Per vivere bene il catechismo

Istruzioni per l’uso per ragazzi ragazze e genitori

Al Catechismo per

Per Conoscere e incontrare Gesù.
Un cammino per imparare a vivere, amare e scegliere come Lui viveva, amava e sceglieva!
La catechista è una compagna di cammino che mi aiuta a incontrarLo, mi insegna come riconoscere la presenza di Dio nella mia vita. A catechismo si va per: crescere nella fede, imparare a vivere da cristiani, prepararsi ai sacramenti, conoscere la Chiesa, per fare gruppo!
Porto solo i materiali essenziali: il catechismo, il quaderno attivo, la penna e i Vangelo quando richiesto.
Mentre devo lasciare a casa videogiochi, giocattoli, figurine e tener spento il cellulare se ce l’ho! L’incontro sarà bello e interessante se io darò il mio contributo ascoltando, proponendo… Sarò puntuale (magari qualche minuto prima dell’inizio e avviserò la catechista della mia assenza)

Al catechismo perché

Non per conformismo, non per tradizione, non per imposizione: altrimenti non possono fare la Comunione, la Cresima; neppure li mandiamo perché imparino a star buoni (noi non ci riusciamo). Ma perché l’uomo ha bisogno di uno che dia senso pieno alla vita. Senza Dio la vita, nei momenti più seri, diventa invivibile. Senza Gesù la vita è meno vita.


Cari Genitori

Ancora una volta bussiamo con discrezione alla porta del vostro cuore per farvi una proposta. In realtà la proposta non è proprio nostra ma di Colui che ci ama di un amore così grande che forse non riusciamo nemmeno ad immaginare. È una proposta antica, ma di una novità assoluta. È una proposta per i vostri figli, ma anche per voi.

Questa proposta si chiama Gesù

Vogliamo imparare a conoscerlo, ma soprattutto ad amarlo per cercare insieme il senso della nostra vita. Di seguito vi affidiamo un breve augurio che il papa Benedetto XVI ha fatto a tutti i genitori:

Dico semplicemente ai genitori: il Papa Vi ringrazia! Vi ringrazia perché avete donato la vita, perché volete aiutare questa vita che cresce e volete così costruire un mondo umano, contribuendo ad un futuro umano. E lo fate non dando solo la vita biologica, ma comunicando il centro della vita, facendo conoscere Gesù, introducendo i vostri bambini alla conoscenza di Gesù e all’amicizia con Gesù. Questo è il fondamento di ogni catechesi. Quindi bisogna ringraziare i genitori soprattutto perché hanno avuto il coraggio di dare la vita. E bisogna pregare per i genitori perché completino questo loro dare la vita dando l’amicizia con Gesù

Il Signore faccia a tutti il grande dono di incontrare il Suo volto d’amore

Vi aspettiamo in Parrocchia… venite e vedrete

I Sacerdoti e i catechisti

Ricordate che

È importante che i vostri figli non siano lasciati soli nel loro cammino, per questo vi proponiamo alcuni momenti di incontro. Non saranno molti proprio perché non vogliamo stancarvi (ammesso che la Parola di Dio stanchi), ma è un momento di riflessione che fa bene alla nostra fede. Le date degli incontri e degli appuntamenti comuni saranno comunicate in tempo, anche tramite il bollettino parrocchiale.

Le catechiste e i catechisti

Il maestro insegna a sapere, La catechista insegna a vivere
Il maestro da la scienza, La catechista da la sapienza.
Il maestro fa conoscere la terra, il catechista fa conoscere anche il Cielo. La catechista parla di Dio, di Cristo, l’uomo perfetto seguendo il quale ci facciamo più uomini.

