Il prete nella comunità parrocchiale

Nonostante i dati degli ultimi anni mettano in evidenza un grande calo nella partecipazione e accostamento ai sacramenti, nonostante sembra diminuire il senso di appartenenza alla comunità e più in generale al vivere gli spazi pubblici, nonostante molte riflessioni diano una Chiesa “in ritirata”, quando cambia un prete in una parrocchia, si ravvivano l’interesse e i commenti circa l’avvicendamento della figura. Non credo si tratti solo di gossip, ma il fatto dice come, nel nostro tessuto sociale, il sacerdote sia parte dell’immaginario culturale, appartenga alle figure di riferimento e se, per qualcuno, non dal punto di vista valoriale, almeno per la sua presenza istituzionale.

Nella comunità Lenese, poi, che ha sempre avuto una bella tradizione di sacerdoti, questo aspetto tocca nel profondo la sua storia. Non siamo così estranei dal non riconoscere come vi siano forme di apparente disinteresse o di dissenso nei confronti della Chiesa e della sua ministerialità, ciò nonostante, a Leno, la presenza di un sacerdote interpella e dialoga con il vissuto dei cittadini. A tal proposito, potremmo aprire una riflessione che metterebbe sul tavolo numerose considerazioni sul ruolo, i compiti, gli aspetti da privilegiare nell’attività ministeriale e pastorale di un sacerdote. Probabilmente faremmo una lunga serie di caratteristiche positive che rispecchiano dei bisogni ai quali fare fronte e delle altre che dicano, invece, dei pericoli da evitare. Su alcune, forse, troveremmo condivisione e su altre dissenso. Credo che arriveremmo, anche a prendere in prestito l’immagine di un modo di dire tipico delle nostre parti, ossia che se guardassimo a cosa un prete debba o non debba fare, dovremmo “andare a farlo fare a Botticino”.

Penso che un aiuto nell’interpretare la presenza di un sacerdote in una comunità, ci venga dal da dove arrivi. Se arriva è perché qualcuno lo ha mandato e se è stato mandato, vuol dire che ha qualcosa da dirci.

La prima domanda quindi è: “Chi lo manda?” a questa possiamo rispondere dicendo che la nostra prospettiva di fede ci dice che è Dio che lo manda perché, lo ha chiamato e ha scelto di amarlo nella sua vocazione di annunciatore del Vangelo. L’essere inviato, si attua attraverso il servizio della Chiesa, nella persona del Vescovo che lo destina per un compito in un territorio.

La seconda domanda ci interrogava chiedendoci: “Che cosa viene a dirci?” Che “Dio è amore” (1 Gv 4, 8) ed è da questo messaggio che deve partire e al quale condurci con la sua testimonianza. Tutto, credo che si giochi entro queste due direttive. Se riusciremo, sempre più, ad avere attenzione a questa lettura della realtà sacerdotale, penso che si potrà creare un circolo virtuoso che si farà crescere nelle relazioni.

La Chiesa nella prateria

For now, a memory of Leno in the Dakota. Next time the stories of the diocese of which I am a part.

We do not have a bishop, we are in a vacancy. We have in diocesan administrator elected by the consultors and seconded by the apostolic nuncio of Washington DC; has been to Leno a few times. The name of the diocese is Rapid City, West River, South Dakota.

We are west of the Missouri River: black hills and prairies. Later I’ll send the story with pictures of this diocese considered as a mission.

IT – Per ora un ricordo di Leno nel Dakota. La prossima volta la stories della diocesi di cui sono parte. Non abbiamo il vescovo, siamo in sede vacante. Abbiamo in amministratore diocesano eletto dai consultori e assecondato dal nunzio apostolico di Washington DC; è stato a Leno alcune volte. Il nome della diocesi è Rapid City, West River, South Dakota. Noi siamo a ovest del fiume Missouri: black hills e praterie. Piu tardi manderò la storia in sintesi con immagini di questa diocesi considerata un po’ come una missione.

Don Riccardo ci invierà alcune foto e alcune storie sulla sua esperienza negli Stati Uniti, che pubblicheremo in questa rubrica come una sorta di diario. Restate collegati!

Nella Chiesa di San Michele artisti lenesi in mostra per le feste patronali

Da un lato le opere piene di colore e di movimento di Paola Turrini, dall’altro l’imponenza e la maestosità delle sculture in legno di Abele Benini, nella chiesa di San Michele per la mostra “l’invisibile nell’arte”.

“Due concittadini che conosciamo molto bene come artisti, che da lenesi abbiamo seguito nel loro percorso e conosciamo le loro opere e la loro evoluzione – ha spiegato la professoressa Olivia Bottesini nella sua introduzione – hanno raccolto l’invito a partecipare a questa mostra che ha un titolo molto azzeccato perché effettivamente l’artista ha questo dono straordinario di andare oltre la realtà e consentire anche agli osservatori di leggere messaggi e cogliere l’essenza della realtà che ci circonda. E per questo dobbiamo ringraziare i due artisti che ci mettono a disposizione la loro capacità e il loro talento, anime affini nel farci dono di questo.

Paola la conosciamo per i colori e per le pennellate materiche con tele cariche di energie in cui cielo e terra si fondono, mentre le sculture di Abele riescono a raccontare le nostre origini contadine la nostra fede con il legno, che diventa vivo”.

Presenti all’inaugurazione anche il Sindaco Cristina Tedaldi, che ha ringraziato con orgoglio i due artisti locali e Monsignor Giovanni Palamini che ha lanciato l’idea di questa mostra.

“Negli scorsi anni in occasione dele Feste Patronali abbiamo messo in mostra i paramenti della Parrocchia, e quest’anno abbiamo invece deciso di far sapere ciò che c’è di bello in Paese, persone che si impegnano a lanciare un messaggio, sociale-religioso, attraverso la loro arte” ha detto Palamini.

