischiare’ di entrare in questo abbraccio del Padre. Certo l’uomo di oggi si affida a Dio se vede dei testimoni in grado di portare l’uomo a Dio, cioè se vede dei sacerdoti veramente amanti del Signore, innamorati del Signore e della gente. È proprio vero che il sacerdote è colui che deve lasciarsi mangiare dalla gente. Dobbiamo saper ascoltare le persone dopo aver ascoltato la voce del Signore che parla. L’uomo incontra il Signore anche nel momento in cui incontra dei testimoni che hanno fatto l’esperienza di questo incontro che cambia davvero in profondità la vita”.

Il percorso. Da seminarista, ha prestato servizio (“sono stato accolto con tanto affetto”) nelle parrocchie di Flero, Sulzano, Roè Volciano, Prevalle. In terza teologia ha vissuto l’esperienza di prefetto nella comunità del seminario minore. Durante il tempo di formazione ha vissuto anche alcuni momenti formativi: l’esperienza del grest in Romania, il servizio al Cottolengo a Torino, il pellegrinaggio a Lourdes con il Cvs, così pure l’esperienza delle missioni popolari in Valgrigna. “Tutti gli anni di formazione hanno in sé un qualcosa che mi ha insegnato. Potrei parlare dell’esperienza forte in Romania con il grest estivo, lì dove ho potuto toccare con mano la semplicità dei bambini che hanno nel rapportarsi con gli educatori e tra di loro. È qualcosa di totalmente diverso da quello che avviene nei nostri oratori. Ricordo anche l’esperienza forte al Cottolengo a Torino dove ho visto da vicino la dimensione della sofferenza che viene affrontata e vissuta nella serenità”. L’assistenza e la cura degli ammalati fu la prima attività caritativa realizzata da San Giuseppe Cottolengo (1786-1842). Dal 1833 ad oggi la missione non è cambiata… I malati e i disabili che giungono all’Ospedale Cottolengo sono visti come un dono della Provvidenza. Cottolengo diceva. “Non siamo qua per guardare i letti, ma per custodire i poveri ammalati; ed è perfettamente inutile avere i primi se non li facciamo occupare dai secondi, più infermi e fiducia sempre fiducia”. “Ogni anno il Seminario, inoltre, ci manda a fare attività pastorale, chiamato in gergo tirocinio pastorale, e in tutte le parrocchie ho raccolto molti frutti”. Don Luca si è misurato, si è confrontato, con le tante fragilità che abitano nella nostra società. Non ha cercato di trovare delle risposte, ma si è semplicemente affidato al Padre, cercando di imitarne l’abbraccio amoroso che sa scaldare e rinfrancare i cuori. Ascolto e condivisione. A volte basta veramente poco per essere vicini a chi soffre o vive situazioni delicate.

Il riferimento del Vangelo. Il versetto di Matteo 16,24 (“Se vuoi venire dietro a me, rinnega te stesso, prendi la tua croce ogni giorno e poi seguimi”) lo accompagna fin dal suo ingresso in Seminario. “In questo versetto rivedo anche il mio modo di essere e di fare. Sono un carattere a volte un po’ forte, ma sono chiamato ogni giorno a rinnegare me stesso, con fatica ma con la consapevolezza che dietro questo rinnegamento c’è qualcosa di più grande: la gioia dello stare, dell’abbandono al Signore e con il Signore”.

L’amicizia che continua. Il prete è di Dio, è di tutti, è della comunità dove presterà il suo ministero e della comunità di origine come gli ha scritto l’amico Christian Caliendo. “Sono felice per te e ti faccio i miei gli auguri perché tu possa mantenere vivo l’entusiasmo che hai sempre mostrato nei confronti della tua famiglia, dei tuoi amici e della tua comunità e che questo possa essere da speranza e conforto per molti. Grazie del tuo essere disponibile ad ascoltarmi, comprendermi e consigliarmi…”. Il prete sarà sempre di Dio e di tutti.

Don Luca Signori è nato nel 1990, originario della parrocchia di S.Maria della Neve in Boario Terme nel comune di Darfo. Ha una sorella coniugata. È entrato in Seminario in propedeutica nel 2011 dopo aver conseguito in Valle Camonica la maturità di Ragioniere e perito commerciale amministrativo. Ha compiuto regolarmente gli studi teologici in Seminario fino al raggiungimento del Baccellierato nei mesi scorsi. È diacono da settembre 2017. Ha svolto il suo servizio a Flero, è stato prefetto nel Seminario minore, ha prestato servizio nelle parrocchie di Sulzano, Roè Volciano e l’anno del diaconato lo ha svolto presso le parrocchie di Prevalle S. Michele e S. Zenone.

