Il mio Sì. Il nostro Sì!

Visto che ho la certezza assoluta che nella vita ciò che conta è solo amare, perché amo così poco? Perché, almeno da questo momento, non mi butto allo sbaraglio nel fuoco dell’amore, per rimanere lì a bruciare fino a consumazione totale? … Con l’aiuto di Dio sento, so che posso ancora imparare ad amare.

Annalena Tonelli, 25 Dicembre 1995

In uno dei biglietti augurali che ho ricevuto per l’ordinazione diaconale celebrata il 21 settembre, un caro amico mi ha Scritto la precedente citazione. Oltre alla gratitudine per la scoperta della storia della missionaria cattolica Annalena, al servizio in Africa per trentatré anni e uccisa nel 2003 da un commando armato nel centro assistenziale che dirigeva in Somalia, sono grato perché questo amico ha sintetizzato un sentimento che spesso ho sentito e sento abitare il mio cuore. I miei tanti limiti che sperimento nel cammino non spengono il desiderio di continuare l’apprendistato al servizio del popolo di Dio. Mi accorgo di quante cose sono cambiate negli anni, specialmente da quando ho intrapreso il seminario, ma questo motivo di fondo rimane: “so che posso ancora imparare ad amare”.

Due giorni fa il vescovo ha imposto le sue mani sul nostro capo, e con il dono dello Spirito ha ordinato diaconi me e altri tre amici. Diaconi prima del sacerdozio, ha ricordato Il vescovo Pierantonio, perché il pastore prima di tutto si mette al servizio prendendo esempio da Gesù: “il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45) (Dove per molti si intendono le moltitudini).

Il Sì che abbiamo ripetuto a Dio davanti al Vescovo, mi son reso conto in questi giorni, vibrava della mia voce unita alle molteplici tonalità di voce di tutti quei Sì che ho incontrato lungo il mio cammino. Primo quello dei miei genitori, dedicato a crescermi con amore, quello degli amici e dei fratelli che mi hanno preceduto in scelte di vita e per la vita. Il Sì di santi sacerdoti e formatori che ho incontrato e mi hanno testimoniato l’amore fedele e gratuito di Gesù. Il Sì di persone che con semplicità, nel quotidiano, hanno saputo compiere bene la loro missione per la comunità, in modo particolare per la cura dei malati, dei disabili, dei poveri, di coloro che stavano perdendo speranza. Il sì di donne che hanno donato la loro vita a Cristo e alla sua Chiesa con gioia. Il sì di famiglie aperte alla vita e all’accoglienza. Il sì di coloro che si impegnano per la vita pubblica, per l’educazione e la salute con carisma cristiano. Potrei proseguire con un lungo elenco, ma semplicemente vorrei dire che tutto ciò ha contribuito a desiderare di voler rispondere anch’io alla chiamata all’amore che il Signore ha messo nel mio cuore, dicendo il mio Sì e riconoscendo che questo amore viene da Lui.

Domenica 22 settembre ho battezzato per la prima volta 11 bambini. Tra i pianti e i gemiti dei piccoli ho sentito risuonare i Sì dei genitori e dei padrini e delle madrine che desiderano per questi nuovi cristiani una vita come figli di Dio e quindi educare e testimoniare loro che essere Cristiani è bello perché si è nel cuore del Padre e non c’è mancanza che possa impedire a Dio di amarci. Anche questi sì mi scaldano il cuore e incoraggiano a proseguire il mio cammino verso il sacerdozio, che a Dio piacendo, sarà a giugno 2020. 

Ringrazio la comunità per la preghiera con cui mi ha accompagnato e chiedo di continuare a ricordarmi al Signore.

Nicola

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Ordinazione diaconale di Nicola Mossi

Il campo della bellezza

Il titolo suggestivo, è un modo per introdurre il tema che quest’anno ha accompagnato i campi scuola dei pre-adolescenti e adolescenti.