Grande emozione per la Turrini che dipinge da più di vent’anni e che è conosciuta come l’artista “dell’unione tra cielo e terra”. A fianco delle opere della Turrini le sculture di Benini, classe 1934, è ormai uno dei più celebri artisti dilettanti in Italia, con premi e riconoscimenti, in una fortunata carriera che continua da tantissimi anni.

Sovvenire alle necessità della Chiesa, secondo le proprie possibilità

Fino ad ora, tranne una breve parentesi per il restauro dei lampadari, non ho affrontato l’aspetto economico della gestione della nostra parrocchia. Scusate se ora mi permetto di introdurre questo argomento, perché anche la gestione del patrimonio di immobili e mobili della parrocchia fa parte dei miei doveri di parroco. 

Nel giuramento che ogni parroco fa nelle mani del Vicario Generale della Diocesi prima di fare l’ingresso in parrocchia, tenendo la mano destra sulla Bibbia, tra le altre cose promette: “ … come stabilito dal can. 1283, §1 del Codice di Diritto Canonico, prometto con giuramento di svolgere onestamente, fedelmente e con animo pastorale le funzioni amministrative inerenti ai beni e agli affari economici dell’ente di cui divengo titolare”.

Come si può capire, nella vita di una comunità cristiana – in quanto ogni cristiano è “cittadino di questo mondo” – hanno la loro rilevanza anche gli aspetti sociali, economici, culturali e giuridici. Essi, naturalmente, vanno gestiti e vissuti alla luce del Vangelo e delle indicazioni della Chiesa. 

Tra le opere di carità che la Chiesa ancora indica al cristiano come risposta evangelica al suo contributo alla vita comunitaria, una recita così:  “Sovvenire alle necessità materiali della Chiesa, secondo le proprie possibilità”.

La prima comunità cristiana, viveva con intensità questo aspetto e chi aveva la possibilità condivideva i suoi beni e deponeva ai piedi degli Apostoli il proprio contributo materiale per sostenere i poveri, le attività di evangelizzazione e pastorali della Chiesa (cfr At 2,42-47; 4, 32-35; 5, 12-16).

Ora, le caratteristiche della prima comunità cristiana, anche se vissute in modalità nuove, permangono anche nella Chiesa di oggi. Ogni cristiano sente il dovere di sostenere la Chiesa, partendo dalla comunità in cui vive, perché possa svolgere adeguatamente il suo servizio liturgico, di carità, di evangelizzazione e di contributo attivo alla vita della società. Per questo anche le strutture che la parrocchia possiede e che servono per rispondere meglio alla vita cristiana, al culto e alla formazione dei suoi membri vanno tenute e amministrate con diligenza; tanto più che sono frutto di lavoro, condivisione e segno di una fede vissuta e trasmessa dai nostri avi, ai quali dobbiamo gratitudine e riconoscenza.

Tanti di noi hanno sentito i racconti dei loro nonni o dei loro genitori, circa l’impegno profuso – in tempi di vera povertà – per costruire o rinnovare e mantenere la chiesa, l’oratorio, la casa delle suore e tutti gli altri ambienti di proprietà. Hanno aguzzato ingegno e fantasia per reperire i mezzi in modo che non mancasse niente allo scorrere della vita cristiana nella ferialità e nelle feste. E ancora oggi riecheggia l’orgoglio per una bella chiesa, un oratorio dignitoso e tutte le altre strutture, che sono segno della presenza di una comunità viva.

Io voglio ringraziare dal profondo del cuore tutti coloro che hanno a cuore e sostengono concretamente, con la loro generosità il mantenimento delle strutture della nostra parrocchia. 

A volte incontro persone che ritiengono “dovuto” ogni servizio che la parrocchia offre; e, in realtà non è stabilita nessuna quota: questo per dare ad ognuno la libertà di “sovvenire alle necessità della Chiesa secondo le proprie possibilità” e non mettere a disagio coloro che non potessero dare quanto potrebbe essere richiesto.  Il desiderio, però, è anche quello di far crescere una coscienza viva del dovere che ogni cristiano ha di contribuire veramente secondo le proprie possibilità e non di sentirsi libero di compiere o no questo “dovere”. Anche perché tutto torna a vantaggio di tutti. Ciò che viene offerto nelle varie occasioni, infatti, solo in minima parte viene utilizzato per lo stipendio dei sacerdoti. Ad esempio, su un bilancio annuo di circa € 700.000,00 (anno 2018), solo € 33.000,00 sono utilizzati per il compenso ai sei sacerdoti che fanno servizio nella nostra parrocchia, uno dei quali, per sua volontà, lo fa gratuitamente. Tutto il resto è utilizzato per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture, il pagamento delle utenze (energia elettrica, metano, acqua, telefono, ecc.), per la liturgia (sacrista, sacerdoti forestieri per la predicazione e la confessione, cera, particole e ostie, vino per la messa, fiori, restauro arredi sacri, manutenzione organo, ecc.), per la formazione dei ragazzi/giovani e degli adulti (catechismo, genitori ICFR, ecc.), per le assicurazioni (circa €. 10.000,00 annui), per la carità e le missioni (più di € 25.000,00 senza considerare l’attività della “menonera”), per la formazione (relatori vari), per le tasse e imposte varie, per la pulizia degli ambienti, ecc.

Quando in parrocchia si svolge un’attività a favore della comunità quante persone, sussidi, tempo, strumenti e ambienti mette a disposizione: “deve” farlo, è suo compito! Ma, per favore, aiutateci a farlo con serenità attraverso un perseverante, generoso e doveroso contributo economico; certo, SECONDO LE VOSTRE POSSIBILITÀ, ma, per favore, sentitelo come un DOVERE, derivante dalla vostra appartenenza alla comunità cristiana!

