Vestito di terra, fasciato di cielo

Un libro di luoghi e di persone.  Un racconto di vita che spazia dalla Franciacorta al Lago di Garda, sulle orme di don Pierino Ferrari, uomo di Chiesa, prete innamorato di Cristo, profeta del nostro tempo con “in una mano il Vangelo, nell’altra la storia quotidiana”.

L’autore è Anselmo Palini, scrittore bresciano, guidato nelle sue opere dalla filosofia del “fare memoria del bene”, ossia far conoscere figure di uomini e di donne che hanno cercato di opporsi alle ingiustizie con la forza della loro parola e della loro testimonianza.

Il libro, edito da Ave, ripercorre le tappe più importanti della vita di don Pierino attraverso i luoghi dove è vissuto e le persone che ha incontrato. Luoghi e persone: la dimensione concreta di una quotidianità fatta di azioni e relazioni, vissuta intensamente, sempre con lo sguardo rivolto alla Trinità: “Vestito di terra, fasciato di cielo”, appunto.

E’ una scrittura corale questa, diretta da Palini e arricchita con i contributi di tante persone. Nei Ringraziamenti se ne contano oltre 30 e tra questi Mons. Giacomo Canobbio, che ha curato la Prefazione, e il giornalista Angelo Onger, che ha composto la Postfazione. L’Appendice è un testo nel testo: raccoglie numerosi scritti di don Pierino e le testimonianze di molte persone, laiche e religiose, che l’hanno incontrato e che hanno percorso un pezzo di strada con lui.

Don Ferrari cerca di incarnare la “civiltà dell’amore” di Paolo VI partendo dagli ultimi, dagli svantaggiati (minori, disabili, anziani, malati), e realizzando per loro servizi dedicati che hanno portato alla loro integrazione e inclusione, concetti rivoluzionari per gli anni Settanta e Ottanta.

La dimensione geografica è molto forte in questo libro.  Da una parte Clusane, Brescia, Calcinato, Berlingo, ancora Clusane, Rivoltella del Garda: tappe di un cammino di fede , occasioni dove “la contemplazione dell’amore consente di sperimentare l’amore” (G. Canobbio, in A. Palini, Don Pierino Ferrari. “Vestito di terra, fasciato di cielo”, pag. 9). Dall’altra Mamrè, Susa, Gerico, Siloe, Jerusalem, Hebron, Sichem, Madian, Giaffa: le città bibliche che hanno dato il nome alle comunità e ai centri socio-assistenziali fondati da don Pierino (accanto a questi si ricordano anche l’Associazione Comunità Del Cenacolo, la cooperativa sociale Raphaël, l’Associazione Amici di Raphaël, la Fondazione Laudato Sì’).

I luoghi di cui si parla non sono solo spazi fisici, ma comunità cresciute grazie alla semina del sacerdote bresciano, talvolta anche avvalendosi di strumenti innovativi, adatti anche al coinvolgimento dei più giovani: carta stampata, radio, televisione, teatro, arte.

Palini evidenzia costantemente come il carisma e l’originalità di don Ferrari siano stati forti catalizzatori per molti. Se fossero mancati forse non sarebbero nate le due comunità: quella maschile, denominata “Del Cenacolo”, a Calcinato nell’anno 1962, e quella femminile, denominata “Mamrè”, a Clusane di Iseo nell’anno 1971. Qui don Pierino è riuscito a promuovere una “presenza” semplice ma significativa di testimoni di Gesù, “in obbedienza al Vescovo, nel servizio ai fratelli bisognosi, per la gloria di Dio” (P. Ferrari, L’amicizia nella comunità del Cenacolo, pag. 43).

Queste due esperienze sono anche figlie di un incontro fondamentale, quello con  Madre Giovanna Francesca dello Spirito Santo (al secolo Luisa Ferrari), descritto vividamente da Anselmo Palini e già trattato anche in due opere di Angelo Onger (“Ci legava una dolce amicizia. L’epistolario tra madre Giovanna Francesca dello Spirito Santo e don Piero Ferrari” e “Storia piccolissima. Germe di unità d’amore”). Entrambi, don Pierino e Madre Giovanna,  sono convinti che il Verbo si incarni in “ogni essere vivente, soprattutto nel piccolo e nel povero, nell’emarginato, in chi non regge il ritmo e resta indietro, in chi, direbbe Papa Francesco, si trova trattato come uno scarto” (A. Palini, Don Pierino Ferrari. “Vestito di terra, fasciato di cielo”, pag. 9). Forse questo è uno dei tratti che rendono così attuali questi due testimoni di fede.

E’ doveroso ringraziare l’autore per questo testo, ma è necessario anche chiedersi come questo possa essere “utile” per la crescita spirituale del lettore: “Non si tratta di chiedersi cosa farebbe don Piero se fosse ancora tra noi, ma di capire in che misura abbiamo fatto nostra la sua fede e abbiamo colto il soffio dello Spirito per essere qui e oggi in grado di far rinascere la sua capacità di trasferire l’amore trinitario nella quotidianità, con una risposta adeguata ai bisogni emergenti” (A. Onger, in A. Palini, Don Pierino Ferrari. “Vestito di terra, fasciato di cielo”, pag. 177).

Come ci direbbe anche oggi don Piero: “Di santi c’è bisogno. Non di statue, si capisce! Di gente che sente, che soffre, che ama, che cerca, che vive, che è vera”.

