L’ultimo saluto a don Ettore Piceni

Il sacerdote è stato stroncato da un infarto ieri mattina a Iseo. I funerali, presieduti dal vescovo Pierantonio Tremolada, sono previsti per domani 30 agosto alle 15.00 nella chiesa di S. Maria Assunta di Rovato. Don Ettore verrà sepolto presso il cimitero di Milzanello

Un arresto cardiaco ha stroncato la vita di don Ettore Piceni, curato dell’Up in servizio a Lodetto di Rovato. La tragedia è avvenuta ieri mattina a Iseo, in via Roma, durante una delle sue amate escursioni in bicicletta. A nulla sono valsi i soccorsi. Il pronto utilizzo del defibrillatore non ha sortito effetti. Inevitabile lo sconcerto della comunità una volta appresa la notizia.

Don Ettore, della parrocchia di Milzanello, era nato a Leno nel 1966. Ordinato a Brescia nel 1998, nel corso del suo ministero ha svolto i seguenti servizi: curato a Verolavecchia (1998 – 2002); curato a Palosco (2002 – 2012); curato a Rovato, Bargnana di Rovato e Lodetto dal 2012; curato a S.Andrea di Rovato, S.Giuseppe di Rovato e Rovato San Giovanni Bosco dal 2013.

A partire da ieri pomeriggio la camera ardente è stata allestita presso la chiesa parrocchiale di Lodetto di Rovato. La veglia funebre con la Santa Messa, presieduta da mons. Gaetano Fontana, Vicario generale della diocesi, avrà luogo oggi 29 agosto alle 20.00 nella chiesa parrocchiale di Lodetto di Rovato. I funerali, presieduti dal vescovo Pierantonio Tremolada, sono previsti per domani 30 agosto alle 15.00 nella chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta di Rovato. Don Ettore verrà sepolto presso il cimitero di Milzanello.

Per lui e per i suoi familiari il nostro ricordo nella preghiera.

Tra i tanti che lo ricordano, sui social è affettuoso l’abbraccio di Davide Martinelli, ciclista professionista originario proprio di Lodetto. Don Ettore aveva fondato anche un fanclub dedicato al giovane figlio di Beppe Martinelli. “Ti ricorderò così! Felice di pedalare! Te ne sei andato come un fulmine a ciel sereno e questo fa ancora più male, tante persone stanno soffrendo, tanti ti volevano bene e tu avevi sempre una parola di conforto per tutti. Noi invece siamo tutti senza parole; è venuto a mancare il punto di riferimento della nostra comunità, il tutto fare e del fare sempre di più! Il nostro organizzatore, colui che teneva in allegria Lodetto. Aveva voluto fondare un fanclub per sostenermi, cosa inusuale per un Don, ma apprezzata da tanti, me in primis, quando subivo delusioni, in ogni ambito, sapeva sempre dire la cosa giusta per farmi voltar pagina, non era un tecnico ciclistico, era solo di cuore, e questo mi bastava! Non ho molte altre parole ora, magari più avanti le troverò e cercherò di trasmettere le mie emozioni a tutti voi. Ora proprio non riesco. Ora vai a dispensare belle parole per tutti e qualche volta fatti una pedalata anche lassù. Buon viaggio Don Ettore, buon viaggio Presidente”.

Ammissione al diaconato di Nicola Mossi

Il vescovo ha accolto la domanda di ammissione al diaconato di Nicola Mossi. Esprimiamo al Signore il nostro grazie per avere scelto un membro della nostra comunità per il ministero ordinato. Grazie anche a Nicola che ha fatto in libertà, coraggio e impegno la sua non facile scelta, che va a beneficio di tutta la Chiesa. Partecipiamo alla sua gioia e lo sosteniamo con la nostra perseverante preghiera. La sua ordinazione avrà luogo il 21 settembre in cattedrale.

