Il 22 settembre ripartono i 10 comandamenti

Riparte anche quest’anno il percorso di annuncio di vita cristiana dei Dieci comandamenti, il linguaggio biblico della legge antica viene declinato in forma esistenziale per raccontare e proporre la libertà della vita redenta del Vangelo.

Riparte anche quest’anno il percorso di annuncio di vita cristiana dei Dieci comandamenti, il linguaggio biblico della legge antica viene declinato in forma esistenziale per raccontare e proporre la libertà della vita redenta del Vangelo.
Può sembrare azzardato immaginare di proporre incontri che parlino dei comandamenti ad un pubblico giovanile, ma l’efficacia della Parola di Dio e le provocazioni che da essa emergono divengono un valido percorso spirituale e di discernimento vocazionale.

La città sarà anche quest’anno animata da un’ulteriore edizione di queste catechesi pensate per giovani e adulti ed animata da un’equipe di predicatori costituita da giovani sacerdoti della città e responsabili della pastorale diocesana.

La proposta dei Dieci Comandamenti è composta da una serie di incontri settimanali (di un’ora ciascuno) aperti a tutti. Gli incontri iniziano il 22 settembre, ogni domenica dalle 19.30 alle 20.30, nella chiesa di S. Agata in Piazza Vittoria in Città, ambiente favorito anche dall’accesso dalla metropolitana e dall’ampio parcheggio interrato.
L’esperienza proposta è quella dell’incontro con la legge di Dio come legge d’amore, lo slogan che accompagna gli incontri è “dieci parole per dire amore”, e così la pretesa che porta con sé è che davvero Dio e la sua Parola abbiano la capacità di insegnare come amare e chi scegliere come Maestro nella propria vita.
Lontano dall’essere una semplice occasione di erudizione biblica i Dieci Comandamenti aprono all’incontro con il la sacra scrittura come paradigma di discernimento, ed in particolare nei confronti dei giovani questo diviene strumento di incontro con la vita della chiesa e possono crescere relazioni fraterne illuminate dalla rivelazione.

Sin dall’inizio nel 1993 a Roma, gli incontri delle Dieci Parole hanno avuto il fine primario di introdurre i giovani al discernimento della volontà di Dio, e consentire loro di imparare a prendersi “la parte migliore”, intesa come la propria vocazione. È questo quello che ha animato sin dall’inizio Don Fabio Rosini, ideatore del percorso.
“Cerchi qualcuno?” “Cerchi qualcosa?”. Queste domande, che interrogano soprattutto chi si affaccia alla età adulta e si sta formando, come per esempio in ambito accademico, anche se non emergono in maniera netta o restano in superficie chiamano ad una ricerca onesta della risposta.

Il corso è adatto soprattutto a quanti voglio essere informati sulla visione cristiana della vita e agli scettici verso Dio, per coloro che credono che Dio non centri con la propria vita ma che, per qualche motivo, non stanno comodi in queste risposte.
Accompagnati da una equipe di laici che hanno già compiuto il percorso, i predicatori saranno: don Nicola Santini (nella foto), don Andrea Dotti, don Marco Cavazzoni e don Giovanni Milesi, don Claudio Laffranchini e Padre Domenico Fidanza. Informazioni al numero 3336462737 o via email dieciparolebrescia@gmail.com o sul sito https://dieciparolebrescia.wordpress.com .

Vivere il Vangelo per diventare santi

Il Centro Oreb di Calino si propone di accogliere quanti, da soli o in gruppo, desiderano approfondire la vita di fede o verificare la vocazione

Prosegue il viaggio nei “Luoghi dello Spirito”, per conoscere meglio la realtà del Centro Oreb “Santa Maria dell’Arco” di Calino, che ha sede in una signorile residenza della fine del ‘700, donata, nel luglio del 1974, dalla signorina Maria Consonni. Dopo i lavori di ristrutturazione, l’8 gennaio 1983 ebbe luogo l’inaugurazione ufficiale, alla presenza di autorità civili e religiose. Il Centro Oreb si propone di accogliere quanti, da soli o in gruppo, desiderano approfondire la loro vita di fede o verificare la propria vocazione facendo un’intensa esperienza spirituale. Ne parliamo con la responsabile della struttura, Antonella Ruggeri.

Esistono diversi Centri Oreb, espressione e concretizzazione del carisma del movimento Pro-Sanctitate: in cosa si distinguono dalle altre case di spiritualità?

Il carisma del movimento è la chiamata universale alla santità. Il Centro Oreb di Calino è sede del movimento Pro Sanctitate; qui vivo io con altre tre laiche consacrate; insieme gestiamo e animiamo il Centro.

Da cosa deriva il nome Oreb? Perché questa scelta?

La montagna e il suo silenzio è il luogo privilegiato per l’incontro con Dio. Il monte Oreb è il monte dove, secondo le Sacre Scritture, Mosè ed Elia ebbero la rivelazione divina: il primo quando vide il roveto ardente e, successivamente, ricevette la Legge ed il secondo quando percepì la presenza divina in un “mormorio di vento leggero”.

Quali sono le principali proposte del Centro Oreb di Calino?

