Testimone di gratuità e donazione

Il benvenuto dai membri dei tre Consigli Pastorali

Caro Don Renato, a nome delle parrocchie di Leno, Porzano e Milzanello ti diciamo che con gioia ed emozione accogliamo il dono della tua presenza in mezzo a noi.

Ti abbiamo accolto ancor prima nei nostri cuori e nelle nostre preghiere appena abbiamo avuto notizia dellatua nomina. Trovi delle comunità pronte a riprendere il cammino con un nuovo compagno di viaggio, con una nuova guida che certamente, nel suo ministero sarà ispirato all’immagine del Buon Pastore.

Sarai per noi Padre e Maestro, ma anche fratello e con Te vorremmo condividere i tuoi sforzi e le tueproposte pastorali per edificare sempre più la Chiesa e annunciare il Regno di Dio. Da parte nostra cercheremo di essere Chiese Sorelle.

Con Te pregheremo e per Te pregheremo perché Tu possa essere in mezzo a noi il prete che ci esorta a perseguire la comunione fraterna, il prete che secondo il cuore di Cristo, possa esercitare il Suo ministero con gioia ed essere per noi testimone di gratuità e donazione.

Ti siamo riconoscente per aver accolto con fede ed entusiasmo il compito impegnativo ma avvincente di essere Parroco (abate) oggi e in questo luogo. Sarai pastore di tre comunità nel vivo della formazione delle collaborazioni pastorali. Noi ti assicuriamo la nostra buona volontà, ti offriremo, con semplicità, le nostre idee e le nostre tradizioni di popolo cristiano, assieme alla preghiera perché la tua missione sia sempre sostenuta dalla Grazia di Cristo.

Insieme, arricchendoci reciprocamente, ci auguriamo di consolidare la costruzione di comunità che nell’amore e nella stima reciproca pongono le loro fondamenta per essere sempre più simili alle prime comunità cristiane, ossia assidue nella predicazione, nelle riunioni comuni, nella frazione del pane e nella preghiera.

Don Renato, benvenuto nella Tua nuova casa, nella tua famiglia; una casa che anche se sta affrontando le difficoltà culturali e sociali che caratterizzano molti aspetti del continente europeo in riferimento alla fede, ha delle solide basi che trovano le proprie radici nella millenaria tradizione ecclesiale grazie alla presenza benedettina che ha tracciato i solchi entro i quali stiamo ancora vivendo. Una casa che vuole mantenere i legami rispettosi con il territorio e le istituzioni locali, che vuole continuare ad amare i suoi figli e figlie che soffrono. Una casa che vuole accompagnare i suoi figli e figlie che crescono e stima quanti sono aperti alla vita e si prendono cura del prossimo.

Che il Signore ci benedica, Ti affidiamo all’intercessione di Maria Santissima, dei Santi Pietro e Paolo, Vitale e Marziale e di San Martino Vescovo, Sant’Urbano martire, affinché possano accompagnare il nostro cammino insieme.

Le immagini dell’ingresso:

Ingresso di mons. Renato Tononi

Amiamo con tutte le forze il Padre celeste

Carissimi parrocchiani di Leno, Milzanello e Porzano

Il vescovo Pierantonio mi ha chiesto di venire a guidare come parroco le vostre comunità. Cosciente dei miei limiti (non ultimo l’età piuttosto avanzata), ho cercato di fargli cambiare parere, ma, vista la sua insistenza, gli ho detto di sì, perché penso che uno diventi prete non per fare ciò che vuole lui o piace a lui.

Dopo aver detto di sì, sono stato confortato dalla scoperta di  queste espressioni  scritte ad un suo confratello da parte di Padre Massimiliano Kolbe, il francescano polacco morto nel 1941 nel campo di concentramento di Auschwitz in sostituzione volontaria di un papà di famiglia:

Dio, scienza e sapienza infinita, che conosce perfettamente quello che dobbiamo fare per aumentare la sua gloria, manifesta normalmente la sua volontà mediante i suoi rappresentanti sulla terra. L’obbedienza, ed essa sola, è quella che ci manifesta  con certezza la divina volontà. È vero che il superiore può errare, ma chi obbedisce non sbaglia. L’unica eccezione si verifica quando il superiore comanda qualcosa che chiaramente, anche in cose minime, va contro la legge divina. In questo caso egli non è più interprete della volontà di Dio… Amiamo dunque, fratelli, con tutte le forze il Padre celeste pieno di amore per noi; e la prova della nostra perfetta carità sia l’obbedienza, da esercitare soprattutto quando ci chiede  di sacrificare la nostra volontà. Infatti non conosciamo altro libro più sublime che Gesù Cristo crocifisso, per progredire nell’amore di Dio.

Confortato anche da queste parole, sono sereno; anzi, sono contento di venire, perché vengo a voi nel nome del Signore. Lui farà quello che le mie forze non sono in grado di fare.

Pregate per me.