Il vescovo ai giovani: fate il bene

Sul modello della parabola del Buon Samaritano, il Vescovo, durante la Veglia delle Palme, ha esortato i giovani a prendersi cura dell’altro. E ha indicato anche alcune azioni concrete. Tra le scelte da fare, ha ricordato l’importanza dell’impegno politico

Cari giovani,

questa nostra cattedrale ci vede riuniti per un appuntamento che è diventato tradizionale e a cui anch’io tengo molto. Entriamo nella Settimana Santa e lo facciamo insieme anche grazie a questa Veglia di preghiera nella Domenica delle Palme, cui voi in particolare siete invitati. Ci apprestiamo a rivivere la Passione del Signore. Il nostro sguardo si fermerà sul Cristo crocifisso, sul suo volto offeso, sul suo corpo straziato. Ciò che non vedremo, che potremo solo percepire nella misura della nostra fede, è il sentimento del suo cuore: una benevolenza infinita per l’intera umanità, prigioniera spesso inconsapevole della sua malvagità. In questa grande misericordia, che nell’abbraccio della croce vince il male con il bene, va ricercato anche il segreto della stessa risurrezione del Signore, potenza di salvezza che si irradia dal suo cuore trafitto.

Siamo invitati questa sera a varcare la soglia della Settimana Santa ponendoci in ascolto di un testo del Vangelo di Luca che conosciamo bene e che ci è molto caro. L’abbiamo appena sentito proclamare. Si tratta della parabola del “buon samaritano”. Siamo abituati a definirla così. In realtà il samaritano della parabola non viene qualificato in questo modo: non si dice cioè che egli è buono. È piuttosto il suo comportamento che ha condotto le generazioni cristiane a formulare nel tempo – legittimamente – questo giudizio su di lui. In che cosa consiste dunque questa sua bontà? Perché diciamo giustamente di lui che è un uomo buono?  Sono domande che già sollecitano la nostra attenzione. E da subito vi inviterei a cogliere nel comportamento del protagonista di questa parabola un’eco particolare della rivelazione di Gesù. Vi esorto, cioè, a leggerla pensando alla sua persona e alla sua missione. Potremmo infatti dire che, raccontando questa parabola, Gesù parla di sé. Il suo pensiero è all’opera di salvezza che troverà compimento nella sua passione e risurrezione ormai prossima. L’intera vita di Gesù è stata una testimonianza d’amore. La parabola del buon samaritano ne mette bene in evidenza un aspetto molto importante, che proverei a esprimere così: la cura amorevole per l’umanità ferita. Chinarsi sull’umanità straziata dal male con la tenerezza di un cuore commosso e metterle a disposizione tutte le energie che si possiedono è indubbiamente un modo molto evidente ed efficace per dimostrarle il proprio amore. Così ha fatto il samaritano nei confronti dell’uomo incappato nei briganti; così ha fatto il Cristo nei confronti dell’intero genere umano; così siamo chiamati a fare noi, se davvero vogliamo essere suoi discepoli.

Su questo – cari giovani – vorrei dunque questa sera meditare con voi: sulla necessità di prendersi cura dell’umanità, facendosi carico del suo destino. Un simile compito – ne sono convinto – riguarda tutti, ma soprattutto riguarda voi. La giovinezza è infatti il tempo in cui le energie sono fresche, gli orizzonti ampi, lo slancio del cuore potente. È in questa stagione che si decide della propria vita. Ecco dunque una decisione da prendere mentre si è giovani: sentire il mondo come la propria casa e prendersi cura del prossimo. Lo Spirito santo vi aiuterà a capire che cosa questo vorrà dire per ciascuno di voi.

Ma veniamo dunque alla lettura del nostro brano di Vangelo. La parabola che Gesù racconta ha una sua ragion d’essere. Tutto parte dalla richiesta di un dottore della legge, cioè da un esperto delle Scritture e della Tradizione giudaica. Costui gli domanda: “Maestro, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù risponde rinviandolo a quella stessa legge di cui è maestro: “Che cosa sta scritto nella legge? Tu come la leggi?”. La risposta del dottore della legge è molto bella e per certi aspetti inattesa. A suo giudizio, infatti, tutta la legge si riconduce a questa duplice richiesta: amare Dio con tutto se stesso (cuore, anima, forza, mente) e amare il prossimo come se stesso. Si tratta di un’interpretazione suggestiva, che riassume nel comandamento dell’amore una normativa complessa di più di seicento precetti. Colpisce in particolare l’unificazione che qui avviene tra la dimensione verticale e la dimensione orizzontale: l’amore fa sintesi tra la relazione con Dio e la relazione con gli altri. Questi ultimi, poi, sono qualificati come “il prossimo”, cioè vicini, non distanti, non estranei, non nemici. Dunque, chi ama Dio amerà anche il prossimo; chi non ama il prossimo non potrà dire di amare Dio.

