Il Cardinale Giovanni Alberto Badoer

Storia delle sante Reliquie del Patrono di Milzanello

Dalla lapide apprendiamo che il donatore delle Reliquie è il Cardinale Giovanni Alberto Badoer, vale a dire il 106° vescovo di Brescia, chiamato a reggere la nostra Diocesi dal 1706 al 1714 Giovanni Badoer era veneziano ed apparteneva ad una importante famiglia di Venezia. Suo zio era Alberto, vescovo di Crema, che lo educò, avviandolo alla carriera ecclesiastica.

Si laureò in diritto e poi si recò a Roma per un breve periodo, dove gli venne offerto un posto come Uditore Rotale, che lui però rifiutò.

Divenne arcidiacono della cattedrale di Crema, ma alla morte dello zio, siccome si dice fosse contrario al nepotismo, lasciò tutti gli incarichi ricevuti da lui e si trasferì a Padova, dove fu ordinato sacerdote dal vescovo Gregorio Barbarigo. Fu proprio il Barbarigo a proporlo come primicerio del capitolo di s. Marco a Venezia al doge e qualche tempo ricoprì questo incarico. In seguito, nel 1688, fu scelto come Patriarca di Venezia.

Le cronache e gli scritti su di lui riportano la sua opera:

  • visitò tutte le chiese e i monasteri
  • visitò i seminari
  • aprì accademie
  • curò la qualità dei seminari e la formazione del clero
  • fondò un istituto per accogliere le prostitute che volevano cambiare vita
  • consacrò alcune chiese

Nel 1706 il papa Clemente I Albani lo fece cardinale presbitero e lo fece poi Vescovo di Brescia (con il titolo personale di Patriarca) con una missione da compiere: sradicare le eresie che stavano infestando Brescia e il Bresciano (in Valle Camonica soprattutto). Giansenismo, ma soprattutto Quietismo avevano preso piede anche fra gli ecclesiastici e nelle famiglie in vista.

Il Cardinale Badoer arrivava in una diocesi che versava in una difficile situazione. Contrastò e sconfisse gli eretici, appoggiato dai Gesuiti e dall’Inquisizione.
Diffuse le pratiche di devozione, soprattutto quelle legate al Santissimo Sacramento. Si impegnò nelle visite pastorali
All’arrivo del Cardinal Badoer a Brescia, la Cattedra di Brescia era vacate da due anni ed era retta da un Vicario. La situazione era preoccupante, poiché si erano diffuse molte eresie che avevano invaso le Valli, soprattutto la Valle Camonica, ma anche la città. Vi avevano aderito sia sacerdoti che esponenti delle famiglie importanti di Brescia.
Con questa missione dunque, il Papa aveva mandato il Badoer a Brescia.
In Valle Camonica c’erano i Pelagini, a Brescia e dintorni i Quietisti, guidati da Giuseppe Beccarelli.

Riunioni di Quietisti dal 1704 si tenevano in Cattedrale, nella Cappella di S. Antonio, con la partecipazione dello stesso Arciprete: Camillo Bargnani.
Il Beccarelli era di famiglia umile, era nato nel 1666 a Pontoglio. Aveva studiato un poco ed era finito a fare l’istitutore. Con la protezione di Cesare Martinengo, istituì in casa sua un istituto per l’educazione dei giovanetti sullo stile di quelli gesuiti.
Il Beccarelli aveva legato i sacerdoti suoi adepti ad un giuramento di fedeltà alla sua persona e si era liberato dall’Inquisizione e dall’autorità grazie alle sue conoscenze e amicizie fra i potenti.

Nel 1706 il card. Giovanni Badoer era entrato a Brescia come vescovo. Nel 1707 proibì subito le riunioni dei Quietisti, controllò le pubblicazioni e si appoggiò ai Gesuiti. Emanò un decreto di scomunica ipso facto per tutti coloro che avessero promosso riunioni di Quietisti. Il Beccarelli e i suoi seguaci reagirono contro il vescovo con satire e pasquinate, facendo intervenire le autorità venete. Nel 1708 il podestà di Brescia fece chiudere il collegio e imprigionare il Beccarelli.

