Ritiro di avvento 2019

Parrocchie di Leno, Porzano, Milzanello

Domenica 1 dicembre

Presso la Chiesetta di San Giuseppe a Leno

Programma

  • ore 15.30: Preghiera dell’Ora Media
  • ore 15.45: Ascolto della Parola e meditazione
  • ore 16.30: Esposizione del SS. Sacramento e AdorazioneAdorazione Eucaristica
  • ore 17.30: Condivisione
  • ore 18.00: Celebrazione dei Vespri
  • ore 18.30: S. Messa in Chiesa Parrocchiale

Predicatore: mons. Renato Tononi

Debitori dell’Amore vicendevole

XXIV domenica del Tempo Ordinario. Es 32, 7-11.13-14; 1 Tm 1, 12-17; Lc 15, 1-32. Saluto alle Comunità di Leno, Milzanello e Porzano

I testi delle Sacre Scritture che abbiamo ascoltato ci invitano a cantare “le misericordie del Signore”, cioè le “magnalia Dei”: le meravigliose opere di Dio per l’umanità. Esse sono doni gratuiti e meravigliosi, che non troviamo nella nostra povera umanità, fino a quando questa non viene incontrata da Gesù; sono doni offerti per essere donati.

Per prenderne coscienza ed accoglierli è necessario metterci in ascolto della Parola, che è Gesù, Parola del Padre.

La nostra tentazione, come quella di Israele, di Saulo, degli scribi e farisei, non è tanto quella del rinnegamento di Dio, quanto piuttosto di stravolgere il nostro atteggiamento nei suoi confronti, passando dal rapportarci a Lui per servirlo al rapportarci a Lui per servircene: è questo il vero significato del vitello d’oro. Costruirsi un dio che si accontenta del culto dell’uomo e si piega alla sua volontà.

Intendendo così Dio, l’uomo non potrà mai cogliere, apprezzare, contemplare e cantare le misericordie del Signore; perché Lui, per amore e fedeltà a se stesso e all’umanità da lui creata, non si piega alla volontà dell’uomo. Così l’uomo, rimanendo in quell’atteggiamento di rivalsa nei confronti di Dio, rimane ripiegato su se stesso e non riesce ad alzare lo sguardo, la mente ed il cuore per cogliere il Bello che ci abita e ci attornia (Dio) e le persone e le cose belle che, come fiori meravigliosi e profumati, abitano la nostra persona, la nostra società e rallegrano il giardino del mondo, fatto di persone e cose meravigliose, create da Dio per la gioia dei suoi figli.

Mi piace, terminando il mio mandato in queste nostre tre comunità, alzare lo sguardo e osservare dal punto di vista della Parola ascoltata, questa piccola porzione di giardino del mondo, che è Leno e, insieme con voi, ringraziare Dio per i frutti succulenti e i fiori profumati, da Lui fatti sbocciare in questi anni, assaporarli e respirarne il profumo.

Vedo e contemplo innanzitutto il bagliore della luce divina che, illuminando, mostra ogni cosa nel suo profondo significato, la fa conoscere per ciò che è e da rilievo ad ogni volto umano, segnato ora dalla gioia, ora dal dolore e poi dalla preoccupazione o dalla tristezza e, ancora, dalla fatica, dall’attesa e, finalmente, dalla speranza, che nuovamente ridona gioia. Rivedo così, con lo  sguardo di tenerezza ed d’amore di Dio, tutti i volti che ho incontrato in questi anni e rimango ammirato per l’opera di Dio che riporta sempre e tutto allo splendore della vita come Lui ce l’ha donata.

Ecco, dunque, le sue opere.

La sua manifestazione nel Mistero celebrato nella liturgia con tutta la comunità, soprattutto quando è riunita per l’Eucaristia domenicale: quanti volti, quante persone impegnate a rendere belle le nostre celebrazioni, affinché in esse possa manifestarsi Colui che è “il più bello tra i figli dell’uomo”, come afferma il Salmo 45. Quante volte nelle nostre assemblee liturgiche ci siamo sentiti famiglia e abbiamo espresso la gioia di sentirci fratelli, radunati da Gesù intorno all’unico Padre celeste e riscaldati dall’amore dello Spirito Santo.

Persone semplici con il canto, la musica, la proclamazione della Parola di Dio, la preghiera, il servizio liturgico, la pulizia e la preparazione del tempio …, guidati dalla presidenza del sacerdote, sono state strumento per farci toccare con mano la presenza di Dio!

Non fa forse parte delle “misericordie di Dio”, delle sue meraviglie compiute per la sua Chiesa e, attraverso di essa, per tutta l’umanità rendere efficaci i segni liturgici e riempire della sua presenza l’assemblea radunata nel suo nome? Non sono forse miracoli questi, che si sono ripetuti e si ripetono nelle nostre comunità?