Dicono di lui…

 Il prete è l’uomo della gente

Il ritratto di don Luca Signori è affidato a chi lo conosce bene come i genitori e la sorella. “Nel 2003, ci dicevi l’intenzione di entrare in seminario per diventare sacerdote. Fin da piccolo abbiamo visto, la tua partecipazione, alla vita comunitaria come chierichetto, catechista, collaboratore ma spesso ti abbiamo consigliato di aspettare e vedere se quella che poteva essere una vocazione permaneva. Nel 2011, sei entrato nella famiglia del seminario. All’inizio non eravamo molto d’accordo ma di fronte alla tua decisione non potevamo opporci. Durante il tuo percorso, è sempre più emersa, la tua particolare convinzione circa la strada da te intrapresa e non abbiamo mai nascosto e non nascondiamo la nostra soddisfazione vedendoti convinto e gioioso. Siamo consapevoli, forse non fino in fondo, della bellezza e del grande dono che il Signore ci ha fatto. Siamo orgogliosi. Dobbiamo un ringraziamento particolare ai tuoi formatori, a don Enrico e alle tante persone che si sono fatte vicino. Vediamo in te, quello che tu ami spesso ricordare: il prete è l’uomo della gente, l’uomo delle relazioni, disposto ad accompagnare l’altro in questo tempo di pigrizia e assenza di valori. La missione che inizi, non è facile ma siamo convinti che è quella che il Signore ti ha preparato, messa nel tuo cuore. Ti auguriamo ogni bene, pregando per te affinché tu possa conservare quei valori che anche noi ti abbiamo insegnato”.

Mamma e papà

Un legame indissolubile, un legame che forse si modifica nel tempo ma che non viene mai meno. Questo e molto altro si evince dalla lettera di Sara, la sorella di don Luca. Sara con il marito Ivan, con la piccola Gaia e con l’altra piccola (in arrivo) Alice, è la seconda famiglia di don Luca. Sarà sicuramente un porto sicuro dove attraccare negli inevitabili momenti di difficoltà. Sarà sicuramente un luogo per staccare la spina dalla quotidianità e immergersi nella dimensione familiare.

“Il giorno tanto atteso della tua ordinazione sacerdotale che hai sempre desiderato fin da piccolo è arrivato. Un percorso lungo sette anni, ma un lasso di tempo che è volato velocemente. Ricordo quando da piccolo, andavi tutti i giorni in oratorio con la tua bicicletta ‘sempre spericolato’ e in chiesa a fare il chierichetto dove non mancavi mai. Caro Luca sei sempre stato un ragazzo estroverso, capace di stare in mezzo alla gente e un ‘testone’, tutto quello che volevi lo facevi. Abbiamo spesso litigato e, capiterà ancora ma, sappi che ti voglio bene e sono orgogliosa di te. Noi, ‘la tua seconda mamma’ come mi chiami sempre, Ivan, Gaia e tra non molto anche Alice, ti auguriamo una vita sacerdotale piena di felicità e di poterla continuare sempre con lo stesso entusiasmo di adesso. Un fraterno abbraccio”.

La sorella Sara

Il progetto più bello di don Lorenzo

Don Lorenzo Bacchetta, quarant’anni di Gavardo, è uno dei tre sacerdoti ordinati in Cattedrale da mons. Tremolada. La testimonianza dell’amico Mauro Bresciani

Don Lorenzo Bacchetta, della parrocchia dei Santi Filippo e Giacomo di Gavardo, è originario di Grignasco (Novara). Ultimo di quattro figli, è nato il 22 luglio 1977. All’età di sette anni incontra l’esperienza scout, diventandone capo nel 1997 e formatore dei capi scout dal 2001. Nel 1996 consegue la maturità scientifica al Liceo Fermi di Salò; intraprende gli studi di ingegneria per l’Ambiente e il Territorio. A un esame dalla laurea comincia a lavorare presso una società pubblica della Valle Sabbia, prima con uno stage e poi con incarichi di sempre maggiore responsabilità. È del 2010 la scelta di iniziare il percorso per il diaconato permanente; l’anno successivo si iscrive alla facoltà di scienze religiose. Nel maggio dello stesso anno matura la decisione di lasciare il lavoro per entrare in Seminario. In questi anni ha prestato servizio nell’Unità pastorale della Valgrigna (Esine, Berzo, Bienno, Plemo e Prestine, 2014-15), è stato prefetto in Propedeutica (2015-16); l’anno successivo ha affiancato a questo servizio quello presso la parrocchia di San Bartolomeo in città. Nel 2017-2018 è stato diacono a Villanuova sul Clisi.

Don Lorenzo, la tua biografia racconta di un cammino particolare verso il sacerdozio…

Sì, sono entrato in Seminario a 36 anni, dopo un’esperienza lavorativa di una decina d’anni in un’azienda pubblica con un ruolo di coordinatore e responsabile del settore tecnico. È stata un’esperienza importante, che insieme ad altre hanno segnato il mio cammino. Al di là della mia famiglia, che non smetterò mai di ringraziare, nella mia vita c’è stata anche l’esperienza dello scoutismo. Si tratta di una pagina molto importante nel mio percorso umano. Una pagina iniziata ancora da ragazzo, più di 30 anni fa, e poi portata avanti sino al momento di entrare in Seminario. Mi sono occupato anche di formazione dei giovani capi scout, e anche questo è stato un ambito che mi ha donato molto più di quello che sono riuscito a offrire e che continua ancora ad arricchirmi. Il mio cammino verso il Seminario è stato dal punto di vista temporale sicuramente anomalo rispetto a quello di tanti altri giovani, ma reso uguale a quello di don Luca e don Alex, che saranno ordinati con me, dal fatto che tutti abbiamo accettato di seguire le vie che il Signore ci ha indicato.