Sentirsi a casa e guarire bene

Si è conclusa l’esperienza di accoglienza al Centro pastorale Paolo VI: 85 le persone assistite dalle infermiere della Croce Rossa

85 persone accolte dai 19 agli 85 anni. Si è conclusa con questi numeri l’accoglienza offerta gratuitamente dalla Diocesi di Brescia attraverso il Centro pastorale Paolo VI. “Le persone che abbiamo ospitato – racconta Rosaria Avisani, ispettrice e responsabile delle Infermiere volontarie della Croce Rossa – non avevano più sintomi forti da Covid-19 ma erano ancora tutti portatori: erano in quarantena sanitaria obbligatoria. Dovevano rimanere isolate per non disseminare il virus, ma avevano bisogno di essere assistite o perché avevano difficoltà nella quotidianità o perché non potevano rientrare nelle proprie case”. Grazie alla disponibilità concessa dal vescovo Pierantonio Tremolada, il Centro pastorale ha messo a disposizione da marzo 44 stanze. “Si chiude – ha affermato – un’esperienza significativa. In piena emergenza abbiamo deciso di mettere a disposizione una struttura particolarmente importante per la Diocesi e per la città. Ci sembrava che questo luogo avesse le caratteristiche per accogliere le persone dimesse dagli ospedali che non avevano l’opportunità di tornare immediatamente nelle proprie case. Abbiamo trovato un riscontro immediato da parte degli Spedali Civili che si sono dichiarati disponibili a coordinare l’azione che coinvolgeva altre strutture come la Poliambulanza e il Gruppo San Donato”. Nel suo intervento il Vescovo ha espresso il suo “sincero apprezzamento per la collaborazione tra le più importanti strutture ospedaliere della città. Il mio apprezzamento va in particolare ai direttori, Marco Trivelli, Alessandro Triboldi e Nicola Bresciani”. Lo stesso Triboldi ha sottolineato: “Il Vescovo ci è stato vicino nella preghiera, nei frequenti contatti in cui si teneva aggiornato sulla situazione, nelle numerose visite alle varie strutture dell’intera provincia e nelle opere. Il Centro pastorale Paolo VI a beneficio dei convalescenti ha permesso di liberare preziosi letti negli ospedali e fornire assistenza in un luogo sicuro e protetto per le persone sole”. “Il Centro pastorale, come una casa, ha aperto – ha spiegato il Vescovo – le sue porte a persone che vivevano l’esperienza dolorosa e disorientante di una malattia sconosciuta che richiede un percorso lungo e pesante. Questo percorso è stato accompagnato con grande rigore, serenità e soprattutto umanità da persone che davvero meritano il nostro ringraziamento; penso alla dottoressa Annamaria Indelicato (direttore sociosanitario degli Spedali Civili) e a Rosaria Avisani (Croce Rossa): hanno dato a questa accoglienza la forma necessaria e indispensabile. Ho toccato con mano quanto sia stato delicato il lavoro sia in fase di realizzazione sia in fase di attuazione. Abbiamo avuto il piacere di offrire un segno di vicinanza alla nostra gente, in particolare a chi ha dovuto soffrire; è stato un semplice segno. Il nostro auspicio è che, ora, si possa riprendere la nostra vita insieme con una maggiore consapevolezza del bene che è necessario scambiarci”.

Dott.ssa Avisani, le 26 infermiere volontarie di Croce Rossa si sono assunte la gestione delle stanze del Centro pastorale. Che cosa avete imparato da queste settimane?

Abbiamo vissuto il dolore della città. Abbiamo incontrato persone segnate dal dolore che avevano subito anche delle perdite tra i familiari. Abbiamo camminato con loro per aiutarli a recuperare la salute e un momento di serenità. È stato un periodo molto faticoso sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista psicologico, ma vedere uscire questi ospiti un po’ più sereni rispetto al loro arrivo è stata una grande soddisfazione.

La Chiesa ha dimostrato ancora una volta la sua umanità.

Eravamo ospiti in un luogo, l’ex Seminario, dove si formavano i sacerdoti. Abbiamo sentito forte e costante la vicinanza dei presbiteri presenti nel Centro pastorale e, attraverso la preghiera, del Vescovo. Don Angelo Gelmini, ogni giorno, si informava sul nostro servizio. Hanno esercitato con la loro testimonianza una grande azione pastorale sul territorio. La Chiesa bresciana ha sofferto con i suoi sacerdoti. Anche quando vivevano giornate difficili per la morte e la malattia dei sacerdoti, li abbiamo sentiti esprimere parole di serenità che hanno fatto la differenza.

Cosa significa prendersi cura della persona malata?

Nella cura il 50% è attribuibile alle competenze tecniche, il 50% alla componente relazionale. L’abbiamo visto in questa pandemia con un virus che ancora non conosciamo del tutto, perché non sappiamo ancora cosa lascia nelle persone. L’aspetto relazionale, e l’abbiamo visto al Centro pastorale Paolo VI, è stato fondamentale. Eravamo di fronte a una malattia inspiegabile. Bisogna saper stare accanto alle persone, entrando in contatto in maniera empatica per capire l’altro. Visto che ogni persona è un mondo a sé, assistere l’altro richiede una grande difficoltà. È più semplice applicare protocolli clinici rispetto al camminare con le persone. Ognuno deve perdere una parte di sé per acquisire la parte di un altro. E non tutti i momenti sono facili. La pandemia deve aiutarci a riflettere anche sulle nostre competenze, magari ripensando la formazione di tutti gli operatori del settore.

C’è il rischio di abbassare la guardia. Qual è la testimonianza di chi è stato in prima linea?

Non abbassate la guardia. Anche a noi può dare fastidio la mascherina, anche a noi mancano gli abbracci dei nostri nipoti, ma non siamo ancora pronti. Continuate a seguire queste indicazioni che non sono pericolose ma salvano la vita. Non sottovalutate questo momento. Sarà una gioia anche per noi toglierci la mascherina.

Un inno al tanto bene fatto

“Il bene non fa rumore ma crea quella rete invisibile che sorregge il mondo intero”. L’omelia pronunciata dal vescovo Pierantonio in occasione del “Te Deum” alla Basilica delle Grazie

“Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia risplendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti”. Queste parole del salmo, che la liturgia ci ha fatto proclamare, risuonano con particolarità intensità in questo giorno che conclude un anno di grazia del Signore. Volgendo lo sguardo al cammino che abbiamo compiuto, non possiamo non scorgere le tracce di questa benedizione annunciata. Davvero la luce del volto di Dio è brillata su di noi nei giorni che stiamo consegnando alla memoria della storia. Luce a volte contrastata dalle ombre, ma comunque luce vera, luce tenace e vittoriosa, luce amabile e benefica. La debolezza della nostra fede e una diffusa tendenza alla malinconia potrebbero rischiare di offuscare la verità delle cose e impedirci di riconoscere i segni di una provvidenza che in realtà sempre ci accompagna. È ancora il salmo a ricordarci che degno di lode è colui che veglia sulle sorti del mondo e che non dimentica l’umanità che egli ama. L’invito alla gratitudine è accorato ed è rivolto a tutti: “Ti lodino i popoli o Dio, ti lodino i popoli tutti”. Salga dunque il nostro Te Deum di ringraziamento in questo ultimo giorno dell’anno e la solenne celebrazione dell’Eucaristia conferisca a questo ringraziamento la sua espressione più alta e più vera.