E poi, quanta misericordia offerta e ricevuta da Dio, attraverso le mani del sacerdote nel sacramento del perdono e attraverso le mani e il cuore di tante persone: ho visto adulti piangere di gioia per il perdono ricevuto; giovani mostrare ardimento nel vivere la fede cristiana in una società che la rifiuta; genitori trovare il coraggio di riaccogliere figli che se n’erano andati di casa sbattendo la porta; coppie di sposi ritrovarsi dopo la separazione; figli chiedere perdono ai genitori; bambini riabbracciarsi dopo una lite e godere la gioia del perdono dato o ricevuto … Qualcuno ha veramente imparato che se si fa esperienza della misericordia e del perdono di Dio, si può realmente cambiare il mondo attorno a sé, facendo circolare la Sua misericordia. Allora vien voglia di cantare la gioia di appartenergli.

Sono stato testimone di una dedizione ammirevole di tanti cristiani verso i poveri, gli anziani, gli ammalati, le persone diversamente abili, le famiglie in difficoltà: chi col sostegno morale, chi con quello economico, chi con la vicinanza e donando del tempo, altri con l’accompagnamento spirituale, alcuni con l’impegno educativo, l’aiuto culturale, sanitario lavorativo … Ho conosciuto mogli accettare il “martirio” – non esagero – pur di non tradire la fedeltà al sacramento celebrato … e ho pianto per loro e con loro: un pianto di sofferenza, ma anche di gioia per la forza che lo Spirito ha donato loro.

Tutti col denominatore comune della carità cristiana che è accettazione della sofferenza, gratuità, disinteressata, prolungata nel tempo.

Non è forse una meraviglia tutto questo? E chi, se non Dio, ha suscitato tutto questo bene e ha dato i mezzi per compierlo? “Chi ce l’ha fatto fare” se non Lui?

Per non parlare, poi, dell’attenzione verso i ragazzi, gli adolescenti, i giovani e le loro famiglie!

Prima che un seme sbocci e diventi un fiore profumato o un frutto succulento ci vuole tempo, luce, caldo, acqua e tanta pazienza. Quante persone ho visto impegnate in un volontariato corresponsabile perché il seme  della giovinezza potesse sbocciare in fiore profumato o in frutto saporito di vera umanità, fecondata dallo Spirito, per diventare a sua volta strumento e sostegno per la maturazione di altri! Quanto amore, quanta dedizione, quanta fatica, quanta perseveranza, quanta speranza, sorretta da una fede in quel Dio che certamente non disattende tanto amore, lo rende fecondo di bene e dà certezza alla nostra speranza.

Quante energie profuse da parte di educatori, catechisti, animatori, genitori e tanti altri giovani e adulti per sostenersi a vicenda  e non cedere alla tentazione della delusione o dello scoraggiamento! Non è forse meraviglioso tutto questo? E Dio ha operato queste meraviglie attraverso di noi, perché abbiamo risposto positivamente alla sua chiamata.

Non posso, a questo punto, non esprimere un grazie sincero e affettuoso ai nostri sacerdoti per il loro impegno, per la loro perseveranza nel rimanere in prima linea, per la loro preparazione, per la condivisione fraterna, soprattutto nella progettazione pastorale e nella preghiera comunitaria settimanale: grazie don Davide, grazie don Renato, grazie don Alberto, grazie don Ciro, vi voglio bene. Grazie anche a don Riccardo e a don Domenico. Insieme con loro non posso dimenticare l’affetto per noi sacerdoti e l’impegno nella testimonianza e nella presenza discreta, ma fruttuosa delle nostre suore: grazie Suor Maria Pia, grazie Suor Graziella, grazie suor Florence; un grazie anche a Suor Laura e a Suor Lidia. 

Desidero esprimere riconoscenza anche ai Consigli pastorali e degli affari economici, volendo ringraziare tutta la comunità, essendone loro i rappresentanti.

E voglio che cogliate un altro aspetto meraviglioso, che io ho osservato: il desiderio di crescere nella conoscenza di Dio per poterlo amare come Lui ci chiede, non solo attraverso il culto, ma secondo una chiamata e un mandato che Egli ogni giorno  ci rinnova. Alcuni giovani e adulti sono stati perseveranti ai momenti sedentari o itineranti di formazione, agli incontri di spiritualità, alla preghiera comunitaria, all’adorazione eucaristica e alla Lectio divina, sperimentando che questa, come dice Gesù a Maria di Betania, “è l’unica cosa necessaria” (Lc 10,42); non perché tutto il fare non serva, ma perché tutto si compie in modo vero e produttivo a partire dall’incontro con Gesù e dall’ascolto della sua parola.

Tutto questo sostenuto da una preghiera perseverante, soprattutto da parte dei malati e degli anziani che, non potendo partecipare fisicamente alla vita della comunità cristiana, hanno offerto la loro sofferenza e la loro preghiera, si sono uniti spiritualmente anche attraverso la radio parrocchiale e “La Badia”, hanno incoraggiato, favorito e sostenuto l’impegno di tutti. E’ vero loro sono i nostri parafulmini. GRAZIE!

Ed ecco che da questo clima ecclesiale di carità, preghiera e sostegno reciproco è sbocciato uno dei fiori più belli: il diaconato e il prossimo presbiterato di Nicola Mossi. E’ un altro splendido dono che Dio fa alla sua Chiesa attraverso la nostra comunità.