Vocazione è uno di quei termini che suona un po’ datato… Storie come la tua possono aiutare a fare comprendere che, invece, è qualcosa di straordinariamente attuale, che può attraversare la vita dei giovani di oggi?

Se penso a un modo nuovo, a un’immagine, a una sensazione per raccontare con parole nuove cosa sia stata per me la vocazione, non trovo di meglio che descriverla come la progressiva capacità di percepire che i passi che si stanno facendo diventano sempre più efficaci, solidi, consistenti, realmente fondati sulle poche cose che contano: l’amore, il Signore. Credo che parlare di vocazione ai giovani chieda di concentrarsi un po’ di più su questo aspetto e di chiedere a loro di rispondere alla domanda: “Dove voglio mettere il mio piede?”. Come giovani facciamo tante esperienze, appoggiamo i nostri piedi in tanti posti, ma pochi sono quelli in grado di sostenerci. Magari si tratta di esperienze che appaiono anche strutturate, ma che alla prova dei fatti si rivelano inconsistenti, incapaci di sostenere. La vocazione, dunque, è prendere progressivamente coscienza che ci sono terreni su cui, meglio di tutti gli altri, posso poggiare il mio piede. L’amen che il Signore ci chiede di pronunciare rappresenta proprio questa solidità, questa certezza.

Eppure pronunciare questo amen, scegliere la strada del definitivo è per tanti giovani un passaggio ostico. Perché?

Ci sono tanti aspetti che fanno apparire questo passaggio difficile, quasi una vetta ardua da scalare. Il primo, sicuramente il più semplice da comprendere, è la convinzione che compiere una scelta “per sempre” rappresenti un impoverimento, un rinunciare a qualcosa… Forse la molteplicità delle esperienze che vengono proposte ai giovani induce a pensare che abbracciarne una sola sia troppo poco. C’è poi il fatto che i giovani, forse, non sono più abituati a vedere il bello, il “perché sì” di una scelta definitiva, preoccupati, come sembrano, di dover giustificare sempre i “no”. Serve uno sforzo per passare dalla giustificazione del “no” alla affermazione della bellezza del “sì.” Quella vocazionale deve essere una pastorale della bellezza del sì.

Incide su questa paura anche il timore della fatica che un “per sempre” porta con sé?

Forse sì. Eppure la fatica è una componente essenziale che chi vuole diventare uomo deve affrontare. Obbliga a guardare alle cose nella loro verità, a discernere tra i pesi che devono essere necessariamente portati e quelli che possono essere abbandonati perché non fanno parte del bagaglio che serve. La fatica pone nella necessità di togliere filtri e maschere che si hanno nei confronti dell’altro.

Il faticare insieme è importante. La crisi delle vocazioni, che non è solo quella del sacerdozio, è figlia della fatica del camminare insieme, dell’incapacità di guardarsi negli occhi quando si è stanchi. La fatica, poi, chiede di imparare a chiedere aiuto, di capire che l’altro ha bisogno di aiuto, anche se non lo chiede.

Il Vescovo, in un recente incontro in Seminario, ha consegnato una sorta di mandato a tutti i suoi sacerdoti: uscire dagli ambienti rassicuranti per andare a incontrare chi sembra lontano. Quale effetto fa a su un giovane che si appresta a intraprendere la vita sacerdotale questo invito?

Per me è una prospettiva rassicurante. Il prete deve muoversi, e più ancora del pastore deve essere come il cane da pastore che corre senza sosta per tenere assieme il gregge e recuperare anche quelle pecore che per mille motivi si sono allontanate. Per questo è importante che come preti andiamo a incontrare i giovani, e più in generale le persone, là dove vivono. La Chiesa in uscita non consiste nell’andare fuori per portare dentro ma, come insegna papa Francesco, è stare fuori perché è proprio lì che si incontrano le persone.

Non riusciremo ad arrivare ovunque, così come non potremo lasciare sguarniti quelli che sono i nostri ambienti, ma dobbiamo fare le due cose: stare nei nostri ambienti per incontrare chi c’è ma non sottrarci dall’uscire per incontrare chi sta altrove… Se ci pensiamo è esattamente quello che ha fatto Gesù.

Ci sono comunità che vi aspettano: come vivete queste grandi attese su di voi?

Le attese che ho trovato nella comunità che ho servito nel corso di quest’ultimo anno non sono state espressione del bisogno di grandi proposte, ma piuttosto del desiderio di essere accompagnati, di trovare persone capaci di ascoltare, di dare risposte sensate, ma anche di tacere, quando queste risposte sembrano mancare. Ho trovato persone che chiedono al sacerdote, al diacono di condividere un tratto del loro cammino, delle loro fatiche e delle loro gioie.

Ai bambini del catechismo, facendo tesoro di quanto ho percepito dalla comunità che mi ha accolto, ho detto che i cristiani devono avere orecchie sempre aperte, occhi sempre attenti e cuore spalancato. Infatti ogni parola ha un peso e senso, ogni volto è importante e mette in comunicazione il nostro cuore con quello di chi incontriamo sul nostro cammino.

Oltretutto la stagione in cui la comunità si affidava in tutto e per tutto ai sacerdoti appartiene al passato, e i laici sanno benissimo come essere protagonisti nelle loro comunità.