Innanzitutto, bella la cornice della Valle Aurina dove abbiamo trascorso un paio di settimane con due turni di presenza: il primo per i ragazzi delle medie e il secondo per quelli delle superiori. Inoltre, anche il gruppo delle famiglie, ha, poi, continuato l’esperienza dopo di noi nella stessa struttura sita in St. Jakob.

Proprio il tema della bellezza ha interessato i lavori di gruppo e cercato di coinvolgere lo stile delle giornate. Parlare della bellezza non è certamente un tema semplice e di questo ne eravamo consapevoli. Per tale motivo, è apparso un po’ come una sfida che volentieri abbiamo accettato. Non è semplice, per il fatto che è un argomento che dai per scontato ma quando sei chiamato a parlarne e a provare a descrivere cosa sia, ti accorgi che ti mancano le parole. A riguardo, va sottolineato come sia importante portare a parole cioè raccontare quello che vivi, pensi, a esprime le tue riflessioni, i tuoi valori, perché ti permette di rielaborare le cose e farle tue.

Non è semplice parlare di bellezza, inoltre, perché mentre ne parli, un po’ è come se la tradissi!

La bellezza ti trafigge, ti lascia a bocca aperta, perché ti apre allo stupore, al mistero che ti supera. Ciò nonostante, ci è servito approfondire questa tematica e credo ci abbia fatto bene. Abbiamo considerato l’ipotesi che ci si possa allenare a cogliere la bellezza che ci circonda e che abbiamo dentro. L’allenamento passa attraverso l’attenzione ai nostri sguardi che diventano anche un modo per capire chi siamo (l’occhio vede sempre ciò che ama); attraverso la cura e l’arricchimento del nostro linguaggio.

Disporre di un maggior numero di parole vuol dire anche disporre di un maggior numero di categorie per descrivere i nostri sentimenti e soprattutto perché il pensiero mi è possibile perché c’è una parola che lo riconosce. L’allenamento, ancora passa attraverso il metterci in ascolto, soprattutto della Bellezza che rende belli ossia di Dio.

A volte qualche spunto di riflessione può darci un’indicazione per intraprendere percorsi di approfondimento che possono renderci la vita migliore. Ci auguriamo che il lavoro proposto sia andato o andrà in questa direzione. 

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Camposcuola 2019 in Valle Aurina

Tu es sacerdos in aeternum

Con l’ascensione inizia la nostalgia del cielo. Di noi che restiamo nella storia, a fidarci di un corpo assente, a fidarci di una Voce. Ebbene, io sto con la voce. Continuo a starci. La senti cantare dentro, riaccendere, farti cuore. E l’assenza diventa una più ardente presenza. Nel racconto dell’ascensione, il Vangelo, a sorpresa, parla più di me che di Cristo. Io ricevo oggi la stessa consegna degli apostoli: annunciate. Niente altro. Non dice: organizzate, occupate i posti chiave, assoggettate, solo annunciate. Il vangelo. Non le vostre idee più belle, non la soluzione di tutti i problemi, non una politica, o una teologia, solo il Vangelo. E mi sembra persino facile, quando lo amo e lo respiro. Ce la farete, dice Gesù, certo fra sangue e prodigi, tra veleni e lacrime, tra parole che non vengono e parole irresistibili. Io ce la farò a trasmettere la Parola, a farla viva oggi, a renderla canto e sole. Anche se faccio fatica a credere, posso e devo aiutare altri a credere…

Una pennellata dopo l’altra, padre Ermes Ronchi* disegna con parole nitide, da assaporare e meditare, l’identità e l’essenza del sacerdote:

Io sto con la Voce.
Continuo a starci

La vocazione. Poi gli anni di studio, di meditazione e preghiera. Quindi la consacrazione ricevendo il sacramento dell’Ordine.

Ricordo che quando ero ragazzina il sacerdote era visto come un’autorità. A noi ragazzi veniva insegnato, quando lo incontravamo, di salutarlo con “riverisco”. Ciò contribuiva a renderlo distante, abitualmente sul pulpito o sull’altare.

