Tra Brescia e Montecassino: un convegno su Petronace

É Paolo Diacono, lo storico dei longobardi, che ci racconta di Petronace, patrizio bresciano, originario della pianura, probabilmente di Pedergnaga, odierno San Paolo, che tra il 718 e il 719 decise di compiere un pellegrinaggio in Terra Santa, per visitare il Santo sepolcro. Giunto a Roma e incontrando il papa Gregorio II, gli fu consigliato di recarsi a Montecassino, per farvi rinascere il monastero fondato da san Benedetto e distrutto dai longobardi più di un secolo prima. Persino il sepolcro di san Benedetto giaceva abbandonato.

Con la sua opera, in pochi anni il monastero rinacque e divenne la grande abbazia che diffuse in tutta Europa la proposta del suo fondatore, ispirata al principio dell’ora et labora. Cinquant’anni dopo il suo successore Ottato, accogliendo la richiesta del lenese Desiderio re dei longobardi, inviò a Leno una colonia di dodici monaci, che fecero sorgere il monastero di San Salvatore, poi San Benedetto ad Leones, definito la Montecassino del nord.

Per ricordare la figura di Petronace, conosciuto anche come Secondo fondatore di Montecassino, Fondazione Dominato Leonense, in collaborazione con la Parrocchia dei Ss. Pietro e Paolo di Leno, promuove venerdì 29 giugno alle ore 15.00 presso Villa Badia a Leno il convegno “Petronace. Tra Brescia e Montecassino”.

All’incontro interverranno: dom Donato Ogliari, abate di Montecassino, Mariano Dell’Omo, direttore dell’archivio dell’Abbazia di Montecassino, Nicolangelo D’Acunto dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e Cesare Alzati dell’Accademia Rumena di Bucarest.

Presiederà Angelo Baronio, coordinatore scientifico della Fondazione Dominato Leonense. Le conclusioni saranno affidate a mons Giovanni Palamini, abate di Leno.

Al termine del convegno si terrà la cerimonia di rinnovo del protocollo di intesa tra la Fondazione Dominato Leonense e l’Abbazia di Montecassino.

Il convegno è promosso dalla Fondazione Dominato Leonense e dalla Parrochhia dei Ss Pietro e Paolo in collaborazione con il Comune di Leno, il Comune di San Paolo, Brixia Sacra, Fondazione Civiltà Bresciana, Cassa Padana Bcc, Libera Università dei Santi Benedetto e Scolastica e con il sostegno di Arcoba srl.


INFORMAZIONI
Convegno “Petronace. Tra Brescia e Montecassino”
Sabato 29 giugno 2019 ore 15.00
Villa Badia, Leno (Bs) – via Marconi 28

Per info e contatti
Fondazione Dominato Leonense
tel.: 331-6415475 | 030-9038463
mail: info@fondazionedominatoleonense.it
web: www.fondazionedominatoleonense.it

La preghiera Monsatica

Con il VII° capitolo termina la prima sezione della Regola, dove sono descritti i canoni fondamentali della vita ascetica nel monastero. Siamo ora alla sezione liturgica, in cui si descrive l’ordine dell’ufficiatura monastica che consta di 13 capitoli! Ciò dice come san Benedetto esprima l’importanza di tale soggetto. L’importanza di tale sezione sta nell’essenza stessa della vocazione contemplativa dei monaci. Benedetto in questa sezione, si rifà a due versetti di un Salmo importante: il 118/119,164 che dice: “Sette volte al giorno ti lodo”. E ancora: 118/119,62: “Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode per i tuoi giusti decreti”. Questi due versetti vengono presi per inquadrare tutte quante le ore della preghiera nella giornata monastica e anche la preghiera notturna. Il numero sette offerto da san Benedetto in questo contesto fa sì che le ore della preghiera così articolate siano sacre. Tali appaiono nel capitolo 16 della Regola che brevemente illustra questo contesto. Ma soprattutto fa riferimento a due versetti del Vangelo di Luca: “pregate incessantemente” (Lc 18,1; 21,36). Questo “pregate incessantemente” è il senso dell’ufficio divino in san Benedetto, ma anche nella tradizione monastica antica. Certo l’invito di Cristo non è semplice da vivere. Però i cristiani, sin dall’inizio, sia monaci che laici, hanno tenuto ben presente che questo invito di Cristo è l’unico “precetto” che Egli ha dato in materia di preghiera!

Data l’umana debolezza, è impossibile tenere costantemente la nostra attenzione rivolta a Dio, quindi si sono fissate della “Ore”, quando questo dovere monastico viene richiamato, la successione di queste “Ore” crea in qualche modo un senso di continuità, di una preghiera incessante. Certo rispetto all’ideale di “pregare sempre”, questi momenti sono come dei punti su una linea infinita, infatti l’uomo che veramente ama e vuole raggiungere la perfezione deve pregare sempre e ovunque, e non distogliere mai la propria attenzione da Dio.

