Il lavoro secondo la regola benedettina

Per trattare questo argomento desidero citare direttamente la santa Regola al Capitolo 48 che così si esprime:

L’ozio è nemico dell’anima, perciò i fratelli devono essere occupati in ore determinate nel lavoro manuale e in altre ore nella lettura divina.
Riteniamo quindi che le due occupazioni siano ben ripartite nel tempo…

(Rb 48,1-2).

E ancora:

Se le necessità del luogo e la povertà richiederanno che si occupino loro stessi di raccogliere le messi, non se ne rattristino: allora sono veramente monaci se vivono del lavoro delle proprie mani, così come fecero i nostri Padri e gli Apostoli. Tutto però si deve fare con misura per riguardo ai deboli

(Rb.48,7-8-9)

Ai fratelli malati o di salute debole si assegni da svolgere un lavoro o un’attività di tipo adatto in modo che non restino in ozio e neppure siano schiacciati da fatica insostenibile… Spetta all’Abate avere considerazione della loro debolezza

(Rb.48,24-25)

Già in queste prime citazioni siamo di fronte alla grandezza spirituale e umana di Benedetto, e all’assoluta novità nella considerazione del lavoro umano.
Nella vita benedettina l’orario della giornata ha uno scopo pratico: ripartire bene lavoro e lectio divina. S. Benedetto considera il ritmo della vita umana con l’alternarsi di riposo e di sforzo, di lavoro spirituale e di lavoro manuale.

Il vero punto di svolta, questo l’ideale antico che riscopre e suggerisce S. Benedetto: non solo occuparsi dei lavori più o meno utili, perché “l’oziosità è nemica dell’anima”, (motivazione negativa), ma vivere veramente del proprio lavoro come i Padri e gli Apostoli (motivazione positiva). Per S.Benedetto non ci sono “azioni profane”, ma nella “casa di Dio” (Rb. 31,19;53,22;64,5)), tutto acquista il valore di un’azione sacra, perché il monaco ha consacrato a Dio non solo tutto ciò che ha, ma anche tutto ciò che è ( Rb 33,4). Non solo, ma: S. Benedetto impone che: “Tutti gli utensili e ogni bene del monastero siano considerati allo stesso modo dei vasi sacri dell’altare”! (Rb. 31,10). Ora ciò non era MAI stato detto ne fatto nella Chiesa!

Per commentare teologicamente e spiritualmente quanto sin qui detto ci vorrebbe lo spazio di alcuni volumi, che io non ho. Vorrei, però riassumere, in pochi tratti la dottrina di Benedetto sul tema del Lavoro Monastico. Lo farò prendendo spunto da un articolo di J. Leclercq tratto da “Dizionario degli Istituti di perfezione 1976”.

  1. Bisogna lavorare. S.Benedetto fa del lavoro quotidiano uno dei punti principali della sua concezione monastica: ne fissa l’orario, ne indica il senso, ne determina il valore. Per Lui il lavoro acquista il carattere di azione sacra; il suo valore è in rapporto all’ascesi e alla vita mistica: è un rimedio all’ozio che è nemico dell’anima, ma esige anche sforzo e fatica, ed è, quindi, per il monaco uno strumento di perfezione; non si lavora solo per tenersi occupati, ma per ascesi: si tratta di un atto di obbedienza. Il lavoro monastico, però, deve lasciare tempo al monaco per dedicarsi in pace alla preghiera e alla contemplazione.
  2. Inoltre il lavoro deve essere disinteressato: ciò è chiarissimo nel capitolo 57 della Regola sugli artigiani del monastero. Non solo, ma notiamo la continua insistenza sull’obbedienza e sull’umiltà. S. Benedetto inculca anche che il monaco deve essere distaccato dall’opera e dal suo risultato. Il risultato ha un suo valore, ma non è determinante. S. Benedetto prescrive anche che “si vendano a minor prezzo gli eventuali prodotti”, ma per mettere in evidenza che il lavoro NON si considera come un mezzo per far soldi!
  3. Infine, per S. Benedetto, il lavoro monastico tende alla “autarchia”: ciò è evidente nel capitolo 66,6-7 della Regola, infatti: l’attività monastica è condizionata dalla clausura e dalla stabilità. Concludendo: come la persona viene prima del lavoro, così il lavoro viene prima dei beni che produce e degli strumenti di cui si serve per produrli. Il lavoro umano non si può subordinare al “capitale” e alla logica produttiva. La ragione è che il lavoro rende l’uomo con-creatore con Dio. Dio non ha ultimato l’opera della creazione, ma l’affida da completare all’uomo tramite il lavoro. Ecco perché lo sviluppo economico va subordinato alle esigenze morali dell’esistenza umana, che non potrà mai essere privata della sua dimensione spirituale. Vedi anche la Colletta di san Giuseppe Lavoratore. Penso che il pensiero-dottrina di Benedetto sul lavoro possa dire ancora molto, anche al nostro mondo, nel nostro tempo.