Anche l’incontro e la collaborazione con le Istituzioni e le associazioni civili, a partire dall’Amministrazione e dal Consiglio comunale, per arrivare a tutte la Associazioni, non per il colore politico, ma per la loro missione di governo e di animazione a servizio della società, sono stati un dono, che ci ha permesso di testimoniare come a tutti deve stare a cuore il ben comune ed è proprio in tempi difficili, come è il nostro, che è necessario unire le forse e utilizzare ciò che ci accomuna per fare il bene di tutti.

Ora forse qualcuno penserà: nel giardino, insieme al profumo dei fiori, alla dolcezza dei frutti, alla fragranza del verde … ci sono sempre anche odori sgradevoli, erbacce, spine pungenti, frutti amari …

E’ vero! E così è stato e sarà anche nel giardino dissodato dai benedettini nel territorio di Leno. Eppure anche tutto questo, se visto nel contesto della natura, ha un senso e dà significato al lavoro di chi si impegna a tenere pulito e ordinato il giardino.

Così, i momenti di tensione, di dolore, di confronto acceso, di incomprensione … hanno dato e daranno motivo ad un maggior impegno nel cercare di far crescere in questo giardino i fiori e i frutti più belli del perdono, della riconciliazione, della pace, dell’armonia, della comunione, della carità sincera.

E’ ciò che io auguro a tutti, mentre vi ringrazio dal profondo del cuore per questi sei anni tosti, eppure meravigliosi; impegnativi, eppure gioiosi; laboriosi e per questo coerenti con la missione che mi è stata affidata: qui ho celebrato per voi e con voi il Mistero dell’amore di Dio; qui ho condiviso con voi gioie, fatiche e speranze; qui ho offerto insieme con voi l’amore, la cui sorgente è Dio; qui con voi ho gioito, ho sperato, ho pianto, ho sofferto e ho perseverato nella fede. Vi ringrazio delle numerose manifestazioni di affetto che mi avete offerto in questi giorni. Vi chiedo di dimenticare gli scandali che avessi arrecato, la cattiva testimonianza e le eventuali offese: vi chiedo perdono e comprensione. Così desidero assicurare che non mantengo rancori con nessuno, perdono con sincerità di cuore chi mi avesse in qualche modo offeso. 

Ora mi rimane un solo debito, quello dell’amore, come dice S. Paolo: “non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole” (Romani 13, 8). E siccome sono stato amato molto, devo ricambiare molto. Per questo, come gesto di riconoscenza, mi impegno ad aprire le mie labbra e il mio cuore al Signore, come Mosè, ad intercedere per tutti coloro verso i quali sono debitore, chiedendo alla Vergine Maria di sostenermi nella mia intercessione. E voi pregate per me. 

A tutti il grazie più sincero e riconoscente.

Guarda le immagini del saluto:

Saluto a mons. Giovanni Palamini

Il cerchio dell’amore

Anche quest’anno, come coppia, abbiamo aderito alla proposta della Parrocchia relativa al Campo Famiglia che si è svolto dal 3 al 10 agosto a San Giacomo, Valle Aurina, in Alto Adige.

Siamo sempre lieti di vivere quest’esperienza, dove per sette giorni condividi con gli amici, vecchi e nuovi, spazi, tempo, servizio e naturalmente il lavoro che il nostro “pastore”, don Ciro, ci propone.

Quest’anno il tema del Campo Scuola è stato “Il Cerchio dell’amore” avente come simbolo il Tondo Doni, un dipinto di Michelangelo Buonarroti che rappresenta la Sacra Famiglia. Don Ciro ce ne ha illustrato il significato artistico, collegandolo poi alle tracce da lui scelte, quali argomento di discussione per i lavori di gruppo.
Nel primo incontro “Esserci –  Ogni persona è un’opera d’arte, piena di dignità” abbiamo trattato l’autostima, partendo dalla frase di Gesù “ama il prossimo tuo come te stesso”; nel secondo incontro “Esserci con – Capire, guardarsi con amore” partendo dal testo di una canzone, abbiamo esaminato le promesse che ci siamo fatti al momento del matrimonio, di amarci e onorarci per tutta la vita, sia nella buona sorte che nelle avversità. Nel terzo incontro “Esserci per – Solo l’amore è creativo” abbiamo riflettuto sull’apertura delle nostre famiglie al mondo e sulla fortuna di poter coltivare amicizie che ti sostengano nei momenti difficili e che gioiscano con te in quelli felici.

I momenti di svago, poi, non sono certo mancati anche visitando la valle con passeggiate e gite di tutta la giornata. Sono di parte, perché se devo scegliere dove andare in vacanza, tra mare e montagna prediligo quest’ultima: le splendide vette, la bellezza della vegetazione, l’impetuosità dei torrenti, la quiete dei laghetti d’alta quota, il tempo che cambia repentino, il saluto e il sorriso degli sconosciuti che incontri sul sentiero, è per me sempre fonte di meraviglia. Quando camminiamo verso la meta, con lo zaino sulle spalle, molte volte in silenzio per la fatica della salita, pensiamo che tutto questo splendore non possa essere il frutto della casualità e siamo grati al Signore per il dono che ci ha fatto, e non ci riferiamo solo alle montagne, pregandolo di avere sempre questa consapevolezza, anche quando saremo ritornati alla quotidianità.

