L’arte del buon governo

L’omelia pronunciata dal vescovo Tremolada durante la S.Messa pontificale nella Basilica dei Santi Faustino e Giovita

Siamo riuniti in un clima di festa per celebrare i nostri santi patroni. La liturgia ci ricorda che essi sono anzitutto martiri di Cristo, testimoni fino al sangue della loro fede in Gesù, redentore dell’umanità. Noi, tuttavia, li ricordiamo e li veneriamo anche come difensori della nostra città. Secondo la tradizione, infatti, essi appaiono nel cielo di Brescia durante i giorni di un feroce assedio, per scongiurare il massacro di una popolazione stremata. Le circostanze del loro intervento ci fanno molto pensare. Si tratta di un’azione militare ordinata per rivalsa. Amareggia non poco constatare che tra città cristiane si giungesse alla guerra per ragioni pretestuosamente politiche. Le popolazioni in realtà pagavano allora il prezzo di scontri voluti da orgogliosi casati, esclusivamente preoccupati del loro prestigio e dei loro guadagni. Erano duchi che si sentivano piccoli Cesari e assoldavano eserciti per rivendicare il loro potere contro libere decisioni di libere città.

Viene alla mente la parola che Gesù pronunciò un giorno, pensando al grande Cesare che governava l’intero mondo allora conosciuto. Ai Giudei che gli chiedevano se era giusto pagare il tributo all’imperatore romano, egli rispose: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Quella frase è divenuta celebre. Qual è però il suo significato preciso? Per rispondere è bene ricordare la richiesta che l’ha preceduta. Gesù chiese in quella circostanza ai suoi interlocutori di portargli una moneta, sulla quale era impressa, appunto, l’effige di Cesare, cioè dell’imperatore romano regnante. Ricevuta la moneta, stranamente Gesù domandò di chi fosse l’immagine riportata; egli, infatti, sapeva benissimo di chi si trattasse. La domanda aveva però uno scopo: ricordare ciò che il Libro della Genesi dice a proposito della creazione dell’uomo, e cioè che l’uomo fu creato “a immagine e somiglianza di Dio”. Ecco allora l’insegnamento da raccogliere: sulla moneta è stata impressa l’immagine di Cesare, ma nell’uomo è impressa l’immagine di Dio. Come a dire che lo stesso Cesare è un uomo creato a immagine di Dio e che in questo modo egli deve guardare agli altri essere umani su cui esercita il governa. Se a Cesare si deve dunque la tassa in nome della sua autorità e per il suo compito amministrativo, a Dio di deve la gratitudine di esistere come esseri umani a immagine sua e il dovere di guardare ogni essere umano nella sua prospettiva, cooperando al compimento della sua originaria vocazione. Tutto ciò che esiste è per gli uomini, tranne gli uomini stessi. Nessuno sarà mai padrone di un’altra persona umana e nessuno avrà mai il diritto di offenderne o comprometterne la dignità. Al contrario, tutti sono chiamati a promuovere il bene di tutti, in modo libero e consapevole, dando così al vivere comune la sua forma più vera.

Occorrerà dunque che nella società qualcuno assuma questo compito, che lo ricordi e lo onori, che se ne faccia garante in modo autorevole. Ecco dunque chi sono i politici: gli architetti della convivenza sociale, i costruttori della comunità civile, gli artefici del bene comune. Di questo vorrei dunque parlare in questa occasione, a noi tanto cara, dei santi patroni Faustino e Giovita: vorrei con voi meditare sul grande valore della politica, sulla nobiltà del suo scopo e sulla necessità del suo esercizio. E vorrei subito dire che il compito del governo della società va considerato come il compito più alto e più delicato in ambito sociale, ma anche come il più affascinante e appassionante. Da esso dipende in larga parte il vissuto di intere popolazioni. Questo vissuto, infatti, per non precipitare nel caos, deve assumere la forma della società civile, attraverso l’amministrazione degli stati, nel quadro della comunità internazionale. Di questo appunto si occupa la politica. Di più, la politica va intesa come l’arte del governare, che consente ad una pluralità di persone di sentirsi un popolo, cioè una comunità solidale chiamata a condividere lo stesso destino e a costruire una vera civiltà. Perché questa è l’umanità: una comunità di comunità, un popolo di popoli, la grande famiglia dei figli di Dio.