Ogni anno il movimento Pro Sanctitate propone un tema: sulla base di questo, al Centro Oreb vengono proposti corsi biblici, corsi di teologia fondamentale, esercizi spirituali residenziali, una scuola di preghiera e degli esercizi spirituali nella vita corrente. Il tutto, grazie alla collaborazione di sacerdoti e Vescovi. Ogni 15 giorni circa si tengono incontri più specifici, dedicati al Movimento.

Chi sono le persone che frequentano il vostro Centro?

Sono molti coloro che frequentano il nostro centro: adulti, singoli o coppie, giovani, bambini, famiglie, che sentono l’esigenza di rispondere alla chiamata di Dio attraverso l’adesione al movimento e al suo carisma o che, semplicemente, sono nostri “simpatizzanti” o ospiti.

Da quanto tempo vive in questo Centro? Come l’ha visto evolversi?

Vivo a Calino da 19 anni. Con il passare degli anni ho notato che l’attenzione della Diocesi per il nostro Centro è andata sempre aumentando. Nel tempo ho percepito l’affetto, la benevolenza e l’attenzione. Grazie all’opera silenziosa dei volontari siamo sempre riusciti a gestire al meglio il Centro e a farvi i necessari lavori di manutenzione. Anche la partecipazione alle iniziative proposte è sempre stata buona.

Come si entra a far parte del Movimento Pro Sanctitate?

Per entrare a far parte del Movimento è necessario esprimere il proprio impegno durante una celebrazione chiamata “Festa della Luce”.

Cosa significa esprimere e portare nel mondo la santità?

Parlare di santità significa vivere il Vangelo, attraverso una vita spirituale profonda e impegnata; grazie all’impegno apostolico che ci conduce fuori dal Centro per fare proposte nel territorio, possiamo proporre iniziative come la mostra sulla santità, nata per esprimere i diversi volti della stessa, che verrà inaugurata il prossimo ottobre a Calino ma sarà poi itinerante, come il nostro impegno per portare Gesù nel mondo.

Il bello dell’estate

Quando si avvicina l’estate e le giornate si allungano ci sembra di vivere di più. La luce dà pienezza ai nostri giorni, completezza alle nostre relazioni e pare rendere più chiara ed evidente la verità. Perfino la vita spirituale sembra rifiorire e riscaldarsi insieme alla natura e al calore del sole: quando al mattino ci svegliano i raggi del sole ci par di essere baciati della tenerezza di un Dio che conosciamo come Padre; camminando nella campagna per un po’ di svago e per dare vigore al nostro corpo godiamo della bellezza della natura che ci avvolge con tutti i colori: dall’azzurro al blu del cielo, dal bianco al giallo  della luce, dal rosa all’oro e al rosso del sole… per passare poi al verde della natura, all’oro del frumento, al colore della terra… e, ancora, ai variopinti fiori e frutti. E che dire del canto degli uccelli: il passerotto, la rondine, la gazza ladra, l’upupa, il merlo, la cornacchia, lo stornello, il fringuello… E, poi, ecco il guizzo di una biscia d’acqua, i salti di un leprotto, la corsa di un coniglietto, il canto di un gallo, la risposta di una gallina, il volo di un gabbiano… il saluto di un cucciolo… E, da lontano la vita, del paese: le grida di bambini che giocano, i nomi gridati a voce alta, i rumori della strada, i rintocchi delle ore, il suono delle campane. E qui viene alla mente l’”Ave Maria” di Carducci: 

Ave Maria! La campana squilli
ammonitrice: il campanil risorto
canti di clivo in clivo a la campagna.
Ave Maria!
Quando su l’aure corre
l’umil saluto, i piccioli mortali
scovrono il capo, curvano la fronte
Dante ed Aroldo.

Allora la brezza leggera, il vento che ti accarezza, l’aria che sfiora il viso sembrano segni di una Presenza, autore di tutta questa bellezza, che pare ci dica: “Guarda, ammira, accogli, contempla, stupisci e… loda, ringrazia, gioisci e condividi. E, ancora, ci soccorre la poesia di Carducci:

Una di flauti lenta melodia
passa invisibil fra la terra e il cielo:
spiriti forse che furon, che sono
e che saranno?
Un oblio lene de la faticosa
vita, un pensoso sospirar quïete,
una soave volontà di pianto
l’anime invade.
Taccion le fiere e gli uomini e le cose,
roseo ’l tramonto ne l’azzurro sfuma,
mormoran gli alti vertici ondeggianti
Ave Maria.

Tutto questo apre l’animo alla contemplazione e alla preghiera e ci prepara al ritorno nel contesto umano con uno spirito nuovo: quella luce, quel canto, quello spazio, quei colori, quelle voci, quei suoni, quel vento, quegli incontri… tutto rimanda a quella Presenza che tutto ha creato e che tutto ha offerto all’uomo: quella Presenza è Dio e si chiama Padre, che ci ha donato suo Figlio Gesù e lo Spirito dell’amore. E’ Lui che ha messo nelle mani dell’uomo questo meraviglioso creato perché possiamo curarlo come dono prezioso, onde possa sempre parlarci di Lui e la nostra cura sia una delle  espressioni dell’uomo per dire il nostro grazie e il nostro amore a Colui che “ci ha amati per primo”.