Ringrazio, quindi, non solo don Ciro, Suor Graziella, ma anche tutte le famiglie del Campo Scuola che ci hanno dato l’opportunità di vivere questa settimana insieme a loro, nella quale abbiamo avuto l’occasione di riflettere, ma anche di divertirci.

Guarda le immagini del campo:

Campofamiglie 2019 in Valle Aurina

Davide e Betsabea: la prova dell’attrazione

Secondo incontro del Cammino dei Gruppi Famiglia

Le pagine bibliche conservano una tra le vicende più drammatiche di rapporto adulterino, quella raccontata in nel Secondo Libro di Samuele, che vede come protagonisti il grande re Davide e Betsabea, moglie di un suo valoroso ufficiale. 

Dal secondo libro di Samuele (11, 1-4) 

L’anno dopo, al tempo in cui i re sogliono andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a devastare il paese degli Ammoniti; posero l’assedio a Rabbà mentre Davide rimaneva a Gerusalemme. Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dall’alto di quella terrazza egli vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella di aspetto. Davide mandò a informarsi chi fosse la donna. Gli fu detto: “È Betsabea figlia di Eliàm, moglie di Uria l’Hittita”. Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Essa andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla immondezza. Poi essa tornò a casa.

La scena narrata aiuta ad entrare nelle pieghe dell’infedeltà amorosa perché ci presenta i due protagonisti della storia con i loro sentimenti e comportamenti. Davide, vulnerabile come ogni uomo, non può restare indifferente al fascino femminile di una donna come Betsabea e sembra incarnare lo stereotipo del maschio cacciatore che non sa e non può resistere ad una preda allettante. Betsabea, sensibile come ogni donna, non può rimanere indifferente alle attenzioni di un uomo interessante, vittorioso e potente come Davide e sembra confermare l’immagine della femmina tentatrice che non può fare a meno di essere conquistata. Tutto questo sembrerebbe portare quasi necessariamente all’infedeltà come una conclusione inevitabile, stante la nostra natura di uomini e donne che non possono opporsi all’istinto dell’attrazione reciproca. Ma il Signore, in questa vicenda, scopre delle responsabilità e segnerà con le sue punizioni i destini dei due protagonisti perché proprio là dove lo sguardo maschile è colpito e la sensibilità femminile è destata, comincia la responsabilità di un uomo e di una donna: Davide “decide” di volere quella donna e Betsabea “accetta” di andare dal re. 

Il brano e la vicenda offrono alcune possibilità di analisi di ciò che oggi sempre più frequentemente sembra succedere all’interno della coppia: l’affacciarsi ad un certo punto della vita matrimoniale di un’alternativa, che molte volte sembra capitare così, senza che nessuno dei due sia consapevolmente andato a cercarla. Entrando, seppur con molta discrezione, nei risvolti che spesso accompagnano questi vissuti, aiutandoci anche con il testo, si possono fare alcune osservazioni.

Oggi comunemente si pensa che ogni attrazione sia un istinto irresistibile e quindi un destino fatale perché “al cuore non si comanda” e, dunque, bisogna andare “dove ti porta il cuore”. Queste affermazioni, così scontate ma tanto diffuse, poggiano su un presupposto: che l’uomo non sia libero ma schiavo delle situazioni, del suo istinto, delle sue passioni e che le sue scelte non siano dettate dalla volontà ma determinate dalle sue pulsioni. In questo modo si tende a de-responsabilizzare le persone riguardo a certi temi e rendere così non punibili determinati comportamenti.  Invece si può osservare che, se è vero che al cuore non si comanda, bisogna vedere dove si è deciso di attaccare il proprio cuore perché, come ci ricorda Gesù nel Vangelo di Matteo (6,21), il cuore si trova là dove l’uomo ha posto il suo tesoro.  Sono allora rivelatori quei piccoli gesti che, presi in sé, appaiono innocenti come prolungare lo sguardo, approfittare di determinate occasioni, indulgere a certe emozioni o sensazioni ma che permettono al cuore di attaccarsi impercettibilmente a questa possibilità, di accarezzare sempre più concretamente questa fantasia. E in questo modo entra in gioco la volontà e l’uomo e la donna decidono di dare importanza e valore a questa situazione e le permettono liberamente di prendere forma e realtà. Ma se entra in gioco la libertà si può parlare anche di responsabilità e di valutazione delle conseguenze e non più di un semplice arrendersi alle circostanze.

Un’altra considerazione suggerita dalla situazione narrata dal brano consiste nel sottolineare che oggi la mentalità corrente porta a confondere innamoramento e amore e considera vero il falso presupposto che sentirsi innamorati corrisponda ad amare l’altro. L’innamoramento è certo un ingrediente dell’amore ma tra l’uno e l’altro c’è una differenza decisiva: il primo sorge spontaneo, il secondo richiede una scelta. Permane invece nella nostra cultura, e non solo tra i giovani, il mito dell’innamoramento come misura del vero amore: essere totalmente attratti e affascinati dall’altro, ricercare la fusione totale con lui, essere scossi da sensazioni ed emozioni violente a contatto con l’altro diventano i parametri con cui definire il valore e la bontà di una relazione. Molto meno sono presi in considerazione i sentimenti di fiducia e di reciproco affidamento, l’impegno di una parola data, l’orgoglio di costruire qualcosa insieme, lo stimolo di una relazione in continuo divenire, la tensione positiva di avere un progetto di coppia da realizzare insieme. 

