Catechesi al tempo del coronavirus

La sospensione delle attività pastorali dovute alla precauzione per il coronavirus ha avuto un impatto anche sul nostro catechismo.

Il primo sabato di non catechismo coincideva con l’inizio della quaresima, che fare, avevo già preparato il materiale per le mie sentinelle io e la mia assistente non ci siamo perse d’animo e abbiamo volantinato le dispense pensando di poterlo fare tutti i sabato tanto sarebbe finito presto invece no col passare dei giorni è arrivato l’ordine della chiusura totale e “restate tutti a casa “. Niente paura abbiamo messo su whatsapp ogni sabato la dispensa per la quaresima, poi la dispensa della domenica delle palme e la dispensa della Santa Pasqua . Per i genitori ho messo le riflessioni di Mons. Renato e Don Davide.

Il catechismo non è finito con la Santa Pasqua continuo ancora a mandare alle mie sentinelle le preghiere per il mese di maggio dedicato a Maria e il sabato mando il vangelo da leggere e da ascoltare con la famiglia . Lo ascolteranno! certamente…

Catechista Ross

Qui Caritas parrocchiale

Per informare

Non si può che partire dai cambiamenti: monsignor Palamini, lasciando la parrocchia per altri incarichi come vicario vescovile, lascia anche il compito di presidente della caritas parrocchiale.

A lui il nostro grazie per la sua presenza e per come, in questi anni, ha guidato la caritas; a lui i nostri auguri per le sfide che lo attendono.

Un’annotazione sulle Giornate della solidarietà, la Festa della Caritas il 17 e 18 agosto scorsi in oratorio: una festa briosa e partecipata con un tempo bello che ha premiato l’impegno di quanti si sono attivati per la sua buona riuscita. In entrambe le sere, infatti, molte persone si sono sedute ai tavoli dello stand gastronomico per gustare le varianti della porchetta e altro e hanno ballato al ritmo della musica proposta aspettando anche l’estrazione dei numeri della ricca lotteria. Grazie a quanti, piccoli e grandi, con la guida dell’artista Giuliana Geronazzo, si sono divertiti, nel pomeriggio di sabato sotto il portico, a costruire la loro maschera con giornali e vinavil e a dipingerla con le tempere. Grazie a lei e a suo figlio Giacomo Filippini per aver messo a disposizione, per una mostra, alcune loro opere: chi le ha viste ne ha veramente goduto. Grazie anche a chi ha avuto la curiosità di fermarsi alla bancarella dei libri.

Raccontarsi per condividere le esperienze

Diventare volontaria Caritas per me, V., è stata una grande provvidenza. Penso che sia importante stare con la gente senza chiudersi nel proprio Io: si impara a vivere, a riconoscere i propri limiti a tentare di superarli e magari anche ad accettarli. Con l’ascolto reciproco ed il dialogo.

Da tempo, per questi motivi, desideravo dedicare un po’ del mio tempo agli altri ma non sapevo come. L’opportunità mi è stata data con l’adesione alla Caritas.

Stando alla Caritas ho ricevuto tanti doni; tra questi: il senso di appartenenza , la consapevolezza di far parte di una comunità, che ha lo stesso punto di riferimento e lo stesso obbiettivo. Ognuno con le proprie differenze ma fratelli nei valori. Grazie!

Per suscitare relazioni

Rilanciano anche l’iniziativa Offerte mensili mirate a progetti specifici: è stata già collaudata e durante quest’anno a due famiglie è stato assicurato un aiuto finanziario per molti mesi. Si assicura  l’informazione puntuale a chi aderisce.  GRAZIE a chi raccoglierà l’invito.