Silvano Mauro Pedrini OBS

“Istituiamo una scuola al servizio del Signore”

La Regola, Benedetto l’ha adattata con saggezza e discrezione al mondo latino.  Essa apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana.

In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura della Parola di Dio e la lode liturgica, alternate con i ritmi del lavoro in un clima di intensa carità fraterna e di servizio reciproco. Insomma: Egli non fonda un “ordine”, ma famiglie di monaci, cioè singoli monasteri con a capo, come padre, un monaco che egli chiamerà “abate”, nome biblico.

Dal Prologo all’ultimo capitolo della sua Regola, san Benedetto istruisce ed esorta i monaci, ma soprattutto li ama. Il suo stile è calmo e sereno, come un vero discorso familiare fin dalle sue prime parole: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e volgi ad essi l’orecchio del tuo cuore, accogli docilmente l’esortazione che ti dà un padre che ti ama…” (Prologo, 1).

Perché Benedetto fa questo e dice questo? Perché egli conosce molto bene il Vangelo; conosce molto bene Gesù e lo ama sopra ogni altra realtà.

Infatti, poiché ha voluto incarnarsi, Dio ha dovuto cercarsi prima una famiglia, una madre (Lc 1,26-38) e un padre (Mt 1, 18-25).  Se nel grembo di Maria Dio si è fatto uomo, nel seno della famiglia di Nazareth il Dio incarnato ha imparato a diventare uomo. Maria non è stata solo Colei che ha partorito Gesù; da vera mamma, accanto a Giuseppe, è riuscita a fare della famiglia di Nazareth un focolare di umanizzazione del Figlio di Dio (Lc 2,51-52). L’incarnazione del Figlio di Dio ha assunto pienamente le modalità dello sviluppo naturale di ogni creatura umana che ha bisogno di una famiglia che l’accoglie, l’accompagna, che l’ama e collabora nello sviluppo di tutte le sue dimensioni umane, quelle che lo rendono veramente “persona umana”.  Così coloro che vogliono dedicarsi totalmente a Dio Padre, che vogliono “amarlo sopra ogni altro”, hanno bisogno di una Famiglia dove imparare e maturare tutto questo; questa Famiglia-scuola è il Monastero. 

Già questo primo approccio con la Regola benedettina, ci mostra la grandezza di san Benedetto e ci dice come egli ami la vita di famiglia, amore attinto dalla propria famiglia. Egli sa che Gesù è in famiglia dove ha imparato l’obbedienza alla legge e si è immerso nella cultura di un popolo; è in famiglia che Gesù ha imparato a dare a Dio il primo posto; è in famiglia che Gesù, cosciente d’essere Figlio di Dio, ha voluto inserirsi per crescere, come uomo, “in età, sapienza e grazia”.

Per questo Benedetto non ha fondato un “ordine”, ma una famiglia, dove tutti sono fratelli, curati da un padre che li ama. Ma da tutto ciò perché le nostre famiglie non imparano? Perché non conoscono più il Vangelo come lo incarna la Regola del santo Padre Benedetto?

Perché oggi la famiglia vacilla?

I genitori si separano, non tengono più fede alla promessa di fedeltà fatta davanti agli uomini e a Dio? Per questo, vedremo, che Benedetto ha fatto un grande dono ai suoi monaci per essere per sempre fedeli, sperando, che da questo dono le famiglie apprendano e lo facciano proprio per essere luoghi di serenità, amore, bellezza, stabilità e santità. Vivi per gli altri, con gli altri, e ritornerai a vivere. 