Don Lorenzo Bacchetta, originario di Grignasco, è nato nel 1977 e viene deala parrocchia di Gavardo. Dopo il diploma di maturità scientifica, nel 1996 è studente di Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, fino ad un esame dalla fine, poi comincia a lavorare presso una società dei comuni e della Comunità Montana di Valle Sabbia come cartografo e tecnico del Sistema Informativo Territoriale, poi Responsabile dell’Area Tecnica, che si occupa dei servizi di innovazione tecnologica per una quarantina comuni dell’Est della provincia di Brescia e di ciò che riguarda i settori urbanistica, territorio, catasto, sportelli digitali e infrastrutture tecnologiche. Nel 2010 comincia il percorso per il diaconato permanente, nel 2011 inizia la facoltà di scienze religiose. Nel maggio 2013 si licenzia dal lavoro e nel settembre 2013 entra in seminario. Nel 2015 si laurea in scienze religiose con una tesi in Antropologia Teologica sul teologo russo S. N. Bulgàkov. In seminario presta servizio nell’UP della Valgrigna, come Prefetto in propedeutica, presso la Parrocchia di San Bartolomeo in città, Diacono a Villanuova sul Clisi. Appassionato di montagna, ciclismo e sport in generale, di cucina e di lettura.

Dicono di lui: il mio amico Lorenzo diventa prete

Questo è il ritratto che Mauro Bresciani fa di don Lorenzo Bacchetta: “Conosco Lorenzo (per tutti noi Lorenz) da quando nel 1997 entrò come capo nel gruppo scout di Gavardo, io ero un esploratore all’ultimo anno e lui un capo alle prime armi. Assieme ai suoi due fratelli si può dire che abbia salvato in quegli anni il nostro gruppo dalla chiusura, ma ha fatto molto di più. Ci ha portato uno stile, una fedeltà al metodo scout pensato da Baden Powell, che noi invece vivevamo molto annacquato. Ci ha portato relazioni significative, competenza, intenzionalità educativa, amore per la natura e il suo Creatore.

All’inizio non eravamo proprio amici, uno era capo, l’altro un ragazzo, un po’ di anni di differenza, ma il rapporto era fraterno, ci si scherzava, ascoltava, si collaborava in tante cose, si cresceva assieme, ciascuno nel proprio ruolo, ma con un occhio e un orecchio orientati anche a sentire, o a cogliere, come stesse l’altro.Poi separati leggermente i nostri percorsi perchè io passai nel gruppo più grande, non si faceva più attività assieme, ma la voglia di cercarsi, confrontarsi, ascoltarsi e sapere come stesse l’altro, quella è rimasta e si è rafforzata, finchè, piano piano, è diventata amicizia, che ci ha fatto vivere con grandissima gioia e affiatamento, quasi una intesa perfetta, una sacco di esperienze, prima negli scout, poi in montagna, e sempre nelle rispettive vite.

Credo che nella vita non ci sia mai la fine di un percorso, forse può esserci “un fine” ma non amo pensare ad una fine; nello scoutismo tutti sanno che la strada è fatta per chi parte, e se arriva, questo non è mai un traguardo, ma si arriva sempre per ripartire. Ogni volta che piantiamo la tenda, sappiamo che più avanti c’era un posto più bello, un luogo sconosciuto, dove nessuno è mai stato, che è per ognuno la casa più sua; e ogni mattina si riparte per raggiungerlo. E arrivati alla meta, si riparte per ritornare a casa, alla vita, con più entusiasmo.

Può sembrare che diventare sacerdote sia il termine di un percorso, o la fine di un certo modo “normale”, comune, di vivere la vita, ma per Lorenzo so che non è così.

Sicuramente cambieranno alcune cose, non riuscirà più ad andare spesso come vorrebbe in bicicletta e in montagna, ma questo momento è solo un passaggio, una evoluzione del suo percorso di vita, che Lorenzo sta vivendo da moltissimi anni; una vocazione matura e maturata con grande responsabilità, ma sempre vissuta concretamente nella sua vita, anche prima di entrare in seminario. Il suo stile di vita non sta per cambiare poi così radicalmente; io non ci vedo così tante differenze rispetto a quello che conoscevo prima.

Lorenzo ha vissuto a lungo nel mondo, ha studiato tanto. Ha lavorato, è stato caricato di responsabilità, se ne è assunte tante, ha sempre risposto “Eccomi”, ha cercato di creare un buon clima sul posto di lavoro, collaborazione e fiducia, ed ha lasciato di se un buon ricordo. Ha fatto il capo scout per una vita, lo ha fatto bene, c’è chi lo cerca ancora adesso perchè rimane un riferimento non solo per la Fede, ma per la competenza, le conoscenze, la fantasia, lo stile.

Ha incontrato tante persone, non le ha solamente viste passare, ma le ha incontrate veramente, le ha ascoltate, consigliate, aiutate, guidate, formate.In sostanza, credo che la principale caratteristica che ne farà un ottimo sacerdote sia il fatto che ha vissuto ampiamente il mondo, lo conosce a fondo, in tante sfaccettature, conosce la gente, la ha incontrata, fedeli, atei, indecisi, conosce  il mondo del lavoro, il mondo associativo, delle istituzioni. Conosce la Vita nel mondo, non solamente quella della Chiesa, degli oratori, dei grest, le sacrestie, i seminari.