Che cosa ricordare di questo anno trascorso a testimonianza della benevolenza divina per noi, per l’intera umanità e in particolare per la nostra comunità? Ognuno di noi conosce il diario quotidiano della propria esistenza e potrebbe raccontare, illuminato dallo Spirito, in quale modo la grazia lo ha visitato. Guardando come dall’alto al cammino dell’intera famiglia umana, acquistano particolare rilievo eventi che vedono protagonista papa Francesco e con lui la Chiesa universale. Penso in particolare al discorso da lui pronunciato lo scorso febbraio in occasione della visita agli Emirati Arabi, presentato come Documento della fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune e sottoscritto dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayye: “Noi credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio – da detto il papa – partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo documento, chiediamo a noi stessi e ai del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive […] Altresì dichiariamo fermamente che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue”. Parole forti, coraggiose e illuminanti, che tracciano una via di speranza per il futuro.

Sempre da parte di papa Francesco è ci è stato offerto nel marzo di quest’anno il testo dell’Esortazione Apostolica Christus vivit, che riprende e porta a compimento l’evento del Sinodo per i giovani e consegna alla Chiesa universale il frutto della riflessione in esso maturata. Le parole con cui l’Esortazione si conclude sono un invito commosso ai giovani. Ci fa piacere riascoltarlo e sentirlo profondamente nostro, pensando al nostro cammino di Chiesa: “Cari giovani, sarò felice nel vedervi correre più velocemente di chi è lento e timoroso. Correte attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente. Lo Spirito Santo vi spinga in questa corsa in avanti. La Chiesa ha bisogno del vostro slancio, delle vostre intuizioni, della vostra fede. Ne abbiamo bisogno! E quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci».

L’anno che si chiude è stato particolarmente rilevante per la comunità dei popoli che formano l’Europa e che si stanno faticosamente ricercando la forma adeguata di una comunione sociale e politica tendente a rendere attuale il sogno dei padri fondatori. Si sono infatti svolte nel mese di maggio le elezioni in tutti i paese che compongono l’attuale Unione Europea, e si è venuto a costituire un nuovo parlamento. È stata anche rinnovata la Commissione europea, il cui ruolo appare determinante in relazione al commino dell’Unione. La nuova presidente, Ursula von der Leyen, così ha concluso il suo discorso di insediamento: “Tutti noi qui riuniti viviamo in un’Europa che è cresciuta, maturata, si è irrobustita e che conta ora 500 milioni di abitanti. Questa Europa ha un peso. Vuole assumere responsabilità per sé e per il mondo. Non sempre è facile, spesso costa dolore e fatica, ma è il nostro dovere più alto! Per questo esorto tutte le europee e tutti gli europei a partecipare, perché è il bene più prezioso che abbiamo”. Sono personalmente convinto del grande valore che ha l’Europa per se stessa e per il mondo intero. Europa come Comunità di popoli e non solo come Unione monetaria, fondata sul riconoscimento dei grandi valori che le sono propri ed espressione di una civiltà che trova le sue radici nella forza umanizzante del Cristianesimo. L’animo onesto di ogni europeo difficilmente potrà rinnegare questi legami profondi, come ha forse dimostrato la comune commozione provocata dall’incendio, il 15 aprile scorso, della magnifica Cattedrale di Notre Dame a Parigi.

E purtroppo altri incendi devastanti hanno ferito il nostro pianeta in questo anno che si chiude: incendi in Amazzonia, nell’America del Nord e recentemente in Australia. Insieme ad essi eventi atmosferici di straordinaria portata e di tremendo impatto, che ci hanno molto turbato per la loro intensità e frequenza. Anche il nostro territorio è stato segnato in modo pesante da episodi simili, con gravi conseguente per persone e famiglie. Quanto accade ci obbliga ad una riflessione seria sui cambiamenti climatici in corso e sulle nostre responsabilità nei confronti dell’ambiente in cui viviamo e che dobbiamo consegnare alle future generazioni. Il futuro esige il coraggio di scelte personali e politiche di alto profilo, ultimamente di carattere etico.

Tra gli eventi che hanno visto protagonista in questo anno trascorso la nostra città mi piace ricordare il viaggio compiuto a Betlemme da parte di una delegazione bresciana altamente rappresentativa. Colgo qui l’occasione per ringraziare dell’invito a farne parte. Si è voluto in questo modo onorare e rimarcare il gemellaggio a suo tempo sancito tra le città di Brescia e di Betlemme. In questo tempo natalizio l’esperienza vissuta torna alla mente con una forza ancora maggiore e ricorda quanto sia vivo in alcune regioni del mondo il bisogno di pace e quanto sia a volte tortuoso il cammino che vi conduce. Al Dio della pace, che a Betlemme è venuto ad abitare in mezzo a noi, vorrei affidare le speranza di quanti abitano quella terra, la terra che lui stesso ha visto e sulla quale ha camminato.

Alcuni lutti che hanno colpito la nostra città e la nostra diocesi hanno lasciato in tutti noi un segno particolarmente profondo. Penso in particolare alla morte prematura di Nadia Toffa, a quella del piccolo Daniele Bazzardi di Chiari, vittima di un tragico incidente stradale. Sempre in un incidente proprio qui in centro città ha perso la vita Jennifer Rodriges Loda ancora nel fiore degli anni, mentre un drammatico investimento ha tolto la vita al giovane Andrea Nobilini. Li accolga il Signore nella sua pace senza tramonto. E insieme a loro accolga tutte le altre persone, meno note, che in circostanze dolorose hanno concluso quest’anno la loro esistenza tra noi: vittime sul lavoro, sulle strade, sulle montagne, vittime delle malattie e anche della violenza che acceca i cuori. Una preghiera particolare vorrei rivolgere al Signore per i ministri della Chiesa che in questo hanno salutato la nostra Chiesa pellegrina sulla terra e sono entrati a far parte della Chiesa celeste. Tra loro in particolare S. E. Mons. Vigilio Olmi, per molti anni stimato vescovo ausiliare di questa diocesi, padre Giulio Cittadini, che ha segnato indelebilmente la storia di questa città, ma anche don Ettore Piceni e don Enrico Andreoli, che il Signore ha voluto con sé quando noi speravamo per loro ancora lunghi anni di fecondo ministero. Sia fatta la sua volontà, secondo il suo misterioso disegno di grazia.