Silvano Mauro Pedrini OBS

Lettera feconda e venuta dal futuro

Nelle ultime settimane due convegni interessanti hanno ribadito l’importanza dell’Humanae vitae a 50 anni dalla sua pubblicazione. In particolare, hanno posto l’accento sulla regolazione naturale della fertilità

Il 25 luglio ricorrono i 50 anni dell’Humanae vitae, un’enciclica che ebbe una gestazione lunga e complessa. Siamo nel 1963 quando Giovanni XXIII decise di istituire una “Commissione Pontificia per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità”. L’obiettivo era quello di capire come conciliare dottrina morale e regolazione delle nascite; lo studio prosegue fino al ’66 quando la commissione consegna l’esito dei lavori. Tutto viene secretato in attesa delle decisioni di Paolo VI. Prima della pubblicazione(nell’aprile del 1967) sulla stampa internazionale escono delle anticipazioni sui risultati della commissione. Paolo VI incaricò prima la Congregazione della dottrina della fede (dal giugno ’66 alla fine del ’67) poi la Segreteria di Stato (fino alla metà del ’68) di approfondire il caso e di ascoltare nuovi esperti. Il materiale accumulato (18 faldoni) servì a Paolo VI per scrivere Humanae vitae.

Molti respinsero il suo messaggio e i suoi avvertimenti. Molti trovavano che l’insegnamento secondo il quale il ricorso alla contraccezione è “assolutamente escluso” in qualunque caso e “intrinsecamente sbagliato” sarebbe stato difficile da accettare. 50 anni dopo, molte cose sono state realizzate nella nostra società a danno della vita umana e dell’amore. Molti sono giunti ad apprezzare nuovamente la saggezza della dottrina della Chiesa. Recentemente 500 sacerdoti britannici hanno sottoscritto una dichiarazione in difesa degli insegnamenti dell’Humanae vitae: “L’enciclica confermò, in armonia con l’insegnamento tradizionale della Chiesa, la purezza e la bellezza dell’atto sponsale, sempre aperto alla procreazione e sempre unitivo. L’Humanae vitae predisse che se la contraccezione artificiale si fosse diffusa e fosse stata comunemente accettata dalla società, allora avremmo perduto la nostra corretta concezione del matrimonio, della famiglia, della dignità del bambino e della madre, perfino il corretto rapporto con i nostri corpi e il dono del maschile e del femminile”.

Dal 14 al 17 giugno il convegno internazionale ospitato al Centro pastorale Paolo VI ha posto l’accento sulla “fecondità di una lettera venuta dal futuro”. Tanti gli interventi per un evento dedicato, in particolare, agli insegnanti e ai sensibilizzatori della regolazione naturale della fertilità. La scelta di fondo di Paolo VI nell’enciclica Humanae vitae fu di fare riferimento innanzitutto a una antropologia integrale all’altezza della dignità dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio. Un’analisi attenta è in grado di far apprezzare come il cuore pulsante dell’enciclica sia la gioia, la letizia per il dono della sessualità. Nella logica di tale dono è inscritta la possibilità dell’amore umano nella sua pienezza e verità. Sul fronte dei fondamenti scientifici dei metodi di regolazione naturale della fertilità nei diversi periodi e situazioni della vita anche le nostre comunità devono fare ancora molto strada. Lo stesso vale per la metodologia di accompagnamento delle coppie.

Gaudete et Exultate

L’Esortazione apostolica di Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo

Che cos’è?
Si tratta di una “Esortazione Apostolica”, un tipo di documento magisteriale che, a differenza delle encicliche, è rivolto in modo particolare ai cattolici.
S’intitola “Rallegratevi ed esultate” oppure, con il titolo in latino “Gaudete et Exsultate”. Tratta della chiamata alla santità nel mondo di oggi.
È il quinto grande documento di Papa Francesco.

Non un “trattato” ma un invito a far risuonare nel mondo contemporaneo una vocazione universale, la chiamata a diventare santi. È questo l’obiettivo dichiarato di Papa Francesco per l’Esortazione apostolica Gaudete et exsultate, resa nota oggi. Si diventa santi vivendo le Beatitudini, la strada maestra perché “controcorrente” rispetto alla direzione del mondo. Si diventa santi tutti, perché la Chiesa ha sempre insegnato che è una chiamata universale e possibile a chiunque, lo dimostrano i molti santi “della porta accanto”. La vita della santità è poi strettamente connessa alla vita della misericordia, “la chiave del cielo”. Dunque, santo è chi sa commuoversi e muoversi per aiutare i miseri e sanare le miserie. Chi rifugge dalle “elucubrazioni” di vecchie eresie sempre attuali e chi, oltre al resto, in un mondo “accelerato” e aggressivo “è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo”.