La parrocchia di Leno non ha altre entrate se non le offerte liberali dei suoi fedeli; quindi tutte entrate “incerte”, che dipendono dalla sensibilità e dalla generosità dei fedeli che, durante la Messa a cui partecipano, o in occasioni particolari (battesimi, matrimoni, anniversari, prima comunione e cresima, funerali, Natale, Pasqua, una guarigione, o altri eventi), esercitano la loro corresponsabilità per l’impegno economico della parrocchia, facendo un’offerta.

Non aspettate solo le occasioni straordinarie. L’offertorio della Messa domenicale chiede la partecipazione attiva dell’uomo all’offerta del pane e del vino. Ecco perché alcuni membri della comunità cristiana passano a raccogliere le offerte: chi dona pone un segno concreto di partecipazione all’offerta di Gesù che, come pane, si spezza per la fame di ogni uomo. Ora, quelle offerte che vengono raccolte saranno impiegate per la “fame” della comunità; la fame delle persone, ma anche la fame degli ambienti che le persone utilizzano per crescere come autentici cristiani e imparare a condividere, come pane spezzato, quello che ognuno è ed ha. Inoltre quelle offerte verranno incontro anche alla fame di altri uomini, che sono pure nostri fratelli, vivono lontano da noi, ma, come noi, son amati dal Signore. Anche fare un’offerta in denaro con amore significa essere “pane spezzato” per la fame dei fratelli.

Sarebbe bello insegnare anche ai ragazzi il gesto di mettere un’offerta nel cesto all’offertorio della Messa: basta poco. Ricordate la vedova al tempio che ha offerto due monetine? Gesù l’ha apprezzata non tanto per la quantità, ma per le generosità d’animo e perché si è sentita in “dovere” di fare la sua, seppur piccola, parte per il tempio del Signore.

Alcuni interventi necessari

Ora,come parrocchia, abbiamo bisogno di affrontare alcuni interventi per la manutenzione dei nostri ambienti: 

  • la chiesa di S. Michele: abbiamo vinto l’umidità, installando due centraline che invertono l’umidità dell’acqua. Ora stiamo sostituendo termoventilatore, che non è sufficiente a riscaldare la chiesa e non può rimanere acceso durante gli incontri, in quanto troppo rumoroso. Abbiamo levato il pavimento e verrà posato un riscaldamento elettrico sotto la nuova pavimentazione di cotto antico. Inoltre stiamo provvedendo a rimuovere l’intonaco ammalo rato, per sostituirlo con uno nuovo poroso, adeguato a resistere all’umidità. Inoltre verrà sistemato il tetto dell’abside, in quanto ci sono parecchie infiltrazioni di acqua. Il preventivo è di circa € 62.000,00
  • La chiesa parrocchiale: con l’evento atmosferico dell’11 maggio scorso si sono aggravate alcune criticità che già c’erano e se ne sono aggiunte altre: tre puntoni di capriate hanno bisogno di intervento, alcune onduline si sono mosse e con loro i coppi sovrastanti, i ferma coppi e l’impianto antivolatili, le vetrate sono state lesionate, un abbaino è volato via, ci sono infiltrazioni di acqua. Inoltre i muri di basamento assorbono molta umidità che rovina anche i marmi degli altari laterali.

Ci sarebbe, poi, da ritinteggiare tutto l’interno della chiesa.

  • L’oratorio S. Luigi: dopo una verifica tecnica, ha bisogno di un grossi intervento riguardante la staticità e l’antisismica. Interventi in parte già preventivati e con copertura economica.

Queste problematiche riguardano tutta la comunità. Faccio appello e confido nella responsabilità e nella generosità di tutti.

Come sostenere ed aiutare la nostra Parrocchia

La parrocchia di leno non possiede proprietá da cui possa ricavare entrate fisse. Per sostenere le spese di manutenzione degli ambienti, delle utenze, di contribuzione ai sacerdoti e agli altri collaboratori, per compiere progetti di evangelizzazione e di formazione puó confidare solo sulle offerte liberali dei fedeli, che, per i soggetti d’impresa, sono deducibili (elemosine, offerte in occasione dei battesimi, cresime – prime comunioni, matrimoni, funerali, anniversari di matrimonio, feste di classe, messe… e altre occasioni significative della vita personale, famigliare, di gruppo, dell’ azienda…).

Si può disporre di un lascito testamentario, nel qual caso occorre specificare con precisione ciò che si lascia e l’intestazione esatta: Parrocchia Santi Pietro e Paolo in Leno. Se si vuole fare un’offerta in denaro, si può versare direttamente sul conto corrente, di cui offriamo le coordinate bancarie (IBAN):

Per la Parrocchia:
Parrocchia Santi Pietro e Paolo
IT75T0834054632000000000732

Per l’Oratorio S. Luigi:
Parrocchia Santi Pietro e Paolo
IT33T0834054632000000010509

La memoria

La memoria, è una tra le più grandi ricchezze di un popolo. Difficilmente, senza memoria, un popolo arriva a comprendersi nella sua identità profonda. La memoria, ci permette di far tornare alla mente eventi, persone, situazioni, in modo forte, quasi come se li stessimo rivivendo. Ci permette di non dover ripartire sempre da zero, ma ci offre la possibilità di appoggiarci sull’esperienza che abbiamo fatto o che qualcuno, prima di noi ha vissuto. La memoria, ancora, ci aiuta a comprendere come la nostra realtà non sia e non debba essere un qualcosa che inizi e finisca con noi.