Grazie al concilio vaticano II, oggi il sacerdote è uomo fra gli uomini, accanto ad essi come guida, ascolto, medico delle anime, punto di riferimento e mediazione tra il divino e  l’umano in perfetta sintonia con il sacerdozio di Cristo. Amministrando i Sacramenti dona ad ognuno di noi che formiamo comunità attorno al nostro pastore, la grazia divina che è cibo e sostegno per il cammino della vita, verso una continua crescita spirituale a cui siamo chiamati.

Conosco sacerdoti che hanno l’età dei miei figli, anche più giovani, che hanno ascoltato la Voce, compiendo la scelta estrema di riempire il loro cuore d’Infinito, soprattutto di questi tempi, in un mondo dove quasi tutto è apparenza, volubilità e seduzione. “L’essenziale è invisibile agli occhi” (A. De Saint-Exupery: Il piccolo principe): non per loro e li guardo con profonda ammirazione e con tanta materna dolcezza.

Credi sempre ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni

É con vera gioia che ci apprestiamo a vivere l’ordinazione diaconale di Nicola Mossi in prospettiva dell’ordinazione presbiterale. Questo evento è segno di una comunità che, non solo continua a generare alla fede cristiana i suoi figli mediante il battesimo, ma è anche in grado di suscitare risposte vere e generose a quel Signore che continua a chiamare uomini e donne a donare la propria vita totalmente a servizio del Vangelo. É segno di una vivacità di fede di una comunità cristiana in un tempo in cui non è semplice per la Chiesa raggiungere il cuore dei giovani e “convincerli” che la “via” della vita di ogni uomo è Gesù, la verità è la sua parola, la vita è dono suo perché Lui è la vita… e ogni altra proposta è un mezzo per l’esistenza umana solo se è orientata a questa verità.

L’ordinazione di Nicola, ancora, è segno di una famiglia che ha saputo trasmettere ai figli la fede cristiana e non trattiene uno dei figli al dono di sé per una vita oggi controcorrente, ma capace di dare pienezza di significato.

É gioia per la nostra comunità perché coglie in uno dei suoi giovani la capacità di mettersi in piena sintonia con Gesù-Parola del Padre e cogliere che il suo disegno è un progetto d’amore, che pienamente corrispondente alle aspirazioni che un giovane porta nel suo cuore e che si realizza in un dialogo d’amore, dove la vocazione si compie solo quando, nella piena libertà, il chiamato sente che donarsi non è perdersi, al contrario è pienezza di vita, di amore e di gioia, è ritrovarsi. Tutto ciò non annulla la fatica della ricerca, la sofferenza dei momenti bui, l’incomprensione di un mondo lontano o chiuso alle proposte di Dio, il rallentamento del cammino, la pazienza di capire, l’attesa di segni, il silenzio di Dio, le prove della vita, la rinuncia ad altre scelte, i dubbi e la stanchezza per un percorso lungo, impegnativo e a volte difficile, l’abbandono da parte di alcuni amici che non capiscono …

Nicola, dopo aver sperimentato e gustato altri tipi di esperienze di vita, ha scelto, non per disprezzo di ciò che ha lasciato, anzi, forse anche grazie a ciò che ha lasciato, di vivere una vita tutta dedicata al servizio di Dio e dei fratelli nella vita diaconale-secerdotale, attraverso la chiamata del Signore, confermata dal discernimento della Chiesa e da lei confermata mediante l’ordinazione sacra.

Ora la Chiesa, mediante il ministero del Vescovo, mette nelle sue mani il Vangelo di Gesù, del quale Nicola diviene l’annunciatore. Il Vescovo, mentre gli offre il Vangelo lo esorta con queste parole:

“Credi sempre ciò che proclami”: è un invito a rinnovare l’atto di fede nella Parola, quale è veramente: non parola di uomini, ma parola di Dio; è esortazione a meditarla con perseveranza, a rispettarne il messaggio, a non togliere e aggiungere nulla, ad annunciarla non in modo formale, ma con un cuore che crede e aderisce a ciò che annuncia.