Altra caratteristica è che nel suo stile di essenzialità ha sempre badato al sodo anche nella Fede; essa è innanzi tutto una relazione d’amore con un Dio che si fa presente con la Parola, e si manifesta con Gesù. Lorenzo ha sempre rimarcato questa cosa e l’ha sempre vissuta in prima persona; poi vengono anche le celebrazioni, i riti, le tradizioni, le cerimonie, … nella misura in cui servono ad avvicinare e far crescere nel rapporto con Dio.

Un augurio che vorrei fargli, e che può essere pubblico, è di avere la possibilità, nel suo servizio, di poter vivere di tanto in tanto, ma con costanza, nella sua comunità e con i suoi compagni, la bellezza della Natura e della Strada.

Far provare ai suoi fratelli e compagni di vita la bellezza di essere pellegrino, di “mettere i propri piedi su strade percorse da altri – come Giuseppe, come Maria, come Francesco, come Peppino; mettere i propri piedi dove un Altro ha messo prima i suoi”.

Vivere da prete? Bello e stimolante

Don Alex Recami, 26 anni da Borno, viene ordinato sacerdote. Per lui è il coronamento di una vocazione avvertita sin da bambini. Così lo raccontano il papà e la mamma

Questo è il mio comandamento, che vi amiate come io ho amato voi.

Agli esercizi spirituali di due anni fa, don Alex Recami ha riscoperto questo versetto del vangelo. “Mi ricorda – spiega – che è il comandamento di Gesù: è una sua regola di vita. Io vi ho amato come il Padre ha amato voi. Se ho esperienza di essere amato, posso amare. Mi piace pensare così il mio sacerdozio”. Don Alex, 26 anni, viene da Borno, il paese dove si mescolano la “tradizione e la novità, anche grazie all’ospitalità che sempre si esercita per il continuo turismo. Sembra una sciocchezza fuori luogo, ma credo che sia tra le cose fondamentali che hanno costruito la mia personalità: da buon camuno, sono più riservato se toccato nella sfera personale, ma fondamentalmente aperto a nuove conoscenze, abituato come sono a incontrare gente nuova; per queste esperienze, sono continuamente sorpreso di un Dio innamorato dell’uomo che affronta le salite e le discese più aspre, con coraggio”. Lì ha respirato i valori del cristianesimo. “La mia vocazione si è evoluta facilmente, grazie anche alla mia famiglia: alle mie nonne, Antonietta e Maria, ai miei genitori, Giuliana e Vittorino, e alle mie sorelle Antonella e Mariachiara. Non posso dimenticare i miei amici, tra cui anche alcuni preti, grazie ai quali sono entrato nel Seminario Minore già all’età di 14 anni, nel 2006. Nell’ambiente caldo e protettivo del Minore ho vissuto sei lunghi anni, un po’ cullato e un po’ spronato dai preti che mi hanno seguito, finalmente ho spiccato il volo al Seminario maggiore nel settembre 2012, dopo la maturità classica al Liceo vescovile “Cesare Arici”.

La certezza. Al Seminario maggiore ha potuto sperimentare ancora di più la vocazione al servizio nella Chiesa. “Nella nuova comunità ho confermato sotto ogni aspetto, spirituale, umano e culturale, la mia decisione iniziale di diventare prete, trasformandola pian piano nell’accoglienza del servizio che Cristo mi chiede di svolgere nella Chiesa, consapevole del grande amore di cui mi circonda ogni giorno. Con entusiasmo, cioè con ‘Dio dentro’, e con la certezza che non è solo un mio desiderio, ma che rispondo a un desiderio di Dio per la Chiesa, lo scorso settembre sono stato ordinato diacono e il prossimo 9 giugno sarò ordinato prete, insieme a don Luca e a don Lorenzo”.

La visita del Papa. Il 19 luglio del 1998 aveva solo sei anni quando Giovanni Paolo II visitò il suo paese natale. Il 3 giugno del 1992 durante un’udienza generale, il Santo di Wadowice commentava così il Vangelo di Giovanni caro ad Alex: “Gesù ha sottolineato la centralità del precetto della carità, quando lo ha chiamato il suo comandamento: ‘Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati’. Non è più solo l’amore del prossimo, ordinato dall’Antico Testamento, ma è un ‘nuovo comandamento’ (Gv 13, 34). È ‘nuovo’, perché il modello è l’amore di Cristo (‘come io vi ho amato’), espressione umana perfetta dell’amore di Dio per gli uomini. Più particolarmente, è l’amore di Cristo nella sua manifestazione suprema, quella del sacrificio: ‘Nessuno ha un amore più grande di quello che sacrifica la propria vita per i suoi amici’ (Gv 15, 13). Così la Chiesa ha il compito di testimoniare l’amore di Cristo per gli uomini, amore pronto al sacrificio. La carità non è semplicemente manifestazione di solidarietà umana: è partecipazione allo stesso amore divino”. E don Recami è pronto a iniziare il suo ministero forte di questo mandato e con la consapevolezza che la preghiera, cioè il mettersi in ascolto del Signore, può essere una valida alleata nelle tortuosità della vita.