San Benedetto chiama questa preghiera “OPUS DEI”, alla quale “non deve essere anteposto nulla”, perché nella preghiera si accoglie l’Amore di Cristo che fonda e dona significato a ogni altro gesto della nostra esistenza. Nella antica tradizione l’espressione “opus Dei” indicava la vita monastica in quanto tale; più ampiamente la si può intendere come definizione della vita cristiana che è “opera di Dio”, perché la si riceve da un ALTRO che ci raggiunge con la sua grazia creatrice.

Nel Vangelo di Giovanni l’opera di Dio che unifica tutto il vissuto umano è il “credere”. La preghiera è questo spazio di fede e di relazione con Dio che consente di dare il giusto spessore a ogni altro ambito della vita quotidiana di ogni uomo, non solo dei monaci. Perciò un benedettino è chiamato a interrompere, per sette volte il giorno, ogni altra attività, per celebrare”l’opera di Dio” con i propri confratelli, per lodare il Suo Nome e ricevere il Suo Amore che fa vivere. Queste interruzioni sono salutari perché ci ricordano che la nostra vita non dipende dall’opera delle nostre mani, ma dal dono che continuamente si riceve da un Altro. D’altra parte le nostre mani, nel momento in cui sono colmate del dono di Dio, accolgono la sua stessa possibilità, vengono rigenerate a un’energia creativa e inesauribile.

L’esaudimento più autentico della preghiera sta proprio nel lasciarci trasformare il cuore perché da esso possa scaturire un agire diverso e responsabile: risposta e cor- rispondenza all’opera di Dio in noi. Non anteponendo nulla alla preghiera liturgica si riceve la possibilità di “non anteporre nulla all’amore di Cristo” per noi e attraverso noi per il mondo. Diventiamo autenticamente figli, perché generati di nuovo e sempre dal Padre (il rinascere dall’alto di cui parla Gesù a Nicodemo); nel- lo spesso tempo ci si lascia da Lui donare nella storia perché “Figlio” è sempre colui che il Padre consegna al mondo per rivelare quanto lo abbia amato e continui ad amarlo, come Gesù ricorda allo stesso Nicodemo (Gv 3,16). Mediante la Liturgia non solo entriamo nella preghiera che da sempre il Figlio Unigenito rivolge al Padre nella comunione dello Spirito Santo, ma accogliamo la sua stessa esistenza filiale, divenendo sempre più figli come Lui è Figlio. Questa è la speranza che attende il mondo: che ci siano figli della luce capaci di illuminare, con la loro stessa Fede, le tenebre che sembrano avanzare. Nella preghiera si diventa come fuoco per rischiarare e riscaldare le tante forme di disperazione che esistono. Si diventa, allora, segno dell’Amore di Dio “cui nulla deve essere anteposto”, “perché nulla ne rimane fuori e tutto ne riceve senso e verità”.

E tutto questo, come dice il capo XIX della Regola : “… IN MODO CHE LO SPIRITO NOSTRO SI ACCORDI CON LA NOSTRA VOCE”! Questa la condizione! Maria, la Donna della preghiera, e san Benedetto ci in- segnino a pregare, non solo con parole, ma col cuore, e il Padre accoglierà la nostra preghiera, perché ci ama. – E con la Chiesa e la Liturgia preghiamo: “La mia preghiera giunga fino a te; tendi, o Signore, l’orecchio alla mia preghiera”. (Sal 87/88,3 – XXXII per Annum: Ingresso).
“Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio”! (Colletta XXXII Per Annum).

Silvano Mauro Pedrini OBS

L’Abbazia nel nome di Paolo VI

Il nome del monastero non è più Abbazia Benedettina Olivetana San Nicola ma Abbazia Benedettina Olivetana Santi Nicola e Paolo VI