“Insegna ciò che credi”: è un mandato preciso, che alla Chiesa deriva da Gesù; è Lui che ha scelto fin dall’inizio alcuni uomini perché “stessero con Lui e per mandarli”. Così la Chiesa ancora oggi, nel suo nome, sceglie e conferma gli annunciatori del Vangelo e li manda per compiere la sua missione. L’annuncio che affida scaturisce dalla fede: per questo l’evangelizzatore deve contemporaneamente “stare” con Gesù e “andare” ad annunciare il suo vangelo. Questo vuol dire l’invito ad “insegnare ciò che credi”! Non porti te stesso, la tua parola, le tue convinzioni … ma Colui che è in te e con il quale vivi in piena comunione. “Guai a me se non annunciassi il Vangelo”.

“Vivi ciò che insegni”: la credibilità dell’annuncio si fonda primariamente sull’opera dello Spirito Santo, ma anche sulla coerenza tra ciò che si annuncia e ciò che si vive, pur nella consapevolezza del proprio limite e della propria debolezza. L’annuncio, dunque, si compie insieme con la parola e la testimonianza di vita.

Ecco allora il primo atteggiamento: essere segno di Cristo servo: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita per il mondo”. Così, il diacono è servo della volontà del Padre, della missione di Gesù, dell’amore dello Spirito Santo, che l’ha consacrato e reso capace di servire come Gesù. “Se io, Maestro e Signore, ho lavato i piedi a voi, così anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”.

Grazie, Nicola, per la tua risposta alla chiamata del Signore! Grazie per lan tua testimonianza di amore a Gesù e alla Chiesa! Grazie perché ci dici che “non è mai troppo tardi” per rispondere agli inviti di Gesù! Grazie per la testimonianza e l’amore che mostri verso la comunità che ti ha generato alla fede e nella quale è sbocciata la tua vocazione sacerdotale.

I tuoi sacerdoti

Pasqua: primavera della vita

“Ti sei mai chiesto, Marco, perché l’uovo è il simbolo profano della Pasqua?”

Nonna Lucia interpella il nipote di quattordici anni, che la guarda perplesso. Marco non si è mai sognato di porsi questo tipo di quesiti. Alla sua età le domande sono altre, le risposte cercate faticosamente. La nonna insiste: “Marco, seriamente, perché nel periodo pasquale e di questi tempi, anche molto prima, i negozi, i supermercati sono invasi da uova di cioccolato d’ogni grandezza e colore, agghindati da variopinte e luccicanti carte? Per chi sa andare oltre ciò che appare, non è solo business, ma una tradizione che racconta come ogni tipo d’uomo rimandi alle potenzialità della vita. In un uovo di gallina, per esempio, ci sono tutte le cel- lule, i nutrienti e le chimiche che daranno vita a quei piccoli deliziosi pulcini che, becchettando il guscio, si apriranno alla luce”.

Marco è sempre più perplesso e Lucia gli legge negli occhi che la sta a sentire per educazione, per affetto, senza capire dove la nonna voglia andare a parare. O meglio, Marco intuisce che Lucia vuol fargli un sermone poiché da un po’ di tempo egli non frequenta più l’oratorio, a Messa si annoia ed in chiesa va raramente. Lucia indovina i pensieri di Marco ma, imperterrita, continua a parlargli: “Sai qual’è l’uovo della nostra vita interiore? L’habitat ideale per la crescita del nostro spirito o, se preferisci, della nostra anima? É il Vangelo: la Parola che possiede in sé l’alchimia perfetta per condurci là dove un uomo, chiamato Gesù, ha dato prova d’essere Figlio di Dio, squarciando un sepolcro, invadendo di luce l’umanità. Marco, dopo il deserto c’è la foresta, dopo l’inverno c’è la primavera, dopo la morte c’è la Pasqua: primavera eterna della vita”.

Lucia sa per esperienza che certe parole, apparentemente non percepite nell’immediatezza, possono riaffiorare chiare in alcune fasi della vita e per questo sente la necessità, dettata dall’amore, di spenderle per Marco.

Buona Pasqua!