Un’ultima considerazione a partire dal brano, ci conduce a domandarci il perché della situazione di adulterio: spesso non è tanto la seduzione della nuova possibilità ma la perdita di fascino della vita matrimoniale consueta. La condizione che spesso fa da sfondo alle infedeltà coniugali è quella di una coppia che ha dato troppo per scontato il rapporto e non lo ha solidificato e irrobustito con continue opere di “ristrutturazione”. Un amore, che era stato anche grande ma che inesorabilmente e senza che nessun dei due lo volesse si è stemperato in una routine senza più desiderio e fantasia, apre facilmente la strada a un’alternativa che riporti il gusto del vivere e dell’amare che si era perso. La passione dell’adulterio non attacca se non là dove il fuoco dell’amore matrimoniale non è più alimentato. E per alimentarlo non basta trattenere gli occhi da distrazioni galeotte: occorre fissarli negli occhi di chi, forse un giorno ormai lontano, per primo ci innamorò. 

Come reagire di fronte all’affacciarsi di queste emozioni e sentimenti dentro un rapporto di coppia? La via d’uscita non è tanto quella che conduce a negarli, a reprimerli, soffocati dai sensi di colpa o paralizzati dalla paura di sensazioni forti. La risposta più saggia consiste invece nel non giudicare le emozioni perché esse non sono né buone né cattive, né giuste né sbagliate ma sono semplicemente parte della nostra struttura e imparare così a riconoscerle, individuarle e, proprio perché uniche e personali, comunicarle alle persone che ci interessano. La consapevolezza delle proprie emozioni, il riconoscerle, il permettersi di viverle, senza indulgervi ma anche senza fingere di non viverle, costituisce un forte processo di crescita che può portare a saperle controllare sempre di più.

Grammatica italiana insieme al Signore!

I brani della Parola di oggi, infatti, possiamo semplificarli coniugando il verbo amare al presente, al futuro e anche all’infinito!

Proviamo insieme il presente, che troviamo nel salmo di oggi:

io amo, tu ami, egli ama, noi amiamo, voi amate, essi amano.

Rispolveriamo anche il futuro, che troviamo nella prima lettura  e nel Vangelo:

io amerò, tu amerai, egli amerà, noi ameremo, voi amerete, essi ameranno.

Nella seconda lettura, quella agli Ebrei, troviamo invece il verbo amare all’infinito, ma non l’infinito come lo insegnano a scuola, l’infinito di Gesù: AMARE da sempre, oggi e per sempre.

Già, perché così dice la Lettera agli Ebrei : ”Egli, una volta per tutte ha offerto se stesso”. Qui si parla di Gesù che non è venuto sulla terra per insegnarci a fare sacrifici a Dio. Gesù ha dato tutto per amore. Gesù ha amato così tanto ognuno di noi da dare tutta la sua vita e ha tanto amato il Padre da offrirgli tutta la sua vita. Questo Amare di Gesù è amare all’infinito!

Se abbiamo capito questo e cerchiamo di metterlo in pratica, ci sentiremo dire da Gesù quello che nel Vangelo di oggi abbiamo sentito dire dallo scriba: “ Non sei lontano dal regno di Dio”.

Che bello! Che felicità!

Perché il Regno di Dio, quello che invochiamo ogni volta che preghiamo con la preghiera che Gesù ci ha insegnato, il Padre Nostro, è il Regno dove continuamente si coniuga il verbo AMARE  e dove, per chi AMA, il premio è essere FELICE! Lo ha detto Dio a Mosè e a tutto il popolo d Israele; lo abbiamo sentito nella prima lettura: “ Ascolta, Israele, amerai.. perché tu sia felice”.

Ma noi preghiamo così: “ Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo e così in terra”. Quando nell’eternità saremo con Dio, ameremo come Lui e sarà facile perché saremo con Lui.

Ma il suo Regno è già qui, oggi! Noi, nella nostra vita di tutti i giorni, dobbiamo coniugare il verbo AMARE.

Ross

Cammino dei gruppi famiglia

Nello scorso numero de La Badia abbiamo presentato il percorso che si era deciso di intraprendere come gruppi famiglia, partendo dalla parola di Dio e in modo particolare con le coppie che essa ci presenta. Vogliamo ora condividere le riflessioni coppia dopo coppia. Nella Genesi emerge gradualmente il disegno del Creatore nei confronti dell’umanità, il suo progetto di felicità per ogni individuo. Riflettere sulle vicende degli uomini e delle donne dell’inizio della storia della salvezza ci può aiutare anche a comprendere quella realtà fatta di entusiasmi e delusioni, gioie e dolori che da sempre costituisce la vita degli sposi. Una di queste coppie è rappresentata da GIACOBBE E RACHELE. 

Dal libro della Genesi (29, 16-21)

Labano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto, perciò Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: “Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore”. Rispose Labano: “Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me”. Così Giacobbe servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni tanto era il suo amore per lei. Poi Giacobbe disse a Labano: “Dammi la mia sposa, perché il mio tempo è compiuto e voglio unirmi a Lei”.