Noi apparteniamo ad una dimensione relazionale che ci unisce alle figure che ci hanno preceduto e ci orienta verso quanti, nel futuro, abiteranno le nostre case. Ben venga, quindi, che ci sia qualcuno che tenga desta la memoria collettiva ripercorrendo le tappe della storia in modo da ravvivare la consapevolezza circa la nostra provenienza e non dimenticare il lavoro di tante persone che hanno segnato la vita della comunità nella quale viviamo.

Il lavoro di Andreino Corrini va in questa direzione: è un tentativo di mettere in evidenza le scelte e le opere della pastorale della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, che nel corso degli ultimi decenni, ha portato avanti l’evangelizzazione in un contesto culturale che è andato gradualmente modificandosi. Centrale, la realtà dell’Oratorio San Luigi, come “strumento” concreto della pastorale parrocchiale, in grado di intercettare la maggior parte delle fasce d’età sia con iniziative specifiche ma anche proponendosi come punto di riferimento del vivere lenese. Paziente è stato il lavoro di ricerca unitamente alla riflessione di sintesi del Professor Corrini al quale va il mio speciale ringraziamento per la costanza e l’impegno profusi.

Auguro che questo lavoro, possa essere utile a riconoscere la passione e lo sforzo di una Chiesa fatta di persone concrete, che nella concretezza dell’esistenza, hanno dato e danno voce al bisogno di avere qualcuno accanto e non sentirsi soli, rispondendo, per come è stato ed è possibile al comando evangelico che dice come la dedizione agli altri rende migliori le vite di ciascuno.

Il libro “Oratorio San Luigi Leno – Storia e attualità (1987-2017)” è disponibile in Oratorio.

La pace domanda senso di responsabilità

Il testo dell’omelia che il vescovo Tremolada ha pronunciato nella chiesa della Pace, in occasione della Giornata mondiale di preghiera voluta da San Paolo VI

All’inizio del nuovo anno ritorna l’invito accorato del papa a pregare per la pace, quella pace che è parte viva della benedizione di Dio. “Dio li benedisse”, si legge nel Libro della Genesi là dove si parla dell’uomo e della donna. Il mondo nasce dunque benedetto da Dio, suo Creatore. Questa benedizione originaria viene confermata con Noè e con Abramo e assume la forma di una invocazione liturgica nel testo che abbiamo ascoltato come prima lettura di questa celebrazione. Aronne, fratello di Mosé, sacerdote di Israele, è invitato a benedire così i suoi fratelli: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Ecco dunque la pace che viene dalla benedizione di Dio. È la pace annunciata dagli angeli la notte del Natale: pace per gli uomini che Dio ama; pace a cui ogni cuore umano anela; pace che viene invocata soprattutto laddove appare chiaramente compromessa o addirittura negata; pace che ognuno di noi è chiamato a realizzare e di cui si deve sentirsi costruttore.

La pace diviene infatti realtà laddove gli uomini e le donne si fanno operatori di pace, assecondando quella ispirazione al bene che Dio ha messo nell’intimo della loro coscienza. Non sarà impossibile diventare ciò che Dio si attende. Ricordiamo tutti bene che una delle beatitudini proclamate dal Signore Gesù nel discorso della Montagna suona così: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

La pace domanda senso di responsabilità, consapevolezza del dovere cui si è chiamati. La pace nel nostro mondo dipende dall’opera responsabile di tutti gli uomini e le donne che ne fanno parte.  Come si esprime dunque concretamente questa nostra responsabilità nei confronti della pace?

Anzitutto nel vincere l’indifferenza e l’assuefazione, nel riconoscere ciò che sta accadendo nel mondo, nel rendersi conto di quante persone vedono effettivamente compromessa la loro vita dalla mancanza della pace. Le immagini di distruzione e di devastazione, di bombardamenti e fughe di massa, di malnutrizione, di abbandono e di degrado che ci giungono attraverso i mezzi della comunicazione sociale non possono lasciarci indifferenti. Una violenza assurda e crudele, di cui spesso si fatica a comprendere le vere ragioni, causa nel mondo un mare di sofferenza. Il pianto delle madri, lo smarrimento dei bambini, il terrore degli uomini, i corpi martoriati e i territori devastati non possono non ferire le nostre coscienze. Sarebbe immorale consentire che tutto ciò diventi ruotine, farci scorrere addosso le notizie o semplicemente cambiare canale. Rimanere impassibili di fronte alla sofferenza del prossimo è già una forma di complicità, è un rinnegare il nostro senso di responsabilità nei confronti della pace.

In secondo luogo, la nostra responsabilità per la pace richiede l’onestà e l’impegno necessari per capire le ragioni di ciò che accade, non lasciandosi sviare da letture tendenziose. La coscienza retta non si accontenta del sentito dire, del pensiero generico, delle valutazioni istintive, dell’interpretazione che risulta più congeniale al proprio sentire emotivo. Sappiamo bene che spesso certe letture della realtà sono frutto di una manipolazione per nulla disinteressata. Occorre farsi un’idea chiara delle cose, impegnarsi a conoscere la verità. Quest’ultima, infatti, non può essere plasmata e riplasmata a piacere. Va invece cercata con senso di responsabilità. Ragioni a prima vista convincenti spesso non reggono alla prova di una riflessione pacata e approfondita. Gli stessi toni, oltre che le parole, possono veicolare quella violenza e aggressività che non rendono un buon servizio alla causa della pace.

Per costruire insieme la pace è poi indispensabile mettersi il più possibile nei panni dell’altro, guardare le cose anche dal suo punto di vista, provare a sentire quel che lui sta sentendo, immaginarsi di essere al suo posto. Quanto più il volto dell’altro da estraneo ci diviene familiare, tanto più il suo diritto a vivere con dignità e tranquillità ci apparirà evidente. Sorgerà allora spontanea una considerazione: “Potrei trovarmi io nella sua situazione. Che cosa proverei? Che cosa farei di diverso? Non desidererei forse le stesse cose?”. Laddove la pace non c’è, laddove parlano le armi, laddove regnano la violenza e la sopraffazione, laddove la corruzione sta divorando ogni speranza di futuro, che cosa si dovrebbe desiderare se non la possibilità di costruirsi una vita in condizioni migliori?