Vorrei concludere elevando un inno di ringraziamento per il tanto bene che in questo anno è stato compiuto, nel mondo e in particolare nella nostra diocesi e nella nostra città. Il bene non fa rumore ma crea quella rete invisibile che sorregge il mondo intero. A volte giustamente è reso evidente, come nel caso del premio Bulloni che ormai da anni a Brescia chiama sul palcoscenico la bontà umile e tenace di uomini e donne abituati a operare dietro le quinte. A loro va tutta la nostra gratitudine. Ma il nostro ringraziamento deve giustamente allargarsi e raggiungere gli uomini e le donne delle istituzioni: amministratori, forze dell’ordine, personale dei servizi pubblici; gli uomini e le donne degli ospedali, delle scuole, di tutti gli ambienti di cui il vivere sociale ha bisogno. Non dimenticheremo, infine, l’eroico esercito dei volontari, che dimostrano nei fatti quanto sia insensata e comunque non assoluta la regola dell’interesse e del tornaconto.

Il ringraziamento si fonde nella lode rivolta Dio, nel Te Deum che sale riconoscente e adorante verso di lui. È lui che custodisce il mondo da ogni male. È lui la fonte perenne del bene. È lui che guida l’umanità sulla via della pace. È lui che permette ai cuori degli uomini di non perdere mai la speranza. A lui sia gloria, nei secoli dei secoli. Amen

Per vivere bene il catechismo

Istruzioni per l’uso per ragazzi ragazze e genitori

Al Catechismo per

Per Conoscere e incontrare Gesù.
Un cammino per imparare a vivere, amare e scegliere come Lui viveva, amava e sceglieva!
La catechista è una compagna di cammino che mi aiuta a incontrarLo, mi insegna come riconoscere la presenza di Dio nella mia vita. A catechismo si va per: crescere nella fede, imparare a vivere da cristiani, prepararsi ai sacramenti, conoscere la Chiesa, per fare gruppo!
Porto solo i materiali essenziali: il catechismo, il quaderno attivo, la penna e i Vangelo quando richiesto.
Mentre devo lasciare a casa videogiochi, giocattoli, figurine e tener spento il cellulare se ce l’ho! L’incontro sarà bello e interessante se io darò il mio contributo ascoltando, proponendo… Sarò puntuale (magari qualche minuto prima dell’inizio e avviserò la catechista della mia assenza)

Al catechismo perché

Non per conformismo, non per tradizione, non per imposizione: altrimenti non possono fare la Comunione, la Cresima; neppure li mandiamo perché imparino a star buoni (noi non ci riusciamo). Ma perché l’uomo ha bisogno di uno che dia senso pieno alla vita. Senza Dio la vita, nei momenti più seri, diventa invivibile. Senza Gesù la vita è meno vita.


Cari Genitori

Ancora una volta bussiamo con discrezione alla porta del vostro cuore per farvi una proposta. In realtà la proposta non è proprio nostra ma di Colui che ci ama di un amore così grande che forse non riusciamo nemmeno ad immaginare. È una proposta antica, ma di una novità assoluta. È una proposta per i vostri figli, ma anche per voi.

Questa proposta si chiama Gesù

Vogliamo imparare a conoscerlo, ma soprattutto ad amarlo per cercare insieme il senso della nostra vita. Di seguito vi affidiamo un breve augurio che il papa Benedetto XVI ha fatto a tutti i genitori:

Dico semplicemente ai genitori: il Papa Vi ringrazia! Vi ringrazia perché avete donato la vita, perché volete aiutare questa vita che cresce e volete così costruire un mondo umano, contribuendo ad un futuro umano. E lo fate non dando solo la vita biologica, ma comunicando il centro della vita, facendo conoscere Gesù, introducendo i vostri bambini alla conoscenza di Gesù e all’amicizia con Gesù. Questo è il fondamento di ogni catechesi. Quindi bisogna ringraziare i genitori soprattutto perché hanno avuto il coraggio di dare la vita. E bisogna pregare per i genitori perché completino questo loro dare la vita dando l’amicizia con Gesù

Il Signore faccia a tutti il grande dono di incontrare il Suo volto d’amore

Vi aspettiamo in Parrocchia… venite e vedrete

I Sacerdoti e i catechisti

Ricordate che

È importante che i vostri figli non siano lasciati soli nel loro cammino, per questo vi proponiamo alcuni momenti di incontro. Non saranno molti proprio perché non vogliamo stancarvi (ammesso che la Parola di Dio stanchi), ma è un momento di riflessione che fa bene alla nostra fede. Le date degli incontri e degli appuntamenti comuni saranno comunicate in tempo, anche tramite il bollettino parrocchiale.

Le catechiste e i catechisti

Il maestro insegna a sapere, La catechista insegna a vivere
Il maestro da la scienza, La catechista da la sapienza.
Il maestro fa conoscere la terra, il catechista fa conoscere anche il Cielo. La catechista parla di Dio, di Cristo, l’uomo perfetto seguendo il quale ci facciamo più uomini.

Il vescovo ai giovani: fate il bene

Sul modello della parabola del Buon Samaritano, il Vescovo, durante la Veglia delle Palme, ha esortato i giovani a prendersi cura dell’altro. E ha indicato anche alcune azioni concrete. Tra le scelte da fare, ha ricordato l’importanza dell’impegno politico

Cari giovani,

questa nostra cattedrale ci vede riuniti per un appuntamento che è diventato tradizionale e a cui anch’io tengo molto. Entriamo nella Settimana Santa e lo facciamo insieme anche grazie a questa Veglia di preghiera nella Domenica delle Palme, cui voi in particolare siete invitati. Ci apprestiamo a rivivere la Passione del Signore. Il nostro sguardo si fermerà sul Cristo crocifisso, sul suo volto offeso, sul suo corpo straziato. Ciò che non vedremo, che potremo solo percepire nella misura della nostra fede, è il sentimento del suo cuore: una benevolenza infinita per l’intera umanità, prigioniera spesso inconsapevole della sua malvagità. In questa grande misericordia, che nell’abbraccio della croce vince il male con il bene, va ricercato anche il segreto della stessa risurrezione del Signore, potenza di salvezza che si irradia dal suo cuore trafitto.