Insieme a voi – in comunione con gli altri sacerdoti e con la collaborazione dei vari consigli parrocchiali – mi accingo a percorrere l’ultimo tratto di strada che il Signore vorrà concedermi. Insieme, nel nome del Signore, possiamo fare ancora cose belle e meravigliose. A presto.

Don Renato Tononi

Suor Florance si presenta. Ben arrivata!

Chi sono? Mi chiamo suor Florence A. Santos. Proveniente dal Benin. Verso la fine dell’anno 2010, ho conosciuto le suore Maestre Pie VENERINI. Ho iniziato il mio percorso di formazione nella Comunità di Za-Kpota in Benin. Il 12 ottobre 2012 sono venuta in Italia per continuare la mia formazione in Noviziato.

Il 29 agosto 2015 ho fatto la mia prima Professione Religiosa. Subito dopo l’obbedienza mi ha portato a Oriolo Romano dove mi sono resa disponibile, al servizio della Comunità delle Suore Maestre Pie Venerini, nella Scuola dell’Infanzia e al servizio della Comunità Parrocchiale e Diocesana (pastorale giovanile, dell’infanzia e degli anziani malati ai quali portavo l’Eucaristia).

É Stata per me una bellissima esperienza di Fede e di vita donata nella famiglia VENERINI e nella Chiesa. Adesso, con gioia e disponibilità ho accettato il mio trasferimento a Leno; qui, qualche anno fa, ho fatto la mia prima esperienza di mini-Grest.

Ringrazio il Signore e voi Comunità Lenese che mi avete accolto con simpatia e mi date l’opportunità di servire con gioia e disponibilità questa Chiesa. Accompagnatemi con la preghiera.

Murakaza neza

MURAKAZA NEZA/BENVENUTO

La prima cosa che vedi, se hai la fortuna di arrivare di giorno, è la luce. Una luce intensa, troppo forte, che per uno che scende da un aereo sul quale era con maglione, sciarpa e guanti è una luce quasi abbagliante. Socchiudi gli occhi, per dargli il tempo di adattarsi. Caldo, ma non un caldo soffocante, semplicemente un caldo diverso che ti spinge subito a restare in canotta il 5 di dicembre. Un caldo che fa sentire lo straniero inadeguato, sudaticcio. È questa la carta da visita con la quale ci presentiamo qui.

Rwanda: il paese delle mille colline e dell’eterna primavera. Ma anche il paese spezzato da una violenza disumana, efferata, inimmaginabile, le cui ferite si porta dentro e che sono ancora visibili. Novantanove giorni, soltanto. 1 milione di persone perse. Per un essere un Paese così piccolo un milione di persone sono davvero tante. E così tutti, ma proprio tutti, sono stati toccati dalla mano di questa sofferenza, ed i segni sono visibili nei loro occhi, sui loro volti, nelle loro parole di riconciliazione, di ricordo, di orrore. A soli sedici anni da quei novantanove giorni, nessuno vuole dimenticare, ma tutti vogliono voltare pagina.

In questi pochi anni, il Rwanda ha cercato di “rifarsi” un volto, sentendosi (come il Sudafrica) capofila del progresso africano, un esempio da seguire. A Kigali c’è poco dell’Africa, quella ci immaginiamo: strade pulite, poco trafficate, regolari, in continua costruzione, palazzi, supermercati, edifici moderni. Ma per fortuna alcuni tratti “dell’Africa” rimangono: il verde lussureggiante, e così incostante, dove puoi trovare gli alberi più diversi uno affianco all’altro, strade di fango, case di fango e paglia nella campagna. L’occhio non vede che la natura. Donne instancabili, occupate tra marito, campi da lavorare e che spesso vedi viaggiare con figli sulla schiena con una grazia e una destrezza in qualsiasi situazione. Si piegano con il bambino sulla schiena e non si sa esattamente come, prendono, girano, legano, prendono un’altra stoffa, si accertano che mani e gambe del bimbo siano ben aperti, prendono le loro cose se le sistemano sulla testa e con l’altro braccio un ombrello per non far prendere troppo sole al piccolo e via. In un secondo, son pronte a percorrere chilometri. Uno sguardo di ammirazione e ogni volta di stupore.

La chiamano la svizzera africana, anomala rispetto ai Paesi circostanti. Una tranquillità immobile, a tratti spaventosa. E poi la gente… persone che vengono da un po’ tutta la zona dei Grandi Laghi: Burundi, Congo, Uganda. Una storia di migrazione, di continuo movimento che gli permette di essere poco legati alle cose materiali, ma molto legati alla terra. I ruandesi sono timorosi, riservanti, nascosti. Impossibile capire quello che pensano, difficile riuscire a creare legami. E non è solo perché si sentono inferiori rispetto al “bianco”. È anche e soprattutto perché hanno paura, di esporsi, di dire cosa ne pensano, di dire la verità su alcune cose banalissime, di mostrare emozioni. È quella la parte difficile, da capire e da accettare. Anche a quello, come avevano fatto gli occhi all’inizio, serve tempo per adattarsi.

Marzia L.