Sì, l’estate con la sua luce, il suo splendore, il suo calore e i tempi di riposo che ci concede, può diventare il tempo per rinsaldare i nostri legami con Dio e con i fratelli; per riscaldare il nostro cuore e renderlo sempre più sensibile verso i bisogni del prossimo e del creato che Dio ci ha affidato. Può essere il tempo e l’occasione per ricordarci che, come abbiamo il dovere di curare la nostra vita fisica, il nostro corpo, la nostra bellezza, così dobbiamo dare un senso a questa cura riconoscendo che siamo opera di Dio, insieme a tutto il creato, e solo se riconosciamo questa verità e impareremo a sentirci parte del creato e a curarlo come curiamo e desideriamo essere curati noi stessi.

Trinità

L’omelia della Santa Messa della domenica della Festa dell’Oratorio 2019 – 16 giugno 2019

A parecchi di noi, quando eravamo piccoli e abbiamo incominciato a muovere i primi passi, o ci spostavamo ancora a gattoni, ci hanno detto, nel tempo invernale, di non toccare la stufa o il fuoco del camino perché ci saremmo scottati. Era praticamente impossibile pensare che avremmo potuto capire che cosa volesse dire scottarsi, lo abbiamo però compreso bene quando abbiamo messo per la prima volta le dita su qualcosa di bollente. Allora sì che abbiamo capito cosa volesse dire scottarsi.

Questo per dire che cosa? Che noi viviamo l’esperienza e non l’idea. Nella grande maggioranza dei casi noi impariamo, conosciamo a partire dalla praticità e meno dal concetto, anche dal concetto ma meno rispetto alla praticità. Facendo un esempio molto semplice, quasi banale: se dovessi spiegare a qualcuno che non ha mai mangiato un gelato, che cosa è un gelato e che sapore ha, per quanto io possa a sforzarmi, quella persona potrà immaginarsi che cosa sia un gelato e che sapore possa avere, ma arriverà a capire con esattezza il sapore del gelato solo dopo che lo avrà assaggiato.

Questo è quello che capita anche con la nostra fede; la nostra fede è molto concreta, molto pratica, la abbiamo resa noi un po’ confinata in una dimensione troppo intellettuale, ma è molto concreta. Anche qui potrei fare un esempio, forse un po’ più crudo dell’altro, senza voler turbare nessuno, ma mettiamo il caso che si stia vivendo una prova particolare, una fatica, un dolore, magari anche per un lutto. Se hai fede, sei disposto a metterti nelle mani di Dio, se non ce l’hai non lo fai. È molto concreta la cosa; anche perché la fede non è solo un dono, ma è anche una scelta, quindi possiamo sempre farla. Ecco, approfondire la solennità della Trinità, è possibile se noi oggi ci mettiamo alla scuola di Gesù, il quale ci parla della realtà di Dio tenendo conto delle nostre caratteristiche e delle nostre capacità.

Che cosa è la Trinità? O meglio, chi è la Trinità?

È la base della nostra fede, cioè noi crediamo in un Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Perché questi tre nomi? Perché Gesù ce ne ha parlato in questi termini, non è un’invenzione degli uomini, ma ce l’ha rivelata Gesù. Se dovessimo racchiudere in uno schema molto veloce quello che Gesù ci ha detto circa Dio, quello che è venuto a raccontarci, a fare con i suoi gesti, ma anche con la predicazione, potremmo dire che Dio ama tanto l’uomo e il mondo in cui vive, che desidera essergli vicino, quindi manda nel mondo il figlio. Questo figlio, Gesù, ci insegna a chiamare Dio come Padre. Questo figlio, sempre, è accanto allo Spirito perché possiamo vivere come Dio. Ecco, questo è uno schema un po’ efficace, molto stringente per dire quello che grosso modo possiamo dire della Trinità. E ora lasciamolo per un attimo da parte, non perché non sia importante capire, ma perché non vorrei corressimo il rischio di rinchiudere Dio in uno schema anche un po’ freddo, in un concetto.

Dio non è un concetto da capire, Dio è una manifestazione d’amore da accogliere, a noi compete quello, l’amore da accogliere. Anche perché, e il testo ce lo ha anche detto un po’ oggi, quando Gesù ci dice che per ora i suoi discepoli non hanno la capacità di portare il peso della conoscenza di quello che lui andrà a fare; noi non siamo in grado di capire tutto Dio, bisogna essere qui molto pratici, non possiamo definire Dio, Dio è infinito.

Ma se da un lato è vero che non possiamo capire tutto Dio, è però altrettanto vero che noi possiamo sperimentare tutto Dio. Come? Per esempio nei sacramenti, per esempio nell’amore, nel perdono. E quindi ecco che torna il fatto che noi, sperimentando, conosciamo e impariamo. Noi viviamo l’esperienza più che l’idea. Noi viviamo e sentiamo Dio quando sperimentiamo la sua presenza più che avere l’idea di un Dio che esista o meno; e in sintesi, che cosa, che scopo ha allora questa festa della Trinità? Per un verso vuole rimandarci all’identità di Dio, quindi a capire non solo chi è, ma anche cosa fa. Ci dice che è colui che vuole prendersi cura delle persone che gli stanno care, farci che noi gli siamo cari, e che questo Dio ha al suo interno una relazione d’amore che vuole condividere con l’esistenza umana. Per un altro verso invece, vuole rimandarci alla gloria, alla gratitudine. Perché diciamo gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito santo? Per dire che siamo grati a questo Dio che vuole prendersi cura di noi. Praticamente è come se dicesse che la nostra vita non è abbandonata, ma sussiste per una relazione che ci è costantemente data, rinnovata.