La vocazione. “All’inizio aveva un’idea molto fumosa sul perché diventare prete: un uomo felice che sta tutta la sua vita con i giovani. Ho in mente i curati che sono passati da Borno. Negli anni è rimasta l’idea di fondo, però si è arricchita piano piano di esperienze, di idee e di immagini. In Seminario ho potuto conoscere meglio attraverso lo studio, la preghiera e la relazione con i miei compagni la figura di Gesù, in particolare la sua croce e la sua risurrezione. L’idea iniziale del prete con i giovani si è allargata a tutte quelle difficoltà e fatiche che i preti sono chiamati di volta in volta a vivere: non sono una parte esterna, perché ho imparato che la croce non si può scansare. La croce fa parte della vita, la croce fa parte del progetto iniziale. Gli ostacoli non si possono evitare. La croce fa parte di una vita bella anche come quella del prete”.

La relazione. Hanno giocato un ruolo fondamentale gli incontri avuti. “Sono tante le esperienze fondamentali che ho vissuto, in particolare nel periodo della formazione nelle diverse parrocchie. Le esperienze fondamentali sono sempre quelle di relazione con le persone. In famiglia ho sempre trovato un trampolino di lancio che mi ha accolto. Nella mia parrocchia d’origine ho vissuto da preadolescente in oratorio. Il curato di allora era ed è una bella immagine di prete per la gente: mi ha fatto vedere che vivere da prete per gli altri e con Cristo è possibile. Quando sono entrato in Seminario, il vivere con gli altri mi ha aiutato ulteriormente a crescere”.

I giovani. Il Papa ha pensato a un Sinodo dei Vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” in ottobre: “Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori”. “L’esperienza che ci stiamo preparando a vivere sull’incontro e sull’ascolto dei giovani, mi fa riflettere – spiega don Alex – sull’importanza fondamentale dell’ascolto. È un termine al quale diamo spesso un significato vago. Pensiamo più al ‘sentire’, mentre ascoltare significa entrare nelle dinamiche che viviamo noi giovani, cioè entrare nelle tante dimensioni che la nostra vita contiene. Spesso rischiamo di preferire un aspetto (la preghiera, lo studio…) rispetto all’altro, invece dobbiamo rivalutare anche gli errori perché sono quelli che ci dicono dove sta andando la nostra vita”.

Il confronto. Non è sempre facile far comprendere la propria decisione soprattutto ai familiari che magari avevano ipotizzato un futuro diverso per il loro figlio. “La mia famiglia inizialmente mi ha fatto ragionare sulla portata della scelta, ma poi quando hanno compreso quanto ci tenessi a questa scelta che era ponderata e aveva un fondamento, hanno iniziato a sostenermi”.

La delusione. In ogni percorso ci sono delle cadute che aiutano a riflettere e ad andare avanti con più convinzione. “In quarta superiore sono stato bocciato. Mi cadeva il mondo adesso… I miei genitori mi dicevano: ‘Se non sei così convinto da non riuscire a tenere fede ai tuoi impegni…’. Io mi sono impuntato, quando hanno visto il mio viso duro hanno capito che questa fatica/difficoltà faceva parte del mio cammino e andava affrontata. Si sono convinti della verità di una scelta fondata sulla roccia cioè su Cristo stesso”.

Il modello. Non ha preferenze, ma se dovesse scegliere un Santo, prenderebbe Giovanni Bosco. “Lo sento come Santo protettore di me giovane. In un secondo momento potrà essere il mio esempio per essere prete tra i giovani”.

Don Alex Recami ha compiuto 26 anni ed è originario della parrocchia di Borno. Ha 2 sorelle. Entra in seminario minore nel 2006 frequentando l’Istituto Cesare Arici di Bresci dove consegue la maturità classica. Passa in teologia dove il 16/9/2017 diventa diacono e nel 2018 consegue il Baccellierato. Ha svolto il suo servizio nelle parrocchie della Valgrigna, a Montirone, a Sulzano e l’anno del diaconato nella parrocchia di Cristo Re a Brescia.

Dicono di lui…

I genitori: “Ha avuto la fortuna di vedere la luce…”

Sentiamo spesso parlare di vocazione. Ma cosa significa questo per i genitori di un sacerdote? La mamma e il papà di don Alex Recami hanno risposto a questa domanda dalle pagine del Giornale della comunità di Borno.

Mamma Giuliana: “In questi anni ho avuto modo di maturare la convinzione che Dio ci parli nel silenzio e che le idee e le conseguenti azioni che ne vengono, siano guidate da Lui. Sarò molto fatalista, ma credo che davvero la nostra strada sia tracciata fin dalla nascita. La fortuna è nel saper riconoscere la via e sapere qual è il traguardo che si vuole raggiungere e che ci è stato destinato. Non è facile e non tutti ci riescono. Alex ha avuto la fortuna di vedere la luce che indicava il suo cammino fin da quando era in tenera età. Ha avuto poi la costanza di seguire il percorso e non si è fatto spaventare dalle difficoltà. Certamente l’ordinazione sacerdotale non è la meta, ma semplicemente l’inizio di un nuovo cammino, che sarà spesso anche impervio, ma sono certa che in compagnia del Signore giungerà dove Lui lo vuol guidare”.

Papà Vittorino: “Diciamo che non fa paura, come invece spesso si è portati a pensare. Avendo vissuto da vicino la vocazione di Alex e seguito con lui il percorso che lo ha portato fin qui, ho raggiunto la consapevolezza che effettivamente vi è qualcosa di sovrannaturale, un di più che se non si vive in prima persona non è comprensibile. E quel che non si comprende, notoriamente fa paura”.

