La vocazione del sofferente “apostolo nella Chiesa”

La pagina dell’ammalato

Il fatto che il beato Luigi Novarese affermasse ed annunciasse la vocazione e la missione proprie alla persona sofferente o disabile, gli ha procurato per parecchi anni contraddizioni, se non addirittura aperta incomprensione ed ostilità; egli, nonostante tutto, ha avuto il coraggio di proporre ai sofferenti un’idea: il malato, il sofferente è un “chiamato” da Dio a valorizzare la sua sofferenza unitamente a quella di Cristo. Egli non ha mai considerato il dolore, un bene a sé, un elemento positivo e costruttivo; anche per lui tale realtà acquisiva il suo valore dal Vangelo: “É chiaro che l’uomo non può intrinsecamente avere una vocazione al dolore, essendo il dolore in sé stesso una disperata inutilità. Dio non ha creato il dolore e non è stato lui ad introdurlo nella storia dell’umanità, come risulta dal protovangelo (cfr. Gen. 3,14-19).

L’uomo è stato la causa del male del mondo; Dio invece è l’eterna carità, sempre in cammino, infinitamente geniale nelle sue manifestazioni, le quali nei nostri riguardi diventano espressioni della sua infinita misericordia. Egli bussa alla porta del nostro cuore perché si spalanchi al sole della sua infuocata carità, che brucia, sana, vivifica, valorizza” (Luigi Novarese, Un dono del papa ai sofferenti, Ed. CVS, Roma 1983, pp. 14-15). Ciò che dà valore alla sofferenza non è certamente il dolore in se stesso, ma l’accettazione e l’offerta di esso, vissute per amore in unione all’offerta del Cristo.

Nella Salvifici Doloris viene esplicitata la prospettiva della partecipazione dell’uomo al mistero della redenzione, proprio in virtù della specifica “chiamata” che ogni sofferente riceve dal Cristo: “La sofferenza, infatti, non può essere trasformata con la grazia dall’esterno ma dall’interno (…), questa è, infatti, soprattutto una chiamata. É una vocazione.

Cristo non spiega in astratto le ragioni della sofferenza a quest’opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza, per mezzo della mia croce. Man mano che l’uomo prende la sua croce, unendosi spiritualmente alla croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico della sofferenza” (SD, n. 26). Le persone sofferenti hanno bisogno solamente di una spiritualità ecclesiale. Si deve smettere di rivolgersi a loro e di parlare loro “in quanto ammalati”; prima di essere malati sono degli uomini e dei figli di Dio, perché quindi metterli ancora da parte nella Chiesa?

Il cardinale Jean Danielou così descrive il ruolo del malato nella Chiesa: “Ciascuno ha il suo ruolo nella Chiesa. Ma se è vero che il Cristo ha salvato il mondo più con la sua passione che con la sua predicazione, bisogna dire che il ruolo della sofferenza in generale, ed in special modo il ruolo dei malati per contribuire alla salvezza del mondo, cooperando alla passione di Cristo, è del tutto essenziale. La vocazione generale diventa personale allorché la persona determinata per mezzo del Battesimo viene innestata nel Corpo Mistico. In questa dimensione misteriosa ma reale, il fedele porta con Cristo la propria croce vivendo quanto la sofferenza, in ordine morale e fisico, vi è nella vita stessa (L. Novarese, La vocazione del sofferente, in L’Ancora, 4-5 1071, p.2).

(Cristian C. un ammalato)

Fondati sulla fede degli Apostoli

Nessuna comunità può dirsi ed essere Chiesa di Cristo e nessuno di noi può dirsi ed essere cristiano se non in riferimento alla fede trasmessa dagli Apostoli e dai loro successori, i Vescovi. La garanzia che noi oggi viviamo la vera fede nel Dio di Gesù Cristo risiede nel fatto che mai si è interrotta la “successione apostolica”, cioè quella catena di Vescovi che ci riconduce alla persona di Gesù e ai primi suoi Apostoli.

Certo, nei secoli la Chiesa ha vissuto meravigliosi tempi di comunione, ma ha visto anche tante divisioni; ha annoverato nel suo corpo tanti santi, ma anche innumerevoli peccatori; ha avuto tanti martiri, ma anche tanti apostati; ha tenuto comportamenti radicati nel Vangelo, ma anche tante defezioni; ha tenuto comportamenti moralmente retti, ma anche deviati e devianti… Ma, grazie all’assistenza dello Spirito Santo e al succedersi di Vescovi in piena comunione tra di loro e con il deposito della fede ricevuta dagli Apostoli, ha mantenuto intatta la vera fede e noi oggi abbiamo la garanzia di non essere altro, rispetto alla Chiesa che Gesù ha voluto e di non annunciare altro che il suo Vangelo, cercando, seppur con tanti limiti e tanti errori, di far corrispondere ad esso una vita coerente.

Nella storia sono cambiati i modi di mettere in pratica il Vangelo perché cambiano le culture o anche perché i cristiani sbagliano nell’interpretare il Vangelo nella propria vita, ma la fede cristiana rimane sempre la stessa, grazie alla vigilanza di coloro che il Signore ha chiamato a trasmetterla nella sua integralità e per questo ha garantito a loro un’assistenza particolare dello Spirito Santo: prima gli Apostoli e poi i Vescovi. É per questo che noi ora dobbiamo dire grazie a Dio per il nostro Vescovo Luciano, che, dopo dieci anni di servizio pastorale intenso, lascia la nostra Diocesi. L’abbiamo conosciuto come un pastore buono, generoso, sollecito alle necessità di tutti, mite e umile. Un vescovo cosciente che il primo suo impegno è quello di annunciare la Parola e confermare i fratelli nella fede. Un pastore innamorato della Parola e talmente famigliare con essa per cui ha saputo illuminare e discernere gli eventi della nostra storia alla luce delle Scritture e darci le dritte per un cammino di discepolato vero e innamorato del Maestro.

