Voi dunque pregate così: “Padre nostro…” (Mt. 6,9)

Ho un ricordo di quando ero catechista. Avevo introdotto una riflessione sul “Padre nostro”.

Alla fine dell’incontro, Anna si avvicinò ed esordì raccontandomi di quanto le piacesse, da piccola, recitare il “Padre nostro” con mamma o nonna, poiché, sembrandole una poesia piuttosto lunga, era felice d’averla memorizzata interamente. Poi Anna, facendosi più seria, mi confidò che quando le parole svelarono il loro significato, l’espressione “sia fatta la tua volontà…” la inquietarono, le suscitarono un senso d’angoscia che ancora sentiva. Se la volontà di Dio, mi disse, fosse quella di privarla dei genitori o della salute, perché avrebbe dovuto pregarlo. Ho capito Anna allora, come capisco oggi chiunque abbia timore di pronunciare a cuore aperto “sia fatta la tua volontà” Siamo umani e la mancanza di coraggio di affidarci totalmente a Dio, nel nostro cammino terrestre, fa parte dei nostri limiti, delle nostre fragilità. Ma è pure vero, che siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio e non possiamo deturpare o deformare ciò che Egli è. Io sono “Colui che Sono” rivela a Mosè, sul Sinai. “Io Sono” si rende riconoscibile nel volto e nell’agire delle sue creature. (Sia santificato il tuo nome.)

Gesù, ci ha rivelato, insegnandoci a pregarLo, la vera natura di Dio. Dio è Padre. Padre suo e di tutti noi. Dio Padre vuole che il Bene Perfetto o l’Amore regni nel cosmo e nell’umanità intera. Rispetta la libertà e la dignità di ogni essere vivente, al quale è sempre accanto per ogni necessità materiale e spirituale. (Dacci il pane quotidiano). É il Padre che desidera  dai suoi figli l’armonia, resa possibile ogni volta che l’uomo evita d’innescare spirali di  violenza, perdonando le offese ricevute, per essere a sua volta perdonato. (Rimetti a noi i nostri debiti…). L’espressione “non ci indurre in tentazione” sembra allontanare, travisando, il vero messaggio di Gesù, nel “Padre nostro”. É tradizione che venga così recitata perché è il risultato di una traduzione troppo letterale dal latino: “et ne nos inducas in tentationem.” Papa Francesco ha più volte invitato a modificare  questa espressione in “non abbandonarci nella tentazione” perché, sottolinea, “Dio non tende mai tranelli!” Dio Padre non abbandona i suoi figli. Se essi si allontanano, sedotti dal fascino del male, Egli attende che percepiscano la sua vicinanza.

Grande è la tenerezza di Dio.

La preghiera Monsatica

Con il VII° capitolo termina la prima sezione della Regola, dove sono descritti i canoni fondamentali della vita ascetica nel monastero. Siamo ora alla sezione liturgica, in cui si descrive l’ordine dell’ufficiatura monastica che consta di 13 capitoli! Ciò dice come san Benedetto esprima l’importanza di tale soggetto. L’importanza di tale sezione sta nell’essenza stessa della vocazione contemplativa dei monaci. Benedetto in questa sezione, si rifà a due versetti di un Salmo importante: il 118/119,164 che dice: “Sette volte al giorno ti lodo”. E ancora: 118/119,62: “Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode per i tuoi giusti decreti”. Questi due versetti vengono presi per inquadrare tutte quante le ore della preghiera nella giornata monastica e anche la preghiera notturna. Il numero sette offerto da san Benedetto in questo contesto fa sì che le ore della preghiera così articolate siano sacre. Tali appaiono nel capitolo 16 della Regola che brevemente illustra questo contesto. Ma soprattutto fa riferimento a due versetti del Vangelo di Luca: “pregate incessantemente” (Lc 18,1; 21,36). Questo “pregate incessantemente” è il senso dell’ufficio divino in san Benedetto, ma anche nella tradizione monastica antica. Certo l’invito di Cristo non è semplice da vivere. Però i cristiani, sin dall’inizio, sia monaci che laici, hanno tenuto ben presente che questo invito di Cristo è l’unico “precetto” che Egli ha dato in materia di preghiera!