La tradizione culturale dell’Europa, all’interno della quale l’eredità della civiltà greco-romana è stata sapientemente accolta dal Cristianesimo, ha sempre tenuto la politica in alto onore. La storia europea, purtroppo, ci ha offerto esempi addirittura spaventosi di un esercizio perverso dell’autorità politica; ma proprio il giudizio severo espresso poi nei loro confronti, dimostra la rilevanza da sempre attribuita alla politica dal pensiero illuminato del nostro continente. L’opinione pubblica – bisogna riconoscerlo – non sempre si è allineata su questo giudizio. Anche al momento attuale non è scontato ritenere che siamo di fronte a una realtà importante e preziosa. Fa bene perciò a tutti riascoltare qui le parole di Giorgio La Pira, sindaco indimenticabile di Firenze negli anni del dopo guerra e figura esemplare di politico animato da spirito cristiano. Così egli si esprimeva: “Non si dica quella solita frase poco seria: la politica è una cosa brutta! No. L’impegno politico – cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti a cominciare dall’economico – è un impegno di umanità e di santità; è un impegno che deve poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità”. Parole forti e di grande risonanza, a cui viene spontaneo affiancare quelle di san Paolo VI, il nostro amato papa bresciano, che in forma estremamente sintetica ma assai efficace diceva della politica: “È la forma più alta della carità”.

La politica va anzitutto amata. Va cioè guardata nella sua verità, considerata per quello che è e deve essere. Va riscattata da pregiudizi e contraffazioni ma anche difesa e protetta. È infatti tremendamente esposta al rischio di venire strumentalizzata o sfruttata. Questo accade per il grande potere che essa ha in vista dell’adempimento del suo compito. Governare una nazione, una città, un paese, dare alla convivenza degli uomini la sua forma più bella per la felicità di tutti è una vera e propria missione. Chi si impegna a compierla merita il rispetto e la gratitudine di tutti, ma certo si assume anche una grave responsabilità, di cui è giusto avere coscienza.

La sapienza di sempre e la tradizione cristiana in particolare ci indicano alcune parole chiave che stanno alla base di un politica degna di questo nome. Tra queste vorrei richiamarne tre, che mi sembrano capaci di catalizzare valori e atteggiamenti essenziali all’esercizio del buon governo. Esse sono: L’onestà anzitutto. Il cancro della politica è la ricerca spregiudicata dell’interesse privato o di gruppo, cioè la corruzione. Chi accetta di svolgere questa missione dovrà essere integro, prima nelle intenzioni e poi nelle azioni, dedito unicamente alla nobile causa del bene comune. Nessun compromesso con il tornaconto, economico ma anche di immagine. Il potere politico non è un fine e non va quindi cercato per se stesso. L’ebbrezza del potere dei governanti è una delle esperienze più tragiche che una società può fare, come dimostra drammaticamente la storia. Don Luigi Sturzo, del cui Appello ai Liberi e Forti è stato recentemente ricordato il centenario, così identificava alcune regole del buon politico: onestà, sincerità, distacco dal denaro; non sprecare i finanziamenti pubblici, non affidare incarichi a parenti, non promettere l’irrealizzabile, non credere di essere infallibili, informarsi e studiare quando non si sa, discutere serenamente e obiettivamente. E aggiungeva: “Quando la folla ti applaude, pensa che la stessa folla potrà divenire avversa. Non inorgoglirti se approvato, né affliggerti se osteggiato. La politica è un servizio per il bene comune”.

Il buon esercizio della politica domanda poi profondità. Chi governa è chiamato a guadagnare uno sguardo attento e non superficiale, ad assumere un atteggiamento umile di fronte alla complessità delle cose, a coltivare quella saggezza che deriva dall’esperienza ma anche dall’esercizio naturale e costante della riflessione. L’arte del buon governo domanda tanto pensiero, tanta capacità di ascolto e di dialogo, la rinuncia ad ogni forma di violenza verbale, l’onestà di non far leva sull’emotività e sulla paura. La democrazia nasce e si sviluppa sull’esercizio pacato del confronto delle opinioni, nella ricerca onesta della verità di cui nessuno è padrone. In politica si è concorrenti non nemici, chiamati appunto a concorrere, cioè a contribuire, al bene di tutti, nella dialettica costruttiva tra maggioranza e opposizione. Non si è inesorabilmente condannati allo scontro. La politica non è un’arena, ma piuttosto un’agorà, una piazze dove si discute anche animatamente e con passione ma sempre nel rispetto delle persone e delle idee. L’obiettivo di un vero dialogo non è quello convincere gli altri che noi abbiamo ragione ma di guadagnare insieme una visione sempre più profonda delle cose, in vista di decisioni importanti per la vita di tutti