Mentre vi guardavo, facevo un pensiero: noi siamo qua, nel mese di giugno del 2019, in questo bel contesto, vedo le vostre facce, i vostri volti, conosco molte delle vostre storie, sento di appartenere a voi, e vi dico con amicizia che non vorrei essere da nessun altra parte se non qua e vi ringrazio per quello che siete stati e siete per me. Grazie. Lo dico attorno all’altare, perché qui noi siamo un corpo, una comunità. 

Voi dunque pregate così: “Padre nostro…” (Mt. 6,9)

Ho un ricordo di quando ero catechista. Avevo introdotto una riflessione sul “Padre nostro”.

Alla fine dell’incontro, Anna si avvicinò ed esordì raccontandomi di quanto le piacesse, da piccola, recitare il “Padre nostro” con mamma o nonna, poiché, sembrandole una poesia piuttosto lunga, era felice d’averla memorizzata interamente. Poi Anna, facendosi più seria, mi confidò che quando le parole svelarono il loro significato, l’espressione “sia fatta la tua volontà…” la inquietarono, le suscitarono un senso d’angoscia che ancora sentiva. Se la volontà di Dio, mi disse, fosse quella di privarla dei genitori o della salute, perché avrebbe dovuto pregarlo. Ho capito Anna allora, come capisco oggi chiunque abbia timore di pronunciare a cuore aperto “sia fatta la tua volontà” Siamo umani e la mancanza di coraggio di affidarci totalmente a Dio, nel nostro cammino terrestre, fa parte dei nostri limiti, delle nostre fragilità. Ma è pure vero, che siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio e non possiamo deturpare o deformare ciò che Egli è. Io sono “Colui che Sono” rivela a Mosè, sul Sinai. “Io Sono” si rende riconoscibile nel volto e nell’agire delle sue creature. (Sia santificato il tuo nome.)

Gesù, ci ha rivelato, insegnandoci a pregarLo, la vera natura di Dio. Dio è Padre. Padre suo e di tutti noi. Dio Padre vuole che il Bene Perfetto o l’Amore regni nel cosmo e nell’umanità intera. Rispetta la libertà e la dignità di ogni essere vivente, al quale è sempre accanto per ogni necessità materiale e spirituale. (Dacci il pane quotidiano). É il Padre che desidera  dai suoi figli l’armonia, resa possibile ogni volta che l’uomo evita d’innescare spirali di  violenza, perdonando le offese ricevute, per essere a sua volta perdonato. (Rimetti a noi i nostri debiti…). L’espressione “non ci indurre in tentazione” sembra allontanare, travisando, il vero messaggio di Gesù, nel “Padre nostro”. É tradizione che venga così recitata perché è il risultato di una traduzione troppo letterale dal latino: “et ne nos inducas in tentationem.” Papa Francesco ha più volte invitato a modificare  questa espressione in “non abbandonarci nella tentazione” perché, sottolinea, “Dio non tende mai tranelli!” Dio Padre non abbandona i suoi figli. Se essi si allontanano, sedotti dal fascino del male, Egli attende che percepiscano la sua vicinanza.

Grande è la tenerezza di Dio.

Testimonianza vocazionale

Sono Luca, ho 25 anni e non volevo fare il prete.

Ero un ragazzo dell’oratorio e a 18 mi sono trovato a vivere un’esperienza insieme ai miei amici e ad altri due milioni e mezzo di giovani: la Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid con il papa. Ho studiato lingue, per cui era una bellissima occasione per imparare lo spagnolo e conoscere gente straniera. Certamente non immaginavo che i piani di Dio sulla mia vita erano completamente differenti. Durante il viaggio in nave verso Barcellona conosco un ragazzo, della mia stessa età e dopo qualche ora scopro che era in seminario. A 18 anni uno è in seminario perché vuole diventare prete? Quello è fuori di testa! Però questa sua scelta esercitava su di me un’attrattiva non indifferente. Ci siamo conosciuti e tra le altre ho scoperto essere un ragazzo normalissimo, in cammino per capire un po’ di più il progetto di Dio sulla sua vita.

Ultimo giorno di GMG, durante il momento di ringraziamento dopo la comunione, il mondo mi è crollato addosso. Tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento si è concretizzato con una domanda: Signore, vuoi che diventi prete? E chiaramente la risposta era “Sì!”. La risposta di un diciottenne pieno di spirito ed entusiasmo qual ero. Per cui, dopo un momento di incomprensione della cosa e dopo averne parlato con il mio don, che era più carico di me, avevo pensato che la mossa migliore da fare era parlarne con la mia mamma. Beh… diciamo che non ha manifestato lo stesso entusiasmo che avevo io, anzi. Da lì è iniziata una serie di lotte, urla, pianti, litigi che mi hanno fatto dire: Ma chi me lo fa fare! Il prete, no grazie.