  

Come cambiano i giorni del lutto

La Diocesi è al lavoro per un nuovo direttorio sulle esequie che affronti il cambiamento, partendo dall’importanza dell’accompagnamento spirituale in un frangente delicato della vita e dal ruolo esercitato dalle sale del commiato

Da sempre i riti funebri caratterizzano tutte le comunità umane. Gli scheletri di Neanderthal vennero ritrovati coperti da uno strato di polline e questo fa pensare che fossero sepolti con un cerimoniale simboleggiato da un omaggio floreale. Nel tempo, ogni cultura ha adottato un proprio modello. E così per i cinesi il periodo di lutto si può prolungare per oltre 100 giorni, mentre sono minimo 40 per gli albanesi. La tradizione ortodossa romena prevede, invece, tre giorni e tre notti di veglia, anche se gli orari delle camere mortuarie e la ristrettezza stessa degli spazi domestici rendono difficile il rispetto della tradizione. Tra i sikh, i familiari, in attesa della cremazione, leggono i testi sacri per 48 ore consecutive, mentre tra i rom il corpo viene vegliato in continuazione per 24 ore. Alcune popolazioni predispongono anche dei banchetti funebri con la distribuzione del cibo. Nel rituale islamico anche il momento della morte va vissuto in maniera dignitosa, perché, diversamente, la disperazione sarebbe sinonimo di poca fede. Un capitolo a parte meriterebbe anche (nella religione musulmana) il lavaggio del corpo da parte delle persone dello stesso sesso e per un numero dispari di volte. Per gli indù e i buddhisti la cremazione non è altro che l’ennesima rinuncia all’attaccamento al corpo e alle passioni, garanzia di una reincarnazione più positiva. In molti casi si assiste anche a una deritualizzazione forzata, perché alcune abitudini non possono essere sempre salvaguardate: per esempio la bara inviata nei Paesi di origine non può essere aperta e quindi non può essere avvolta nel lenzuolo.

Come cambia. Oggi la salma è spesso affidata alla struttura ospedaliera o alle sale del commiato, che solo nella nostra Provincia sono 48. È pur vero che la maggior parte dei decessi oggi avviene in ospedale a causa di una sempre diffusa medicalizzazione della stessa morte (con la tecnologia e le conoscenze odierne fino all’ultimo si tenta un disperato salvataggio). “L’abitazione − spiega bene Carla Landuzzi nello studio su I rituali funebri nelle diversità etniche e culturali dell’ambiente urbano − ha perso quel carattere specifico di luogo intimo, di luogo accogliente anche dei momenti essenziali della vita come la nascita, la morte e la sofferenza”. Anche la morte diventa, quindi, quasi un fatto privato. Un evidente paradosso nella società dell’immagine e dei social network. Nel mondo occidentale vengono meno i manifesti funebri e, in alcuni casi, si chiede di non visitare il defunto. Purtroppo “anche i riti funebri − continua Landuzzi − si svuotano della loro carica drammatica e simbolica. Il lutto rigido e prolungato è ormai considerato uno stato sproporzionato che deve essere abbreviato e cancellato nel più breve tempo possibile in quanto interferisce ed è incompatibile con i ritmi temporali dell’urbano. Anche la cremazione è inclusa nell’ambito della negazione: la persona cremata va in fumo e viene dimenticata più facilmente; ciò che resta del defunto viene collocato in una piccola urna cineraria senza eccessivi decori”. Viene meno la simbologia del passato: dai ceri alle tombe stesse. Le tombe non sono semplicemente il luogo della sepoltura, ma custodiscono anche i legami di un’intera famiglia con il suo territorio. Nel nostro territorio, come riportiamo grazie ai numeri forniti dal Gruppo Altair, la pratica della cremazione è sempre più gettonata dalle persone.