A questo punto però l’illustre interlocutore, volendo giustificarsi, pone una seconda domanda. Dice: “E chi è il mio prossimo?”, cioè: “Chi devo considerare come un vicino tra i diversi soggetti che la vita mi fa incontrare? A chi devo quell’amore che per me discende necessariamente dall’amore per Dio? Ai miei parenti? Ai miei amici? Ai miei connazionali? A chi mi fa del bene?”. Su questo punto Gesù ritiene ci si debba soffermare attentamente e questa volta offre la sua risposta. Lo fa appunto raccontando la parabola. Ascoltiamola dunque bene anche noi, cercando di capirne il senso profondo.

Un uomo – dice Gesù al suo interlocutore – viene a trovarsi all’improvviso in una situazione estremamente critica. Mentre percorre incautamente la strada che in pieno deserto scende da Gerusalemme a Gerico, è assalito dai briganti, che gli rubano tutto ciò che ha, lo percuotono a sangue e lo abbandonano al suo destino. Rimane accasciato e sanguinate sul ciglio della strada.

Un sacerdote prima e poi un levita si trovano per caso a passare per quella stessa strada. Anch’essi stanno scendendo da Gerusalemme a Gerico. Con ogni probabilità sono stati al tempio: sono infatti – li potremmo definire così – due “uomini della religione”. Il sacerdote è colui che compie i riti sacrificali e il levita è il suo assistente. Entrambi vedono quell’uomo tramortito e sanguinante. “Certamente si avvicineranno – verrebbe da pensare – e lo aiuteranno”. Non è così. Passano oltre tenendosi accuratamente a distanza. Il testo rimarca in entrambi i casi questo particolare: non si avvicinano. Li può giustificare il fatto che il contatto con il sangue nella normativa giudaica rendeva impuri? La retta coscienza direbbe di no. Di più: una retta coscienza avanzerebbe seri dubbi su una religione che per qualsiasi ragione ti impedisce di soccorrere un disperato.

Ed eccoci al samaritano. Merita ricordare – come dimostra il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 4,9) – che i Samaritani erano considerati dai Giudei stranieri e nemici, gente impura da cui tenersi lontano. Quest’uomo, che ogni Giudeo disprezzerebbe, si comporta nella circostanza in modo esemplare, opposto a quello dei due autorevoli Giudei che lo hanno preceduto. Egli non si tiene lontano dallo sfortunato viaggiatore ma gli si avvicina: si fa prossimo dell’uomo abbandonato sul ciglio della strada e in questo modo lo rende prossimo a se stesso.

Dobbiamo fare molta attenzione ai verbi che descrivono il comportamento del samaritano. La parabola qui entra nel dettaglio. Si dice anzitutto che egli, alla vista di quell’uomo si commuove. Il verbo utilizzato è molto forte: allude a un moto interiore di compassione, a un fremito di pietà che nasce dal profondo, istintivo e incontenibile. Qui in gioco ci sono i sentimenti. La sofferenza di questo sconosciuto trafigge il cuore di un uomo che subito si rivela buono. Dal cuore si passa poi alla mente e alle mani, cioè all’azione. L’anonimo samaritano si attiva con lucidità e determinazione. Lo fa prendendosi cura di questo sconosciuto con un’azione che si articola – potremmo dire così – a tre livelli: anzitutto ad un livello immediato, cioè di primo soccorso, versando lì sul posto olio e vino sulle ferite sanguinanti; poi ad un secondo livello, che potremmo definire di assistenza, caricandolo sulla sua cavalcatura, conducendolo ad una locanda e vegliandolo per l’intera notte; infine, ad un terzo livello, che potremmo qualificare di assicurazione o di messa in sicurezza, estraendo del denaro, chiedendo all’albergatore di prendersi cura di lui nei giorni a venire e impegnandosi – pericolosamente – a rifonderlo di quanto avesse speso in più per il suo pieno ristabilimento.