Siamo invitati questa sera a varcare la soglia della Settimana Santa ponendoci in ascolto di un testo del Vangelo di Luca che conosciamo bene e che ci è molto caro. L’abbiamo appena sentito proclamare. Si tratta della parabola del “buon samaritano”. Siamo abituati a definirla così. In realtà il samaritano della parabola non viene qualificato in questo modo: non si dice cioè che egli è buono. È piuttosto il suo comportamento che ha condotto le generazioni cristiane a formulare nel tempo – legittimamente – questo giudizio su di lui. In che cosa consiste dunque questa sua bontà? Perché diciamo giustamente di lui che è un uomo buono?  Sono domande che già sollecitano la nostra attenzione. E da subito vi inviterei a cogliere nel comportamento del protagonista di questa parabola un’eco particolare della rivelazione di Gesù. Vi esorto, cioè, a leggerla pensando alla sua persona e alla sua missione. Potremmo infatti dire che, raccontando questa parabola, Gesù parla di sé. Il suo pensiero è all’opera di salvezza che troverà compimento nella sua passione e risurrezione ormai prossima. L’intera vita di Gesù è stata una testimonianza d’amore. La parabola del buon samaritano ne mette bene in evidenza un aspetto molto importante, che proverei a esprimere così: la cura amorevole per l’umanità ferita. Chinarsi sull’umanità straziata dal male con la tenerezza di un cuore commosso e metterle a disposizione tutte le energie che si possiedono è indubbiamente un modo molto evidente ed efficace per dimostrarle il proprio amore. Così ha fatto il samaritano nei confronti dell’uomo incappato nei briganti; così ha fatto il Cristo nei confronti dell’intero genere umano; così siamo chiamati a fare noi, se davvero vogliamo essere suoi discepoli.

Su questo – cari giovani – vorrei dunque questa sera meditare con voi: sulla necessità di prendersi cura dell’umanità, facendosi carico del suo destino. Un simile compito – ne sono convinto – riguarda tutti, ma soprattutto riguarda voi. La giovinezza è infatti il tempo in cui le energie sono fresche, gli orizzonti ampi, lo slancio del cuore potente. È in questa stagione che si decide della propria vita. Ecco dunque una decisione da prendere mentre si è giovani: sentire il mondo come la propria casa e prendersi cura del prossimo. Lo Spirito santo vi aiuterà a capire che cosa questo vorrà dire per ciascuno di voi.

Ma veniamo dunque alla lettura del nostro brano di Vangelo. La parabola che Gesù racconta ha una sua ragion d’essere. Tutto parte dalla richiesta di un dottore della legge, cioè da un esperto delle Scritture e della Tradizione giudaica. Costui gli domanda: “Maestro, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù risponde rinviandolo a quella stessa legge di cui è maestro: “Che cosa sta scritto nella legge? Tu come la leggi?”. La risposta del dottore della legge è molto bella e per certi aspetti inattesa. A suo giudizio, infatti, tutta la legge si riconduce a questa duplice richiesta: amare Dio con tutto se stesso (cuore, anima, forza, mente) e amare il prossimo come se stesso. Si tratta di un’interpretazione suggestiva, che riassume nel comandamento dell’amore una normativa complessa di più di seicento precetti. Colpisce in particolare l’unificazione che qui avviene tra la dimensione verticale e la dimensione orizzontale: l’amore fa sintesi tra la relazione con Dio e la relazione con gli altri. Questi ultimi, poi, sono qualificati come “il prossimo”, cioè vicini, non distanti, non estranei, non nemici. Dunque, chi ama Dio amerà anche il prossimo; chi non ama il prossimo non potrà dire di amare Dio.

A questo punto però l’illustre interlocutore, volendo giustificarsi, pone una seconda domanda. Dice: “E chi è il mio prossimo?”, cioè: “Chi devo considerare come un vicino tra i diversi soggetti che la vita mi fa incontrare? A chi devo quell’amore che per me discende necessariamente dall’amore per Dio? Ai miei parenti? Ai miei amici? Ai miei connazionali? A chi mi fa del bene?”. Su questo punto Gesù ritiene ci si debba soffermare attentamente e questa volta offre la sua risposta. Lo fa appunto raccontando la parabola. Ascoltiamola dunque bene anche noi, cercando di capirne il senso profondo.

Un uomo – dice Gesù al suo interlocutore – viene a trovarsi all’improvviso in una situazione estremamente critica. Mentre percorre incautamente la strada che in pieno deserto scende da Gerusalemme a Gerico, è assalito dai briganti, che gli rubano tutto ciò che ha, lo percuotono a sangue e lo abbandonano al suo destino. Rimane accasciato e sanguinate sul ciglio della strada.

Un sacerdote prima e poi un levita si trovano per caso a passare per quella stessa strada. Anch’essi stanno scendendo da Gerusalemme a Gerico. Con ogni probabilità sono stati al tempio: sono infatti – li potremmo definire così – due “uomini della religione”. Il sacerdote è colui che compie i riti sacrificali e il levita è il suo assistente. Entrambi vedono quell’uomo tramortito e sanguinante. “Certamente si avvicineranno – verrebbe da pensare – e lo aiuteranno”. Non è così. Passano oltre tenendosi accuratamente a distanza. Il testo rimarca in entrambi i casi questo particolare: non si avvicinano. Li può giustificare il fatto che il contatto con il sangue nella normativa giudaica rendeva impuri? La retta coscienza direbbe di no. Di più: una retta coscienza avanzerebbe seri dubbi su una religione che per qualsiasi ragione ti impedisce di soccorrere un disperato.