Il Vescovo Badoer però non doveva soltanto contrastare le correnti eretiche che si erano diffuse nella sua diocesi. Egli infatti operò per evangelizzare sia la popolazione che il clero, deviati dall’eresia, con catechesi, devozioni, cura della formazione del clero e visite pastorali.
Nella sua visita ad limina a Roma, si scusò per aver trascurato la Valle Camonica, perché impegnato nella città e dintorni. Davanti alla diffusione dell’eresia, Badoer rispose favorendo la preparazione dei chierici e vigilando su quanto insegnato nel seminario.

Curò il culto Eucaristico, visse una vita austera e dedita alla preghiera e alla penitenza, fu assiduo nella catechesi (anche dei fanciulli) e nell’assistenza materiale dei bisognosi.
Al rientro di una visita pastorale si ammalò di febbre e morì il 17 maggio 1714.
Fu sepolto nella cappella di s. Antonio in Cattedrale.

Fides et ratio: dalla matematica a Dio

Don Alberto Comini si racconta

Lo studioso austriaco Kurt Gödel riteneva fosse possibile dimostrare l’esistenza di Dio con un teorema matematico: “Se Dio è possibile, allora esiste necessariamente. Ma Dio è possibile. Quindi esiste necessariamente”. Può il cosiddetto “teorema di Dio” influire sulla scelta, da parte di un giovane universitario che da bambino voleva diventare ingegnere navale, di intraprendere il cammino sacerdotale? A quanto pare sì.

La vocazione. “La mia vocazione è nata sin da quando ero è piccolo. Già da allora provavo un forte attaccamento per le figure sacerdotali. Anche il percorso di studi ha influito sulla mia crescita spirituale. È lì, alla Facoltà di Scienze matematiche della sede bresciana dell’Università Cattolica che ho maturato la mia vocazione”. È con queste premesse che il 28enne don Alberto Comini si appresta a pronunciare il suo sì per sempre. Cosa possono avere in comune la fede e la matematica? “Quest’ultima – è la ferma convinzione di don Alberto – parla dell’eternità di Dio. Del resto, rispetto a quelle che possono essere, per esempio, le opere d’arte, per loro natura soggette al logorio del tempo, le idee matematiche non tramontano mai. Non possono essere distrutte. Qualcosa di Dio e della sua bellezza la matematica lo riflette”.

Santuario delle Grazie. Proprio come fu per Giovanni Battista Montini, anche per don Alberto Comini il Santuario delle Grazie ha avuto un ruolo chiave nel suo cammino vocazionale. A documentare il particolare legame di San Paolo VI con il cuore della fede mariana cittadina sono sufficienti le parole dello stesso Papa bresciano: “Come potremmo noi dimenticare che l’8 settembre a Brescia, è giornata solenne per quel Santuario della Madonna delle Grazie, la cui chiesa maggiore adiacente al Santuario, è appunto dedicata a questa festività? Essa era l’occasione abituale di riunione della nostra famiglia; e in quel pio domicilio, casa e Chiesa, di culto mariano, maturò la nostra giovanile vocazione sacerdotale”. L’attaccamento di don Alberto alle “Grazie” risale al periodo universitario, quando, proprio qui, conobbe un sacerdote che gli svelò nuovi orizzonti: “Ricordo – sottolinea don Alberto – di essermi recato al Santuario per confessarmi. È un luogo di fede a me molto caro. Del resto la mia dedizione preminente è nei confronti di Maria Santissima”. In quel frangente il sacerdote gli fece presente come i piani di Dio, soprattutto per un giovane come lui, fossero del tutto aperti. “Da un interrogativo personale − continua don Alberto − è così nata una nuova consapevolezza: la volontà di entrare in Seminario”. Fece così il suo ingresso il 22 settembre 2013.