Resurrezione: una speranza per vivere

A cura di Maria Piccoli

É vicina la Pasqua, questo giorno tanto atteso, sofferto, desiderato, verso cui stiamo camminando nell’austerità della Quaresima, sta giungendo. É un giorno che è alle nostre spalle perché è già cominciato duemila anni fa, è davanti a noi perché siamo ancora sui sentieri che portano a questa dolce esperienza, la resurrezione ancora dovrà completarsi nella vita di ciascuno di noi, ma ci è data la certezza che la morte non è l’ultima parola.

Pasqua è una speranza per vivere che ci viene indicata dalla resurrezione di Cristo che squarcia il velo delle tenebre ed illumina la terra donandoci frutti di misericordia rigenerante e di fedeltà gioiosa. La Pasqua è un annuncio di speranza e di consolazione perché, attraverso la resurrezione, viene a consegnarci un’eredità donata dal Padre che non si corrompe, non si macchia e non marcisce ma ogni giorno è rinnovata alla luce di questo grande mistero che esplicita amorevolmente la fedeltà di Dio che non si è dimenticato dei suoi figli e ancora vuole fargli dono di speranza per continuare a vivere nelle tempeste del mondo quotidiano. La Pasqua è un grido di speranza e di liberazione per tutti gli oppressi, per tutti i sofferenti nella carne e nello spirito.

Continua a sperare nella luce della Pasqua…

Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Dio è con te anche nella tribolazione!

Il vanto di essere cristiani

E’ stan Paolo che parla di questo, cioè del vanto di essere cristiano; non perché sono migliore di te, ma perché sono stato ricolmato di beni. Il vanto è: nonostante tutto, nonostante i miei peccati, Dio mi vuole bene, nonostante i dolori e le fatiche della mia vita, c’è una speranza che non mi abbandona. C’è un vanto anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza; una speranza che parla di resurrezione e di vita.

La speranza non delude

Perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Dio ci vuole bene e ci dona suo Figlio Gesù. Questa è luce nella tribolazione sapere che nella nostra vita l’amore di Dio ha trionfato e ci è stato donato in una misura sovrabbondante. A noi tocca continuare a correre nella Speranza della Pasqua, perché nessuna tribolazione viene per farci restare nel buoi, ma nella luce della Pasqua.

Antonio – un ammalato

Buon compleanno sede

Dieci anni sono passati dall’inaugurazione della nostra sede quante cose sono state realizzate e quante persone si sono avvicendate nei vari ruoli.

Obbiettivo comune far si che i nostri Hamici si divertano e possano fare tante belle e nuove esperienze. Ricordo che tante persone ci hanno aiutato ad essere ciò che oggi siamo cioè una realtà radicata in Leno, quanti obbiettivi raggiunti e realizzati con tenacia e tanto impegno, un pensiero va anche a chi ci ha lasciato, ma che sicuramente ci protegge da lassù.

Un grazie di cuore ai Pionieri, che con tenacia e impegno già da subito ci hanno creduto e anche a tutte quelle persone che vedendo cosa stavamo cercando di realizzare hanno creduto in noi e nel nostro lavoro e ci hanno sostenuto.

I risultati ottenuti si sentono e si vedono.

Non ci stancheremo mai di invitare le persone che vogliono investire un po’ di tempo nel volontariato a venire a trovarci, sicuramente saranno le benvenute.

Se vuoi sostenerci con la tua goccia dona il tuo 5 x mille al codice fiscale 97008790178

L’associazione Hamici nella ricorrenza delle festività porge i migliori auguri di Buona  Pasqua 