Il senso della parabola diviene così chiaro e permette di rispondere alla domanda posta a Gesù dal dottore della legge. Ecco chi è secondo Gesù il “nostro prossimo”: è colui al quale noi ci avviciniamo per primi, annullando qualsiasi distanza; è colui che rendiamo vicino a noi facendoci noi vicini a lui, lasciandoci commuovere dalla sua sofferenza, prendendoci cura di lui con intelligenza e generosità, condividendo il suo desiderio di vita.

Questo è l’appello che vorrei accogliessimo questa sera, l’invito che credo il Signore rivolga – cari giovani – in particolare a voi all’inizio di questa Settimana Santa. Lo formulerei così: siate persone che sanno prendersi cura, fatevi prossimo di ognuno che incrocia la vostra strada. Ricordatevi di questo samaritano, che in verità è figura del Cristo Signore.

Prendersi cura è un modo concreto di amare, una delle forme più efficaci della carità. Per coglierne pienamente la verità e la bellezza occorrerà tuttavia ricordare, alla luce di questa parabola, che la cura per il prossimo ha due versanti reciprocamente connessi: quello del sentire e quello dell’agire, quello del cuore e quello della mente e della mano. Prendersi cura significa intervenire a favore degli altri, ma prima ancora significa guardarli con bontà. Solo chi si lascia ferire dalle ferite altrui le saprà curare. C’è bisogno anzitutto di un grande cuore, di uno sguardo commosso. C’è bisogno di rispetto e di affetto. La cronaca anche recente ci dimostra purtroppo che della debolezza altrui si può approfittare e che sulle fragilità si può infierire. Il bullismo tra i ragazzi, gli insulti razzisti tra gli adulti, l’abuso sui minori, la violenza nei confronti delle donne, i maltrattamenti degli anziani, lo sfruttamento di chi ha bisogno di lavoro sono segnali inquietanti e dolorosi. E poi c’è l’indifferenza, il passare oltre, il far finta di non vedere o addirittura il fastidio di fronte a chi è fragile. Voi – cari giovani – non siate così: guardatevi da tutto questo. Non rendetevi complici dell’ingiustizia e non siate freddi o apatici. Coltivate invece sentimenti limpidi, onesti e intensi. Versate sulle ferite di chi è fragile il balsamo della benevolenza. Fatelo attraverso lo sguardo buono del fratello, che si fa vicino e lascia percepire la tenerezza del Cristo redentore.

E poi fate il bene. Agite. Attivatevi, con sensibilità, con intelligenza e con decisione. Siate come questo samaritano buono e solerte, cui Gesù raccomanda di ispirarsi. Il suo prendersi cura, come abbiamo visto, si è concretizzato a tre livelli: il primo soccorso, l’assistenza e la messa in sicurezza. Credo si possano riconoscere qui tre inviti precisi, che rendono più chiaro a tutti noi l’impegno cristiano della cura per il nostro prossimo. Vorrei precisarli brevemente.

Vi è anzitutto il primo soccorso, cioè il dovere di farsi vicino a chi è nel bisogno immediato o primario, di chi non ha il necessario, di chi vede compromessa la sua vita e la sua dignità. I destinatari di questa prima forma della cura sono i poveri, coloro che non hanno il cibo, il vestito, un tetto, un lavoro; coloro che non possono far fronte da se stessi ai bisogni propri e dei propri cari; coloro che devono dipendere dagli altri a causa della propria indigenza. Ecco dunque il primo invito per voi: siate giovani che amano i poveri, che non si dimenticano di loro, che non guardano dall’altra parte ma si fanno carico delle loro necessità. Penso anzitutto ai poveri della porta accanto, del vostro ambiente di vita, dei vostri paesi e quartieri, ma poi anche a quelli più lontani, di cui ci danno notizia i potenti mezzi della comunicazione che hanno fatto del nostro pianeta un villaggio. Una delle forme privilegiate di aiuto ai poveri è l’elemosina: non trascuratela. Ma i poveri domandano anche ascolto, accoglienza e condivisione.