Data l’umana debolezza, è impossibile tenere costantemente la nostra attenzione rivolta a Dio, quindi si sono fissate della “Ore”, quando questo dovere monastico viene richiamato, la successione di queste “Ore” crea in qualche modo un senso di continuità, di una preghiera incessante. Certo rispetto all’ideale di “pregare sempre”, questi momenti sono come dei punti su una linea infinita, infatti l’uomo che veramente ama e vuole raggiungere la perfezione deve pregare sempre e ovunque, e non distogliere mai la propria attenzione da Dio.

San Benedetto chiama questa preghiera “OPUS DEI”, alla quale “non deve essere anteposto nulla”, perché nella preghiera si accoglie l’Amore di Cristo che fonda e dona significato a ogni altro gesto della nostra esistenza. Nella antica tradizione l’espressione “opus Dei” indicava la vita monastica in quanto tale; più ampiamente la si può intendere come definizione della vita cristiana che è “opera di Dio”, perché la si riceve da un ALTRO che ci raggiunge con la sua grazia creatrice.

Nel Vangelo di Giovanni l’opera di Dio che unifica tutto il vissuto umano è il “credere”. La preghiera è questo spazio di fede e di relazione con Dio che consente di dare il giusto spessore a ogni altro ambito della vita quotidiana di ogni uomo, non solo dei monaci. Perciò un benedettino è chiamato a interrompere, per sette volte il giorno, ogni altra attività, per celebrare”l’opera di Dio” con i propri confratelli, per lodare il Suo Nome e ricevere il Suo Amore che fa vivere. Queste interruzioni sono salutari perché ci ricordano che la nostra vita non dipende dall’opera delle nostre mani, ma dal dono che continuamente si riceve da un Altro. D’altra parte le nostre mani, nel momento in cui sono colmate del dono di Dio, accolgono la sua stessa possibilità, vengono rigenerate a un’energia creativa e inesauribile.

L’esaudimento più autentico della preghiera sta proprio nel lasciarci trasformare il cuore perché da esso possa scaturire un agire diverso e responsabile: risposta e cor- rispondenza all’opera di Dio in noi. Non anteponendo nulla alla preghiera liturgica si riceve la possibilità di “non anteporre nulla all’amore di Cristo” per noi e attraverso noi per il mondo. Diventiamo autenticamente figli, perché generati di nuovo e sempre dal Padre (il rinascere dall’alto di cui parla Gesù a Nicodemo); nel- lo spesso tempo ci si lascia da Lui donare nella storia perché “Figlio” è sempre colui che il Padre consegna al mondo per rivelare quanto lo abbia amato e continui ad amarlo, come Gesù ricorda allo stesso Nicodemo (Gv 3,16). Mediante la Liturgia non solo entriamo nella preghiera che da sempre il Figlio Unigenito rivolge al Padre nella comunione dello Spirito Santo, ma accogliamo la sua stessa esistenza filiale, divenendo sempre più figli come Lui è Figlio. Questa è la speranza che attende il mondo: che ci siano figli della luce capaci di illuminare, con la loro stessa Fede, le tenebre che sembrano avanzare. Nella preghiera si diventa come fuoco per rischiarare e riscaldare le tante forme di disperazione che esistono. Si diventa, allora, segno dell’Amore di Dio “cui nulla deve essere anteposto”, “perché nulla ne rimane fuori e tutto ne riceve senso e verità”.

E tutto questo, come dice il capo XIX della Regola : “… IN MODO CHE LO SPIRITO NOSTRO SI ACCORDI CON LA NOSTRA VOCE”! Questa la condizione! Maria, la Donna della preghiera, e san Benedetto ci in- segnino a pregare, non solo con parole, ma col cuore, e il Padre accoglierà la nostra preghiera, perché ci ama. – E con la Chiesa e la Liturgia preghiamo: “La mia preghiera giunga fino a te; tendi, o Signore, l’orecchio alla mia preghiera”. (Sal 87/88,3 – XXXII per Annum: Ingresso).
“Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio”! (Colletta XXXII Per Annum).

Silvano Mauro Pedrini OBS

Lettera a “La Badia”

Il 3 febbraio, presso la sede del Gruppo Alpini Leno, si è svolta l’assemblea annuale dei soci; nel contempo, sono state indette  le votazioni per il rinnovo del Consiglio Direttivo che rimarrà in carica per il triennio 2019/2021.