Infine, la responsabilità nei confronti della pace domanda l’impegno personale a vigilare sui nostri sentimenti, sulle nostre passioni interiori. Esige la conversione del cuore. Contrastare la collera e la gelosia, il risentimento che diventa rancore, il desiderio di vendetta quando si riceve un torto, la tendenza a sopraffare il più debole per guadagnare posizioni o ricchezza è dovere di ogni coscienza retta. L’aggressività che ognuno di noi porta dentro di sé, volente o nolente, e che spesso viene alimentata dalla paura, va governata dall’intelligenza e dalla volontà, va canalizzata dal dominio di sé. Questa è responsabilità di tutti e di ciascuno, da esercitare in costante dialogo con la grazia di Dio. Vi è poi la responsabilità di chi ha autorità all’interno della società, di chi è chiamato in ambito politico a difendere e promuovere la pace attraverso la costante ricerca della giustizia. Giustizia! Rispetto del diritto di tutti e non solo di alcuni; rispetto soprattutto dei più deboli. Compito arduo, che richiede sempre una grande sapienza e spesso anche molto coraggio. A questo compito della salvaguardia del diritto un altro si aggiunge da parte delle autorità politiche: quello di creare all’interno della società un clima di fiducia. C’è un gran bisogno di incrementare fiducia tra la gente e le istituzioni, ma anche tra le diverse generazioni che compongono la società, guardando al presente e al futuro e sentendosi tutti parte della grande famiglia umana.

In questa giornata della pace affidiamo dunque all’amore provvidente di Dio la comune responsabilità di costruire la pace. È il compito proprio di ciascuno di noi ed è in particolare l’impegno che si è assunto chiunque ha coraggiosamente deciso di rivestire incarichi politici e istituzionali. Per tutti vogliamo oggi domandare la grazia di essere veri operatori di pace, secondo la volontà di Dio in Cristo Gesù. Si darà così compimento alla promessa di benedizione risuonata sul mondo da parte del Creatore sin dal primo momento della sua esistenza.

La Beata Vergine Maria, di cui oggi celebriamo e veneriamo la divina Maternità, ci accompagni con la sua amorevole intercessione, e tenga viva in noi una operosa speranza di pace.

La Parrocchia di Leno a Roma per Paolo VI, Santo della Chiesa Universale

Nel corso di 6 giorni, dal 13 al 18 ottobre, il nostro viaggio ha fatto anche tappa nei luoghi di un altro Santo apostolo di fede, S. Padre Pio da Pietrelcina, ed altri siti di profondo interesse culturale e spirituale, che hanno riempito le nostri menti ed i nostri cuori.

Nelle soste del viaggio di andata è stato bello salutare tante altre comitive di bresciani; in questi brevi incontri capivamo che la loro gioia e il loro entusiasmo erano anche i nostri, perché avevamo in comune la stessa meta: la proclamazione di Paolo VI a Santo della Chiesa Universale.

Man mano che i pellegrini giungevano nella capitale, i giornalisti coglievano la grande emozione che si respirava attraverso le testimonianze dei fedeli e di chi li accompagnava: “Desideriamo che questo grande Papa Santo ci aiuti a rivedere la nostra vita cristiana riportando in parrocchia un vento nuovo dello Spirito” ha espresso il nostro Monsignore.

Nella prima tappa di sabato pomeriggio al Santuario del Divino Amore, abbiamo assistito alla S. Messa celebrata dal Vescovo Tremolada, dal nostro Monsignore e arricchita dalle voci dei cantori della Chiesuola di Pontevico.

La mattina di domenica, al nostro arrivo, Piazza S. Pietro era già gremita di bambini, giovani, adulti e anziani, emozionati dinanzi alla canonizzazione di un apostolo, che nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire totalmente Gesù. Pur animato da tanto spirito innovatore, Papa Montini non ha mai tradito la propria intima natura, mantenendosi umile, riservato, un semplice servo della chiesa fino alla fine. Alla sua proclamazione a titolo di Santo, un’emozione fortissima si è legata a un lungo e commosso applauso.

Le altre due giornate romane le abbiamo trascorse ad ammirare le meraviglie che la città eterna mostrava ai nostri occhi: le Basiliche, la Scala Santa, i tesori del Vaticano, l’altare della Patria ed una lunga sequenza di splendidi monumenti che non trovano eguali al mondo.

Il quarto giorno, partenza per Pietrelcina. Qui ci aspettava la visita alla casa dove, nel 1877, nasceva Francesco Forgione, il Santo noto al mondo intero col nome di Padre Pio.

È stato davvero curioso entrare in quella piccola casetta di montagna e ritrovarsi a pensare a come una vita tanto straordinaria possa scaturire da un posto tanto semplice. Ripartiti, siamo giunti in serata presso il nuovo santuario di San Giovanni Rotondo, per recitare il S. Rosario. Subito dopo abbiamo sfilato per il tempo di un saluto, dinanzi alle spoglie mortali del Santo, alloggiate in una teca di cristallo e circondate da un tripudio d’oro e mosaici, un’immagine tanto splendente quando lontana dalla modesta casa che l’ha visto nascere. 