La vocazione, un progetto perfetto…

Don Daniel Pedretti è nato il 7 giugno 1993. È entrato in Seminario nel 2012 e sabato 8 in Cattedrale ha pronunciato il suo “per sempre”

Se c’è una parola attorno alla quale si può costruire il racconto della vita di don Daniel Pedretti, 26 anni da Edolo, questa è “progetto”. Il progetto è l’“arte” con cui sarebbe stato chiamato a misurarsi ogni giorno nella sua vita da geometra se, a un certo punto del suo cammino, non fosse intervenuto un altro “progetto”, realizzato da una mano evidentemente ben più esperta di quella del giovane camuno. Un progetto che l’ha portato nel tempo ha individuare, a dare sostanza al titolo che avrebbe qualificato la sua vita futura. Non più, dunque, quel “geom.”, con la prospettiva di una vita dietro a un tecnigrafo, a cui l’avrebbe portato il suo percorso scolastico, ma il, forse un po’ più insolito, “don”. È lo stesso don Daniel, in queste pagine, a raccontare questo cambio di prospettive progettuali.

Come è avvenuto nella tua vita questo cambio di prospettiva?

Sono cresciuto come tutti gli altri in oratorio, un ambiente da cui mi sono un po’ allontanato dopo la terza media, dopo la cresima, come capita a tanti altri ragazzi. Forse non ero stato colpito in modo particolare dalle esperienze che avevo vissuto. La mia timidezza di fondo mi ha portato negli anni delle superiori, quelli delle fatiche sul tecnigrafo, a chiudermi in me stesso. Avevo tagliato i rapporti con tanti coetanei, per restare nella tranquillità della mia casa. In quegli anni mi sentivo contento, o quanto meno cercavo di convincermi di questo. Trascorrevo il mio tempo tra i compiti e la playstation e mi sembrava che questo potesse bastarmi.

Quando è stato che nella tua vita hai cominciato a vedere un disegno diverso?

Un giorno, con pazienza e attenzione, qualcuno è venuto a bussare alla mia porta. Un seminarista della mia parrocchia, oggi sacerdote, e altre due persone mi invitavano perché dessi una mano in oratorio. Era chiaramente un modo per togliermi dalla realtà in cui avevo scelto di rifugiarmi. Ho accolto l’invito. In oratorio sono stato accolto dal curato che ha saputo comprendere la mia fragilità e mi ha dato modo di crescere. Sin da subito mi sono accorto che questo percorso aveva su di me effetti salutari: non solo mi permetteva di fare i conti con la mia timidezza, ma mi dava modo di sperimentarmi nelle relazioni belle con gli altri. Personalmente pensavo che quelli sarebbero stati i miei confini…

Invece quello che andava definendosi come progetto, è diventato sempre più ampio…

Sì, sono stati il parroco e il curato, per primi, ad ampliare i confini, a mettermi la pulce nell’orecchio: “Non è che Dio può centrare qualcosa nella tua vita, nella tua esperienza di fede?” è stata la loro domanda. Non mi hanno prospettato l’esperienza del Seminario; non si sono però risparmiati nell’aiutarmi a riscoprire il senso e il gusto della preghiera, della partecipazione alla messa che frequentavo in modo saltuario e senza grande convinzione. Grazie a loro ho riscoperto il senso e la bellezza del rapporto con Dio. Questo mi faceva stare bene e, progressivamente, dava un senso alla mia vita.

Quale è stato il passaggio ulteriore?