I nuovi eletti, con le rispettive cariche sociali sono:

  • Micheletti Marco – Capogruppo
  • Colombo Mauro – Vice Capogruppo
  • Chini Francesco – Segretario
  • Iseppi Claudio – Tesoriere
  • Romano Michele – Alfiere
  • Ferranti Stefano – Revisore
  • Malagni Gianbattista – Revisore
  • Abbadati Ermanno – Resp. Stampa e Pubbliche Relazioni
  • Ferranti Sergio – Resp. Manutenzione Sede e Attrezzature
  • Braga Roberto – Consigliere
  • Dester Michele – Consigliere
  • Dagani Massimiliano – Consigliere
  • Lombardi Andrea – Consigliere

Nel 2018, abbiamo devoluto in beneficienza la somma di 2.500,00 euro, frutto di una massiccia e generosa partecipazione di tutti Voi cittadini alle nostre iniziative.

Le somme devolute sono state così suddivise:

  • Nuova Nikolajewka Brescia € 1.200,00
  • “Ocio a la pèna”: € 100,00
  • Colonia “Casa Irma”: € 200,00
  • Sede Sezionale Brescia: € 300,00
  • “La Badia”: € 50,00
  • Parrocchia Leno: € 250,00
  • Oratorio Leno: € 250,00
  • Collaboriamo: € 150,00

Ci sentiamo in dovere di ringraziare tutta la cittadinanza protagonista assoluta dei nostri risultati e il Consiglio Direttivo uscente per l’ottimo lavoro svolto.

Tutti noi Alpini siamo già operativi per un 2019 ricco di appuntamenti e attività.

Continuate a starci vicino e restate aggiornati sulle nostre iniziative seguendoci sulla nostra pagina ufficiale di Facebook “Gruppo Alpini Leno” o Istagram “gruppoalpinileno”.

Un saluto e un caloroso abbraccio a tutti.

Gruppo Alpini Leno

Il Mulino delle Lettere | FO19

Il mulino delle lettere ci ha accompagnato durante l’avvento e la quaresima. Continuerà a farlo anche durante la Festa dell’Oratorio!

Da mercoledì 12 fino a domenica 16 giugno presso l’Aula Verde sarà allestita una mostra con le opere del mulino, insieme ad una selezione di materiale dell’Archivio dell’Oratorio, tra cui fotografie storiche e vecchie edizioni de “La Badia”.

Fate anche voi un tuffo nel passato!

Battezzati per vivere la vita nuova da risorti

Nella seconda domenica di quaresima la liturgia ci ha proposto il meraviglioso brano della trasfigurazione di Gesù. Una visione mozzafiato, tanto che i tre apostoli presenti rimangono confusi, “imbambolati” diremmo noi: “troppo bello per essere vero!”; e non sanno cosa pensare, cosa dire, cosa fare. Pietro azzarda una proposta, ma “non sapeva quel che diceva”, commenta l’evangelista Luca. Eppure quello che vedono è la verità “più vera” di ciò che attende ogni uomo che voglia seguire Gesù: è la vita nella luce di Gesù, dove il bene, il vero, il bello risplendono per sempre… per l’eternità; e nessuno può più sciupare niente di ciò che Gesù ha toccato col suo amore oblativo.

Gesù vuole rendere certi, non solo i tre apostoli che ha condotto con sé sul monte, ma ogni uomo che voglia credere nel suo Vangelo e porre la sua fiducia in Gesù, figlio di Dio e figlio dell’uomo, che tutti sono chiamati a condividere quella “bellezza eterna”.

L’evangelista Luca afferma che Mosè ed Elia, apparsi accanto a Gesù, parlano del “suo esodo che doveva compiere a Gerusalemme”. Vuol dire che l’attuarsi della verità di quella visione paradisiaca richiede un cammino di “uscita” – esodo, appunto – nel quale non si possono saltare le tappe. Gesù si è immerso completamente nella nostra umanità – lo stesso suo battesimo nel Giordano ne è segno –, ma non si è lasciato avvelenare dalle acque malefiche del peccato in cui sguazzava l’umanità. Ha attirato su dì sé tutto il male e il peccato del mondo, ha effuso il suo profumo di vita attraverso l’amore che bagna, lava, piega, sana, sostiene, raddrizza, scalda, risuscita … confondendo così l’odore di morte che il maligno ha diffuso nel mondo. Ha inebriato il principe di questo mondo, consegnandosi alla morte, illudendolo così di vittoria. La morte di Gesù, in realtà, non è altro che il risultato di quel cammino di abbassamento che segna lo stile di Dio, che è umiltà, benevolenza, pazienza, amore oblativo … capace di sconfiggere anche la morte, in quanto la vera vita appartiene a coloro che la sanno donare per amore. Vince veramente non chi fa morire l’altro, ma chi lo fa vivere, perché così dimostra di amare la vita; e solo chi ama la vita può vivere veramente. E la vita è una: è Dio! Chi combatte contro la vita di qualcuno combatte contro Dio, in quanto ogni vita è sua. 