Il quinto giorno, visita guidata al Convento delle Grazie, il luogo nel quale Padre Pio ha trascorso gran parte della vita, donandosi agli altri, senza sosta, e promuovendo il suo messaggio spirituale. La visita al minuscolo spazio della sua umile cella, conservato dai frati che provvedono a mantenere con cura i pochi oggetti posseduti dal santo, è stato uno dei momenti che più mi hanno emozionato. Nel pomeriggio, partenza per Monte Sant’Angelo, per la visita guidata al santuario di S. Michele, una delle chiese più suggestive che ci sia capitato di ammirare.

Risalendo la nostra penisola, ci attendeva ancora un’ultima tappa, non meno importante: la visita alla Santa Casa di Loreto, uno dei luoghi più sacri per la cristianità. Quanti volti e quante storie abbiamo incrociato in questo lungo pellegrinare di oltre 1900 km in pullman, senza contare le decine di km a piedi…

Quante testimonianze di fede vissuta abbiamo letto negli occhi dei ragazzi accalcati in piazza San Pietro, nei pellegrini raccolti in preghiera nei santuari visitati, negli anziani che sorretti dalla forza che solo lo Spirito Santo può trasmettere, affrontavano lunghe camminate per portare omaggio ai luoghi di vita di S. Padre Pio.

Lo Spirito Santo agisce in noi, ci da la forza per raggiungere le vette più alte per respirare, purificarci, risanarci, liberarci, per godere la pace piena di Gesù, fatto uomo per salvarci e condividere con lui la sua santità.

È stato un pellegrinaggio spiritualmente molto profondo e altresì ricco di calore umano; l’affiatamento venutosi a creare fra tutti i partecipanti ha caratterizzato un clima fraterno, grazie anche a Monsignore, che ha contribuito a tenere alto il morale con del sano buonumore.

Un grazie agli organizzatori, all’autista Fausto, a tutti i compagni di viaggio e a Dio, che ci ha accompagnato e restituito alle nostre famiglie.

Maria Rosa, Patrizia, Rosanna e Lucia

Natale di salvezza e speranza

L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio Tremolada nella notte di Natale

È notte di veglia per noi. Notte di fede e di gioia. Nel cuore di questa notte, la notte del Natale del Signore, noi ci riuniamo insieme e insieme celebriamo l’Eucaristia. Compiamo l’atto più alto del nostro ringraziamento a Dio. Lo benediciamo, lo glorifichiamo, gli rendiamo grazie.

Sempre ci mancheranno le parole per esprimere adeguatamente la nostra riconoscenza davanti a questo evento di grazia che è in verità il mistero dell’Incarnazione.

Vorrei allora lasciare che sia la stessa Parola di Dio proclamata in questa liturgia a dare voce alla nostra lode. Vorrei che la nostra meditazione e la nostra preghiera fossero l’eco dell’annuncio dei profeti e degli apostoli, degli stessi evangelisti.

Siamo grati al Signore nostro Dio per la sua visita, promessa e tanto attesa. Gli siamo riconoscenti per essere venuto in mezzo a noi come sole che sorge dall’alto.

Egli è il termine fisso di ogni umano desiderio, il compimento di ogni nostra speranza.

È la luce amabile che rifulge su un popolo spesso costretto ad attraversare valli tenebrose.

È il volto amico di Dio rivolto su di noi, che viene a moltiplicare la gioia e la letizia nei cuori dei credenti e di tutti gli uomini di buona volontà.

Egli conosce la via che conduce alla pace, perché lui stesso è il principe della pace.

È Dio potente in mezzo a noi.

È Consigliere ammirabile.

È testimone della amorevole paternità di Dio.

Ha sulle spalle un’autorità che viene dall’alto. Esercita una sovranità che il mondo non conosce.

Il suo potere, infatti, è misericordia e tenerezza, benevolenza e mansuetudine.

Con la sua amabilità egli trionferà sui suoi nemici, spezzerà il gioco che opprime le nazioni, la sbarra che pesa sulle spalle di tutti noi, il bastone dell’aguzzino che spesso usiamo gli uni contro gli altri.

Egli darà compimento alla benefica ansia di liberazione che è propria delle grandi anime: liberazione anzitutto dal male che ferisce il nostro cuore e che poi avvelena il mondo. Abbiamo tutti bisogno di una liberazione che è salvezza. Fatichiamo a sorridere. Sentiamo il peso di un mondo agitato e incerto, non di rado minaccioso. Siamo continuamente bersagliati da messaggi che non hanno profondità, semplicemente commerciali, per non dire mercantili. Non accade spesso che ci scambiamo la testimonianza preziosa di una vita soddisfatta e serena. Una malcelata nostalgia accompagna il nostro vivere quotidiano. Qualcosa in noi ci spinge prepotentemente a guardare in alto e a dare al nostro vivere orizzonti più ampi. Lasciamoci dunque ispirare. Non resistiamo a questo desiderio così autenticamente umano.

Ed ecco allora a che cosa dobbiamo guardare: a questa luce che dall’alto è brillata nella regione di Betlemme; a questo bambino avvolto in fasce e deposto umilmente in una mangiatoia. Anche noi in verità è rivolta la parola dell’angelo ai pastori: “Ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo Signore”. Salvezza e gioia qui si intrecciano e fanno scaturire, come acqua fresca da una sorgente, la speranza.

Chi sa leggere oltre l’umile apparenza del presepio, riconosce che qui è apparsa la grazia di Dio, una grazia che – come dice l’apostolo Paolo nella lettera a Tito – ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà. La salvezza di Cristo ha inaugurato nella storia un nuovo stile di vita, lo stile della santità, forma bella del vivere. La pace, infatti, viene dal profondo. Ha le sue radice nell’anima. È frutto della coraggiosa adesione a quanto la coscienza domanda. Là dove il cuore è limpido, là dove regnano sobrietà, giustizia e pietà, il cielo si specchia sulla terra, la pace che si diffonde tra gli uomini appare un riflesso della gloria celeste.