Il parroco, sapendo della mia timidezza e della mia difficoltà a dare sfogo ai miei sentimenti, mi ha scritto una lettera in cui mi poneva una domanda diretta: “Hai mai pensato di entrare in Seminario?”. No! È la risposta immediata. Avevo i miei studi da geometra, il mio orizzonte era quello di Edolo, e, davvero, l’idea di intraprendere il cammino che mi prospettava non mi aveva sfiorato neppure da lontano. Era quello il tempo in cui stavo pensando a cosa avrei fatto dopo il diploma. La domanda che mi era stata posta tornava nei momenti di preghiera e nel mio stare in oratorio. Se il tornare in oratorio, l’avere ritrovato Dio, erano stati passaggi che, pure faticosi, avevano dato tanto alla mia vita, la domanda che il parroco mi aveva posto poteva avere i contorni di una chiamata? Era una sorta di puzzle che andava componendosi.

Cosa serviva per saldare una all’altra le tessere di questo puzzle?

Sicuramente il cammino vocazionale Emmaus, la presenza del padre spirituale, validissimo supporto anche nel cammino di accettazione di quelli che erano i limiti della mia timidezza. E poi, una volta compiuta la scelta, la comunità del Seminario ha sopperito al mio essere figlio unico; ho trovato altri giovani che non sono stati semplicemente dei compagni di studi e di formazione, ma dei veri fratelli con cui è stato possibile creare legami belli. Se guardo al mio percorso non posso che scorgervi veramente il disegno di Dio che ha saputo darmi quello di cui avevo veramente bisogno.

Nel cammino compiuto sino a oggi non ci sono stati momenti di difficoltà? Cos’è che ti ha dato la forza per “buttare il cuore oltre l’ostacolo”?

Nel cammino affrontato sino ad oggi ho incontrato difficoltà certo, ma niente che sia stato impossibile da superare. Le situazioni che ho avuto modo di vivere, le persone che ho incontrato sono state la conferma del disegno che Dio aveva pensato per me. Certo, non sono mancate le situazioni critiche: il tema del celibato, della rinuncia a una mia famiglia, alla paternità non sono stati situazioni facili da accettare. Grazie alla presenza del padre spirituale, al confronto con i miei compagni e alla testimonianza di altri sacerdoti che ho incontrato sul mio cammino, quelli che potevano diventare ostacoli insormontabili si sono trasformati in motivi di crescita: mi hanno aiutato a comprendere che la bellezza del donarsi a Dio, alla Chiesa, poteva compensare la rinuncia ad altri doni.

Un figlio unico che sceglie il Seminario: una prova per la tua famiglia….

Sin da subito mia mamma è stata contenta della mia scelta, anche se ha sofferto per il distacco. Ha intuito immediatamente che quella era la strada che poteva darmi la serenità. Per il papà, lontano da casa per tutta la settimana per ragioni di lavoro, accettare la mia scelta è stato un po’ più difficile. Veniva da un’esperienza personale che, da giovane adulto, l’aveva portato ad allontanarsi dalla Chiesa e questo all’inizio l’ha portato a guardare con diffidenza alla scelta di entrare in seminario del suo unico figlio. Percepivo che non riusciva a comprendere sino in fondo le mie ragioni o forse si sentiva un po’ a disagio. Lui che aveva motivi di contrasto con i preti e la Chiesa, aveva un figlio che sceglieva quella strada. La mia serenità, però, ha fatto ben presto crollare tutte le sue barriere e lo ha portato a compiere un cammino di riavvicinamento. Oggi è “felicemente” volontario in oratorio e vive la parrocchia.

Oggi la prospettiva del sacerdote novello non è più quella di anni di servizio in mezzo a un cortile pieno di bambini e ragazzi…

Non ho scelto di diventare prete per servire soltanto i giovani, ma Dio, la Chiesa, tutti. Quella del giovane prete a cui affidare la cura del mondo giovanile e una missione importante e mi dispiace che la realtà odierna non sia più quella di un tempo, ma allo stesso tempo sono convito che il mio essere prete possa dispiegarsi in pienezza anche in altri servizi. Nel corso degli anni in Seminario abbiamo avuto modo di vivere altre esperienze che danno senso e sostanza alla scelta sacerdotale, come dono a tutti.

I giovani e il sacerdozio: una scelta facile da spiegare e da far comprendere?