Ecco una sintesi del documento.

Non un “trattato” ma un invito
È proprio lo spirito della gioia che Papa Francesco sceglie di mettere in apertura della sua ultima Esortazione apostolica. Il titolo “Gaudete et exsultate”, “Rallegratevi ed esultate”, ripete le parole che Gesù rivolge “a coloro che sono perseguitati o umiliati per causa sua”. Nei cinque capitoli e le 44 pagine del documento, il Papa segue il filo del suo magistero più sentito, la Chiesa prossima alla “carne di Cristo sofferente”. I 177 paragrafi non sono, avverte subito, “un trattato sulla santità con tante definizioni e distinzioni”, ma un modo per “far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità”, indicando “i suoi rischi, le sue sfide, le sue opportunità” (n. 2).

La classe media della santità
Prima di mostrare cosa fare per diventare santi, Francesco si sofferma nel primo capitolo sulla “chiamata alla santità” e rassicura: c’è una via di perfezione per ognuno e non ha senso scoraggiarsi contemplando “modelli di santità che appaiono irraggiungibili” o cercando “di imitare qualcosa che non è stato pensato” per noi (n. 11). “I santi che sono già al cospetto di Dio” ci “incoraggiano e ci accompagnano” (n. 4), afferma il Papa. Ma, soggiunge, la santità cui Dio chiama a crescere è quella dei “piccoli gesti” (n. 16) quotidiani, tante volte testimoniati “da quelli che vivono vicino a noi”, la “classe media della santità” (n. 7).

La ragione come dio
Nel secondo capitolo, il Papa stigmatizza quelli che definisce “due sottili nemici della santità”, già più volte oggetto di riflessione tra l’altro nelle Messe a Santa Marta, nell’Evangelii gaudium come pure nel recente documento della Dottrina della Fede Placuit Deo. Si tratta dello “gnosticismo” e del “pelagianesimo”, derive della fede cristiana vecchie di secoli eppure, sostiene, di “allarmante attualità” (n. 35). Lo gnosticismo, osserva, è un’autocelebrazione di “una mente senza Dio e senza carne”. Si tratta, per il Papa, di una “vanitosa superficialità, una “logica fredda” che pretende di “addomesticare il mistero di Dio e della sua grazia” e così facendo arriva a preferire, come disse in una Messa a S.Marta, “un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo” (nn. 37-39).

Adoratori della volontà
Il neo-pelagianesimo è, secondo Francesco, un altro errore generato dallo gnosticismo. A essere oggetto di adorazione qui non è più la mente umana ma lo “sforzo personale”, una “volontà senza umiltà” che si sente superiore agli altri perché osserva “determinate norme” o è fedele “a un certo stile cattolico” (n. 49). “L’ossessione per la legge” o “l’ostentazione della cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa” sono per il Papa, fra gli altri, alcuni tratti tipici dei cristiani tentati da questa eresia di ritorno (n. 57). Francesco ricorda invece che è sempre la grazia divina a superare “le capacità dell’intelligenza e le forze della volontà dell’uomo” (n. 54). Talvolta, constata, “complichiamo il Vangelo e diventiamo schiavi di uno schema”. (n. 59)