Profondità in politica significherà poi avere radici e affondarle nel terreno di un umanesimo illuminato, che rinvia ad una visione della vita e del mondo nella quale l’uomo avrà sempre il posto di onore che merita. Nulla gli andrà mai anteposto. La grandezza e la dignità dell’uomo, di ogni uomo e donna, costituiscono il valore assoluto e indiscutibile, intorno al quale si unificano poi tutti gli altri valori di cui una società umana non può fare a meno. Sono i valori che ritroviamo nella Carta dei Diritti dell’uomo e che per noi cristiani rinviano alla visione dell’uomo che il Vangelo di Cristo ha dischiuso e che la dottrina sociale della Chiesa ha composto in sintesi. La politica ha bisogno di attingere costantemente alla sua sorgente vitale, che altro non è se non il senso di umanità. Per guidare la società umana occorre guardarla come la guarda Dio, suo Creatore e Redentore, cioè con rispetto e affetto, con il desiderio di vedere tutti liberi e felici.

Infine, la lungimiranza. Ci soccorre di nuovo l’esempio di Giorgio La Pira. Di lui giustamente si è detto che coniugava sapientemente utopia e realismo. Era un uomo che sapeva sognare e insieme costruire. Chi assume la responsabilità politica è chiamato a collegare con intelligenza il presente al futuro, a capire cosa è bene fare oggi in vista di ciò che sarà domani. L’arte del governare ha bisogno di progettualità. Non sarà mai un semplice navigare a vista, non potrà accontentarsi di scelte puramente tattiche, che procurino un consenso immediato senza però dare solidità al vissuto in vista del futuro. La politica attua ciò che è possibile ma sempre nell’orizzonte più ampio del desiderabile, cioè nella tensione verso quel bene perfetto di cui è bene avere sempre coscienza. La vera politica avvia processi, attiva movimenti virtuosi, delinea percorsi a lungo termine. Non ricerca l’apprezzamento istintivo nel presente ma la gratitudine sincera nel futuro. È onesta e coraggiosa perché fondata sulla gratuità e sul limpido desiderio di servire la società.

Abbiamo bisogni di uomini e donne di governo che sappiano leggere quelli che il Concilio Vaticano II ha chiamato i segni dei tempi, che sappiano riconoscere le trasformazioni in atto e raccoglierne le sfide. Oggi ci attendono infatti decisioni importanti e condivise sull’inizio e il fine vita, sul ruolo della scienza e della tecnologia, sui fenomeni migratori e sull’intercultura, sull’influenza dei social media, sui cambiamenti climatici, sul calo delle nascite, sulle conseguenze della cresciuta aspettativa di vita, sulle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro. Un’attenzione privilegiata andrà conferita al rapporto tra politica ed economia, per impedire che quest’ultima si procuri un’indebita e pericolosa egemonia. Solo una forte e sana politica riuscirà a creare – come auspicato da papa Francesco – nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società”.