Non lo so se, in generale, sia facile o no. Nel corso del mio cammino ho sperimentato che il presentarmi come seminarista in prima battuta crea distanze con gli altri giovani. Non sei, non ti considerano uno come gli altri, sei comunque guardato con occhi speciali. E se in quelli di tanti anziani c’è ancora un velo di ammirazione, in quelli dei giovani prevale invece il senso della domanda, della volontà di comprendere. Anche negli occhi dei miei amici più cari ho letto queste domande. Ma, per quelle che sono le esperienze che sino ad oggi ho avuto modo di vivere, sono sguardi che cambiano presto, con la conoscenza e il rapporto diretto: allora la tua scelta stimola domande, interesse, voglia di capire.

É qui la FESTA!

Siete tutti pronti?

Sta per tornare la Festa dell’Oratorio!

L’inizio è fissato per lunedì 10 giugno, con una cerimonia che promette spettacolo.

La serata avrà inizio alle ore 20:00; il momento centrale sarà la celebrazione della Santa Messa di apertura della festa, durante la quale verrà distribuito il mandato a tutti i volontari.

Non potete mancare!

Nuove guide in oratorio

Il Vescovo ha conferito a 7 giovani (di cui quattro donne) il mandato di guida dell’oratorio. Si aggiungono alle otto dello scorso anno.

Nella cornice della parrocchiale di Erbusco Santa Maria, sabato 3 febbraio, il vescovo Pierantonio ha conferito a 7 giovani il mandato di Guida dell’oratorio: Paolo è la guida dell’oratorio di Erbusco, e presta servizio anche alla proprio unità pastorale; Ada è guida di Soprazocco; Giacomo di Duomo di Rovato; Barbara di Villa Carcina; Andrea di Corti di Costa Volpino; Ronsangela di Bienno; Zeudja è guida dell’oratorio di Sale Marasino.

La celebrazione. Nel contesto della celebrazione – la prima con il Vescovo Pierantonio e la seconda in assoluto per la Chiesa bresciana – il calore e il coinvolgimento di parroci, guide e dei molti amici e parrocchiani che hanno voluto vivere questo momento hanno sottolineato il senso di questa esperienza ecclesiale: le comunità locali desiderano che la vita dell’oratorio continui ad essere vivace ed evangelizzante attraverso la presenza di una guida laica e per questo fanno crescere al loro interno i carismi ministeriali che possono sostenerla.

Il mandato. Le sette guide dell’oratorio (di cui 4 giovani donne) che quest’anno hanno ricevuto il mandato si vanno ad aggiungere alle 8 che hanno già ricevuto dal Vescovo questo mandato e agli altri 11 giovani che stanno frequentando il cammino di formazione e accompagnamento curato dell’Ufficio per gli oratori, i giovani e le vocazioni. Il mandato è triennale e vuole essere uno strumento concreto per la vita degli oratori, in particolare per quelli che non vivono la presenza stabile di un sacerdote dedicato. Ogni luogo infatti, e i luoghi dedicati all’educazione in particolare, diventa propositivo, significativo e stimolante sulla scorta della qualità e della quantità della presenza di adulti consapevoli. La disponibilità di tempo non è un elemento marginale: un oratorio chiuso o un oratorio senza guida, può diventare zona franca, luogo senza orientamento, luogo di impegno e servizio non del tutto disinteressato. La guida – quindi – non è solo un incarico che guarda al miglioramento della vita organizzativa dell’oratorio (passaggio non inutile, peraltro), ma una persona formata che aiuta la comunità educativa a centrare la vita dell’oratorio sulle priorità condivise dal proprio progetto educativo.

Il percorso diocesano. Il cammino delle guide è ancora agli esordi e come ogni esperienza iniziale vivrà di necessari passaggi di crescita e aggiustamenti: ma è un cammino ben tracciato, che nasce dal desiderio di continuare a credere nella straordinaria esperienza educativa dell’oratorio.