Illudendosi di avere vinto, il maligno ha cantato vittoria, ma Gesù al terzo giorno si mostra vivo e annuncia che la sua vittoria è per la vita degli uomini, mostrando così la verità di tutto quanto ha detto, fatto e vissuto. Da allora l’uomo conosce la via della vita e sa che passa anche attraverso la sofferenza, la malattia, il dolore, la lotta, la solitudine, la tentazione, la prova, la morte … ma sa che tutto questo è un “esodo”: un “uscire” gradualmente dagli acquitrini del male, del peccato e della morte per giungere alla vita nuova, di cui già è reso partecipe nel battesimo, ma che viene sempre avversata da colui che vorrebbe la rivincita sul Dio della vita, pur sapendo che la vittoria di Gesù è definitiva.

Ecco perché noi non dobbiamo avere paura! Piuttosto, ritorniamo spesso alle fonti della grazia – i sacramenti e la parola di Dio, offerti dalla Chiesa – che rinnovano in noi la vita ricevuta nel battesimo, e ci troveremo su quel monte a contemplare Gesù risorto, vivente, che ci mostra i segni della crocifissione e della morte per dirci che la risurrezione e la vita anche per noi sono il risultato dell’accettazione della volontà del Padre, in ogni momento e situazione, nel segno di quel battesimo che ci ha fatti figli suoi nell’Unigenito Figlio Gesù. Allora sentiremo risuonare nel nostro cuore l’Alleluia pasquale anche nei momenti più tristi e bui della nostra esistenza, pur se la nostra bocca non riuscisse ad esprimerlo, ma il nostro spirito si unirà al canto della Chiesa che, non solo a Pasqua, ma ogni domenica e ogni giorno celebra nella Messa la pasqua di Gesù e la nostra pasqua e canta l’Alleluia pasquale. 

Ritorniamo al Battesimo e ci troveremo sempre a fare Pasqua.

A nome di tutti i sacerdoti e delle suore, a tutte le famiglie e ad ogni singola persona l’augurio più sincero di riscoprire il proprio battesimo come fonte di ogni grazia per la vita, accompagnati da Cristo Risorto e Vivente in mezzo a noi e dentro di noi. BUONA PASQUA.

Parole rivolte dalla Vergine a Bernadette Soubirous

Il 18 febbraio, Bernadette tende penna e carta alla signora dicendole: “Vorreste avere la bontà di mettere il vostro nome per scritto?”. Ella risponde: “Non è necessario” – “Volete avere la cortesia di venire qui per quindici giorni?” – “Non vi prometto di rendervi felice in questo mondo, ma nell’altro”.

Il 21 febbraio: “Pregherete Dio per i peccatori”

Il 23 o 24 febbraio: “Penitenza, penitenza, penitenza”

Il 25 febbraio: “Andate a bere alla fontana e a lavarvi” – “Andate a mangiare di quell’erba che è là” – “Andate a baciare la terra come penitenza per i peccatori”.

Il 2 marzo: “Andate a dire ai preti di far costruire qui una cappella” – “Che vi si venga in processione”. Durante la quindicina, la Vergine insegnò una preghiera a Bernadette e le disse tre cose che riguardavano solo lei, poi aggiunse con un tono severo: “Vi proibisco di dire ciò a chiunque”.

Il 25 marzo: “Io sono l’Immacolata Concezione”.

Molti sono a conoscenza che la maggior parte delle Apparizioni di Nostra Signora a Bernadette avvennero in tempo di Quaresima, addirittura si può affermare che in quel 1858 fu Maria che predicò la Quaresima nella Parrocchia di Lourdes, tanto da far dire al Parroco, don Peyramale, che pur non potendo affermare la veridicità dei fatti, tuttavia la comunità parrocchiale stava ottenendo frutti spirituali eccellenti e copiosi.