Sia dunque così per tutti noi, per ogni comunità cristiana, per la nostra Chiesa di Brescia e per la Chiesa universale. Sia così per ogni uomo di buona volontà, ma anche per ogni cuore ferito e per ogni animo incerto. Sia così per l’intera famiglia umana pellegrina nella storia. Il Natale del Signore porti a tutti salvezza e speranza.

Paolo – La vita nella Chiesa

Benedetto XVI racconta san Paolo. Udienza generale, 22.11.2006

Cari fratelli e sorelle,

oggi completiamo i nostri incontri con l’apostolo Paolo, dedicandogli un’ultima riflessione. Non possiamo infatti congedarci da lui, senza prendere in considerazione una delle componenti decisive della sua attività e uno dei temi più importanti del suo pensiero: la realtà della Chiesa. Dobbiamo anzitutto constatare che il suo primo contatto con la persona di Gesù avvenne attraverso la testimonianza della comunità cristiana di Gerusalemme. Fu un contatto burrascoso. Conosciuto il nuovo gruppo di credenti, egli ne divenne immediatamente un fiero persecutore. Lo riconosce lui stesso per ben tre volte in altrettante Lettere: «Ho perseguitato la Chiesa di Dio» scrive (1 Cor 15,9; Gal 1,13; Fil 3,6), quasi a presentare questo suo comportamento come il peggiore crimine.

La storia ci dimostra che a Gesù si giunge normalmente passando attraverso la Chiesa! In un certo senso, questo si avverò, dicevamo, anche per Paolo, il quale incontrò la Chiesa prima di incontrare Gesù. Questo contatto, però, nel suo caso, fu controproducente, non provocò l’adesione, ma una violenta repulsione. Per Paolo, l’adesione alla Chiesa fu propiziata da un diretto intervento di Cristo, il quale, rivelandoglisi sulla via di Damasco, si immedesimò con la Chiesa e gli fece capire che perseguitare la Chiesa era perseguitare Lui, il Signore.

Infatti, il Risorto disse a Paolo, il persecutore della Chiesa: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? (At 9,4). Perseguitando la Chiesa, perseguitava Cristo. Paolo, allora, si convertì, nel contempo, a Cristo e alla Chiesa.

Di qui si comprende perché la Chiesa sia stata poi così presente nei pensieri, nel cuore e nell’attività di Paolo. In primo luogo, lo fu in quanto egli letteralmente fondò parecchie Chiese nelle varie città in cui si recò come evangelizzatore. Quando parla della sua «sollecitudine per tutte le Chiese» (2 Cor 11,28), egli pensa alle varie comunità cristiane suscitate di volta in volta nella Galazia, nella Ionia, nella Macedonia e nell’Acaia. Alcune di quelle Chiese gli diedero anche preoccupazioni e dispiaceri, come avvenne per esempio nelle Chiese della Galazia, che egli vide “passare a un altro vangelo” (Gal 1,6), cosa a cui si oppose con vivace determinazione. Eppure egli si sentiva legato alle Comunità da lui fondate in maniera non fredda e burocratica, ma intensa e appassionata. Così, ad esempio, definisce i Filippesi «fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona» (4,1). Altre volte paragona le varie Comunità ad una lettera di raccomandazione unica nel suo genere: «La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini» (2 Cor 3,2). Altre volte ancora dimostra nei loro confronti un vero e proprio sentimento non solo di paternità ma addirittura di maternità, come quando si rivolge ai suoi destinatari interpellandoli come «figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi» (Gal 4,19; cfr anche l Cor 4,14-15; 1 Ts 2,7-8).

Nelle sue Lettere Paolo ci illustra anche la sua dottrina sulla Chiesa in quanto tale. Così è ben nota la sua originale definizione della Chiesa come «corpo di Cristo», che non troviamo in altri autori cristiani del I° secolo (cfr 1 Cor 12,27; Ef 4,12; 5,30; Col 1,24). La radice più profonda di questa sorprendente designazione della Chiesa la troviamo nel Sacramento del corpo di Cristo. Dice san Paolo: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo” (1 Cor 10,17). Nella stessa Eucaristia Cristo ci dà il suo Corpo e ci fa suo Corpo. In questo senso san Paolo dice ai Galati: “Tutti voi siete uno in Cristo” (Gal 3,28). Con tutto ciò Paolo ci fa capire che esiste non solo un’appartenenza della Chiesa a Cristo, ma anche una certa forma di equiparazione e di immedesimazione della Chiesa con Cristo stesso. E’ da qui, dunque, che deriva la grandezza e la nobiltà della Chiesa, cioè di tutti noi che ne facciamo parte: dall’essere noi membra di Cristo, quasi una estensione della sua personale presenza nel mondo. E da qui segue, naturalmente, il nostro dovere di vivere realmente in conformità con Cristo. Da qui derivano anche le esortazioni di Paolo a proposito dei vari carismi che animano e strutturano la comunità cristiana. Essi sono tutti riconducibili ad una sorgente unica, che è lo Spirito del Padre e del Figlio, sapendo bene che nella Chiesa non c’è nessuno che ne sia sprovvisto, poiché, come scrive l’Apostolo, «a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità» (1 Cor 12,7). Importante, però, è che tutti i carismi cooperino insieme per l’edificazione della comunità e non diventino invece motivo di lacerazione. A questo proposito, Paolo si chiede retoricamente: «E’ forse diviso il Cristo?» (1 Cor 1,13). Egli sa bene e ci insegna che è necessario «conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace: un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati» (Ef 4,3-4).