Così mi sono fidanzato con una ragazza che avevo conosciuto alla GMG, ho iniziato un corso di ballo che era un sogno che tenevo nel cassetto da anni, ho finito il liceo e sono entrato nel mondo dell’università, continuando a studiare le lingue tanto amate. E qui ho conosciuto una ragazza di un anno più vecchia di me che oltre a farmi capire un po’ come funzionava l’università, a giugno mi dice: Ma lo sai che mio fratello viene a far servizio nella tua parrocchia?

Tuo fratello? Ma non eri figlia unica? Ecco, aveva un fratello, della mia stessa età, in seminario, che sarebbe venuto a far servizio il sabato e domenica nella mia parrocchia. Da quel momento ho smesso di credere nel caso. Stavo tornando da uno spettacolo di ballo quando la domanda della vita mi è tornata: Luca, cosa stai facendo della tua vita?

OK. Avevo tutto quello che desideravo: ero fidanzato, andavo bene all’università, la mia attività di educatore in oratorio aveva un certo successo, avevo una proposta di lavoro, mi avevano chiesto di prender parte in un cast per il musical che tanto amavo…. Ma quando tornavo a casa la sera, anche dopo delle super giornate, non ero felice. Mi mancava qualcosa per far sì che la mia vita fosse piena. Così ho iniziato un cammino di discernimento con il mio don che mi ha portato a chiedere di poter essere ammesso al seminario diocesano di Brescia.

Non perché avere una famiglia mi faccia schifo. Non perché guadagno economicamente di più. Non perché le lingue che ho studiato non mi diano soddisfazione. No. La scelta sta proprio qui: capire di essere fatto anche per altro. Ma il Signore per me ha pensato ad un’altra cosa.

Ed è un cammino continuo alla scoperta di quei segni che ogni giorno Dio mi manda: persone, eventi che mi han fatto comprendere di essere stato amato, cercato anche quando ero lontano, anche quando ho dubitato che Dio ci fosse, e infine chiamato a diventare sacerdote, scombussolando i miei piani e i piani di chi mi vive accanto.

Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene.

Insomma, il Signore mi chiama e ci chiama a diventare dei parolieri. Lui è l’inizio… l’Alfa; e la fine… l’Omèga. Il resto delle lettere è in mano nostra e il compito è quello di metterle al posto giusto. L’Alfa ci ha creato, l’Omèga ci dice che un giorno la nostra vita terrena finirà per aprirsi alla vita eterna. E in mezzo? Che fare? Una serie di lettere sconclusionate da cercare di ordinare per far sì che si capisca il senso della parola che si vuole comporre. E se sbagliamo a fare le combinazioni, guardando all’inizio e alla fine capiamo che siamo in errore. E il gioco ricomincia.

Chi è Gesù per me? Qual è la mia vocazione? E non vale soltanto per i preti, le suore, i seminaristi… no. Ciascuno è chiamato a rispondere alla propria secondo quanto Dio ha pensato per lui: chi mamma, chi papà, chi nonno, nonna, zia, figlio… solo occupando il posto che Dio ha pensato per noi possiamo essere pienamente felici.

In questa giornata di preghiera per il seminario, chiedo a ciascuno di voi di pregare per me, per i miei compagni, per gli educatori che ci seguono e accompagnano in questo cammino.

Solo nelle mani del paroliere possiamo diventare lettere piene, non sparse, ma composte in modo tale da creare una meravigliosa poesia.

Dal cuore squarciato del tuo Figlio hai fatto scaturire per noi il dono nuziale del Battesimo

Nel racconto della Passione secondo il Vangelo di Giovanni ascoltiamo un passaggio significativo, che i padri della Chiesa hanno sempre letto con riferimento al Battesimo e all’Eucaristia: “uno dei soldati con una lancia gli (il riferimento è a Gesù crocifisso e morto) colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua”  (Gv 19,34). Nel commento a questo testo la Bibbia di Gerusalemme afferma che “il sangue (cfr le note a Lv 1,5 e a Es 24,8) attesta la realtà del sacrificio dell’agnello offerto per la salvezza del mondo (“il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”: Gv 6,51b), e l’acqua, simbolo dello Spirito, la sua fecondità spirituale. Per questo molti Padri hanno visto nell’acqua il simbolo del battesimo, nel sangue quello dell’Eucaristia e in questi due sacramenti il segno della Chiesa, nuova Eva”, nata dal costato aperto di Cristo, nuovo Adamo (cfr Ef 5,23-32): da qui l’umanità nuova. 

Ecco, dunque, da dove deriva al battesimo la capacità di generare figli di Dio: dal sacrificio di Cristo sulla croce. Egli, dice sempre il vangelo secondo Giovanni, “chinato il capo, consegnò lo Spirito” (19,30b) e, subito dopo, ecco l’acqua che esce dal suo cuore, come segno della fecondità dello Spirito, cioè della sua capacità di generare creature nuove, figli di Dio. E’ il soffio vitale che Gesù lascia nel mondo, mentre la sua vita riprende la forma divina, in modo che la sua offerta sia un dono perenne di vita per tutti gli uomini. Una vita che non si annulla nella morte, ma, passando attraverso la morte, si rigenera fin quando sia introdotta nella definitività della vita divina.