Ma chi era veramente Bernadette dalla Nascita fino a prima della vicenda di Massabielle? Che cosa si può dire di lei? Nacque a Lourdes il 7 gennaio 1844 e venne battezzata il 9, il suo padrino testimoniò che ella pianse per tutta la lunghezza della celebrazione tanto da far esclamare: “Non fa che piangere, sarà cattiva”. Profezia sbagliata, non sarà così. La sua madrina Bernarde Casterot, sorella della madre, di cui Bernadette porta il nome riferisce che la bimba era dolce e graziosa. La zia Bernarde era la sorella maggiore dei Casterot e avrebbe dovuto sposare lei Francois Soubirous, ma questi preferì la sorella minore Luoise, binda e con gli occhi azzurri. Bernardette portò  il diminutivo della sua madrina: la zia Bernarde. Fu proprio questa ad occuparsi, in prevalenza, della piccola figlioccia e fu proprio la zia a riportare questa testimonianza a riguardo di Bernadette: “Sgridata non rispondeva” e aggiunge: “uso il bastone per far filare dritto i miei”. Il silenzio di Bernadette doveva essere un silenzio sofferto, silenzio che continuò quando in casa Soubirous entrò rovina, fame, povertà che li costrinsero ad entrare in quel tugurio, il cachot, la vecchia prigione malsana in disuso, offerta dal cugino Sajous. Si deve propri o a lui questa testimonianza a riguardo dei piccoli fratelli Soubirous: “Mia moglie dava loro spesso del pane di miglio. I piccoli, tuttavia, non chiedevano mai nulla. Sarebbero piuttosto morti”.

Anche Marie Lagues che fu la balia di Bernadette a Bartres e che, a più riprese, la prese come pastorella e servente conferma: “Non si lagnava mai di niente, sempre docile, mai una risposta cattiva”. Bernadette superò il colera che imperversò a Lourdes e che la colpì duramente, ma da quel momento soffrì d’asma e anche il suo stomaco cominciò ad essere malandato eppure la bambina non si lamentò mai del cibo che le veniva dato. A Bartres, presso la sua balia, la condizione di vita era quella di pastorella serva e anche se Marie Lagues aveva assicurato i genitori Soubirous che l’avrebbe mandata a scuola e a catechismo, tuttavia ciò non accadde, perché c’era bisogno di accudire le pecore. Marie Lagues si mise lei a dar lezione a Bernadette, ma con scarso successo per inefficienza pedagogica da parte della balia stessa. In quei momenti, presa da collera, scagliava il libro attraverso la stanza gridando: “Tu non saprai mai niente!”. Nella lunga solitudine dei pascoli di Bartres, Bernadette imparò a recitare il rosario cercando così un’altra compagnia di fronte alla severità della sua blia fino a farle dire: “Quando non si desidera nulla abbiamo sempre quello che  è necessario”.

Bernadette aveva una pietà sobria e ordinaria, per nulla eccezionale; alla sera recitava al alta voce la preghiera come raccontano i Sajous che abitavano sopra il cachot. Durante il mese di Maria le piaceva innalzare altarini nei campi o vicino al suo letto. Anche in Chiesa, alla domenica, non si notava nulla di particolare, in lei non c’era nessuna ostentazione. Zia Bernarde, la madrina, aveva un’osteria e Bernadette talvolta serviva al banco ed era sempre generosa, infatti, a differenza della zia, abbondava nel mettere il vino nelle bottiglie degli avventori  e donava gratuitamente dei sorsi ai clienti. Poiché Bernadette era la primogenita, richiamava i fratellini che si addormentavano mentre pregavano e faceva recitare, tutte le sere, un’Ave Maria alla sorella Toinette prima di addormentarsi dicendo: “Se tu morissi che ne sarebbe di te?”. Possiamo dire che la sua infanzia si conclude con il mese di gennaio 1858 quando decide di tornare a Lurdes da Bartres per fare la prima comunione. A Bartres il Parroco non c’era più, era entrato in monastero. Ritorna a Lourdes perché là ci sono i sacerdoti. Questa povera quotidianità impregnata di una vita cristiana normale, ma seria, è la miglior preparazione all’incontro che ci sarebbe stato in quel luogo oscuro: la Grotta di Massabielle. Di lì a poco quell’antro malfamato sarà rischiarato, per lei, da uno squarcio di luce viva. Luce che rischiara e riscalda tutti noi.