Quanto alla Chiesa, essa non intende “fare politica”, se questo significa schierarsi a favore o contro specifiche formazioni politiche. Essa vorrebbe piuttosto contribuire ad “educare alla politica”. Compito della Chiesa – scriveva il cardinale Carlo Maria Martini – sarà anzitutto quello di “formare le coscienze, poi di accompagnare le persone nei momenti e nelle circostanze difficili, di garantire una preparazione permanente che tenga conto del mutare delle cose e del presentarsi di nuovi problemi all’orizzonte dell’umanità, di stimolare le energie intellettuali a operare e confrontarsi entro larghi orizzonti. Per essere credibili – aggiungeva – bisognerà porsi non tanto sopra le parti, quanto al di sotto delle parti, ossia nella profondità della coscienza civile del paese”. Per educare alla politica, occorrerà fornire conoscenze di tipo culturale, storico, legislativo, che consentano un’opera di educazione popolare di base, di coscientizzazione in vista della partecipazione democratica. Occorrerà, inoltre, suscitare esperienze concrete di collaborazione e di dialogo e anche di confronto dialettico con i cittadini di varie tendenze, secondo i vari stadi e stagioni della vita. Occorrerà, infine, dare possibilità di conoscere e di utilizzare gli strumenti d’intervento democratico che già ci sono o che si possono promuovere. In una parola, occorrerà educare al discernimento popolare, inteso come esercizio di una capacità di lettura della realtà che conduca a decisioni adeguate ed efficaci.

In una democrazia matura, la politica si esercita attraverso i partiti. Ma prima dei partiti c’è la società, prima della aggregazioni politiche c’è la cittadinanza. Alla base di tutto c’è la comunità degli esseri umani e il bene comune. La vera politica considera i partiti strumenti necessari ma si interessa prima di tutto del bene della comunità umana. I partiti passano, nascono e invecchiano e in qualche caso muoiono. Il compito di amministrare la vita pubblica resta. Il nostro auspicio è che esso rimanga sempre ancorato alla ricerca del bene comune come regola che lo ispira. Nel terreno che precede il confronto tra le forze politiche chiamate a legiferare, sempre ci dovrà essere spazio per un dialogo pacato e onesto che ponga a tema la convivenza civile. Abbiamo bisogno di uomini e donne di buona volontà e di ampie vedute, che prima di sentirsi parte di un gruppo identificato da un simbolo si sentano parte della grande famiglia umana, chiamata a coltivare quella pace sociale che altro non è se non una condizione di vita ricca di valori e carica di sentimenti.

Come dicevo lo scorso anno in questa medesima circostanza, pensando in particolare ai giovani e al loro futuro, “il segreto starà nel riscoprire l’esperienza dell’essere a pieno titolo e insieme cittadini, cioè destinatari e protagonisti della cittadinanza, cioè dell’appartenenza alla propria comunità civica nel quadro della comunità internazionale. Si delinea così una sorta di alleanza sociale, che diverrà terreno fecondo e insieme ambito costante di verifica per una politica che sia sempre più arte del buon governo, in grado di assumere con onestà, profondità e lungimiranza il suo indispensabile compito. Partiamo dunque dal territorio, per costruire una nuova esperienza di governo della società, più capace di difendersi dalle logiche di potere che la inquinano e la indeboliscono, più attenta al vissuto quotidiano, più progettuale, creativa, coraggiosa, riflessiva, dialogica, non aggressiva ma propositiva, all’altezza delle sfide del momento presente. L’esigenza di dare risposta al bisogno di vita che viene dal territorio potrà condurre ad una sapiente sinergia sociale, animata da una visione culturale e spirituale”.

Affidiamo questo desiderio sincero e questo fermo proposito all’intercessione dei nostri santi patroni. Essi che hanno difeso la città di Brescia da un attacco crudele e insensato, ci aiutino a fare di questa stessa città, ma anche delle altre città e paesi sparsi sul territorio bresciano, delle vere comunità coese, dinamiche e solidali, anche attraverso l’opera generosa e sapiente di quanti si dedicano alla missione del governo.

Vegli su tutti noi la Madre di Dio, che nella nostra città amiamo invocare come Beata Vergine delle Grazie. Ci stringa nel suo abbraccio materno e ci custodisca nella pace.

Buon viaggio – Metà Quaresima 2018

Torna la compagnia Teatrodaccapo in Oratorio!

Giovedì 8 marzo alle ore 20:00 la compagnia porterà in scena lo spettacolo “Buon viaggio” nell’ormai tradizionale appuntamento di metà Quaresima. I biglietti sono già disponibili in Oratorio al costo di 7€.