E questo è possibile perché “dal cuore squarciato del suo Figlio, il Padre ha fatto scaturire il dono nuziale del Battesimo” (così leggiamo nel prefazio del Battesimo): per un gesto estremo d’amore Gesù ha fatto di noi una cosa sola con Lui, come Lui è una cosa sola con il Padre; come nelle nozze, dove i “due diventano una sola carne”. Così, essendo Gesù una cosa sola con il Padre ed essendosi unito a noi per mezzo della sua incarnazione, che ha il suo sigillo nella morte e risurrezione, ci conduce alla piena comunione con il Padre, attraverso quel patto nuziale che è il sacramento del battesimo.

In quel patto Dio si impegna alla piena fedeltà, alla quale non verrà meno, avendoci dato in pegno il suo stesso figlio e avendo effuso su di noi lo Spirito, che ci rende consapevoli della nostra figliolanza e della paternità di Dio nei nostro confronti e ci dona la capacità di chiamare Dio col nome di Padre.

Ma essere e vivere da figli rimane sempre una nostra libera scelta. Neanche il battesimo, che pure ci dona il germe della santità divina (cioè la possibilità di vivere da “santi”, in quanto figli del “Santo”, in un cammino che ci avvicina sempre più a Lui) costringe la nostra vita. Tocca a noi scegliere ogni giorno se appartenere alla famiglia di Dio, accogliendo i doni di grazia che ogni giorno Dio ci fa, non per legarci a sé in quanto nostro benefattore, ma per offrirci, nella gratuità del suo amore, i mezzi necessari a vivere un cammino di santità, che perfeziona la nostra umanità e la rende sempre più simile a quella di Gesù, l’uomo perfetto, cioè l’uomo pienamente riuscito.

Credo che la quaresima di quest’anno possa essere un ottimo esercizio di conversione, cioè un cammino che ci fa ricomprendere il nostro battesimo come il dono più bello che Dio in Gesù ci ha offerto per dare pienezza alla nostra vita di uomini e di donne, riscoprendolo come dono che apre davanti a noi la via per una vita bella, che conduce alla pienezza della verità dell’uomo, come sublime creatura, nella quale Dio stesso “si compiace”, perché in lei vede riflessa la sua immagine, non più sbiadita, grazie alla perfezione e alla santità del suo Figlio Unigenito, nella quale pure noi ci specchiamo.

“Io sono la via, la verità e la vita” dice Gesù, offrendosi a noi. Nessuno può offrirci di più, nessuno può offrirci tanto, nessuno al mondo può anche solo avvicinarsi ad una simile offerta da fare all’uomo. Allora vale davvero la pena di “vendere tutto” … per fare spazio in noi all’Unico che può darci tutto, perché Lui è Tutto. 

Buon cammino.

Mons. Olmi nella luce di S. Angela

L’omelia pronunciata in cattedrale dal vescovo Pierantonio durante i funerali di mons. Vigilio Mario Olmi

Nessuno di noi avrebbe mai immaginato di celebrare le esequie del Vescovo Vigilio Mario in questo giorno di festa, la festa di sant’Angela Merici, co-patrona della diocesi di Brescia. Nessuno avrebbe mai pensato che si potesse in questa occasione vestire per una liturgia funebre gli abiti liturgici della solennità e quindi mantenere il colore bianco.

È invece quel che sta succedendo. Stiamo salutando questo nostro amato fratello vescovo mentre ricordiamo con tutto il nostro popolo la grande figura di sant’Angela, così cara a questa città. Il Signore che guida con amorevole provvidenza la storia non cessa mai di stupirci. Quelle che a noi paiono delle semplici seppur felici coincidenze sono in verità molto di più: sono circostanze che rispondono ai suoi disegni di grazia, segni della sua dolce benevolenza.

Il vescovo Vigilio Mario aveva per sant’Angela Merici una devozione del tutto particolare, molto viva e profonda. Era fermamente convinto del suo singolare carisma ed era felicissimo di poterla riconoscere e venerare co-patrona di Brescia, insieme ai santi Faustino e Giovita. Nel 1981, mentre è parroco-abate di Montichiari, viene nominato dal mio venerato predecessore, il vescovo Luigi Morstabilini, superiore della Compagnia di S. Orsola, costituita da quelle figlie di s. Angela che saranno a lui sempre carissime. Da quel momento egli accompagnerà con sapiente dedizione, sino alla fine della sua vita, il cammino di quelle consacrate che Brescia chiama affettuosamente “le angeline”. Tra di esse vi è anche l’amata sorella Petronilla, che gli starà a fianco per tutta la vita.

Mi sembra bello, mentre accompagniamo il vescovo Vigilio Mario all’incontro con il Signore, guardare alla sua vita e al suo ministero apostolico nella luce di sant’Angela, del suo carisma e della sua testimonianza. La liturgia che stiamo celebrando ci invita, attraverso la Parola di Dio proclamata, a riconoscerne le caratteristiche in due aspetti essenziali: la sponsalità dell’anima che accoglie nell’intimo la voce del suo Signore e il servizio che rende grandi. Abbiamo ascoltato le parole del profeta Osea. Sono le parole che il Signore Dio rivolge al suo popolo, tanto amato quanto volubile, non sempre fedele alla sua alleanza, cui tuttavia il Signore guarda con amore appassionato, come uno sposo guarda alla sua sposa: “Ecco – dice il Signore – io l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore … Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”.