Assemblea Parrocchiale a Milzanello

Al CPP e CPAE
ai Soci ANSPI
ai Collaboratori
ai Volontari
e a tutti gli altri fedeli della Parrocchia
Milzanello

Carissimi,

è iniziato un nuovo anno e le aspettative di ognuno di noi si assommano sia nel campo sociale che in quello ecclesiale.

Ma, come l’esperienza ci insegna, seppure sia giusto porci mete alte, è necessario perseguirle con molto realismo e rendersi conto che potremmo non riuscire a realizzarle a pieno o nei modi che pensavamo.

Per non illuderci e poi rimanere delusi, la cosa più importante da fare è “metterci insieme” con la disponibilità a “dare e ricevere”, ognuno con le proprie forze e le proprie capacità, riconoscendo ognuno il bene e il buono che c’è negli altri e in noi, ciascuno con i propri limiti, accontentandoci di ciò che ognuno può fare e dare, senza pretendere nulla di più.

Inoltre, quando le cose non vanno, dobbiamo imparare a riconoscere che la responsabilità non è mai solo di qualcuno, ma si spalma sempre un po’ su tutti. Per questo per riprendere è necessario non che qualcuno se ne vada, ma che insieme si cerchino le soluzioni più opportune.

Tutta questa introduzione per dirvi innanzitutto che stimo la nostra comunità di S. Michele in Milzanello, apprezzo l’impegno di ognuno, rendo atto del molto lavoro pastorale compiuto dai laici, comprendo la delusione dei momenti “non riusciti”, le fatiche a relazionarsi tra persone con caratteri, esperienze di vita e di lavoro diverse… Tutto ciò fa parte del vivere umano, in cui nessuno è un’isola e la diversità, anche se richiede fatica, è un’opportunità di arricchimento.

Conosco le fatiche vissute in questi ultimi tempi: anche queste il Signore certamente farà fruttificare. Allora non possono essere ostacolo al nostro continuare, anzi, aumentare e migliorare il nostro impegno perché la nostra comunità diventi sempre più una comunità di discepoli del Signore, aperta alla Sua novità, che ci fa conoscere e apprezzare anche attraverso il nostro prossimo, diverso da noi, eppure carico di ricchezza umana e spirituale.

Per riflettere insieme su tutte queste cose vi invito all’assemblea parrocchiale, convocata per domenica 28 gennaio 2018 alle ore 15.30 all’Oratorio.

Spero che ogni famiglia e ogni persona faccia il possibile per non mancare. Per i bambini si potrà organizzare un’assistenza adeguata.

Vi chiedo, però, di venire armati di carità, pazienza, volontà di confronto e di dialogo, col desiderio di costruire.

Insieme con don Ciro e gli altri sacerdoti, vi ringrazio e vi attendo, assicurandovi il mio affetto e la mia preghiera.

Lampada per i miei passi è la tua Parola…

Nicola Mossi istituito Lettore

…Luce sul mio cammino (Sal 118, 105). Questa  è la Parola che mi ha accompagnato verso il rito del lettorato  celebratosi nella chiesa delle Grazie a Brescia la sera di venerdì 19 Maggio 2017.

“Il lettorato propone al seminarista la “sfida” di lasciarsi trasformare dalla Parola di Dio, oggetto della sua preghiera e del suo studio.”

Così il documento della congregazione per il clero descrive il ministero che ho ricevuto. Il versetto del salmo che ho posto come titolo è stato spunto di alcune riflessioni. Nella vita spesso siamo portati a navigare a vista, a camminare consci che le nostre possibilità non sono sconfinate, la nostra persona è limitata in tanti aspetti, nelle relazioni, con l’altro e con Dio, nel carattere e nell’aspetto fisico. Se contiamo solo su noi stessi, brancoliamo nel buio o in luci illusorie, magari affascinanti, ma che possono rivelarsi abbagli.