Paolo – un ammalato

A cura di Maria Piccoli

Verrà a visitarci dall’alto come sole che sorge

Credo che ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, abbia fatto l’esperienza di alzarsi al mattino presto e recarsi in un luogo un po’ “speciale” per veder sorgere il sole. E’ un’emozione particolare, soprattutto là dove si passa repentinamente dal buio pesto alla luce celestiale, che precede immediatamente il giallo-rosso del sole che sorge. Questa visione dà proprio l’impressione di passare dalla morte alla vita, dal nulla all’esistenza, dalla paura alla gioia, dal turbamento alla pace. Un’esperienza particolare io l’ho vissuta sul monte Sinai. Insieme con alcuni amici sacerdoti, sono salito di notte, al buio, in stile di pellegrinaggio di fede, pregando e meditando l’esperienza di Mosè, descritta nelle Sacre Scritture, mentre sale questo monte per incontrare Dio. 

Un monte desertico, aspro, arido, alto, imponente, che ti mette alla prova … E, mentre tu credi che dopo tanta fatica troverai finalmente Dio, improvvisamente ti accorgi che, nel segno di quel sole, è Dio che trova te, sorgendo furtivamente come il sole, che sorprendentemente si innalza sopra quel monte, pure altissimo e maestoso, mai però quanto quella luce che, apparentemente lontana, ti avvolge con un abbraccio che ti riscalda dopo il freddo della notte; ti ridona forza dopo la fatica della salita; ti ristora dopo il lungo cammino; ti accarezza come fosse una madre; ti dona coraggio dopo la paura del buio che ti impedisce di vedere dove metti i piedi; ti ridona speranza dopo il dubbio di riuscire nell’impresa; dona forma ad ogni cosa che non riuscivi a riconoscere … e avresti voglia di non più staccarti dall’incantevole visione di quella luce e di quanto, vicino e lontano, sotto i tuoi piedi e all’orizzonte, questa luce ti concede di ammirare. Comprendi allora quanto è bello il creato, quanto è bello l’uomo, centro di questo creato e a lui offerto per vivere nella meravigliosa vita che Dio gli ha donato.

Ecco perché fin dai primi secoli (336 d. C.) i cristiani hanno offerto anche al mondo di coloro che adoravano il sole come fosse un dio, l’annuncio del Natale come la possibilità di conoscere quel Dio che ha creato quella meraviglia che è il sole, e hanno fissato la festa della nascita di Gesù proprio nel giorno in cui i “pagani” celebravano il “dies natalis solis invicti” (la festa del solstizio di inverno). Gesù è il vero sole non vinto dalle tenebre. 

Dunque, la festa cristiana del Natale ha voluto collegarsi a simboli, usanze, tradizioni già presenti per rivitalizzarle mediante il significato nuovo che la venuta al mondo di Gesù comportava. “E questo spirito di “rinascita” alla luce e alla vita può essere rivissuto anche oggi: segna l’avvento nel mondo di una nuova luce, capace di dissipare le tenebre che anche oggi ci minacciano, e di una nuova vita inaugurata dalla presenza di Dio tra gli uomini, che può far sentire Dio non come realtà lontana e indifferente, ma vicino e coinvolto con la storia umana”.

Anche oggi Dio, nella persona del Figlio, “viene a visitarci come sole dall’alto” e desidera che noi cristiani aiutiamo gli uomini a comprendere come anche oggi Dio ci offre Gesù come un dono d’amore e un segno che non si impone, ma interpella il cuore. Ecco il perché di un “segno” fragile e debole come “un bambino” . “Ogni bambino chiama in causa la capacità di cura dell’adulto poiché si presenta inevitabilmente sotto i tratti della fragilità umana … Gesù bambino si consegna nelle nostre mani, lasciando che siamo noi a disporre di Lui. Egli, nella storia, ha incontrato mani accoglienti e mani ostili in ogni tratto del suo camminare in mezzo a noi, da Betlemme al Gòlgota, dalla mangiatoia al sepolcro. Il Bambino è segno dell’identità stessa di Dio”.

Il vecchio Simeone al tempio, prendendo tra le braccia questo Bambino, riconoscendo in lui il segno dell’amore di Dio, ebbe ad esclamare: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace … perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza!”.

La nostra fede ci dice che la debolezza di quel Bambino, che morirà crocifisso, è la potenza dell’amore di Dio. E’ la potenza che vince il male, l’odio, la violenza, la vendetta, la morte.