Grazie a Dio, dunque, per avercelo donato e grazie al Vescovo Luciano per aver svolto con impegno e passione il suo ministero, senza cedimenti di fronte alle fatiche, alle avversità e alle resistenze del suo gregge. Grazie per averci testimoniato la gioia del cristianesimo vissuto nell’oggi della storia. Grazie per aver vissuto il suo episcopato nella convinzione che è un meraviglioso dono di Dio per lui e per la Chiesa. Grazie per averci detto tante volte in modo non formale, ma convinto, che è bello essere vescovo in questa nostra Chiesa Bresciana, nonostante gli abbiamo dato anche sofferenze e preoccupazioni. Ed ora prepariamoci ad accogliere il nuovo Vescovo nella persona di Mons. Pierantonio Tremolada, che fa parte di quella catena, che si chiama “successione apostolica”, per cui possiamo essere certi che viene a confermarci e a consolidarci nella fede apostolica e ci aiuterà a trovare i modi migliori per viverla nel tempo che si rinnova.

Ho la gioia di conoscerlo per averlo incontrato in più occasioni quando ero al servizio delle vocazioni e del diaconato permanente, in quanto lui aveva il mio stesso incarico nella Diocesi ambrosiana. Ho potuto già allora constatare la sua preparazione biblica e pastorale, il suo amore per la Chiesa e per l’annuncio del Vangelo e la sua ottima capacità relazionale. Mentre lo attendiamo preghiamo e prepariamo il nostro animo ad accoglierlo con benevolenza, perché il nostro amore per lui e l’accoglienza obbediente delle sue indicazioni pastorali possa permettergli di svolgere con serenità il suo ministero secondo la volontà del Signore, in modo che la nostra Chiesa diocesana compia un cammino di conformazione a Cristo e di autentico discepolato nella fede.

Il suo arrivo non sia un evento che ci trova indifferenti, perché manifesterebbe l’incapacità a riconoscere le radici della nostra fede cristiana e l’incoscienza della necessità del nostro legame con il Vescovo per riconoscerci ed essere pienamente comunità cristiana.

Mons. Giovanni

Pasqua – Cristo è risorto

Rivive a Pasqua nel nostro cuore l’esperienza ineffabile di coloro che videro il Risorto dopo aver constatato che il sepolcro era rimasto vuoto: Maria e le pie donne; Pietro e i discepoli. Un raggio di divina certezza illuminò il loro spirito; l’ultima, definitiva parola di Cristo era stata pronunciata; ed era di vittoria. Cristo è risorto! Questo l’annuncio della meravigliosa certezza cristiana, che avrebbe superato i secoli ed in una sola corrente di esultanza e di fede, sarebbe giunto fino a noi, per essere ripetuto di generazione in generazione, fino al ritorno del Vivente.

 

Verità storica della resurezione 

Il fatto che a Pasqua ricordiamo e celebriamo è un fatto non dubbio, anche solo da un punto di vista storico. È storico il fatto che Cristo è morto. Molti l’avevano visto sulla croce, sfinito. La sua morte era stata constatata oltre che da sua Madre e dai suoi discepoli, dalle autorità, dai suoi carnefici, dai nemici tutti personaggi storici, di molti di essi abbiamo i nomi, conosciuti dall’evangelista e viventi mentre egli scriveva la sua narrazione i quali, se avevano avanzato l’ipotesi di un trafugamento del cadavere di Gesù da parte dei, suoi amici, non ne avevano messo in dubbio, però, l’avvenuta morte. Come la morte, così è un fatto storico la risurrezione. Lo attestano gli apostoli, in un primo tempo increduli, ai quali Gesù apparì ripetutamente vivo e vero e con i quali parlò, ed i discepoli che, a gruppi persino di cinquecento persone come narra S. Paolo, più volte lo videro nei giorni seguenti la sua risurrezione.

 

Il trionfo della vita

«Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede» dice S. Paolo. Con la risurrezione di Cristo, ha avuto inizio la certezza della vita, nella coscienza della Chiesa. Da quel giorno è stato aperto ad ogni credente l’orizzonte di una infinita speranza.
Per i credenti, la morte è già vinta: «Io sono la Risurrezione e la Vita, dice Gesù, chi vive e crede in me non morrà, ed anche se fosse morto, vivrà». Gli altri, i superbi, i negatori di Cristo, i persecutori dei suoi seguaci, non sono che dei vinti dalla morte. Tragica è la loro situazione e diventa grottesca quando mandano guardie al sepolcro di colui del quale mostrano di avere paura proprio mentre lo proclamano morto.
Ad essi l’augurio di incontrare il Vivente sulle loro strade, quando il terremoto, prima o poi, finirà con lo scoprire il sepolcro lasciato vuoto. Siamo tutti incamminati verso una mistica Galilea, per vedere Gesù; per partecipare della sua risurrezione ed avere la vita.
Lungo la strada ci conforta la parola della divina rivelazione e della nostra certezza: «Cristo è risorto!» Annuncio ed insieme augurio pasquale; essa porta a tutti un’offerta di pace; ai martiri, agli oppressi, ai perseguitati per Cristo, reca un proclama di vittoria.