Allora desideriamo una luce che ci permetta di proseguire passo dopo passo ed imboccare una via dove sappiamo che non siamo mai soli. Siamo con-solati, unificati dalla Sua presenza. Il Vangelo di quel venerdì sera ci ha illuminato con il comandamento fondamentale: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.»( rif. Gv 15, 12-17).  Un bel programma di vita. Sì, ma io? Con i miei difetti e incapacità? Con le mie infermità? É proprio vero, da soli non si può. Spesso questo lo sperimentiamo sulla nostra pelle.

L’amore non è una nostra iniziativa ma è frutto della Sua Grazia, della Sua chiamata all’amore, amandoci.

«Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga » prosegue il Vangelo. Il vescovo nel momento in cui mi sono inginocchiato davanti a lui, con le mani sulla Bibbia mi ha sussurrato “Qui dentro troverai tutte le consolazioni necessarie”. É bello sperimentarlo: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi». Questo ci fa fare un respiro di sollievo, ci fa capire che nella nostra libertà possiamo scegliere un progetto d’amore grande che Dio ha preparato per noi, ed è Lui il primo a sceglierci. « Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.»

E come possiamo esserGli amici? Il vescovo nell’omelia ha dato una risposta: ci vuole tempo e parola per alimentare una amicizia, si confidano i segreti più profondi agli amici. Ci vuole il vangelo, quello sappiamo che è sua Parola, non abbiamo dubbi. Ci vuole l’Eucarestia per nutrirci del suo amore, Gesù si fa pane spezzato e vino versato per noi. Il Vescovo Luciano ha ribadito: «Per essere persone religiose non c’è bisogno della Bibbia e dell’Eucarestia. Ma non si può essere Cristiani senza la Bibbia e senza l’Eucaristia». Ringrazio chi ha pregato per me e chiedo preghiera perché io possa essere aperto all’azione dello Spirito e fare in modo che questi atteggiamenti si radichino nella mia vita e in quella dei miei fratelli. É stato un grande dono condividere con loro questo passo. Insieme, uniti, siamo Chiesa. É stato bello avere vicina la mia famiglia, la comunità lenese e i suoi sacerdoti,  in questo piccolo passo in quanto al servizio, ma grande in quanto al contenuto.

Nicola

Dio vi ha parlato perché vuole fare di voi il Suo popolo

05 febbraio 2017
consacrazione della chiesa di Porzano

In questa celebrazione consacriamo una chiesa, che è un edificio in mezzo agli altri; nel paese, tra le diverse case, vicino alle strade, alle piazze, c’è anche un edificio diverso dagli altri, ma insieme con gli altri. In quell’edificio si entra attraverso una porta e bisogna fare una scelta per entrare: si entra per che cosa, a che cosa serve una chiesa, lo spazio dedicato alla chiesa; serve per quello che stiamo facendo, una cosa molto semplice, ma alla fine decisiva per la nostra vita.

Siete partiti da casa vostra e siete venuti qui, passando per la porta, e vi trovate insieme. La casa è privata, ciascuna famiglia ha la sua, è in rapporto con le altre ma, in qualche modo, è uno spazio nostro, quello del nostro ambiente famigliare, degli affetti, delle relazioni. Qui ci troviamo insieme con gli altri e no per caso, ma ci troviamo insieme con gli altri perché siamo stati convocati; c’è qualcuno che ci ha fatto arrivare una voce e ha detto: “Vieni”, e naturalmente quel qualcuno è il Signore. Siamo qui per Lui, siamo qui perché, in qualche modo, direttamente o indirettamente, ci ha chiamati, ci ha voluto mettere insieme e perché ci ha messo insieme? Beh, la prima cosa è quella che abbiamo fatto, perché voleva dirci qualche cosa, abbiamo ascoltato tre letture; alle fine delle prime due letture abbiamo detto “Parola di Dio”, e alla fine della terza “Parola del Signore”. Vuol dire: Dio, il Signore ha qualcosa da dire a voi e vi è stato annunciato dai lettori, dal prete. Avete ascoltato la parole del Signore, avete ascoltato che siete il “sale della terra”, che voi siete “la luce del mondo”, che avete quindi il compito d’ammissione di trasmettere gusto di vita a tutti gli uomini, di manifestare la luce che viene da Dio.