Ed eccoci al samaritano. Merita ricordare – come dimostra il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 4,9) – che i Samaritani erano considerati dai Giudei stranieri e nemici, gente impura da cui tenersi lontano. Quest’uomo, che ogni Giudeo disprezzerebbe, si comporta nella circostanza in modo esemplare, opposto a quello dei due autorevoli Giudei che lo hanno preceduto. Egli non si tiene lontano dallo sfortunato viaggiatore ma gli si avvicina: si fa prossimo dell’uomo abbandonato sul ciglio della strada e in questo modo lo rende prossimo a se stesso.

Dobbiamo fare molta attenzione ai verbi che descrivono il comportamento del samaritano. La parabola qui entra nel dettaglio. Si dice anzitutto che egli, alla vista di quell’uomo si commuove. Il verbo utilizzato è molto forte: allude a un moto interiore di compassione, a un fremito di pietà che nasce dal profondo, istintivo e incontenibile. Qui in gioco ci sono i sentimenti. La sofferenza di questo sconosciuto trafigge il cuore di un uomo che subito si rivela buono. Dal cuore si passa poi alla mente e alle mani, cioè all’azione. L’anonimo samaritano si attiva con lucidità e determinazione. Lo fa prendendosi cura di questo sconosciuto con un’azione che si articola – potremmo dire così – a tre livelli: anzitutto ad un livello immediato, cioè di primo soccorso, versando lì sul posto olio e vino sulle ferite sanguinanti; poi ad un secondo livello, che potremmo definire di assistenza, caricandolo sulla sua cavalcatura, conducendolo ad una locanda e vegliandolo per l’intera notte; infine, ad un terzo livello, che potremmo qualificare di assicurazione o di messa in sicurezza, estraendo del denaro, chiedendo all’albergatore di prendersi cura di lui nei giorni a venire e impegnandosi – pericolosamente – a rifonderlo di quanto avesse speso in più per il suo pieno ristabilimento.

Il senso della parabola diviene così chiaro e permette di rispondere alla domanda posta a Gesù dal dottore della legge. Ecco chi è secondo Gesù il “nostro prossimo”: è colui al quale noi ci avviciniamo per primi, annullando qualsiasi distanza; è colui che rendiamo vicino a noi facendoci noi vicini a lui, lasciandoci commuovere dalla sua sofferenza, prendendoci cura di lui con intelligenza e generosità, condividendo il suo desiderio di vita.

Questo è l’appello che vorrei accogliessimo questa sera, l’invito che credo il Signore rivolga – cari giovani – in particolare a voi all’inizio di questa Settimana Santa. Lo formulerei così: siate persone che sanno prendersi cura, fatevi prossimo di ognuno che incrocia la vostra strada. Ricordatevi di questo samaritano, che in verità è figura del Cristo Signore.

Prendersi cura è un modo concreto di amare, una delle forme più efficaci della carità. Per coglierne pienamente la verità e la bellezza occorrerà tuttavia ricordare, alla luce di questa parabola, che la cura per il prossimo ha due versanti reciprocamente connessi: quello del sentire e quello dell’agire, quello del cuore e quello della mente e della mano. Prendersi cura significa intervenire a favore degli altri, ma prima ancora significa guardarli con bontà. Solo chi si lascia ferire dalle ferite altrui le saprà curare. C’è bisogno anzitutto di un grande cuore, di uno sguardo commosso. C’è bisogno di rispetto e di affetto. La cronaca anche recente ci dimostra purtroppo che della debolezza altrui si può approfittare e che sulle fragilità si può infierire. Il bullismo tra i ragazzi, gli insulti razzisti tra gli adulti, l’abuso sui minori, la violenza nei confronti delle donne, i maltrattamenti degli anziani, lo sfruttamento di chi ha bisogno di lavoro sono segnali inquietanti e dolorosi. E poi c’è l’indifferenza, il passare oltre, il far finta di non vedere o addirittura il fastidio di fronte a chi è fragile. Voi – cari giovani – non siate così: guardatevi da tutto questo. Non rendetevi complici dell’ingiustizia e non siate freddi o apatici. Coltivate invece sentimenti limpidi, onesti e intensi. Versate sulle ferite di chi è fragile il balsamo della benevolenza. Fatelo attraverso lo sguardo buono del fratello, che si fa vicino e lascia percepire la tenerezza del Cristo redentore.

E poi fate il bene. Agite. Attivatevi, con sensibilità, con intelligenza e con decisione. Siate come questo samaritano buono e solerte, cui Gesù raccomanda di ispirarsi. Il suo prendersi cura, come abbiamo visto, si è concretizzato a tre livelli: il primo soccorso, l’assistenza e la messa in sicurezza. Credo si possano riconoscere qui tre inviti precisi, che rendono più chiaro a tutti noi l’impegno cristiano della cura per il nostro prossimo. Vorrei precisarli brevemente.

Vi è anzitutto il primo soccorso, cioè il dovere di farsi vicino a chi è nel bisogno immediato o primario, di chi non ha il necessario, di chi vede compromessa la sua vita e la sua dignità. I destinatari di questa prima forma della cura sono i poveri, coloro che non hanno il cibo, il vestito, un tetto, un lavoro; coloro che non possono far fronte da se stessi ai bisogni propri e dei propri cari; coloro che devono dipendere dagli altri a causa della propria indigenza. Ecco dunque il primo invito per voi: siate giovani che amano i poveri, che non si dimenticano di loro, che non guardano dall’altra parte ma si fanno carico delle loro necessità. Penso anzitutto ai poveri della porta accanto, del vostro ambiente di vita, dei vostri paesi e quartieri, ma poi anche a quelli più lontani, di cui ci danno notizia i potenti mezzi della comunicazione che hanno fatto del nostro pianeta un villaggio. Una delle forme privilegiate di aiuto ai poveri è l’elemosina: non trascuratela. Ma i poveri domandano anche ascolto, accoglienza e condivisione.