Il secondo livello della cura per il prossimo, di cui il samaritano ci offre testimonianza, è quello dell’assistenza. Si deve pensare qui ad una vicinanza quotidiana che non riguarda semplicemente i bisogni immediati ma il vissuto nel suo insieme. È un’attenzione vigilante, tipica di chi considera propria l’esistenza altrui e intende contribuire alla felicità di tutti lì dove è chiamato a operare. Essa si concretizza in scelte precise, che conferiscono una forma chiara al proprio agire, secondo la regola del Vangelo. Ne vorrei ricordare tre: un impegno fattivo e quotidiano a favore del proprio ambiente, per renderlo più sereno e più accogliente; un esercizio della professione contraddistinto da uno stile solidale e dal desiderio di contribuire con il proprio lavoro al bene di tutti; la scelta del volontariato, in forma associativa o personale, attraverso il quale mettere gratuitamente le proprie energie a disposizione dell’intera collettività.

Vi è infine il terzo livello del prendersi cura, quello del consolidamento della situazione o della messa in sicurezza. Esso fa riferimento ad un’opera che incide sulle strutture e contribuisce a dare stabilità e armonia al vissuto di tutti. Vedo qui un’allusione all’impegno politico, alla responsabilità propria di chi si dedica al bene comune nella forma del governo della società, della responsabilità diretta in ambito istituzionale. È questo un aspetto che personalmente mi sta molto a cuore. Come ho avuto modo di sottolineare nell’omelia in occasione della festa dei santi patroni Faustino e Giovita, ritengo che la politica esiga in questo momento un rilancio di simpatia e di dedizione. Essa merita tutta la nostra considerazione per l’importanza che oggettivamente riveste nel quadro della convivenza sociale. Le grandi sfide di questo cambiamento d’epoca vanno affrontate primariamente attraverso una progettualità di tipo politico, da elaborare sulla base di una visione altamente spirituale. Vorrei raccomandarvi – cari giovani – di non sottrarvi a questa responsabilità, di non scartare a priori questo impegno, di guardare alla politica con passione e serietà. Non temete la politica e non giudicatela negativamente. Questa scelta rientri nel discernimento che siete chiamati a compiere in questa stagione della vita. Domandatevi se questa non potrebbe essere la vostra strada, se non dovete al riguardo riconoscervi doti e sensibilità, se i vostri stessi studi non possono di fatto aprirvi a tali prospettive. Vorrei raccomandarvi, a questo riguardo, di mantenere viva l’attenzione nei confronti della nostra azione pastorale: è infatti mio desiderio che nei prossimi anni si giunga a formulare in questo ambito proposte concrete, nella linea della formazione della coscienza e della condivisione fraterna. Mi piacerebbe poter contare per questo sulla vostra adesione e collaborazione.

Prendersi cura del prossimo: è l’appello che ci giunge dalla testimonianza del buon samaritano, figura del Cristo Signore. Come al dottore della legge, anche a noi Gesù dice: “Va’ e anche tu fa lo stesso!”. Una frase che suona come un vero e proprio mandato e che ognuno di noi deve sentire rivolta a se stesso. Entrando nella Settimana Santa, invoco lo Spirito santo e a lui chiedo che vi renda sempre più consapevoli del valore e della bellezza di questo compito, che scaturisce direttamente dalla croce del Signore e a cui è segretamente legata la promessa della beatitudine. La Madre di Dio, partecipe ai piedi della croce del mistero della redenzione, interceda per noi e ci sostenga in quest’opera di bene, alla quale per grazia di Dio vogliamo dare compimento. 

Acqua bene da tutelare

L’Ufficio per l’impegno sociale interviene con un documento nel merito del referendum consultivo che il Broletto ha fissato per il prossimo ottobre. Enzo Torri: “No a guadagni individuali o di società”

Il prossimo 28 ottobre i bresciani saranno chiamati alle urne per un referendum consultivo sulla gestione interamente pubblica dell’acqua. La decisione è stata presa durante l’ultimo consiglio provinciale che ha accolto la richiesta avanzata dal Comitato promotore sostenuto dall’adesione di 54 Comuni bresciani. L’acqua deve essere fonte di guadagno da parte di privati o, al contrario, deve restare esclusivamente in mano pubblica?