Tutta la vita è un viaggio.
In scena, due compagni di viaggio ripercorrono, in chiave comica e con grande energia, le più antiche vie tracciate dall’ uomo sulla terra dall’ Oriente misterioso, alle pianure d’ Europa, dalla giungla nera, all’ assolato deserto del Sahara, fino agli Oceani infiniti.
Si seguono le tracce dei grandi viaggiatori: da Ulisse che peregrinò nel Mar Mediterraneo, a Marco Polo che esplorò le pianure dell’Asia, a Colombo che scoprì il Nuovo Mondo e via via, attraverso mezzi sempre più veloci fino agli eroi delle macchine volanti.
Ma viaggiatori sono anche gli scrittori che tracciano cammini volando sulle ali della fantasia e navigando sulle righe delle pagine.
Le fiabe sono percorsi antichi e misteriosi, le storie e i romanzi sono avventurosi viaggi attraverso la vita, le poesie sono taglienti passeggiate.
Per viaggiare ci vuole coraggio, stupore, voglia di scoprire e desiderio di imparare.

Il viaggio prosegue, sempre. Anche oltre ogni strada visibile.
Non finisce neppure con la fine della vita, poiché da lì si parte per l’ultimo viaggio: quello per cui occorre avere l’infinito nel cuore.

A seguire avrà luogo il rito del falò, che sarà il compimento di un lavoro portato avanti dai ragazzi del catechismo sui desideri.

Durante la serata sarà attivo un punto ristoro con vin brûlé e caldarroste.

Samaritani?

“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, quando incappò nei briganti. Questi gli portarono via tutto. Lo percossero e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso passò di là un sacerdote, vide l’uomo ferito e passò oltre, dall’altra parte della strada. Anche un levita passò per quel luogo, anch’egli lo vide e, scansandolo, proseguì. Invece un samaritano che era in viaggio gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione…” (Luca 11, 30).

Ogni volta che rileggo questa parabola trovo nelle parole spunti nuovi  e sorprendenti perché sempre attuali. Oggi ci imbattiamo spesso, fisicamente o per mezzo dei media, in un’umanità, di ogni nazionalità e colore,  vilipesa, martoriata, a volte martirizzata da “moderni briganti”, o in uomini costretti a lasciare affetti, casa e patria, per non morire o per intraprendere un viaggio migratorio alla ricerca di un angolo del mondo in cui sopravvivere  grazie a ciò che ad altri avanza. Molti di questi suonano il campanello delle nostre case. Spesso suonano anche alla mia porta e mi chiedo allora che personaggio voglio interpretare: il sacerdote che vide l’uomo ferito e passò oltre, il levita, che prestava i suoi servizi al tempio, che lo scansò o il samaritano, considerato nemico, che ebbe compassione di quell’uomo e lo soccorse. Una vocina impertinente dentro di me obietta che quegli uomini che mi capita di incontrare sul cancello di casa o nei luoghi che frequento, sembrano giovanotti non proprio sofferenti… Ma se io fossi nei loro panni o più precisamente nella condizione di dover sempre chiedere una monetina, un paio di scarpe, un indumento, perché priva di tutto, qualunque sia la risposta, mi sentirei profondamente ferita nella mia dignità. L’altro giorno, mi raccontava mio marito Fulvio, scendendo dalla macchina, appena parcheggiata, gli si è avvicinato un ragazzo di colore, non con il palmo aperto a chiedere qualcosa, ma con la mano tesa a salutare. Fulvio gliela strinse. Il ragazzo mormorò ”Grazie, non è da tutti.” Forse a quel ragazzo è bastata una semplice stretta di mano a riconoscergli la dignità in quanto persona.

Il dottore della legge chiese a Gesù: “Chi è il mio prossimo?” Gesù rispose: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…”  Il prossimo è ogni uomo che incontriamo nel cammino della vita.

MERRY CHRISTMAS o buon Natale? BUON NATALE o merry Christmas?

Quale delle due espressioni sento di più mia?
Le sento parte di me in egual misura!
Ho più nostalgia del “Buon Natale” dalla mia infanzia fino all’età di 26 anni, quando partii per gli Stati Uniti, e dell’espressione “Merry Christmas” per l’età adulta fino ad oggi. I due mondi hanno qualche somiglianza se si parla dal punto di vista cristiano. Questo si traduce nella “Messa di mezzanotte” per i cattolici e un “servizio liturgico” per altre fedi. Se lo si considera puramente come “periodo natalizio” o “public holiday” si trovano delle somiglianze anche in Italia “importate” dagli States.
Ecco come è vissuto il “Christmas” nelle sue varie espressioni.