Il secondo livello della cura per il prossimo, di cui il samaritano ci offre testimonianza, è quello dell’assistenza. Si deve pensare qui ad una vicinanza quotidiana che non riguarda semplicemente i bisogni immediati ma il vissuto nel suo insieme. È un’attenzione vigilante, tipica di chi considera propria l’esistenza altrui e intende contribuire alla felicità di tutti lì dove è chiamato a operare. Essa si concretizza in scelte precise, che conferiscono una forma chiara al proprio agire, secondo la regola del Vangelo. Ne vorrei ricordare tre: un impegno fattivo e quotidiano a favore del proprio ambiente, per renderlo più sereno e più accogliente; un esercizio della professione contraddistinto da uno stile solidale e dal desiderio di contribuire con il proprio lavoro al bene di tutti; la scelta del volontariato, in forma associativa o personale, attraverso il quale mettere gratuitamente le proprie energie a disposizione dell’intera collettività.

Vi è infine il terzo livello del prendersi cura, quello del consolidamento della situazione o della messa in sicurezza. Esso fa riferimento ad un’opera che incide sulle strutture e contribuisce a dare stabilità e armonia al vissuto di tutti. Vedo qui un’allusione all’impegno politico, alla responsabilità propria di chi si dedica al bene comune nella forma del governo della società, della responsabilità diretta in ambito istituzionale. È questo un aspetto che personalmente mi sta molto a cuore. Come ho avuto modo di sottolineare nell’omelia in occasione della festa dei santi patroni Faustino e Giovita, ritengo che la politica esiga in questo momento un rilancio di simpatia e di dedizione. Essa merita tutta la nostra considerazione per l’importanza che oggettivamente riveste nel quadro della convivenza sociale. Le grandi sfide di questo cambiamento d’epoca vanno affrontate primariamente attraverso una progettualità di tipo politico, da elaborare sulla base di una visione altamente spirituale. Vorrei raccomandarvi – cari giovani – di non sottrarvi a questa responsabilità, di non scartare a priori questo impegno, di guardare alla politica con passione e serietà. Non temete la politica e non giudicatela negativamente. Questa scelta rientri nel discernimento che siete chiamati a compiere in questa stagione della vita. Domandatevi se questa non potrebbe essere la vostra strada, se non dovete al riguardo riconoscervi doti e sensibilità, se i vostri stessi studi non possono di fatto aprirvi a tali prospettive. Vorrei raccomandarvi, a questo riguardo, di mantenere viva l’attenzione nei confronti della nostra azione pastorale: è infatti mio desiderio che nei prossimi anni si giunga a formulare in questo ambito proposte concrete, nella linea della formazione della coscienza e della condivisione fraterna. Mi piacerebbe poter contare per questo sulla vostra adesione e collaborazione.

Prendersi cura del prossimo: è l’appello che ci giunge dalla testimonianza del buon samaritano, figura del Cristo Signore. Come al dottore della legge, anche a noi Gesù dice: “Va’ e anche tu fa lo stesso!”. Una frase che suona come un vero e proprio mandato e che ognuno di noi deve sentire rivolta a se stesso. Entrando nella Settimana Santa, invoco lo Spirito santo e a lui chiedo che vi renda sempre più consapevoli del valore e della bellezza di questo compito, che scaturisce direttamente dalla croce del Signore e a cui è segretamente legata la promessa della beatitudine. La Madre di Dio, partecipe ai piedi della croce del mistero della redenzione, interceda per noi e ci sostenga in quest’opera di bene, alla quale per grazia di Dio vogliamo dare compimento. 

Acqua bene da tutelare

L’Ufficio per l’impegno sociale interviene con un documento nel merito del referendum consultivo che il Broletto ha fissato per il prossimo ottobre. Enzo Torri: “No a guadagni individuali o di società”

Il prossimo 28 ottobre i bresciani saranno chiamati alle urne per un referendum consultivo sulla gestione interamente pubblica dell’acqua. La decisione è stata presa durante l’ultimo consiglio provinciale che ha accolto la richiesta avanzata dal Comitato promotore sostenuto dall’adesione di 54 Comuni bresciani. L’acqua deve essere fonte di guadagno da parte di privati o, al contrario, deve restare esclusivamente in mano pubblica?

Tendenza. La tendenza alla privatizzazione si è manifestata anche in Italia e, specificatamente, nella provincia di Brescia. La legge nazionale n. 164/2014 (che ha convertito il decreto governativo denominato “Sblocca Italia”) infatti ha stabilito che le modalità di gestione del servizio idrico siano decise autonomamente da ciascuna Provincia, scegliendo fra tre opzioni: attraverso società costituite interamente da soli soci pubblici oppure attraverso società miste di soci sia pubblici sia privati oppure, infine, attraverso società totalmente private, individuate mediante bandi di gara europei. Il Consiglio Provinciale di Brescia con la delibera n. 38/2015, ha scelto la seconda forma (mentre quasi tutte le altre provincie lombarde hanno preferito la prima). Con la delibera n. 3/2016 ha poi istituito una società, “Acque Bresciane s.r.l.”, formata per ora da tutti soci direttamente o indirettamente pubblici (Provincia, Aob2, Garda Uno, Sirmione Servizi), ma obbligata a pubblicare entro il 31 dicembre 2018 un bando europeo per l’ingresso di un socio privato, al quale dovrà essere riconosciuta la proprietà di non meno del 40% e di non più del 49% del capitale. Entra nel merito del referendum l’Ufficio di pastorale sociale della Diocesi con un documento elaborato dalla sua Commissione: “È una scelta – sottolinea il direttore Enzo Torri – che evidentemente è in contrasto con il risultato dei referendum nazionali del 12-13 giugno 2011 sulla gestione dei servizi pubblici che sancirono la salvaguardia dell’acqua come bene comune e diritto universale, evitando che diventi una merce privata o privatizzabile, ma pubblicizzandola mediante una forma di gestione pubblica e partecipata dei servizi idrici”.

Esigenza. L’Ufficio ribadisce l’esigenza di salvaguardare l’utilità pubblica dell’acqua: “Ribadiamo –continua Torri – la necessità di evitare nella gestione del ciclo dell’acqua potabile (captazione, distribuzione, fognature, depurazione, bollettazione) la possibilità di guadagni individuali o di società. Ciò si può realizzare attraverso una gestione pubblica che agisca direttamente (il cosiddetto in house), puntando poi al coinvolgimento di strutture non profit”. Da qui l’invito alla partecipazione attiva della cittadinanza: “Il punto nodale – chiosa Torri – è che tutti i proventi derivanti dalle bollette dei cittadini e dagli investimenti pubblici e non, vadano a beneficio del servizio piuttosto che a enti privati. La Commissione invita pertanto i cittadini bresciani ad approfondire questo importante tema della difesa dell’acqua comune sia ai fini della partecipazione a questo referendum che per effettuare una scelta più consapevole”.