Domenica 10 febbraio, festa di Santa Scolastica sorella di San Benedetto, nell’Abbazia Olivetana di Rodengo Saiano si è svolta un’importante celebrazione Eucaristica in cui l’Abate Generale della Congregazione Benedettina di Santa Maria di Monte Oliveto, Dom Diego M. Rosa con un Atto Ufficiale della Congregazione ha esteso il nome del monastero. Da questa data il nome del monastero non è più Abbazia Benedettina Olivetana San Nicola ma Abbazia Benedettina Olivetana Santi Nicola e Paolo VI. Quasi 1000 anni fa quando il Monaci Cluniacensi iniziarono la fondazione di questo Cenobio nel titolo compariva S. Pietro insieme a S. Nicola, poi nei primi due secoli di vita la figura di S. Pietro si è eclissata forse per non confondere questo luogo con il vicino monastero di S. Pietro in Lamosa… A distanza di quasi 1000 anni Pietro ritorna! Un Pietro che ha visto i suoi natali in queste terre benedette, un Pietro che ha tenuto saldo il timone della barca della Chiesa Universale sotto la forza impetuosa delle onde del Concilio Vaticano II, un giovane ragazzo che prima di essere Sacerdote, Vescovo ed infine aver vagliato il soglio Petrino, ancorato al manubrio della sua bicicletta che da Chiari lo riportava nella sua Concesio, si fermava qui, su questa piazza e guardava ciò che restava della presenza monastica, in questa stessa chiesa ha pregato perché un giorno tra le volte di questo cenobio violentato e depredato ritornasse almeno la sua essenza vitale che lo ha reso per secoli “Casa di Dio” ovvero la celebrazione dell’Opus Dei da parte dei Monaci figli di San Benedetto e San Bernardo Tolomei, monaci di bianco vestiti in ricordo della Pasqua Gloriosa di Cristo, un Pietro che oggi la Chiesa Universale venera con il nome di San Paolo VI Papa.

Due i motivi che hanno tradotto questa scelta, in primis il 50°o del ritorno dei Monaci Olivetani nel monastero di Rodengo, per volontà diretta dell’allora Pontefice Paolo VI, secondo come segno tangibile di gratitudine a questo Gigante nella Fede e Profeta di Dio che ci ha restituito casa nostra nella Sua terra benedetta. Cosa si attendeva Paolo VI, riportando i Monaci Olivetani a Rodengo? Il monaco è una presenza silenziosa, silenziosa ma orante che declina la sua giornata nel motto: “ora , labora et lege”, Paolo VI voleva che il cuore arrestato di questo cenobio ritornasse a palpitare più volte di prima, quale segno profetico della presenza di Dio in mezzo agli uomini, in questa Casa di Dio dalle porte aperte si entra per Amare Dio e si esce per Amare il prossimo.

“Istituiamo una scuola al servizio del Signore”

La Regola, Benedetto l’ha adattata con saggezza e discrezione al mondo latino.  Essa apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana.

In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura della Parola di Dio e la lode liturgica, alternate con i ritmi del lavoro in un clima di intensa carità fraterna e di servizio reciproco. Insomma: Egli non fonda un “ordine”, ma famiglie di monaci, cioè singoli monasteri con a capo, come padre, un monaco che egli chiamerà “abate”, nome biblico.

Dal Prologo all’ultimo capitolo della sua Regola, san Benedetto istruisce ed esorta i monaci, ma soprattutto li ama. Il suo stile è calmo e sereno, come un vero discorso familiare fin dalle sue prime parole: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e volgi ad essi l’orecchio del tuo cuore, accogli docilmente l’esortazione che ti dà un padre che ti ama…” (Prologo, 1).

Perché Benedetto fa questo e dice questo? Perché egli conosce molto bene il Vangelo; conosce molto bene Gesù e lo ama sopra ogni altra realtà.

Infatti, poiché ha voluto incarnarsi, Dio ha dovuto cercarsi prima una famiglia, una madre (Lc 1,26-38) e un padre (Mt 1, 18-25).  Se nel grembo di Maria Dio si è fatto uomo, nel seno della famiglia di Nazareth il Dio incarnato ha imparato a diventare uomo. Maria non è stata solo Colei che ha partorito Gesù; da vera mamma, accanto a Giuseppe, è riuscita a fare della famiglia di Nazareth un focolare di umanizzazione del Figlio di Dio (Lc 2,51-52). L’incarnazione del Figlio di Dio ha assunto pienamente le modalità dello sviluppo naturale di ogni creatura umana che ha bisogno di una famiglia che l’accoglie, l’accompagna, che l’ama e collabora nello sviluppo di tutte le sue dimensioni umane, quelle che lo rendono veramente “persona umana”.  Così coloro che vogliono dedicarsi totalmente a Dio Padre, che vogliono “amarlo sopra ogni altro”, hanno bisogno di una Famiglia dove imparare e maturare tutto questo; questa Famiglia-scuola è il Monastero. 

Già questo primo approccio con la Regola benedettina, ci mostra la grandezza di san Benedetto e ci dice come egli ami la vita di famiglia, amore attinto dalla propria famiglia. Egli sa che Gesù è in famiglia dove ha imparato l’obbedienza alla legge e si è immerso nella cultura di un popolo; è in famiglia che Gesù ha imparato a dare a Dio il primo posto; è in famiglia che Gesù, cosciente d’essere Figlio di Dio, ha voluto inserirsi per crescere, come uomo, “in età, sapienza e grazia”.