Otto strade di santità
Al di là di tutte “le teorie su cosa sia la santità”, ci sono le Beatitudini. Francesco le pone al centro del terzo capitolo, affermando che con questo discorso Gesù “ha spiegato con tutta semplicità che cos’è essere santi” (n. 63). Il Papa le passa in rassegna una alla volta. Dalla povertà di cuore, che vuol dire anche austerità di vita (n. 70), al “reagire con umile mitezza” in un mondo “dove si litiga ovunque (n. 74). Dal “coraggio” di lasciarsi “trafiggere” dal dolore altrui e averne “compassione” – mentre il “mondano ignora e guarda dall’altra parte” (nn. 75-76) – al “cercare con fame e sete la giustizia”, mentre le “combriccole della corruzione” si spartiscono la “torta della vita” (nn. 78-79). Dal “guardare e agire con misericordia”, che vuol dire aiutare gli altri” e “anche perdonare” (nn. 81-82), al “mantenere un cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore” verso Dio e il prossimo (n. 86). E infine, dal “seminare pace” e “amicizia sociale” con “serenità, creatività, sensibilità e destrezza” – consapevoli della difficoltà di gettare ponti tra persone diverse (nn. 88.-89) – all’accettare anche le persecuzioni, perché oggi la coerenza alle Beatitudini “può essere cosa malvista, sospetta, ridicolizzata” e tuttavia non si può aspettare, per vivere il Vangelo, che tutto attorno a noi sia favorevole” (n. 91).

La grande regola di comportamento
Una di queste Beatitudini, “Beati i misericordiosi”, contiene per Francesco “la grande regola di comportamento” dei cristiani, quella descritta da Matteo nel capitolo 25 del “Giudizio finale”. Questa pagina, ribadisce, dimostra che “essere santi non significa (…) lustrarsi gli occhi in una presunta estasi” (n. 96), ma vivere Dio attraverso l’amore agli ultimi. Purtroppo, osserva, ci sono ideologie che “mutilano il Vangelo”. Da un parte i cristiani senza rapporto con Dio, “che trasformano il cristianesimo in una sorta di ONG” (n. 100). Dall’altra quelli che “diffidano dell’impegno sociale degli altri”, come fosse superficiale, secolarizzato, “comunista o populista”, o lo “relativizzano” in nome di un’etica. Qui il Papa riafferma per ogni categoria umana di deboli o indifesi la “difesa deve essere ferma e appassionata” (n. 101). Pure l’accoglienza dei migranti – che alcuni cattolici, osserva, vorrebbero meno importante della bioetica – è un dovere di ogni cristiano, perché in ogni forestiero c’è Cristo, e “non si tratta – afferma reciso – dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero” (n. 103).

Dotazioni di santità
Rimarcato dunque che il “godersi la vita”, come invita a fare il “consumismo edonista”, è all’opposto dal desiderare di dare gloria a Dio, che chiede di “spendersi” nelle opere di misericordia (nn. 107-108), Francesco passa in rassegna nel quarto capitolo le caratteristiche “indispensabili” per comprendere lo stile di vita della santità: “sopportazione, pazienza e mitezza”, “gioia e senso dell’umorismo”, “audacia e fervore”, la strada della santità come cammino vissuto “in comunità” e “in preghiera costante”, che arriva alla “contemplazione”, non intesa come “un’evasione” dal mondo (nn. 110-152).

Lotta vigile e intelligente
E poiché, prosegue, la vita cristiana è una lotta “permanente” contro la “mentalità mondana” che “ci intontisce e ci rende mediocri” (n. 159), il Papa conclude nel quinto capitolo invitando al “combattimento” contro il “Maligno” che, scrive, non è “un mito” ma “un essere personale che ci tormenta” (nn. 160-161). Le sue insidie, indica, vanno osteggiate con la “vigilanza”, utilizzando le “potenti armi” della preghiera, dei Sacramenti e con una vita intessuta di opere di carità (n. 162). Importante, continua, è pure il “discernimento”, particolarmente in un’epoca “che offre enormi possibilità di azione e distrazione” – dai viaggi, al tempo libero, all’uso smodato della tecnologia – “che non lasciano spazi vuoti in cui risuoni la voce di Dio” (n. 29). Francesco chiede cure specie per i giovani, spesso “esposti – dice – a uno zapping costante” in mondi virtuali lontani dalla realtà (n. 167). “Non si fa discernimento per scoprire cos’altro possiamo ricavare da questa vita, ma per riconoscere come possiamo compiere meglio la missione che ci è stata affidata nel Battesimo”. (n.174)

Il nuovo assetto degli Uffici pastorali

Don Carlo Tartari, nuovo vicario per la pastorale e i laici, ha rivisto, incontrando i sacerdoti sul territorio, il disegno degli Uffici pastorali che saranno suddivisi in tre aree (mondialità, socialità e crescita della persona). Ecco l’intervista

Il punto di partenza è uno: fare in modo che gli Uffici pastorali della Curia siano sempre più in grado di essere al servizio della Diocesi, in particolare delle parrocchie e delle unità pastorali. Da questa premessa è partito don Carlo Tartari al quale all’inizio di marzo è stato affidato dal vescovo Tremolada il compito di ripensare l’articolazione degli Uffici pastorali. Oggi questo percorso è arrivato a compimento ed è stato approvato dal Vescovo che, tra l’altro, ha nominato don Tartari anche nuovo vicario per la pastorale e i laici. Don Carlo, che dal 2012 guida l’Ufficio per le missioni, succede a mons. Renato Tononi.