Ovviamente, sottolineare l’esigenza dell’unità non significa sostenere che si debba uniformare o appiattire la vita ecclesiale secondo un unico modo di operare. Altrove Paolo insegna a «non spegnere lo Spirito» (1 Ts 5,19), cioè a fare generosamente spazio al dinamismo imprevedibile delle manifestazioni carismatiche dello Spirito, il quale è fonte di energia e di vitalità sempre nuova. Ma se c’è un criterio a cui Paolo tiene molto è la mutua edificazione: “Tutto si faccia per l’edificazione” (1 Cor 14,26). Tutto deve concorrere a costruire ordinatamente il tessuto ecclesiale, non solo senza ristagni, ma anche senza fughe e senza strappi. C’è poi anche una Lettera paolina che giunge a presentare la Chiesa come sposa di Cristo (cfr Ef 5,21-33). Con ciò si riprende un’antica metafora profetica, che faceva del popolo d’Israele la sposa del Dio dell’alleanza (cfr Os 2,4.21; Is 54,5-8): questo per dire quanto intimi siano i rapporti tra Cristo e la sua Chiesa, sia nel senso che essa è oggetto del più tenero amore da parte del suo Signore, sia anche nel senso che l’amore dev’essere scambievole e che quindi noi pure, in quanto membra della Chiesa, dobbiamo dimostrare appassionata fedeltà nei confronti di Lui.

In definitiva, dunque, è in gioco un rapporto di comunione: quello per così dire verticale tra Gesù Cristo e tutti noi, ma anche quello orizzontale tra tutti coloro che si distinguono nel mondo per il fatto di «invocare il nome del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Cor 1,2). Questa è la nostra definizione: noi facciamo parte di quelli che invocano il nome del Signore Gesù Cristo. Si capisce bene perciò quanto sia auspicabile che si realizzi ciò che Paolo stesso si augura scrivendo ai Corinzi: «Se invece tutti profetassero e sopraggiungesse qualche non credente o un non iniziato, verrebbe convinto del suo errore da tutti, giudicato da tutti; sarebbero manifestati i segreti del suo cuore, e così prostrandosi a terra adorerebbe Dio, proclamando che veramente Dio è fra voi» (1 Cor 14,24-25). Così dovrebbero essere i nostri incontri liturgici. Un non cristiano che entra in una nostra assemblea alla fine dovrebbe poter dire: “Veramente Dio è con voi”. Preghiamo il Signore di essere così, in comunione con Cristo e in comunione tra noi.

La vocazione del sofferente “apostolo nella Chiesa”

La pagina dell’ammalato

Il fatto che il beato Luigi Novarese affermasse ed annunciasse la vocazione e la missione proprie alla persona sofferente o disabile, gli ha procurato per parecchi anni contraddizioni, se non addirittura aperta incomprensione ed ostilità; egli, nonostante tutto, ha avuto il coraggio di proporre ai sofferenti un’idea: il malato, il sofferente è un “chiamato” da Dio a valorizzare la sua sofferenza unitamente a quella di Cristo. Egli non ha mai considerato il dolore, un bene a sé, un elemento positivo e costruttivo; anche per lui tale realtà acquisiva il suo valore dal Vangelo: “É chiaro che l’uomo non può intrinsecamente avere una vocazione al dolore, essendo il dolore in sé stesso una disperata inutilità. Dio non ha creato il dolore e non è stato lui ad introdurlo nella storia dell’umanità, come risulta dal protovangelo (cfr. Gen. 3,14-19).

L’uomo è stato la causa del male del mondo; Dio invece è l’eterna carità, sempre in cammino, infinitamente geniale nelle sue manifestazioni, le quali nei nostri riguardi diventano espressioni della sua infinita misericordia. Egli bussa alla porta del nostro cuore perché si spalanchi al sole della sua infuocata carità, che brucia, sana, vivifica, valorizza” (Luigi Novarese, Un dono del papa ai sofferenti, Ed. CVS, Roma 1983, pp. 14-15). Ciò che dà valore alla sofferenza non è certamente il dolore in se stesso, ma l’accettazione e l’offerta di esso, vissute per amore in unione all’offerta del Cristo.

Nella Salvifici Doloris viene esplicitata la prospettiva della partecipazione dell’uomo al mistero della redenzione, proprio in virtù della specifica “chiamata” che ogni sofferente riceve dal Cristo: “La sofferenza, infatti, non può essere trasformata con la grazia dall’esterno ma dall’interno (…), questa è, infatti, soprattutto una chiamata. É una vocazione.

Cristo non spiega in astratto le ragioni della sofferenza a quest’opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza, per mezzo della mia croce. Man mano che l’uomo prende la sua croce, unendosi spiritualmente alla croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico della sofferenza” (SD, n. 26). Le persone sofferenti hanno bisogno solamente di una spiritualità ecclesiale. Si deve smettere di rivolgersi a loro e di parlare loro “in quanto ammalati”; prima di essere malati sono degli uomini e dei figli di Dio, perché quindi metterli ancora da parte nella Chiesa?

Il cardinale Jean Danielou così descrive il ruolo del malato nella Chiesa: “Ciascuno ha il suo ruolo nella Chiesa. Ma se è vero che il Cristo ha salvato il mondo più con la sua passione che con la sua predicazione, bisogna dire che il ruolo della sofferenza in generale, ed in special modo il ruolo dei malati per contribuire alla salvezza del mondo, cooperando alla passione di Cristo, è del tutto essenziale. La vocazione generale diventa personale allorché la persona determinata per mezzo del Battesimo viene innestata nel Corpo Mistico. In questa dimensione misteriosa ma reale, il fedele porta con Cristo la propria croce vivendo quanto la sofferenza, in ordine morale e fisico, vi è nella vita stessa (L. Novarese, La vocazione del sofferente, in L’Ancora, 4-5 1071, p.2).

(Cristian C. un ammalato)