Lettera di don Prandelli, fidei donum in Venezuela

Un po’ in ritardo, però con molta simpatia, invio gli auguri di Natale a tutti voi: amici del Venezuela, amici, del Grimm, famiglie adottanti, Arrigo Arrigoni del gruppo missionario di Palazzolo Milanese e Cassina Amata. Da 16 anni sto lavorando in Venezuela come missionario “fidei donum” di Brescia, però il Natale che stimo vivendo in Venezuela quest’anno è diverso dagli altri, molta gente se ne è andata dal Paese per necessità, molti altri sono migrati nella nostra zona aurifera in cerca di fortuna, per cui non potranno vivere in famiglia queste feste. Anche i segni esterni del Natale sono pochi e la gente non può comprare regali. Quello che guadagna non basta per il cibo. Un po’ meglio se la passano i minatori, che però rischiano aggressioni, estorsioni, malattie, soprattutto la malaria. Per questi e altri motivi già molti sono morti o sono stati ammazzati. Nella ricerca dell’oro si stanno invadendo zone di foresta del territorio indigena, le conseguenze sono devastanti per l’ambiente, aumenta l’inquinamento dell’aria e dei fiumi, e molte comunità indigene hanno perso la tranquillità. Si parla anche di massacri perpetrati da bande armate. In un prossimo messaggio invio foto dell’attività che sta svolgendo suor Concita e alcuni collaboratori per i bambini delle comunità indigene Kariña.

Di nuovo saluto tutti e invoco su di voi la benedizione divina, che Gesù bambino porti la pace nei vostri cuori, nelle vostre famiglie e nel mondo intero.

Don Giannino Prandelli 

Anno nuovo…

Eccolo! Annunciato da botti e fuochi d’artificio, il nuovo anno è iniziato.

Alla mia non più giovane età, da un po’ di anni, guardando lo spettacolo pirotecnico di luci che esplodono nel cielo mille colori, ma che, come meteore, subito svaniscono, mi chiedo come saranno i giorni che mi, che ci attendono. Quali sorprese positive o meno incontreremo? La risposta l’avremo solo vivendo giorno dopo giorno.

La vita è il meraviglioso dono che si compone e prende forma nello stile che noi vogliamo darle. Possiamo scegliere di viverla concentrati su noi stessi, alla ricerca dei piaceri o delle cose che pensiamo ci possano rendere felici. Oppure viverla avendo acquisito la convinzione che la vita è un cammino da percorrere insieme: nella famiglia, nella comunità civile e religiosa, nella società.

Il giorno del’Epifania, alla Messa nella chiesetta dell’ospedale, don Riccardo, nella sua bella e profonda omelia, ha usato un’espressione che mi ha molto colpito e che ho portato a casa con me:

Non anestetizziamo il cuore!

Nell’attuale contesto sociale, la propaganda, la pubblicità, la comunicazione quasi esclusivamente virtuale, falsano la visione concreta, piena e vera della vita. Anestetizzano il cervello ed i sentimenti perché tutto ciò che ci raggiunge non può essere verificato o sperimentato, tanto da chiedermi se sia la mia testa a ragionare in un certo modo o se ormai sia inquinata da una overdose di messaggi, anche subliminali. A questo punto, alzare gli occhi dal telefonino o distoglierli da qualsiasi video, per posarli su una pagina del Vangelo, è un buon metodo di verifica.

Mi sorprendo che il testo, sia esso una parabola o un detto di Gesù, anche se so di conoscerlo, mi suggerisca ogni volta punti di vista nuovi ed inesplorati, preziosi per affrontare la realtà. Cristo conosceva profondamente l’animo umano ed il Vangelo è il perfetto manuale di istruzioni per vivere intensamente e risvegliare il cuore dalle anestesie. Provare per credere!

Buon anno e buona vita.

Verrà a visitarci dall’alto come sole che sorge

Credo che ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, abbia fatto l’esperienza di alzarsi al mattino presto e recarsi in un luogo un po’ “speciale” per veder sorgere il sole. E’ un’emozione particolare, soprattutto là dove si passa repentinamente dal buio pesto alla luce celestiale, che precede immediatamente il giallo-rosso del sole che sorge. Questa visione dà proprio l’impressione di passare dalla morte alla vita, dal nulla all’esistenza, dalla paura alla gioia, dal turbamento alla pace. Un’esperienza particolare io l’ho vissuta sul monte Sinai. Insieme con alcuni amici sacerdoti, sono salito di notte, al buio, in stile di pellegrinaggio di fede, pregando e meditando l’esperienza di Mosè, descritta nelle Sacre Scritture, mentre sale questo monte per incontrare Dio. 