Don Carlo, si percepisce spesso una distanza tra il centro (la Curia) e le periferie (le parrocchie): è così anche nella tua analisi?

Ho avuto la possibilità di constatare quanto gli uffici di pastorale organizzino e producono ma anche di cogliere come questo venga percepito con una certa debolezza dalle parrocchie e dal territorio. Evidentemente l’aspetto fondamentale è di intessere un rapporto di collaborazione reciproca e di alleanza tra le parrocchie, i parroci, i curati e coloro che attraverso l’attività degli uffici concorrono al medesimo obiettivo: l’evangelizzazione.

Nella fase di ascolto per la revisione degli Uffici hai chiesto ai presbiteri e agli uffici protagonisti della pastorale di indicare punti di debolezza, punti di forza e dove migliorare…

Questo riscontro ci aiuterà a migliorare e a superare una certa distanza o autoreferenzialità che viene percepita dentro a un quadro di incremento di stima e di valorizzazione di quanto gli Uffici fanno. Dall’altra c’è il desiderio di colmare la distanza con una collaborazione che diventi non solo comunicazione di processi già avvenuti ma di progettazione condivisa. Il nuovo metodo di lavoro deve tenere conto delle interazioni tra le parrocchie e la pastorale.

Il vicario per la pastorale e i laici diventa il referente di tre nuove aree…

Abbiamo provato a ridefinire i servizi, le attività e le identità, provando ad articolarle in tre nuove aree (della mondialità, della socialità e della crescita della persona) dove costruire nuove sinergie interne agli uffici. Il vescovo Pierantonio sottolinea una forte accentuazione del servizio a favore delle parrocchie e delle unità pastorali. Un’area in riferimento alla mondialità (con un orizzonte ampio), una alla società e una alla crescita della persona (del credente). È stato un lavoro condiviso con i direttori. Il Vescovo ci ha invitato a sviluppare al massimo le sinergie e ad avere una Curia con il minor numero di preti possibili. I presbiteri impegnati negli uffici pastorali passano da 13 a 6 (7 con alcune collaborazioni non a tempo pieno). Il responsabile di ogni area diventerà anche il direttore di ogni singolo ufficio. All’interno degli uffici ulteriori responsabilità saranno affidate ai laici, ai diaconi o ai presbiteri.

Cambiano il metodo e il flusso di lavoro…

Sembra una catena di comando ma in realtà è un tavolo permanente. Il vicario per la pastorale con i tre responsabili di area e su alcuni aspetti con i responsabili dei singoli uffici proverà ad articolare una proposta che venga incontro a un’essenzializzazione dei servizi. Con sorpresa ci siamo resi conto che gli uffici producono 230 azioni tra eventi, percorsi, attività e servizi… sono troppi. Le parrocchie di fronte a un’ipertrofia non si lasciano coinvolgere. Proveremo a far decrescere le proposte senza perdere in qualità, provando a dare risposte che oggi diciamo in 230 modi diversi. Cercheremo modalità più unitarie: il Vescovo e gli organismi di comunione ci aiuteranno a dar vita a progetti che possano trovare quella sintesi che oggi manca.

Non sono stati ridimensionati gli Uffici, ma sono state ridistribuite le competenze…

La cura dei sacerdoti anziani, attualmente in carico all’Ufficio per la salute, diventa ad esempio di pertinenza del vicario per il clero. È parso opportuno al Vescovo ridisegnare la titolarità di alcune azioni ma in ragione di come ha inteso ridisegnare il consiglio episcopale diverso da quello precedente.