La musica

Le melodie natalizie (canti, canzoni, musica) incominciano molto presto in novembre e per quasi due mesi, fino al 1° gennaio, creano un clima speciale e mette la gente in uno stato mentale di pace e altruismo. Basta vedere l’esercito della Salvation Army postato davanti ai negozi e nei centri commerciali suonando il campanellino richiamando la gente a mettere qualche dollaro nel loro recipiente. Tante canzoni natalizie in Inglese sono ormai comuni anche qui da noi. Una attività molto importante e bella è il “carolling”. Gruppetti di persone vanno nei centri per anziani e nelle prigioni a cantare canzoni di Natale e augurando “Merry Christmas” and “Happy New Year”.

Albero di Natale – Christmas tree

Ora è parte integrante anche in Italia. Quando ero ragazzo non c’era. Avevamo solo il presepio. Negli States non si usa fare il presepio in pubblico o su terreno pubblico dovuto alla separazione tra Chiesa e Stato. C’è di solito solo la scena della natività in chiesa o su terreno privato. Negli States l’albero regna supremo ovunque all’aperto e in casa e in Chiesa. La decorazione dell’albero diventa una attività di tutta la famiglia. Tutti devono averne uno, fosse anche uno simile a quello di Charlie Brown, il che vuol dire striminzito e con poche decorazioni e luci. Il Presidente accende l’albero ufciale posto davanti alla Capitol Hill (congresso). Ora anche il Papa accende l’albero posto in piazza San Pietro, accanto al presepe.

camino albero natale

Luci – Lights

Gli americani ne vanno pazzi ed è una vera “celebrazione di luci e colori”! Le case sono completamente decorate dentro e fuori, persino i lawns davanti alle case hanno luci e decorazioni. Mi ricordo ancora molto bene il mio primo “viaggio tra le luci”. Ero appena “sbarcato” a New York dalla Michelangelo. Era il dicembre 1965. Arrivati a Boston mi portarono, la sera stessa, a vedere Boston in the lights . Il bianco della neve, caduta abbondante, e le luci così variopinte and ashing: che spettacolo! Un continuo “oh” usciva dalla mia bocca… mai visto uno spettacolo di luci così intenso e perfetto!

Santa Claus – Babbo Natale

È la figura che rappresenta il Natale negli States. Sarebbe la nostra santa Lucia, Befana e Gesù Bambino. Questo signore “barbuto, panciuto e sornione” con il suo famoso” oh, oh, oh…” è la gioia dei piccoli. Egli regna sovrano nei centri commerciali e sul suo trono dà “udienza” ai piccoli con tanto di foto e dolciumi. I più piccoli a volte piangono impauriti. La foto con Santa Claus diventa poi o un calendario oppure la “cartolina natalizia” della famiglia mandata assieme a una lettera riassuntiva degli avvenimenti più importanti dell’anno, nonostante l’era internet, twitter ed email… Diventa il periodo più impegnativo della poste americane!

Cibo – Food

La cena di “christmas eve” e il pranzo di “christmas day” sono molto celebrati come da noi con cibo a non finire. Il posto d’onore per il christmas day è riservato al tacchino anche a Natale in molte famiglie anche se lo è invece di obbligo al thanksgiving, celebrato il 4° giovedì di novembre. Ogni famiglia poi aggiunge specialità delle loro origini. Sulle tavole americane non c’è il panettone come da noi. Si trovano invece il “christmas pudding, l’eggnog and the mince pie” e tanti altri dolci a secondo delle origini di famiglia . Il panettone lo possono trovare le famiglie di discendenza italiana nelle grandi città delle coste atlantiche e pacifiche.

In conclusione, sia di qua che di là dall’oceano lo spirito gioioso, sereno, altruistico almeno per questo periodo sembra esserci. La nascita di Gesù rimane tuttavia una “scoperta” e un “incontro” da viversi personalmente sia di quà che di là dell’oceano. Però nello spirito del Natale ci stà anche tutto il resto e lo “decora” bene.

MERRY CHRISTMAS E BUON NATALE! BUON NATALE E MERRY CHRISTMAS!!