Un monte desertico, aspro, arido, alto, imponente, che ti mette alla prova … E, mentre tu credi che dopo tanta fatica troverai finalmente Dio, improvvisamente ti accorgi che, nel segno di quel sole, è Dio che trova te, sorgendo furtivamente come il sole, che sorprendentemente si innalza sopra quel monte, pure altissimo e maestoso, mai però quanto quella luce che, apparentemente lontana, ti avvolge con un abbraccio che ti riscalda dopo il freddo della notte; ti ridona forza dopo la fatica della salita; ti ristora dopo il lungo cammino; ti accarezza come fosse una madre; ti dona coraggio dopo la paura del buio che ti impedisce di vedere dove metti i piedi; ti ridona speranza dopo il dubbio di riuscire nell’impresa; dona forma ad ogni cosa che non riuscivi a riconoscere … e avresti voglia di non più staccarti dall’incantevole visione di quella luce e di quanto, vicino e lontano, sotto i tuoi piedi e all’orizzonte, questa luce ti concede di ammirare. Comprendi allora quanto è bello il creato, quanto è bello l’uomo, centro di questo creato e a lui offerto per vivere nella meravigliosa vita che Dio gli ha donato.

Ecco perché fin dai primi secoli (336 d. C.) i cristiani hanno offerto anche al mondo di coloro che adoravano il sole come fosse un dio, l’annuncio del Natale come la possibilità di conoscere quel Dio che ha creato quella meraviglia che è il sole, e hanno fissato la festa della nascita di Gesù proprio nel giorno in cui i “pagani” celebravano il “dies natalis solis invicti” (la festa del solstizio di inverno). Gesù è il vero sole non vinto dalle tenebre. 

Dunque, la festa cristiana del Natale ha voluto collegarsi a simboli, usanze, tradizioni già presenti per rivitalizzarle mediante il significato nuovo che la venuta al mondo di Gesù comportava. “E questo spirito di “rinascita” alla luce e alla vita può essere rivissuto anche oggi: segna l’avvento nel mondo di una nuova luce, capace di dissipare le tenebre che anche oggi ci minacciano, e di una nuova vita inaugurata dalla presenza di Dio tra gli uomini, che può far sentire Dio non come realtà lontana e indifferente, ma vicino e coinvolto con la storia umana”.

Anche oggi Dio, nella persona del Figlio, “viene a visitarci come sole dall’alto” e desidera che noi cristiani aiutiamo gli uomini a comprendere come anche oggi Dio ci offre Gesù come un dono d’amore e un segno che non si impone, ma interpella il cuore. Ecco il perché di un “segno” fragile e debole come “un bambino” . “Ogni bambino chiama in causa la capacità di cura dell’adulto poiché si presenta inevitabilmente sotto i tratti della fragilità umana … Gesù bambino si consegna nelle nostre mani, lasciando che siamo noi a disporre di Lui. Egli, nella storia, ha incontrato mani accoglienti e mani ostili in ogni tratto del suo camminare in mezzo a noi, da Betlemme al Gòlgota, dalla mangiatoia al sepolcro. Il Bambino è segno dell’identità stessa di Dio”.

Il vecchio Simeone al tempio, prendendo tra le braccia questo Bambino, riconoscendo in lui il segno dell’amore di Dio, ebbe ad esclamare: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace … perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza!”.

La nostra fede ci dice che la debolezza di quel Bambino, che morirà crocifisso, è la potenza dell’amore di Dio. E’ la potenza che vince il male, l’odio, la violenza, la vendetta, la morte.

Non lasciamo che il Natale venga “mondanizzato”. Impegniamoci, invece, a cristianizzare i segni “mondani” del Natale, perché anch’essi si trasformino nel richiamo al mistero dell’amore di Dio per ogni uomo. Luci, regali, pranzi, vacanze … tutto diventi segno della festa e della gioia che nascono dal’ingresso di Dio nella storia e dal suo farsi nostra guida e compagno di viaggio nella nostra vita.

A tutti un augurio che sgorga dal cuore dei vostri sacerdoti e delle nostre suore.