Tendenza. La tendenza alla privatizzazione si è manifestata anche in Italia e, specificatamente, nella provincia di Brescia. La legge nazionale n. 164/2014 (che ha convertito il decreto governativo denominato “Sblocca Italia”) infatti ha stabilito che le modalità di gestione del servizio idrico siano decise autonomamente da ciascuna Provincia, scegliendo fra tre opzioni: attraverso società costituite interamente da soli soci pubblici oppure attraverso società miste di soci sia pubblici sia privati oppure, infine, attraverso società totalmente private, individuate mediante bandi di gara europei. Il Consiglio Provinciale di Brescia con la delibera n. 38/2015, ha scelto la seconda forma (mentre quasi tutte le altre provincie lombarde hanno preferito la prima). Con la delibera n. 3/2016 ha poi istituito una società, “Acque Bresciane s.r.l.”, formata per ora da tutti soci direttamente o indirettamente pubblici (Provincia, Aob2, Garda Uno, Sirmione Servizi), ma obbligata a pubblicare entro il 31 dicembre 2018 un bando europeo per l’ingresso di un socio privato, al quale dovrà essere riconosciuta la proprietà di non meno del 40% e di non più del 49% del capitale. Entra nel merito del referendum l’Ufficio di pastorale sociale della Diocesi con un documento elaborato dalla sua Commissione: “È una scelta – sottolinea il direttore Enzo Torri – che evidentemente è in contrasto con il risultato dei referendum nazionali del 12-13 giugno 2011 sulla gestione dei servizi pubblici che sancirono la salvaguardia dell’acqua come bene comune e diritto universale, evitando che diventi una merce privata o privatizzabile, ma pubblicizzandola mediante una forma di gestione pubblica e partecipata dei servizi idrici”.

Esigenza. L’Ufficio ribadisce l’esigenza di salvaguardare l’utilità pubblica dell’acqua: “Ribadiamo –continua Torri – la necessità di evitare nella gestione del ciclo dell’acqua potabile (captazione, distribuzione, fognature, depurazione, bollettazione) la possibilità di guadagni individuali o di società. Ciò si può realizzare attraverso una gestione pubblica che agisca direttamente (il cosiddetto in house), puntando poi al coinvolgimento di strutture non profit”. Da qui l’invito alla partecipazione attiva della cittadinanza: “Il punto nodale – chiosa Torri – è che tutti i proventi derivanti dalle bollette dei cittadini e dagli investimenti pubblici e non, vadano a beneficio del servizio piuttosto che a enti privati. La Commissione invita pertanto i cittadini bresciani ad approfondire questo importante tema della difesa dell’acqua comune sia ai fini della partecipazione a questo referendum che per effettuare una scelta più consapevole”.

Giuseppe Gadaldi: una vita spesa per la costruzione del bene comune

Una persona aperta, dotata di cultura, dalla solida preparazione amministrativa e una grande fede cattolica: sono queste le caratteristiche che hanno contraddistinto la personalità e lo stile di vita di Giuseppe Gadaldi.

Ci eravamo conosciuti già ai tempi dell’oratorio nei primi anni Sessanta; Giuseppe era molto attivo e presentava anche gli spettacoli e le serate musicali. In quegli anni  abbiamo incominciato a partecipare alla vita ed alle attività delle circolo ACLI di Leno, che contribuivano a sensibilizzare i giovani al sociale ed al pre-politico. Fu naturale per noi, in seguito, aderire alla Democrazia Cristiana e prepararci gradualmente ad assumere impegni a livello amministrativo. Con Giuseppe naque da subito una collaborazione ed un’amicizia: rappresentavamo la sinistra sociale all’interno del partito, con una particolare attenzione ai problemi ed alle aspirazioni delle classi popolari e dei lavoratori. Organizzavamo incontri e congressi che spaziavano dagli aspetti politici della realtà lenese, allo studio di problematiche culturali di più ampio respiro. Allora a Leno il partito dei cattolici poteva contare su circa 400 tesserati. Giuseppe Gadaldi fu per oltre tredici anni assessore, ricoprendo l’incarico prima allo Sport, poi all’ Istruzione ed alle Problematiche Giovanili durante le amministrazioni Cerutti, Prandini, Baronio e Viscardi. Nel 1993 fu eletto sindaco dal consiglio comunale, incarico che ricoprì fino al 1999. Il suo mandato ha rappresentato un periodo importante di crescita urbanistica, culturale e sociale.