La terza area (pastorale della crescita della persona) è, forse, la più articolata…

Nella relazione con le parrocchie la pastorale giovanile è la più capillare. In generale, l’elemento innovativo sarà quello di permettere alle tre aree di interagire: una compartecipazione al medesimo progetto anche con grossi elementi di trasversalità; le proposte nasceranno dalla compartecipazione. Immaginiamo un tavolo stabile di lavoro e, accanto a questo, pensiamo di attivare un centro servizi della pastorale per non disperdere le tante competenze accumulate. L’obiettivo è di costruire percorsi più semplici e più legati all’anno liturgico.

L’azione culturale fa esplicito riferimento al vicario…

La cultura e la comunicazione devono interagire con la pastorale. Fino ad ora gli uffici sono stati diretti da persone competenti nella specifica area, nel futuro non sarà così ma non si perderà la capacità di pensare i progetti, diventeranno frutto di un pensiero significativo e di un approfondimento.

Gli orizzonti di mons. Tremolada

Il nuovo Vescovo ha incontrato i giornalisti bresciani, indicando nelle sue risposte alcune priorità in tema di pastorale, giovani, stranieri e preti

di Massimo Venturelli

Tra i primi bresciani che il nuovo vescovo Pierantonio Tremolada ha avuto modo di conoscere (fuori il dente fuori il dolore? ndr) a pochi giorni dalla sua nomina, ci sono stati i rappresentanti dei media locali. Li ha incontrati nel corso di una conferenza stampa indetta nella curia milanese. Di buon grado si è sottoposto al fuoco di fila di domande che hanno spaziato su diversi argomenti. Nelle sue risposte sono emerse chiare alcune linee e alcune attenzioni che potrebbero segnare il suo episcopato a Brescia in tema di pastorale, di attenzione ai giovani, di multiculturalità e di rapporto con i sacerdoti.

La Chiesa e i preti bresciani fanno fatica a cogliere ciò che oggi è essenziale alla pastorale e al tempo presente. Come capire cosa lasciare? 

Una prima risposta a questa domanda arriva dall’Evangelii Gaudium di papa Francesco che raccomanda di puntare sull’essenzialità: dobbiamo fare in modo che chi ci incontra riconosca immediatamente ciò che è essenziale del Vangelo: l’essere amati e salvati da Dio. Mi domando, però, cosa significhi vivere l’esperienza dell’essere amati e salvati da Dio. In altre parole mi piace pensare che dobbiamo fare in modo che tutto ciò che proponiamo, che organizziamo anche ecclesialmente con le nostre istituzioni, le nostre strutture, faccia percepire immediatamente questa carica di vita che permette alle persone di sentirsi riconosciute, accolte, apprezzate, sostenute e consolate. Dovremmo fare in modo che la nostra pastorale, tutta la nostra attività di Chiesa, sia in grado di raggiungere le persone a partire dal loro volto. Il volto è una delle caratteristiche delle persone che dice la singolarità di ciascuno. Come Chiesa siamo chiamati a fare in modo che le persone si sentano immediatamente riconosciute e accolte per il volto che hanno. Forse non dovremo troppo insistere e investire per conservare ciò che abbiamo, ma per renderlo capace di incontrare le persone a partire dal loro volto. Questo per consentire di dare verità a quanto l’Evangelii Gaudium ci raccomanda. Perché le persone si sentano amate da Dio richiede innanzitutto che si percepiscano riconosciute per il volto che hanno, per l’identità che possiedono. Cosa questo significhi non è possibile definirlo a tavolino; chiede invece di calarsi nelle situazioni concrete e con questa attenzione cercare di capire quali sono le scelte che sarà giusto operare.

Dai commenti raccolte subito dopo la sua nomina a Vescovo di Brescia è emerso il suo legame con il mondo dei giovani… 