Il Direttorio. La Diocesi di Brescia è al lavoro con una commissione per redigere un direttorio in grado di affrontare alcune questioni spinose (evitare che le sale del commiato diventino anche lo spazio per la celebrazione dei funerali) e, al contempo, ribadire l’importanza di questo argomento per la pastorale che riguarda un momento estremamente delicato, ma anche assai significativo, nell’esperienza delle persone. La Chiesa ha già ribadito in più circostanze che “per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non è permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti”. Sarebbe buona cosa attingere dal Direttorio per la celebrazione delle esequie promulgato nel 2017 dalla diocesi di Milano e presentato da mons. Tremolada. “Il lutto, il confronto con la morte, sono realtà − affermava Tremolada − che segnano profondamente, ma che diventano anche occasione di annuncio del Vangelo. Una visione cristiana della morte, la capacità di creare quel clima di speranza che consente di affrontarla senza disperazione, la rilevanza che hanno i legami con la persona che ci ha lasciato, sono contesti che la Chiesa, da sempre, considera meritevoli di grande cura e considerazione. Ci ha molto colpito che la prassi della cremazione, nel giro di poco tempo, sia diventata prioritaria: di fatto, in questo momento, la percentuale delle richieste di cremazione rispetto a quelle di tumulazione è molto alta. Le ragioni potrebbero essere tante, ma questo dato ci fa pensare e deve essere assunto pastoralmente. L’intervento della Santa Sede sulle ceneri (a lato si può leggere una sintesi, nda) sottolinea proprio la necessità di una simile attenzione, indicando in modo preciso di non disperderle, ma di tumularle per ragioni evidenti. Infatti la possibilità di avere un luogo dove potersi recare per pregare, ricordando la persona scomparsa, e di collocare le ceneri in un spazio ben preciso e riconosciuto dalla comunità cristiana di appartenenza, non è certo secondaria. Questi sono soltanto alcuni dei problemi che dicono quanto sia rilevante tale aspetto”

La sensibilità e l’indole contemplativa

Paolo VI ha governato la Chiesa in un periodo tormentato, sia sul piano civile sia su quello ecclesiale, a partire da ‘68 fino al terrorismo (morì l’anno in cui la vicenda Moro, che lo turbò profondamente, decretava praticamente la fine delle Brigate Rosse): ha preso il via in quei frangenti un cambiamento epocale che non si è ancora concluso . Prosegue la rubrica “Il mio Paolo VI”.

Giovanni Battista Montini si é materializzato agli occhi dei bresciani il giorno in cui è stato nominato arcivescovo di Milano (1954), anche se la figura del fratello maggiore Lodovico, membro dell’Assemblea costituente e poi parlamentare fino al 1968, rinnovava la memoria del padre Giorgio, giornalista e politico di spicco a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, e della famiglia Montini.

Nell’estate del 1962 ho avuto modo di incontrare per la prima volta il futuro Paolo VI. A fine agosto trascorsi qualche giorno di ferie a Pontedilegno e un giorno, mentre passeggiavo verso la val Sozzine, camminando lungo il lato destro della chiesa, scorsi il card. Montini nell’atrio della porta laterale. Ebbi l’impressione che fosse lì in attesa di qualcuno e allora gli chiedi se potevo essergli utile, in particolare se desiderava che gli chiamassi il parroco, il mitico don Giovanni Antonioli. Il Cardinale mi ringraziò assicurandomi che era tutto a posto.

L’approccio più importante si registrò però in una delle sere successive. Ero ospite di Villa Luzzago e il direttore don Enrico Tosi ci annunciò che il card. Montini ci avrebbe aggiornato sull’imminente Concilio Vaticano II. La notizia mi galvanizzò, immaginando di poter offrire una specie di scoop ai lettori di Voce. Il mio proposito giornalistico non ebbe seguito. Infatti don Tosi mi riferì che il Cardinale desiderava che la cronaca dell’incontro rimanesse riservata. Non feci salti di gioia, ma la piccola delusione fu compensata dall’interesse che la conversazione di mons. Montini sollevò: ci offrì un quadro della situazione, evidenziando le speranze sollevate dal Concilio, che mi accompagnò nei mesi successivi man mano l’assemblea conciliare celebrava la prima sessione.

Quella sera comunque misi a fuoco (parzialmente) la figura di Giovanni Battista Montini in una luce che si discostava da alcuni stereotipi su di lui che perdurano tuttora. Per capire bisogna tenere presente che all’epoca il cosiddetto mondo cattolico bresciano era diviso (con sfumature molteplici) fra una corrente popolare che in parte era rappresentata anche dalla Voce e una corrente nobile che aveva come simboli, nell’opinione comune, la Banca San Paolo e il Giornale di Brescia. I Montini erano naturalmente collocati nella corrente nobile.

Ricordo tutto questo perché serve a spiegare la mia reazione il giorno in cui Montini fu eletto papa. Vidi, vedemmo, la fumata bianca in tv nel bar che stava all’angolo fra via Tosio e via Antiche Mura. Quando l’annuncio confermò i pronostici della vigilia rimasi perplesso, domandandomi se i cardinali (o lo Spirito Santo?) avevano fatto la scelta giusta. Oggi non ho più dubbi, ma non è una resipiscenza tardiva. È una convinzione maturata lungo lo svolgersi del pontificato di Montini. Anche se, memore della conversazione di Pontedilegno, sin da subito non avevo dubbi sul fatto che avrebbe portato avanti il Concilio con decisione.