Siamo all’inizio della storia dei due giovani, al tempo del loro innamoramento. Giacobbe non si innamora di Lia che aveva gli occhi smorti, e se gli occhi smorti tengono lontano, probabilmente Rachele oltre ad essere ‘bella di forme e avvenente di aspetto aveva anche uno sguardo vivace, espressivo, profondo. È negli occhi di Rachele che Giacobbe legge il sogno, il progetto di Dio per lui e per entrambi e vi legge anche la promessa di un futuro radioso. È dallo sguardo dell’innamorata che Giacobbe trae la forza per il pesante servizio e la lunga attesa. Sappiamo quanto l’esperienza dell’innamoramento sia esaltante. Quando siamo innamorati, siamo portati a credere che il nostro sentimento durerà per sempre. Nulla potrà frapporsi tra noi. Nulla sarà più forte del nostro amore reciproco. Siamo rapiti dalla bellezza del nostro innamorato/a e trascorrere il tempo con lui/lei è come trovarsi nell’anticamera del paradiso. Pensiamo che insieme vivremo sempre di quelle meravigliose sensazioni e sogniamo la beatitudine coniugale. L’innamoramento però non è vero amore perché non richiede sforzi, ci dà l’impressione di essere arrivati e di non dover più cercare o faticare per crescere. Siamo all’apice della felicità di vita e il nostro unico desiderio è rimanerci beatamente. Del matrimonio però l’innamoramento è solo l’introduzione. Il progetto che Dio ci affida chiede di essere realizzato nell’amore, dettato dalla ragione e costruito con la volontà. Chi s’innamora si dona all’altro, si impegna per l’altro, perché legge nell’incontro la promessa di felicità che è però messa alla prova dal tempo che trascorre, dalle difficoltà che la vita porta con sé e diventa vera al vaglio della fedeltà e della fede in Dio che ne assicura la vitalità anche nel tempo della prova quando il nostro orizzonte si incupisce. 

La promessa nell’amore

1. Già dall’inizio, la vita a due si fonda sostanzialmente sulla “promessa”. E’ una promessa basata sulla fedeltà, sulla parola data, sull’impegno reciproco, e come tutte le promesse è proiettata nel futuro. Ma è nel presente, nell’oggi, che noi possiamo già vivere quella promessa. La viviamo nell’attesa. L’attesa non è un tempo vuoto che verrà colmato dall’evento, ma è il tempo dei preparativi, del desiderio che chiede di essere coltivato, che ci impegna, e ci fa crescere per poter essere attenti e pronti al momento opportuno. Pensiamo a quanto sia feconda l’attesa di una mamma che attende la nascita del figlio. Nell’attesa ci viene in aiuto Dio con la sua parola (Dt 8, 1 e ss) e così come esortava e sosteneva gli israeliti nel cammino verso la terra promessa, invita anche noi a mettere in pratica i suoi comandi che non dobbiamo considerare come una legge che ci condiziona, ci incatena, ma come un sostegno nel cammino verso il raggiungimento del nostro bene. E’ la legge dell’amore, è il comandamento dell’amore, della fedeltà e per la felicità. Può succedere che a volte ci accorgiamo di aver perso il dono della promessa e possiamo costatare quanto, nel nostro vissuto quotidiano, quella promessa sia un dono non ancora pienamente gustato. Occorre sfidare il tempo, guardare al domani, avventurarsi nel futuro.  Anche dopo molti anni, la vita a due deve restare una promessa che ci fa sperimentare quanto si può ancora costruire insieme.

2. La promessa è un progetto, quel progetto che noi abbiamo letto negli occhi del nostro innamorato al primo incontro così come era accaduto a Giacobbe e Rachele. Per quel progetto noi ci siamo solennemente impegnati nel giorno del nostro matrimonio: “Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. Se il tempo, le prove della vita ci hanno portato lontano occorre convertire lo sguardo sul nostro passato per tornare a ri-cercarlo nei momenti belli, nelle esperienze vissute, nei sorrisi dei primi anni dei figli, nella gioia dell’unione e dell’incontro. Soprattutto dobbiamo ricercarlo nello sguardo del nostro coniuge, lì dove Dio lo aveva posto e ce lo aveva fatto trovare.  Occorre riappropriarci di quel progetto sapendo che esso è il progetto di Dio per noi insieme, sapendo che il Signore si è impegnato con noi e ci fa da garante con la sua grazia. Essa però non è una nebbiolina che ci avvolge anche se noi non lo vogliamo: la grazia per essere efficace ha bisogno della nostra adesione, della nostra volontà, del nostro coinvolgimento, perché la fedeltà di Dio è un disegno posto nelle nostre mani. Non dobbiamo rassegnarci nella caduta, ma riprendere il cammino nella fiducia e nella responsabilità perché la promessa che abbiamo fatta nostra e che ci siamo scambiati dura nel tempo, dura fino a che avremo vita.