Nel momento della prova e del dolore, con la moglie Gabriella e le figlie Federica e Sara abbiamo ricordato i tempi passati, le ore e le notti dedicate alla comunità, a discutere sui problemi ed a trovare le soluzioni per i cittadini.

Era sorprendente vedere come avesse sempre un’attenzione particolare verso la sua comunità. Erano altri tempi: le candidature non erano calate dall’alto, la vera politica non si improvvisava, veniva dall’ascolto della gente, trovava le motivazioni in profonde convinzioni, aveva le basi nel confronto con il  territorio.

Tra le varie fotografie che conservo di quel periodo, dedicato alla vita attiva vissuta nel sociale, ne spuntano anche tante di vita familiare, di momenti condivisi tra le nostre due famiglie; sono immagini che superano il tempo e testimoniano come la stima e l’amicizia reciproche ci hanno sempre uniti.

Andrea Corrini

Il bene tende sempre a comunicarsi

Messaggio di mons. Pierantonio Tremolada, vescovo di Brescia, per il Festival della Missione

La chiesa di Brescia apre le porte con gioia al Festival della Missione. Ci prepariamo ad accogliere i missionari, le missionarie, i delegati dei centri missionari delle diocesi italiane e soprattutto i giovani che si sono dati appuntamento nella nostra città.

La proposta del Festival diviene occasione provvidenziale di incontro e ogni incontro vero porta con sé il tratto inconfondibile della gioia. Abbiamo tutti bisogno di gioia, della gioia vera che riempie il cuore, che non lo illude ma lo consola. Il nostro incontro avverrà all’insegna del Vangelo, vera fonte della gioia che viene dall’alto, manifestazione tangibile del mistero d’amore di Dio. Alla gioia dei fratelli che si trovano insieme nel nome di Cristo si aggiungerà la gioia di sentirsi inviati a dare testimonianza, contribuendo a fare della Chiesa – come dice il Concilio Vaticano II – “il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1).

La proposta ricca e multiforme che compone il programma del Festival della Missione vorrebbe esprimere un dinamismo tipico della “Chiesa in uscita”, cui costantemente ci invita il magistero di papa Francesco: una Chiesa, cioè, capace di andare incontro all’umanità senza paura di osare, senza escludere ma anzi privilegiando le periferie geografiche ed esistenziali. Il Vangelo è potenza di vita che si irradia e il suo frutto consiste proprio in questa diffusione del bene che mantiene viva la speranza. “Il bene – leggiamo in Evangelii Gaaudium – tende sempre a comunicarsi. Ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca per se stessa la sua espansione, e ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri. Comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa” (EG 9).

Al cuore della vita della Chiesa c’è l’Eucaristia: è la fonte necessaria, indispensabile, ineludibile perché ogni azione ecclesiale sia feconda e creativa. A questa fonte occorre costantemente ritornare e da questa fonte ripartire. “Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale” (EG 11). Il Festival prova a percorrere queste “nuove strade”, cerca un “metodo creativo”, osa “altre forme di espressione”, ma lo fa a partire dall’Eucaristia, cuore palpitante del mistero di Cristo. La celebrazione liturgica del memoriale del Signore, che ci vedrà riuniti come popolo di Dio, costituirà infatti il momento culminante di ciascuno dei giorni che si vivranno insieme.

A questo importante appuntamento missionario la diocesi di Brescia si prepara anche facendo memoria dei suoi grandi missionari: San Daniele Comboni, il Beato Paolo VI, il Beato Giovanni Fausti, la Beata Irene Stefani, la Beata Maria Troncatti e di tanti altri figli e figlie di questa terra. Sono fratelli e sorelle nella fede che hanno illuminato il cammino della Chiesa bresciana e della Chiesa intera. Intercedano per noi, perché anche la nostra testimonianza porti sempre più frutto a beneficio del mondo.

A quanti parteciperanno a questo Festival della Missione un affettuoso benvenuto da parte dell’intera Chiesa bresciana e l’augurio sincero di giorni sereni e fruttosi.
A tutti conceda il Signore di vivere un’esperienza di vera fraternità, di illuminato discernimento e di interiore consolazione, affinché lo slancio della missione diventi ancora più intenso. Volentieri invoco su tutti la benedizione Signore.