Testimoni della benedizione di Dio

Il vescovo Pierantonio ha presieduto in Cattedrale la celebrazione per l’ordinazione presbiterale di don Luca Signori, don Alex Recami e don Lorenzo Bacchetta. Leggi l’omelia

È con grande gioia e non senza una certa emozione che celebro con tutti voi questa prima ordinazione di nostri presbiteri diocesani. È questo un momento molto importante e atteso per tutta la Chiesa bresciana ed è l’occasione per toccare con mano la provvidenza del Signore, che non lascia mancare alla sua Chiesa i pastori di cui ha bisogno per compiere il suo cammino e dare così al mondo la sua testimonianza.

Ci mettiamo in ascolto – come è giusto – della Parola di Dio che la liturgia ci offre in questa decima domenica del tempo ordinario. È una Parola che proclama la bellezza della vita e la sua energia potente, a fronte del mistero dell’iniquità, cioè del tentativo drammatico di mortificarla o addirittura di estinguerla.

 Il Libro della Genesi, nella pagina che abbiamo ascoltato, descrive gli effetti tristissimi della catastrofe originaria, cioè del peccato dell’umanità agli inizi della sua esistenza. Il rifiuto di Dio e della sua grazia, la mancanza di fiducia nei suoi confronti, il sospetto della sua malafede, l’idea che egli non volesse il vero bene dell’umanità ma la pensasse schiava e sottomessa hanno aperto alla morte le porte dell’esistenza umana. Obbligando Dio a tenersi lontano, l’uomo ha dovuto conoscere suo malgrado una realtà spaventosa, opposta alla vita vera. Chiamata ad esistere nella somiglianza con Dio, cioè nella beatitudine dell’amore trinitario, l’umanità ha improvvisamente scoperto nella sua esistenza la dolorosa e sconvolgente realtà della violenza, della divisione, dello smarrimento e della paura. Le tenebre sono entrate là dove regnava serena la luce della bellezza che viene da Dio. È questo che la Scrittura intende esprimere quando parla del serpente che convince Eva. Con la sua seduzione egli diffonderà nella vita un veleno mortale, che tenderà di annientarla attraverso la gelosia, il conflitto, l’avidità, la superbia e, ultimamente, la ricerca ossessiva della propria autonoma soddisfazione.

Ma la vita che il Creatore ha donato all’uomo suo amico non verrà meno e non soccomberà. Ciò che viene da Dio e partecipa del suo mistero santo non può essere distrutto, perché nessuno gli è superiore in potenza e perché la potenza di Dio è l’amore. L’uomo creato a immagine di Dio potrà subire un attacco ed essere colpito, ma la sua vita non potrà essere annientata. A Eva, che è la madre di tutti i viventi il Signore Dio dice che d’ora innanzi sarà lei a trasmette la vita, continuando la sua opera di Creatore, anche se lo dovrà fare paradossalmente in mezzo ai dolori delle doglie, e poi aggiunge: “Io metterò inimicizia tra te e il serpente, tra la sua stirpe e la tua stirpe. Tu gli schiaccerai la testa ed egli ti insedierà il calcagno”. Con queste parole misteriose si allude all’eterna lotta cui sempre si assisterà nella storia umana tra la vita e la morte, tra Colui che ci vuole vivi e felici e colui che ci vuole disperati e perduti, tra la luce del giorno e le tenebre della notte. Il desiderio di vivere non sarà mai sradicato dal cuore degli uomini e la forza della vita avrà sempre la meglio. Tuttavia, l’attacco sarà continuo e serio il rischio del naufragio. L’ultima parola sarà in ogni caso di Dio. La sua potenza d’amore permetterà a chi si affida a lui di sperimentare la forza consolante della sua salvezza.

Lo testimonia il Cristo stesso, che nei Vangeli si presenta come il garante della vita contro la morte, della speranza contro la disperazione. Laddove la morte cerca di estendere il suo dominio, l’azione di Gesù si fa più intensa. Laddove l’ingiustizia, la corruzione, la violenza, l’infermità fanno sentire il loro triste peso, lì il Salvatore giunge con la sua presenza e la sua parola autorevole e confortante. I racconti dei Vangeli ne sono la prova. La pagina del Vangelo di Marco che abbiamo ascoltato ci attesta poi che, nei casi in cui il potere oscuro del maligno arriva a deformare la persona stessa, ci si deve aspettare che la santità del Cristo si manifesti in tutta la sua forza. I suoi avversari non possono negarlo, anche se – accecati – offrono di tutto questo un’interpretazione falsa e tendenziosa: “Egli – dicono – scaccia i demoni nel nome dei principe dei demoni”. Di questa lettura distorta essi si assumono piena responsabilità e insieme subiscono le conseguenze, perché chiudono le porte alla luce della vita e alla gioia della redenzione.