Per questo Benedetto non ha fondato un “ordine”, ma una famiglia, dove tutti sono fratelli, curati da un padre che li ama. Ma da tutto ciò perché le nostre famiglie non imparano? Perché non conoscono più il Vangelo come lo incarna la Regola del santo Padre Benedetto?

Perché oggi la famiglia vacilla?

I genitori si separano, non tengono più fede alla promessa di fedeltà fatta davanti agli uomini e a Dio? Per questo, vedremo, che Benedetto ha fatto un grande dono ai suoi monaci per essere per sempre fedeli, sperando, che da questo dono le famiglie apprendano e lo facciano proprio per essere luoghi di serenità, amore, bellezza, stabilità e santità. Vivi per gli altri, con gli altri, e ritornerai a vivere. 

Silvano Mauro Pedrini OBS

San Benedetto da Norcia: legislatore e fondatore

Che cosa sappiamo di Benedetto, chi ci parla di lui?  Si può rispondere in breve così: tutto ciò che noi sappiamo della vita e figura di Benedetto lo dobbiamo quasi esclusivamente al papa San Gregorio Magno (540c-604).  Questi ce ne parla in una sua opera scritta nei primi anni del suo pontificato intitolata “Dialoghi”.  Opera che consta di “quattro libri”, in cui il pontefice narra la vita di parecchi santi.  Ebbene: il II Libro di quest’opera, in 38 capitoli, è interamente dedicato a narrare la vita e i miracoli di S. Benedetto. Pertanto i dati, sulla vita e santità di Benedetto,che ci vengono forniti dal grande Papa sono certi e sicuri: sono storici, non di fantasia. Egli li attinge direttamente dai monaci che hanno vissuto col santo: Costantino e Simplicio, successori di Benedetto a Momtecassino; Valentiniano, già monaco di Montecassino e poi superiore del monastero del Laterano; infine Onorato che era ancora vivo e dirigeva i monasteri di Subbiaco. 

Detto questo riassumiamo i momenti salienti della sua vita.

Benedetto nasce a Norcia (Perugia) verso il 480 d.C. da una famiglia nobile della “gens Anicia”. A Norcia compie i suoi primi studi con la sorella Scolastica, amato dai suoi genitori che lo formano alla fede cristiana con la fedelissima nutrice.   Viene poi inviato dai genitori a Roma perché possa approfondire gli studi letterari e giuridici consoni alla nobiltà della famiglia a cui apparteneva.  Disgustato dalla corruzione che trova a Roma, abbandona la città con la fedele nutrice e si rifugia ad Affile per dedicarsi in solitudine alla vita religiosa, imparando a “nulla anteporre all’Amore per Cristo”. Dopo varie vicende più o meno spiacevoli, fonda, nella valle dell’Aniene, dodici monasteri di cui il primo e più importante quello di Subbiaco tutt’ora esistente, splendido per storia e arte, soprattutto dove i monaci “pregano, leggono e lavorano”, secondo la sua Regola.  Intanto la fama della sua saggezza e santità si diffonde, oltre che tra i semplici, anche tra la nobiltà locale.  Ma tanta fama gli attira gelosia e tentativo di ucciderlo, quindi decide di lasciare quei luoghi e inizia così il suo cammino verso l’antica città di Cassino dove fonda il grande monastero, tutt’ora esistente,faro di fede e cultura, dove resterà fino alla sua morte.  Qui erigerà un “monumento” formidabile: la sua Regula monachorum, Regola per i monaci. 

A Montecassino il 21 Marzo del 547, con le braccia elevate al cielo, sostenute dai suoi monaci, come nuovo Mosè,ricco di grazia, sapienza e santità, rende l’anima al Signore.

A Lui si addice quanto afferma la Liturgia: “Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e sarai per tutti una benedizione” ! (Gen.12,2). –

Da molti studiosi attuali, sia religiosi che laici, oggi si riconosce alla Regola benedettina un valore fondamentale, non solo per i monaci, ma anche per la Famiglia umana e per qualsiasi società imprenditoriale.  In seguito, pertanto, illustreremo alcuni capitoli fondamentali di essa, e ne riconosceremo la sua piena attualità. 

Oggi i Benedettini sono presenti in tutto il mondo con circa 2.000 monasteri e 9.000 monaci e le monache sono 19.000.

I cittadini di Leno dovrebbero essere riconoscenti ai Benedettini, in quanto, chiamati da Re Desiderio, che fondò l’antica Abbazia di S. Salvatore, coltivarono e dissodarono non solo il terreno, ma misero le basi per una vita cristiana autentica, compiendo una grande opera di evangelizzazione, spiritualità, caritativa e di ospitalità.

Silvano Mauro Pedrini OBS