3. La promessa è un dono per la vita. Se allora vogliamo vivere la promessa dobbiamo vivere la vita e non lasciarci vivere: – per poter gustare l’esistenza piena e la presenza del proprio coniuge vicino a sé che nella relazione diventa fonte di stima, fiducia, tenerezza. Certo potranno essere cambiati i modi, da quelli travolgenti ed entusiasti dell’inizio a quelli più forti e intensi della vita matura, ma ciò dovrebbe essere l’occasione sempre rinnovata di vicinanza, di gratificazione, di fiducia e di speranza; – per coltivare l’esistenza relazionale non limitandoci nei nostri riferimenti solo ai figli e ai familiari, ma pensare ad un’esistenza capace di molte relazioni che ci stimolino e costruiscano storie di comunione e di servizio. Quante volte abbiamo sperimentato come l’apertura agli altri abbia giovato alla nostra relazione: ci ha permesso di scoprirci come persone nuove, con ricchezze interiori che noi stessi ignoravamo; – per vivere l’esistenza nella gioia ed entrare nella terra promessa per noi costituita dalla nostra casa, dalla famiglia, dalla comunità. Siano queste il paese ospitale dove abbiamo messo le nostre radici, dove i figli si sentono al riparo e possono stendere i loro rami verso l’avventura della vita. La nostra terra promessa, il nostro paese dove scorre latte e miele, è l’esistenza vissuta nella gioia. 

Autofagia

Quando avrete umiliato l’ultimo sogno d’idealista,
Quando avrete spezzato nell’ipocrisia e nell’abuso la gentilezza residua
e deriso ogni fragilità spalancatasi a soccorso del mondo,
Quando anche l’ultima schiena saràriempita
del ricamo delle vostre maldicenze,
Conoscerete come taglino i cocci delle persone
E non sarà rimasta cura d’amore capace
di ricucire la vostra solitudine.

Illustrazione di Daniele

Saremo giudicati sull’amore

Ricordo bene quella suora piccola, minuta, il viso solcato da innumerevoli rughe, interamente avvolta nel sari bianco bordato d’azzurro. La ricordo rispondere alle domande di un giornalista del nostro canale nazionale, protesa verso l’interlocutore, con semplicità e cortesia. In quel contesto, alla domanda, un poco provocatoria, dell’intervistatore di come si facesse a diventare santi, mi colpì la risposta di Madre Teresa: “Lei stesso potrebbe diventarlo, compiendo con amore il suo lavoro, seminando amore nella sua famiglia, intorno a lei e in chiunque incontri” Aggiunse:

Tutti siamo chiamati alla santità.

Questa donna, che possedeva una fede granitica in Gesù ed in Maria, ha trascorso gran parte della sua vita nella megalopoli di Calcutta cercando e soccorrendo i poveri più poveri.

Sentì di doverlo fare. Sentì di dover dare questa finalità al suo essere suora. Ecco le motivazioni espresse nelle sue parole: “Cristo si trasformò in pane di vita, non bastò, volle dare di più. Volle offrirci la possibilità di trasformare il nostro amore per Lui in un’azione viva. Per questo Gesù si fece affamato, ignudo, diseredato. Il giudizio, nell’ora della nostra morte, verterà su quello che abbiamo fatto, su quello che siamo stati per i poveri e con i poveri.” Spiega Madre Teresa: “Avevo fame e non mi avete dato da mangiare: fame di pane, di giustizia, fame di dignità umana… e voi avete tirato dritto. Ero ignudo, spogliato di quella dignità, di quella giustizia, del riconoscimento che anche lui come noi è stato creato dalla stessa amorosa mano di Dio per amare ed essere amato. Scacciato e non solo da una casa di mattoni, ma anche respinto, umiliato in una fredda solitudine… Ogni persona affamata, ignuda, senza casa, moribonda, nasconde in sé Cristo sofferente.”

Era ormai nota in tutto il mondo Madre Teresa, per questa abnegazione verso gli ultimi della terra. Era invitata a conferenze, interviste che non amava molto, ma alle quali non si è mai sottratta per amore dei suoi poveri. Grazie a questo giungono fino a noi le sue parole. Ripeteva spesso: “Puoi trovare Calcutta in tutto il mondo se hai occhi per vedere. Dovunque ci sono i non amati, i non voluti, i non curati, i respinti, i dimenticati.

Nell’ottobre del1979 le fu assegnato il Nobel per la Pace. Alla sua morte, avvenuta il 5 settembre del 1997, venne salutata con solenni funerali di stato. Il mondo la celebrò. La gente la proclamò Santa prima che la Chiesa la proclamasse il 4 settembre 2016.

Oggi ricordiamo ancora il suo messaggio ed il suo insegnamento?

Siate pellegrini sulla strada dei vostri sogni

Queste sono le parole che Papa Francesco ha rivolto ai pellegrini del Sinodo dei Giovani dell’11 e 12 agosto. Ci ha esortati a sognare in grande, a creare un progetto di vita che comprenda non solo noi stessi e che porti pace. 

Sognare spesso non è facile e per farlo abbiamo bisogno di speranza: affidarci a Dio e porre i nostri desideri nelle Sue mani ci dà la forza di rischiare e proseguire sulla nostra strada, senza accontentarci delle comodità di tutti i giorni. Abbandonare la tranquillità costa sforzo e ci fa paura, per questo Papa Francesco ha invitato noi giovani ad “alzarci dal divano” e camminare con Dio per realizzare i nostri sogni.