Insomma, Dio ha parlato a voi e vi ha parlato perché vuole fare di voi il Suo popolo, cioè vuole mettere insieme le persone diverse, le famiglie diverse, i gruppi diversi che ci sono a Porzano e farli essere un’unica comunità e quella comunità è il Suo popolo. Quando gli Ebrei sono usciti dall’Egitto, dopo tre mesi sono arrivati al monte Sinai, per quaranta giorni Mosè ha ascoltato la parola del Signore, poi ha raccolto il popolo e ha proclamato davanti alle persone la legge di Dio e ha chiesto alle persone se quella parola andasse bene, se erano disposti, quella parola, i Comandamenti, come regola di vita. E quando il popolo ha detto “Sì, d’accordo, ci stiamo; accogliamo i Comandamenti di Dio come legge della nostra vita” è avvenuto un cambiamento, quella gente è diventata un popolo. Per essere un popolo occorre una regola che ci guida, bisogna condividere dei valori, dei modi di pensare e la parola di Dio attraverso Mosè ha trasmesso i valori, i modi di pensare che hanno costruito il popolo d’Israele; e per noi è lo stesso, veniamo qui, ascoltiamo il Vangelo, diciamo al Vangelo “Sì, ci sto; i valori del Vangelo li prendo come miei, sono disposto a viverli”, in questo modo diventiamo un popolo, abbiamo tante idee diverse, però i valori del Vangelo li accettiamo tutti e cerchiamo di viverli, con le nostre fragilità, però cerchiamo di andare per quella strada. Siamo un popolo per questo, siamo una comunità per questo, ma non basta, quello che è stato proclamato, è stato proclamato da questo posto che si chiama ambone, pulpito, luogo di annuncio della Parola. Ma al centro della chiesa c’è quello, c’è l’altare; e c’è l’altare, perché quello che viene messo sull’altare può salire a Dio e perché quello che viene messo sull’altare può essere il dono di Dio, per me e per voi e su quell’altare si realizza il legame tra la comunità cristiana di Porzano e il suo Signore. Di fatto cosa succede sull’altare: noi portiamo un po’ di pane e un po’ di vino, che sono la nostra vita, sono “il frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, sono la nostra vita, le nostre fatiche, le sofferenze, le gioie, le consolazioni, gli impegni, le responsabilità, le paure per il futuro; tutte queste cose, che costituiscono la trama della nostra esistenza quotidiana, le portiamo sull’altare. Perché le portiamo sull’altare?