Sposa di Cristo, anche sant’Angela ha accolto nel suo cuore la voce di colui che la chiamava ad una vita di totale consacrazione e si è lasciata conquistare. La forza creativa dello Spirito santo l’ha condotta così a immaginare una forma di servizio al prossimo del tutto nuova, uno stile di vita secondo il Vangelo che dava alla consacrazione la forma della vicinanza amorevole alla gente, nei paesi, tra le case, nelle scuole, negli ospedali, per accompagnare, assistere, sostenere, consolare. Una compagnia sollecita e affettuosa, una cura per la vita dettata dalla carità e costantemente vitalizzata dalla preghiera. È questo il segreto della spiritualità di sant’Angela Merici.

La voce dello sposo ha parlato anche all’anima del vescovo Vigilio Mario. È stata, la sua, una chiamata che si è distesa nel corso dell’intera vita, a partire dal suo Battesimo, e che ne ha fatto prima un presbitero e poi un vescovo di questa Chiesa bresciana, cui egli ha dedicato l’intera sua esistenza. Ordinato presbitero nell’anno santo 1950, ha vissuto l’esperienza della cura d’anime sia come curato e che come parroco. È stato educatore in seminario nei tempi che seguirono il Concilio Vaticano II, anni – diceva lui stesso – di vera conversione pastorale. Lo ispirava il desiderio sincero di comprendere con l’intera Chiesa le vie dello Spirito e i segni dei tempi. Divenuto vescovo ausiliare della Chiesa bresciana, posto a fianco dei vescovi ordinari, si è fatto carico con generosità di un ministero che lo ha visto particolarmente attento al presbiterio diocesano. Ha molto amato i sacerdoti. Li conosceva molto bene. Grazie ad una memoria formidabile che lo ha assistito sino agli ultimi momenti della sua vita, ricordava con precisione tutti i percorsi di destinazione. Segno eloquente di questo affetto era la telefonata di auguri per il compleanno che ogni presbitero bresciano sapeva di poter ricevere il mattino del giorno anniversario, ma anche il suo desiderio di partecipare alle veglie funebri per i sacerdoti defunti, nelle quali ripercorreva il cammino di vita di ognuno di loro. “Ho avuto modo di incontrare tanti bravi sacerdoti, attivi, silenziosi, senza tante pretese – ebbe a dire più volte”. Considerava essenziale l’accompagnamento e la cura dei sacerdoti da parte del vescovo e tanto la raccomandava, “anche se – precisava – sentirsi sostenuto dal proprio vescovo non significa sentirsi appoggiato qualsiasi cosa si faccia”. Per quanto mi riguarda, considero questa esortazione alla costante vicinanza un appello prezioso anche per me, che accolgo con viva riconoscenza.

Divenuto emerito della diocesi bresciana, il vescovo Vigilio Mario amava pensarsi – come lui stesso diceva – un vecchio prete che aspetta la chiamata definitiva e intanto va dove lo porta il cuore, girando per la diocesi per pregare insieme al popolo di Dio e per cercare di seminare un po’ di gioia e di fiducia. “Felicità – aggiungeva – è riconoscere che il tanto o il poco che ci è rimasto è un dono ricevuto. Serenità è sapere che le cose fatte sono state fatte bene, per il bene dell’umanità e per la gloria del Signore”.

Le sue energie si erano progressivamente affievolite con il passar del tempo. La tempra era tuttavia tenace. Ci eravamo abituato a vederlo puntualmente presente agli appuntamenti importanti della sua Chiesa, con la sua camminata lenta, la voce ormai flebile, ma con il volto sorridente, l’orecchio attento, il cuore aperto. Presenza discreta e fedele, profondamente rispettosa e insieme attenta, lucida sino alla fine e schietta nel suo comunicare, quando riteneva che una segnalazione fosse necessaria per il bene della Chiesa. Uomo di tradizione ma attento alla modernità, coltivava una forte sensibilità per il ruolo del laicato e nutriva il desiderio di vedere maggiormente valorizzato il contributo della donna nella vita della Chiesa. Non si era fermato nel suo cammino di discernimento. Era rimasto aperto all’azione sempre creativa dello Spirito dentro la nostra storia.

“Se uno vuole essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti” – abbiamo sentito proclamare nella pagina del Vangelo di questa solenne liturgia. Il Signore rivolge questa raccomandazione ferma e accorata ai suoi discepoli, ancora troppo preoccupati dei primi posti. Un vescovo ausiliare è per definizione un vescovo che è di aiuto, che si affianca per servire a chi ha la responsabilità ultima nella guida di una Chiesa diocesana. Così ha vissuto la sua vocazione il vescovo Vigilio Mario, con umile autorevolezza e generosa costanza, a beneficio di quella Chiesa di cui era figlio e che ha amato con tutto se stesso. Il Signore gliene renda merito. Lo ricompensi come egli solo sa fare. E aiuti noi a raccogliere la preziosa eredità della sua testimonianza.