È nella cornice di questa Parola – carissimi ordinandi Luca, Alex e Lorenzo – che il Signore ci chiede oggi di celebrare questo momento così importante per voi e per l’intera nostra diocesi. Voi state per ricevere l’ordinazione presbiterale. Con voi la nostra Chiesa si arricchisce di nuovi ministri e il nostro presbiterio di nuovi fratelli. Per la potenza dello Spirito santo diventerete ministri di Cristo, che avete incontrato nella fede e avete riconosciuto come il Signore della vostra vita e dell’intera storia umana. Di lui e per lui voi già vivete. È lui il segreto della vostra felicità e della vostra speranza. Segreto nascosto nel profondo del vostro cuore, intima e consolante certezza della vostra coscienza. Non dimenticate che ogni ministro di Cristo è anzitutto testimone della sua risurrezione del Signore, come già un tempo i dodici che lo incontrarono vivo dopo la sua passione, cioè della sua vittoria sulla morte e quindi della vittoria della vita su tutto ciò che tende a soffocarla. Siete chiamati a mostrare la forza che viene dalla grazia di Dio, la speranza che sorge dalla fede, la verità di quella promessa di beatitudine che il Signore Gesù ha proclamato. Abbiate quest’ansia sincera e continua di mostrare al mondo che Dio ama la vita, che ne è la sorgente, che la custodisce e la promuove. “È in te la sorgente della vita – dice il salmo – nella tua luce vediamo la luce” (Sal 36, ).

Sappiate che di questa vita c’è grande desiderio. Dal nostro mondo sale come un grido silenzioso, che cioè qualcuno confermi l’origine divina di ciò che siamo in quanto uomini e donne, mostri le radici celesti della nostra dignità, renda evidente la bellezza del nostro esistere, il suo senso vero e ultimo.

Tutto ciò, oltre i confini asfittici di un consumismo alla fine freddo e insipido. Siamo tutti convinti che non possiamo esistere semplicemente per acquistare prodotti o per utilizzare strumenti sempre più tecnologici, eppure sembriamo come costretti a fare di tutto questo il nostro pensiero principale. Voi siate annunciatori della lieta notizia di una vita ariosa, luminosa, gioiosa, che attinge costantemente alla gloria di Dio, a quello splendore di bellezza che il Cristo risorto ha manifestato in mezzo a noi.

Non conformatevi – come raccomanda san Paolo nella Lettera ai Romani – agli schemi di un mondo che rischia di implodere perché edificato su ciò che è passeggero. Difendete la vita vostra e quella dei fratelli e delle sorelle a voi affidate, soprattutto dei più giovani, dalle illusioni di una mondanità che procede in una direzione che non convince. Siate amici di Dio, discepoli del Signore, amministratori dei suoi misteri; siate servitori del Vangelo, testimoni della vita nuova il cui segreto è l’amore umile e mite di Gesù. Affidatevi alla forza della Parola di Dio, coltivate la preghiera, amate i misteri di Cristo che celebrate a vostro beneficio e a beneficio del popolo di Dio, soprattutto l’Eucaristia.

E non abbiate paura. Il male è una realtà dolorosamente chiara, ma il bene è più forte e la Provvidenza di Dio sa trarre il bene anche dal male. Con il peccato delle origini è entrata nel mondo la maledizione: questo ci insegna la Scrittura. Ma la stessa Scrittura ci insegna anche che si tratta di una maledizione aggiunta, che non ha nel mondo diritto di cittadinanza. Noi siamo stati creati nella benedizione. Siate dunque testimoni della benedizione di Dio, della speranza di vita cui il Cristo ha dato compimento. La vostra presenza, la vostra parola, i vostri gesti siano dunque motivo di conforto per chi sente il peso della vita. Siete costituiti per grazia pastori della Chiesa: guidate dunque le nostre comunità cristiane facendole camminare nella carità, che diviene accoglienza amorevole, servizio generoso, comunione sincera. Così servirete la vita e la difenderete. La speranza del mondo è poggiata su una vera esperienza di redenzione, su una liberazione anzitutto interiore, capace di rinnovare la nostra socialità e di custodire la bellezze dei nostri reciproci legami.

Voglio concludere con una parola riassuntiva tanto preziosa quanto delicata: vorrei dirvi di camminare nella santità. La forma vera della vita è l’esistenza umana trasfigurata nella grazia, splendente della bellezza che proviene dal mistero trinitario. La santità è la vita di Dio divenuta anche nostra, il riflesso luminoso della gloria di Dio nel cammino della storia. La realtà più segreta della Chiesa è la comunione dei santi ed è confortante sapere che anche noi facciamo parte di una grande schiera di eletti. Ai santi che la Chiesa ufficialmente riconosce tali, si aggiungerà dal prossimo 14 ottobre anche Paolo VI. Ragazzo di queste terre bresciane, che chiamavano Battista e poi don Battista, divenuto il grande papa del Concilio, Paolo VI è un uomo che ha lasciato un segno nella sua epoca, ma per noi soprattutto è l’esempio luminoso di un uomo di fede, che ha unito in armonia grandezza e semplicità, lo stare in alto e lo stare in basso, l’umiltà del cuore e la finezza del tratto. Certo, tutto in lui ruotava intorno all’amore per il suo Signore, il Cristo a cui si era affidato e che amava con tutto il suo cuore, con sapienza e mitezza.

Vi auguro di imitarlo. Non necessariamente raggiungendo il soglio pontifico. La santità di quel cuore può essere la santità di ogni cuore. Lo sia anche per il vostro, a gloria di Dio e a salvezza di tante anime desiderose di incontrare lo splendore della verità.