Perché le vogliamo presentare a Dio, perché Dio prenda la nostra vita e la benedica. Ma quel pane e quel vino, che noi portiamo sull’altare, il Signore ce li dona a sua volta, perché facciamo la Comunione, mangiamo quel pane, quindi, in qualche modo, ce li restituisce, ma ce li restituisce cambiati, perché quel pane, messo davanti al Signore, con l’invocazione dello Spirito, è il corpo di Cristo e quel vino, con l’invocazione dello Spirito Santo, è il sangue di Cristo. E quando mangiamo e beviamo il corpo e il sangue del Signore è la vita di Cristo che ci viene data, perché noi la assimiliamo; vuol dire che quel cibo che mangio diventa il mio sangue, le mie cellule, diventa il mio corpo e, in modo forse contrario, succede così nella Comunione. Nella Comunione mangiamo il corpo e il sangue di Cristo. Per che cosa, per quale scopo? Beh, “per – direbbe San Paolo – diventare il corpo di Cristo”. Perché la nostra vita prenda la forma della vita di Gesù e non la mia vita individuale, la nostra, la nostra come popolo, insieme siamo il corpo del Signore, ciascuno con le sue caratteristiche, con le sue proprietà, con la sua esperienza personale, ma tutti insieme, la comunità di Porzano è il corpo di Cristo. In questo luogo concreto della Terra che è il vostro paese, lì siete il corpo di Cristo e perché siete il corpo di Cristo: perché avete mangiato il corpo di Cristo e lo avete accolto nella fede, cioè non solo avete mangiato con la bocca ma avete accolto con la fede ed è questo mangiare con la fede cioè con il dono dello Spirito, quello che permette all’Eucarestia di trasformare la nostra vita e di farla diventare quello che mangiamo. Diventiamo quello che mangiamo, nell’Eucarestia. E il motivo per cui c’è l’altare è questo, come dicevo l’altare è il luogo dove il mondo viene offerto a Dio e dove Dio dona la sua vita al mondo, è il luogo dello scambio, della Comunione; e lo scopo è essenzialmente questo.

L’edificio che consacriamo si chiama chiesa, ma in realtà la parola chiesa vuol dire convocazione, quindi di per sé la chiesa riguarda voi, siete voi i convocati. Convocare vuol dire chiamare da tutte le diverse parti, la chiesa è una convocazione che il Signore fa in mezzo al mondo, raccoglie gli uomini, li chiama e quelli che rispondono si raccolgono insieme, sono chiesa. L’edificio perché viene chiamato chiesa: perché è il luogo della convocazione. La chiesa, prima di tutto siete voi, ma siccome voi vi raccogliete insieme, convocati in questo luogo, qui ascoltate la parola del signore, qui partecipate alla Comunione del corpo e del sangue del Signore, qui diventate chiesa e allora l’edificio diventa anch’esso chiesa. Ma chi dà valore ai muri siete voi; i muri possono essere robusti, le rappresentazioni belle. Ma i muri e le rappresentazioni diventano chiesa solo se dentro c’è una comunità che vive, c’è una chiesa viva. Allora la vita di questa comunità si esprime anche nell’edificio in cui le persone si incontrano e pregano insieme e stanno davanti al Signore. Stanno davanti al Signore un pochino seduti per ascoltare, perché il Signore ci insegna, ma stiamo davanti al Signore in piedi. Stare in piedi davanti a Dio vuol dire avere una dignità grande. Ma noi dobbiamo stare in piedi davanti a Dio: quando è stato proclamato il Vangelo, noi siamo stati in piedi, certamente per rispetto, ma per dignità, perché siamo i figli di Dio e quindi Dio desidera avere davanti a sé dei figli che stanno in piedi non schiacciati o umiliati, ci vuole in piedi. Poi abbiamo il momento in cui ci mettiamo in ginocchio per dire che vogliamo adorare e riconoscere la grandezza infinita di Dio davanti alla quale ci sentiamo piccoli piccoli. E in tutti e tre questi gesti, in ginocchio, in piedi, seduti, diventiamo la comunità del Signore con la nostra dignità grande, con la nostra adorazione profonda, con il nostro ascolto attento del Signore, della sua parola. Ecco, a questo serve la chiesa e per questo la consacriamo.

E allora, mentre consacriamo l’edificio, vogliamo consacrare la comunità che siamo noi e chiedere al Signore che ci faccia crescere nella Comunione, nell’essere un cuore solo in un’anima sola, nel volerci bene, nel portarci i pesi a vicenda, nel vivere le cose che abbiamo ascoltato, perché possiamo essere e possiamo diventare “il sale della terra e la luce del mondo”. Questo è quello che vi auguro con tutto il cuore e è quello che chiedo al Signore per tutti voi.

Consacrazione della chiesa di Porzano