Recentemente mi sono confrontato con un signore che non conoscevo e che parlando con un gruppetto di amici esprimeva tutte le sue perplessità sulla canonizzazione di Paolo VI, osservando fra l’altro che si sono inventati un miracolo che a lui non sembra tale. Gli ho fatto presente che Paolo VI ha governato la Chiesa in un periodo tormentato, sia sul piano civile sia su quello ecclesiale, a partire da ‘68 fino al terrorismo (morì l’anno in cui la vicenda Moro, che lo turbò profondamente, decretava praticamente la fine delle Brigate Rosse): ha preso il via in quei frangenti un cambiamento epocale che non si è ancora concluso. Gli ho ricordato che l’apparente ritrosia che induceva qualcuno a chiamarlo Paolo mesto, celava delicata sensibilità e un’indole contemplativa, in un contesto di grande riservatezza.

Ho poi avuto occasione di incontrare Paolo VI in varie udienze. Il ricordo più vivo riguarda la prima dedicata a Brescia, il 28 ottobre 1963, che si tenne nell’Aula delle Benedizioni, una grande sala a forma rettangolare. Il Papa era collocato su un palco con lo sfondo di una grande tenda rossa. Assistetti all’incontro seminascosto dall’ultimo velo della tenda e accovacciato sull’ultimo gradino della pedana a un paio di metri dal Papa. Da lì potei prendere gli appunti per la cronaca dell’udienza perché a quel tempo i registratori erano grandi come una valigetta 24ore.

Due anni dopo, il 20 settembre 1965, con duecento delegate di Voce abbiamo partecipato ad una udienza in San Pietro. Paolo VI nel saluto ci dedicò parole significative elogiando «la grande funzione del settimanale che opera da 70 anni con molto zelo, profonda saggezza e anche con tanta efficacia», con l’invito a essere consoni “ai bisogni dei lettori” e a «mantenere con essi una conversazione che li istruisce, li fa pensare, li sprona all’apostolato». Al termine dell’udienza il vescovo mons. Morstabilini presentò al Papa alcuni di noi: a ciascuno Paolo VI riservò un saluto personale, evocando fra l’altro personaggi bresciani a lui cari. In quella occasione e anche in una udienza successiva a Castelgandolfo (settembre 1969) menzionò in particolare don Peppino Tedeschi.

Nel 1988 quando abbiamo celebrato i primi cento anni di Madre, ho scoperto che il giovane Gianbattista Montini, prima e dopo la ordinazione sacerdotale (1920) ha collaborato con la rivista, grazie ai rapporti che aveva con la direttrice, Angela Bianchini. Si tratta di articoli anonimi. Dalla corrispondenza delle stessa Bianchini risulta certa la paternità montiniana di un articolo di fondo apparso nel febbraio 1921 sul voto femminile, intitolato “La donna voterà”. Nello scritto, che occupa tre pagine della pubblicazione (in formato rivista), è riconoscibile lo stile analitico montiniano nella accuratezza con cui esamina il problema dai vari punti di vista, valutando i pro e i contro della scelta politica. Alla fine emerge l’idea che si tratta di una conquista democratica che per realizzarsi esige tutta una serie di precauzioni e attenzioni culturali, etiche, politiche. In molto passaggi è possibile intravedere un’idea di politica ha caratterizzato il suo magistero pontificio e che potrebbe nobilitare le miserie del dibattito politico. Alla fine un auspicio che risulta di altrettanta pregnante attualità: «È necessario formarsi una coscienza politica, non con una lettura quotidiana di giornali o col frequentare ambienti rumorosi di affari, ma col meditare e studiare, col educare la mente a letture serie e a studi severi, coll’abituarsi a giudicare le cose dalle loro conseguenze ampie e remote, sotto l’aspetto non particolare, ma generale; col cercare di applicare i principi della fede alle contingenze sociali».