Non lasciamo che il Natale venga “mondanizzato”. Impegniamoci, invece, a cristianizzare i segni “mondani” del Natale, perché anch’essi si trasformino nel richiamo al mistero dell’amore di Dio per ogni uomo. Luci, regali, pranzi, vacanze … tutto diventi segno della festa e della gioia che nascono dal’ingresso di Dio nella storia e dal suo farsi nostra guida e compagno di viaggio nella nostra vita.

A tutti un augurio che sgorga dal cuore dei vostri sacerdoti e delle nostre suore.

Pasqua 2018

Se dovessi rappresentare la gioia, mi farei aiutare dagli occhioni brillanti e ridenti, dalle braccine in frenetico movimento e dallo sgambettare di un neonato davanti ad ogni nuova scoperta di luce e colore. Questa, per me, è pura gioia, inconsapevole, senza se, senza perché. La vita ci insegna che diventiamo consapevoli della gioia, quando sperimentiamo il dispiacere, il dolore in ogni sua espressione e viceversa. La nostra vita scorre e si realizza negli opposti: gioia-dolore, riso-pianto, vita e morte.

“Fu crocifisso, morì e fu sepolto. Il terzo giorno è resuscitato secondo le Scritture”. Il terzo giorno, la Pasqua: il passaggio dal dolore fisico, psicologico, morale, dal fallimento rappresentato dalla Croce che porta alla morte, allo scoperchiarsi prepotente del sepolcro, perché la vita è fuori, è dovunque, alla luce, mai nella tomba. “Perché piangi, Maria? Non piangere, sono qui”. Cristo, non subito riconosciuto, è vivo, parla. Ha mantenuto la promessa: è risorto. Ad ogni Pasqua rivolge ad ognuno di noi, lontanissimi da quegli avvenimenti e troppe volte sfiduciati, la stessa domanda posta a Maria di Magdala e ci invita ad asciugare le lacrime perché “il terzo giorno” è il giorno della verità, della luce, della gioia.

Aspettando le feste al C.A.G.

Dicembre al C.A.G. è stato un mese ricco di iniziative. Vi ricordate? Nell’ultimo numero della Badia vi avevamo parlato dell’importanza di avere un corpo sano e che muovere il corpo significa muovere la vita!

A tale proposito è venuta a parlarci dell’importanza di una sana alimentazione nell’età dell’adolescenza Robecchi Samanta, Naturopata, Psicosomatica esperta in salute naturale, con l’intento di far conoscere ai nostri ragazzi abitudini alimentari corrette e dare preziosi suggerimenti per crescere sani e forti. L’incontro è stato molto interessante Samanta ci ha promesso che tornerà a parlarci nei prossimi mesi su come prendersi cura della pelle e del viso. Per il momento non possiamo fare altro che ringraziarla per la sua disponibilità.

A spasso per la città a Natale: vi potrebbe sembrare una cosa normale sotto le feste, ma a rendere particolari le nostre gite sono le visite a luoghi insoliti, divertimento assicurato ed esperienze senza eguali. Non ci credete? Dopo essere andati in metropolitana e aver intrattenuto alla fermata in piazza Vittoria decine di passanti, con una sonata al pianoforte della nostra educatrice Sara, ci siamo recati per una visita al Palazzo della Loggia, attuale Municipio di Brescia.

Lo sapevate? La Loggia, è un edificio rinascimentale rivestito di marmo di Botticino, eretto a partire dal 1492. Vi lavorarono noti architetti (dal vicentino Tomaso Formentone a Palladio e Sansovino).  Nel gennaio 1575 un incendio distrusse la copertura della sala e la cupola di piombo. Una soluzione provvisoria rimase tale fino al 1769, quando il Vanvitelli realizzò un attico, demolito nel 1914 per ricostruire l’originaria cupola in piombo. All’interno del palazzo della Loggia a Brescia c’è il salone Vanvitelliano, luogo di riunioni della municipalità. In un angolo di questo salone esiste ancora il segno lasciato da una palla di cannone austriaco sparato dalla sommità del Castello (dal piazzale dove si trova ora la famosa Locomotiva) sopra la città. Il fatto accadde durante le X giornate di Brescia che segnarono per la città un evento molto importante e fondamentale per il Risorgimento Italiano. All’interno del buco, lasciato dalla bomba la scritta, in numerazione latina, 1849.