Giuseppe Gadaldi: una vita spesa per la costruzione del bene comune

Una persona aperta, dotata di cultura, dalla solida preparazione amministrativa e una grande fede cattolica: sono queste le caratteristiche che hanno contraddistinto la personalità e lo stile di vita di Giuseppe Gadaldi.

Ci eravamo conosciuti già ai tempi dell’oratorio nei primi anni Sessanta; Giuseppe era molto attivo e presentava anche gli spettacoli e le serate musicali. In quegli anni  abbiamo incominciato a partecipare alla vita ed alle attività delle circolo ACLI di Leno, che contribuivano a sensibilizzare i giovani al sociale ed al pre-politico. Fu naturale per noi, in seguito, aderire alla Democrazia Cristiana e prepararci gradualmente ad assumere impegni a livello amministrativo. Con Giuseppe naque da subito una collaborazione ed un’amicizia: rappresentavamo la sinistra sociale all’interno del partito, con una particolare attenzione ai problemi ed alle aspirazioni delle classi popolari e dei lavoratori. Organizzavamo incontri e congressi che spaziavano dagli aspetti politici della realtà lenese, allo studio di problematiche culturali di più ampio respiro. Allora a Leno il partito dei cattolici poteva contare su circa 400 tesserati. Giuseppe Gadaldi fu per oltre tredici anni assessore, ricoprendo l’incarico prima allo Sport, poi all’ Istruzione ed alle Problematiche Giovanili durante le amministrazioni Cerutti, Prandini, Baronio e Viscardi. Nel 1993 fu eletto sindaco dal consiglio comunale, incarico che ricoprì fino al 1999. Il suo mandato ha rappresentato un periodo importante di crescita urbanistica, culturale e sociale.

Nel momento della prova e del dolore, con la moglie Gabriella e le figlie Federica e Sara abbiamo ricordato i tempi passati, le ore e le notti dedicate alla comunità, a discutere sui problemi ed a trovare le soluzioni per i cittadini.

Era sorprendente vedere come avesse sempre un’attenzione particolare verso la sua comunità. Erano altri tempi: le candidature non erano calate dall’alto, la vera politica non si improvvisava, veniva dall’ascolto della gente, trovava le motivazioni in profonde convinzioni, aveva le basi nel confronto con il  territorio.

Tra le varie fotografie che conservo di quel periodo, dedicato alla vita attiva vissuta nel sociale, ne spuntano anche tante di vita familiare, di momenti condivisi tra le nostre due famiglie; sono immagini che superano il tempo e testimoniano come la stima e l’amicizia reciproche ci hanno sempre uniti.

Andrea Corrini

Il bene tende sempre a comunicarsi

Messaggio di mons. Pierantonio Tremolada, vescovo di Brescia, per il Festival della Missione

La chiesa di Brescia apre le porte con gioia al Festival della Missione. Ci prepariamo ad accogliere i missionari, le missionarie, i delegati dei centri missionari delle diocesi italiane e soprattutto i giovani che si sono dati appuntamento nella nostra città.

La proposta del Festival diviene occasione provvidenziale di incontro e ogni incontro vero porta con sé il tratto inconfondibile della gioia. Abbiamo tutti bisogno di gioia, della gioia vera che riempie il cuore, che non lo illude ma lo consola. Il nostro incontro avverrà all’insegna del Vangelo, vera fonte della gioia che viene dall’alto, manifestazione tangibile del mistero d’amore di Dio. Alla gioia dei fratelli che si trovano insieme nel nome di Cristo si aggiungerà la gioia di sentirsi inviati a dare testimonianza, contribuendo a fare della Chiesa – come dice il Concilio Vaticano II – “il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1).

La proposta ricca e multiforme che compone il programma del Festival della Missione vorrebbe esprimere un dinamismo tipico della “Chiesa in uscita”, cui costantemente ci invita il magistero di papa Francesco: una Chiesa, cioè, capace di andare incontro all’umanità senza paura di osare, senza escludere ma anzi privilegiando le periferie geografiche ed esistenziali. Il Vangelo è potenza di vita che si irradia e il suo frutto consiste proprio in questa diffusione del bene che mantiene viva la speranza. “Il bene – leggiamo in Evangelii Gaaudium – tende sempre a comunicarsi. Ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca per se stessa la sua espansione, e ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri. Comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa” (EG 9).

Al cuore della vita della Chiesa c’è l’Eucaristia: è la fonte necessaria, indispensabile, ineludibile perché ogni azione ecclesiale sia feconda e creativa. A questa fonte occorre costantemente ritornare e da questa fonte ripartire. “Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale” (EG 11). Il Festival prova a percorrere queste “nuove strade”, cerca un “metodo creativo”, osa “altre forme di espressione”, ma lo fa a partire dall’Eucaristia, cuore palpitante del mistero di Cristo. La celebrazione liturgica del memoriale del Signore, che ci vedrà riuniti come popolo di Dio, costituirà infatti il momento culminante di ciascuno dei giorni che si vivranno insieme.

A questo importante appuntamento missionario la diocesi di Brescia si prepara anche facendo memoria dei suoi grandi missionari: San Daniele Comboni, il Beato Paolo VI, il Beato Giovanni Fausti, la Beata Irene Stefani, la Beata Maria Troncatti e di tanti altri figli e figlie di questa terra. Sono fratelli e sorelle nella fede che hanno illuminato il cammino della Chiesa bresciana e della Chiesa intera. Intercedano per noi, perché anche la nostra testimonianza porti sempre più frutto a beneficio del mondo.

A quanti parteciperanno a questo Festival della Missione un affettuoso benvenuto da parte dell’intera Chiesa bresciana e l’augurio sincero di giorni sereni e fruttosi.
A tutti conceda il Signore di vivere un’esperienza di vera fraternità, di illuminato discernimento e di interiore consolazione, affinché lo slancio della missione diventi ancora più intenso. Volentieri invoco su tutti la benedizione Signore.