Addio a Giuseppe Mari

53 anni, sposato, padre di due figli era una figura di riferimento del mondo educativo cattolico

Ha destato vivissimo cordoglio l’improvvisa scomparsa di Giuseppe Mari, figura molto nota e particolarmente attiva nell’ambiente della formazione e dell’educazione cattolica bresciana e non solo. 53 anni, sposato e con due figli, si era laureato in Filosofia all’Università di Padova. Di origine mantovane, arrivò a Brescia dopo la laurea in filosofia sul finire degli anni Ottanta del secolo scorso, per vivere l’esperienza civile presso l’allora Segretariato oratori, impegnandosi direttamente sul tema della pace e del pacifismo. Dopo quella esperienza Giuseppe Mari aveva legato la sua storia umana e professionale a Brescia, dapprima con l’Editrice La Scuola e poi con un impegno sempre più importante nel mondo scolastico ed educativo.

Professore ordinario di Pedagogia generale e sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove era coordinatore della Laurea magistrale in Scienze pedagogiche e servizi alla persona e membro del Comitato direttivo del Centro Studi e Ricerche sulla disabilità e marginalità. Autore di volumi e saggi in miscellanee, è stato visiting professor alla Pontificia Università Lateranense (Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia, 2017) e all’Università “Cardinale Stefan Wyszyn´ ski” di Varsavia (2018).

Era membro di Scholè (Centro Studi tra Docenti Universitari Cristiani) e socio della SIPed (Società Italiana di Pedagogia), del CIRPed (Centro Italiano di Ricerca Pedagogica), della SoFPhiEd (Société Francophone de Philosophie de l’Education, Paris), della AIRPC (Association Internationale de Recherche sur la Pédagogogie Chrétienne, Lyon), della SEP (Sociedad Espanola de Pedagogia, Madrid), della PESGB (Philosophy of Education Society of Great Britain, Salisbury), della CPES (Central European Phylosophy of education Society, Praha). Faceva parte del Comitato di Direzione della rivista “Pedagogia e Vita” (Brescia) e del Comitato scientifico delle riviste “Estudios sobre educacion” (Pamplona), “Studia Paedagogica Ignatiana” (Krakow), “Biografistyka Pedagogiczna” (Lublin), “Acta Facultatis Paedagogicae Universitatis Tyrnaviensis” (Trnava). Era tra i componenti del Comitato Scientifico del Centro Studi per la Scuola Cattolica della Conferenza Episcopale Italiana (Roma).

Nonostante gli impegni accademici Giuseppe Mari aveva mantenuto forti legami con la Chiesa bresciana, era infatti membro delle Commissioni Famiglia e Vocazioni della Diocesi di Brescia, ed era stato membro, negli anni dell’episcopato di mons. Luciano Monari, del Consiglio pastorale diocesano. Fra gli “impegni” bresciani quelli di membro del Comitato permanente della Fondazione “Tovini” (Brescia) e del Comitato di Redazione dell’Editrice La Scuola (Brescia), per la quale aveva curato e dato alle stampe numerose pubblicazioni sul tema dell’educazione.

Da anni Giuseppe Mari collaborava con il nostro Oratorio per le attività di catechesi e di formazione. Alla moglie e ai due figli la nostra vicinanza.

Santità?

Confesso: non ho mai letto volentieri i libri che raccontano le vite dei Santi. Soprattutto i libri della mia generazione. A mio avviso sottolineavano troppo l’aspetto miracolistico e troppo poco la personalità umana dei santi descritti, rendendoli irraggiungibili. Ho sempre pensato alla santità come ad un connubio fra la fede in Dio e l’apertura della mente e del cuore verso i simili, le creature tutte, la natura. Armonia è la parola che, secondo me, oltre a riassumere in sé ciò che ho appena scritto, rimanda alla pace, alla gioia, alla musica della vita. Associo la santità all’armonia. Per raggiungerla è necessario imparare ad amare.

“Qual era la sua paura da giovane?” ha chiesto un ragazzo a Papa Francesco. “La paura di non essere amato”. La sorprendente risposta mi ha colpito e indotto a riflettere.

Per noi esseri umani è indispensabile sentirsi amati, per imparare l’Amore: quello vero, non l’amore che coccola, che vizia, che solletica il nostro orgoglio e protagonismo. Il vero amore ci rivela la vera essenza di cui siamo fatti, ci insegna la sacralità della vita, nutre il nostro cuore, lo sazia di Spirito, accende l’intelligenza e ci fa scoprire la nostra anima con le sue luci e le sua ombre.

“Ama il prossimo tuo come te stesso” ci ha detto Gesù. Se non ci conosciamo e non sperimentiamo su noi stessi il vero amore, come possiamo amare gli altri?

“Ama il prossimo tuo come te stesso” suggerisce uno scambio vicendevole di amore ed è la guida che ci conduce sulla strada della santità. Non è un cammino semplice e facile.Troppe volte gli errori, i limiti, le fragilità, le paure, gli scoramenti ci rinchiudono in noi stessi e fermano il nostro avanzare. Ma Colui che cammina “dietro di noi”, come una madre che sorregge i primi passi del bambino, ci spinge avanti e rende possibile l’impossibile per noi.

“Non aver paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere”. (Papa Francesco: Gaudete ed Exultate par.32).