Per concludere la magnifica giornata siamo stati al Duomo Vecchio di Brescia per una visita alla rassegna di presepi esposti all’interno e cena presso il centro commerciale Freccia Rossa. Che dire…è stata una magnifica giornata!

La tradizionale Tombolata di Natale del C.A.G  si è svolta il 15 Dicembre e come ogni anno, molte famiglie e ragazzi hanno trascorso una serata all’insegna dello svago e del divertimento.  A rendere possibile questa serata è stata la generosità dei commercianti che ci hanno donato molti premi: ognuno di loro ha contribuito generosamente e noi non possiamo fare altro che ringraziarli con un… grazie!

Vogliamo ringraziare in ordine alfabetico: Accattatavillo “Prodotti tipici del Meridione” Ghedi Andreino Bonazza Cartoleria; Azienda Agricola Ortofrutticola Mallaier; Bar à vin des Renalds; Bar “Il Baretto”; Bar da Andrea; Bar Oratorio di Bregoli Alessandra; Barbisotti e Merigo; Boero Enoteca;  Caffè Leon Rampante; Calzature e Accessori abbigliamento Vanity; Cascina Casali (Ghedi); Casalinghi Zanini SRL; Centro Estetica e Solarium “La Playa”; Cosmopolitan Food’n Drink ; Crazy Bar; Delacroix Natura di Robecchi Samanta SRL;  Estetista Defendy; Farmacia Bravi; Forneria Panina; Frutta e verdura di “Bertoletti Stefania”; Galelli Tessuti SRL; Gastronomia “Moretti Alfredo”; Sky Service; Gioielleria Gozzini; I Fiori di Wilma; L’Edicola di Cirimbelli Valentina; La bottega del gelato; “La Grande Mela” di Zoppini: Lanzagel; Lavanderia Rapida di Filippini Claudio; Lavasecco Patrizia; Macelleria equina “Bodini Walter”; MA-TI Caffè; New Age Lidia; Pasticceria Lodigiani; Pasticceria ”Ratafià”; Panetteria pasticceria “Da William”; PC Maxistore (Ghedi); Pizzeria Caminito; Punto Caldo di Guerreschi Alberto; Roby Service (vendita vino sfuso); Salumeria Lanfredi Andrea; Simon calze; Sig.ra Anonima; T.M. Mascarello; Trattoria “L’Ocanda”; Vamos Amigos.

Ognuno di noi ha un sogno, un sogno che da senso alla vita, un sogno chiuso nel cassetto, per questo motivo auguriamo a tutti voi un sereno 2018, con l’augurio di raggiungere e realizzare tutti i vostri sogni; che sia un anno ricco di gioia, di salute e felicità.

Un caro saluto dalle educatrici e dai ragazzi/e del C.A.G

Una valigia piena di…

L’inizio di qualsiasi percorso è simile all’inizio di un viaggio. É in viaggio il bambino che  inizia un nuovo anno scolastico e le insegnanti lo consigliano affettuosamente con cosa riempire la valigia. Sono consigli preziosi che valgono anche per tutti noi che abbiamo incominciato a percorrere i giorni del nuovo anno che la vita ci offre.

Nella valigia del tuo futuro, lo so,
vorresti mettere tante cose,
ma poche son quelle veramente preziose.
Per compiere un lungo viaggio,
se fossi in te, metterei il coraggio,
quella strana energia interiore
che ci aiuta a prendere la strada migliore.
E perché il cammino noioso non sia,
porterei con me la fantasia
che ci dischiude mondi inesplorati
e rende veri i sogni immaginati.
Se fossi in te, mai potrei scordare
la tenerezza nel saper amare
né perderei, a qualunque età,
la mia coscienza, la mia dignità.
Facendo in modo che non stia stretto,
metterei in valigia tanto rispetto:
rispetto per ciò che dona la natura,
rispetto per l’arte e per ogni cultura.
Rispetto per lo studio e il lavoro di domani,
rispetto per i deboli e per gli anziani;
rispetto per chi ti ha cresciuto ed educato,
per ogni persona che un po’ di sé ti ha dato.
Infine, non scorderei tanta lealtà
che viaggia insieme alla sincerità.
C’è ancora posto nel tuo bagaglio?
Allora mettici anche qualche piccolo sbaglio.

Sereno 2018 a tutti!