Abbiamo accolto la proposta del Papa e iniziato il pellegrinaggio verso Roma il 9 agosto; durante il viaggio abbiamo faticato, ma il percorso ci ha permesso di capire che con un po’ di determinazione e un buon gruppo di amici si può raggiungere qualsiasi obiettivo. Nel corso del cammino siamo stati ospitati prima a Ronciglione con gran gentilezza e disponibilità, quindi abbiamo proseguito a piedi per 25 kilometri verso Trevignano. Da qui abbiamo raggiunto il Circo Massimo dove abbiamo condiviso un momento di preghiera e di riflessione con Papa Bergoglio. Durante la notte tra l’11 e il 12 si è svolta la Notte Bianca della Fede, che offriva la possibilità di visitare varie chiese di Roma partecipando a esercizi di spiritualità. 

La domenica mattina tutti i pellegrini si sono riuniti in Piazza San Pietro per assistere alla Santa Messa e all’Angelus, in cui il Papa ci ha esortato a essere coerenti con il nostro credo facendo del bene sulla strada verso i nostri desideri.

Alla fine di questo pellegrinaggio, quindi, ci auguriamo di realizzare i nostri sogni e di continuare a “camminare nella carità e nell’amore”.

Emma e Gaia

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Pellegrinaggio a Roma 2018

Il mio Paolo VI? Uno zio premuroso

La nipote Chiara Montini giudica errate quelle raffigurazioni del Papa come persona distaccata

“Il mio Paolo VI? Dapprima lo zio Battista con cui andavamo in vacanza ai Camaldoli di Gussago o nei monasteri benedettini della Svizzera. Solo in un secondo momento, crescendo, la dimensione affettiva ha lasciato spazio a quella istituzionale e lo zio è diventato il Papa”. È con queste parole che Chiara Montini racconta il “suo Paolo VI”. Molte volte nel corso degli anni le è stato chiesto di raccontare di questa straordinaria parentela e ogni volta l’aspetto su cui la nipote (è figlia di Francesco, il fratello medico del pontefice) torna è quello dello zio affettuoso e premuroso, “diverso – raccontata dall’immagine fredda e distaccata con spesso veniva presentato Paolo VI”. Così quanto apprese che lo zio Battista era stato eletto papa nella piccola Chiara e nella sorella Elisabetta (nella foto), cominciò a farsi largo la sensazione di una perdita. “Quella del Papa – racconta – è un ruolo che prevale su qualsiasi sentimento familiare. E nella mia famiglia questo aspetto fu chiaro sin da subito”. I Montini, da quel 21 giugno 1963, fecero loro questa consapevolezza, consci che la fumata bianca uscita dal comignolo della Cappella Sistina avrebbe comunque segnato anche la loro vita. “Non sempre – afferma al proposito la nipote – chiamarsi Montini è stato semplice”. Nonostante questo, però, per Chiara e Elisabetta il papa continuava a essere quello zio Battista che poco o nulla aveva a che spartire con quelle raffigurazioni di Paolo VI come persona distaccata che si volevano accreditare. “Lo zio – afferma – è sempre stato estremamente attento alla persona che aveva davanti, indipendentemente alla sua condizione. Guardava tutti negli occhi convinto che in quello sguardo ci fosse il volto di Cristo. Ti faceva sentire accolto e ascoltato”.

Tra poco meno di tre mesi Paolo VI sarà canonizzato e la nipote Chiara ancora non si è soffermata a riflettere su cosa significhi avere un santo in famiglia. “Mi capita spesso – è un suo pensiero espresso ad alta voce – di andare in Cattedrale e di fermarmi davanti al suo monumento. La mia, però, non è una preghiera, ma un dialogo nel corso del quale gli racconto le mie sofferenze, gli affido i miei pensieri e le mie preoccupazioni. Ogni volta esco da questi dialoghi scoprendo in me la forza necessaria per affrontare le sfide che ho davanti”. Chiara Montini non sa se questo sia un “privilegio” riservato a chi può vantare legami di parentela con un santo. Di certo ha consapevolezza che dietro questa forza c’è molto di quello che ha respirato in famiglia, molto di quel clima umano e spirituale a cui anche lo zio diventato papa ha potuto attingere. Una santità familiare nel quotidiano? “Forse – è la risposta di Chiara Montini – perché la santità che si respira in famiglia non è quella dei mistici o dei martiri, ma quella che aiuta ad affrontare ogni sofferenza, ogni sfida e a vedere in ogni persona un uomo da ascoltare e incontrare”. Esattamente quello che ha saputo dare lo zio Battista divenuto Papa. Ma che pontefice sarebbe oggi Paolo VI, è l’ultima domanda posta alla nipote nella definizione del ritratto del “suo “ Papa. “Sicuramente – risponde senza esitazioni Chiara Montini – un Papa capace di usare gli strumenti della modernità per annunciare il Vangelo”, e con il ricordo torna all’interesse con cui Paolo VI il primo ammaraggio di un uomo sulla luna e all’entusiasmo con cui raccontava ai fratelli del viaggio in Terra Santa.