Devo dire che la realtà dei giovani mi sta molto a cuore. Sono anche convinto che nella misura in cui evitiamo di interrogarci su quello che i nostri giovani stanno vivendo non riusciremo a comprendere la situazione attuale, perché il segreto sta nel rapporto tra presente e futuro. Credo, per quel poco che ho capito anche alla luce del dialogo con i giovani, che siamo chiamati a combattere tre avversari seri che minacciano le loro esistenze: il senso dell’insicurezza, la solitudine e l’indifferenza. E per fronteggiare questi avversari occorre raccogliere il contributo che arriva da quel tesoro che è la Parola di Dio. Anche alla luce dell’esperienza vissuta con il card. Martini, ho visto che quando con i giovani ci si mette in ascolto della Parola di Dio, si riesce a recuperare quello spessore di vita che è fatto di relazioni, di responsabilità, di impegno, di capacità di riconoscere il valore della persona che si ha davanti e di lettura di situazioni anche complesse. Quello dei giovani è forse il punto su cui la Chiesa fa un po’ più fatica. Fatichiamo a immaginare come porci nei confronti dei giovani perché, forse, facciamo fatica ad ascoltarli. Finiamo col problematizzare la questione. Personalmente non credo affatto che quello dei giovani sia un problema; dobbiamo invece ribaltare la prospettiva e cercare di capire quello che oggi stanno vivendo.

Che Vescovo troveranno in lei i preti bresciani? 

In me troveranno un Vescovo che veramente vuole essere una cosa sola con il suo presbiterio. Se c’è una priorità che vorrei porre da subito con il mio arrivo a Brescia è proprio quella del rapporto con i preti, con il clero, insieme a quello con i giovani e i più deboli, quelli che faticano nella vita. Ai sacerdoti unisco i diaconi, i ministri ordinati. La Parola di Dio, in particolare gli Atti degli Apostoli, ci aiuta a comprendere che il Vescovo e il presbiterio sono una cosa sola. Non esiste il Vescovo senza i preti e viceversa. Il Vaticano II ha introdotto questa idea bella e chiara: esiste il presbiterio, non il singolo sacerdote, ogni sacerdote è strettamente collegato agli altri e questi con il Vescovo. Quando arriverò a dire qualcosa come Vescovo, mi piacerebbe che venisse percepito come detto insieme a tutto il presbiterio, ai miei preti. Questo, però, presuppone anche l’esistenza di un forte dialogo. Troveremo il modo di rendere frequente questo dialogo. Cercherò di conoscere uno per uno i miei preti, di incontrarli personalmente visto, che a Dio piacendo, qualche anno dovrei averlo ancora davanti.

Brescia, come molte altre città, vive il tema della multiculturalità. È un tema che interpella anche la Chiesa… 

Il tema è sicuramente importante. Dio ha voluto l’umanità colorata; poi c’è stata la pagina della torre di Babele, che è il tentativo imperiale di omologare la società, l’imposizione di un cliché in cui tutti devono riconoscersi. Sono convinto che questo non debba ripetersi. Credo molto in quella che Tonino Bello definitiva la convivialità delle culture o delle differenze. Ogni tentativo di catalogare questa problematica in qualche definizione crea problemi. Cosa significa parlare di integrazione? Forse che l’altro debba diventare quello che sono io? Assolutamente no. E quando si parla di accoglienza non ci si deve limitare ad aprire le porte, ma anche di vivere insieme. Se si è differenti la vita insieme non è scontata. La serietà necessaria per affrontare queste questioni male si sposa con l’ingenuità. Occorrerà riflettere molto. Mi piace molto di più l’espressione amicizia tra i popoli. Che su uno stesso territorio le persone tendano a una reale amicizia consente di rispettare le differenze e nello stesso tempo invita a creare legami. Dovremo trovare le parole giuste e dargli il dovuto significato. L’aggettivo cattolico significa universale. La Chiesa è cattolica perché è universale. A volte, invece, ho la sensazione che a questo aggettivo si dia il significato opposto, facendo così apparire la Chiesa come chiusa. Cattolico vuol dire aperto a 360 gradi, nella linea del progetto di Dio di cui si parla nel libro della Genesi. Non credo che sarà facile vivere tutto questo. Anche per quanto riguarda le religioni a me piace ricordare quanto affermava il card. Martini. “Il vero dialogo – diceva – lo faranno le persone veramente religiose”. Il dialogo si fa tra persone. La dove ci sono persone che davvero credono in Dio, indipendentemente dalla religione professata, non dovremo avere paura, perché queste persone dialogheranno tra di loro. La dove ci sono persone che credono in Dio non ci sarà mai violenza contro gli uomini. Quando questo non avviene significa che si sta piegando la religione ad altri scopi e quando questo avviene bisogna dire con fermezza che c’è un comportamento che distrugge le religioni. Questo anche per salvaguardare una convivenza che per sta per nascere. Siamo solo agli inizi di un processo che sarà lunghissimo.