Ricordi. Sono tanti i ricordi di quel periodo, ma su tutti don Alberto preferisce sottolineare un insegnamento fondamentale: “Dio ci vuole bene. Prima di tutto c’è Lui che è la nostra felicità”. Un altro aspetto è quello legato alla preghiera: “In Seminario ho avuto contezza di ciò che significa pregare, vivendo in modo speciale la S. Messa, insieme ad altri giovani che condividevano con me il percorso vocazionale. Anche loro mi hanno aiutato a essere maggiormente consapevole di ciò che stavo vivendo”. Sono due le esperienze “belle e arricchenti” che, durante gli anni del Seminario, hanno maggiormente colpito don Alberto. La prima è la visita al Cottolengo, una decina di giorni vissuti presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino, e, la seconda, un pellegrinaggio di una settimana a Lourdes con il Cvs. Due esperienze segnate dall’incontro con la malattia e la sofferenza. È attraverso questi frangenti che il sacerdote ha compreso l’importanza di farsi vicini alle fragilità: “La Croce – ricorda – fa parte della nostra vita così come le malattie spirituali e fisiche”. Nel corso della sua formazione don Alberto ha incontrato diverse comunità: la prima è quella di Odolo dove è nato. Hanno fatto seguito due anni a Gavardo. Durante il terzo anno di Teologia ha svolto servizio a Casto. È stata poi la volta di Folzano sino a quando, in quinta, è stato accolto dai fedeli di Verolanuova. Quest’anno ha svolto servizio nelle parrocchie di Prevalle. Rispetto alle grandi città, nelle piccole comunità come può essere quella di Odolo, si respira ancora una fede profonda, anche se il processo di secolarizzazione, spesso, lambisce ampiamente anche questi luoghi. Nel corso del suo ministero don Alberto ha potuto toccare con mano tale processo: “In talune realtà − continua − anche in quelle più piccole, la perdita della fede, in alcune persone, si denota. È anche vero, però, che le comunità con una popolazione inferiore rispetto ad altre possono avere un maggior grado di coesione. Una peculiarità che nei grandi centri abitati è andata perdendosi. Negli anni ho potuto notare come, rispetto, ad esempio, alla Valsabbia, la fede sia ancora molto radicata nella Bassa. Qui le persone sono ancora molto legate alle tradizioni”.

L’amico. Negli anni del Seminario don Alberto ha incontrato molto persone, tra questi il giovane seminarista Michele Rinaldi che a settembre verrà ordinato diacono. Don Alberto l’ha incontrato quando frequentava il percorso Emmaus, in una fase di grande discernimento vocazionale. “Di lui − racconta Michele − mi colpì la grande gentilezza, l’affabilità. È una persona molto pacata, a tratti contraddistinta da una certa seriosità, soprattutto nella lettura dei fatti quotidiani. È una capacità di analisi, la sua, molto profonda. Ha anche, però, un lato ironico che magari non viene colto subito. Quando inizia a ridere la sua risata è veramente contagiosa”. Che sacerdote sarà don Alberto? “Sicuramente − risponde senza esitazioni Michele − sarà un ministro con un grande cuore, capace di una spiccata umanità. Le persone che incontrerà troveranno in lui una persona della quale fidarsi, una guida che potrà consigliarli per il meglio”. “Fides et ratio”: l’enciclica di Giovanni Paolo II fotografa alla perfezione don Alberto. Ne è convinto l’amico Michele: “Il suo rigore scientifico non sfocia mai in un arido razionalismo. Del resto, è opinione comune, don Alberto è capace di coniugare perfettamente la fede e la razionalità”. Michele non ha dubbi: “Chi lo incontra non può non notare la serenità che lo contraddistingue. Sta camminando sulla strada giusta. Ha trovato la sua vocazione. Non c’è dubbio”. Il tempo stringe e il giorno in cui don Alberto, in piazza Paolo VI, pronuncerà il suo per sempre, si fa sempre più vicino: “Come è ovvio che sia − chiosa Michele − lo vedo trepidante, non solo per l’ordinazione, anche per l’attesa del giorno della sua prima Messa”.

Sacerdote. Intanto, su quali peculiarità dovrebbe avere un sacerdote, don Alberto non ha dubbi: “L’affabilità è la caratteristica fondamentale. Di non secondaria importanza è la dolcezza accompagnata da una sana dose di coraggio, necessario per affrontare le avversità che potrebbero presentarsi durante il ministero. Tra le doti da coltivare con particolare attenzione c’è la riservatezza”.

“Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. È questo il versetto del Vangelo di Matteo che serba con maggiore affetto, nel cuore, don Alberto. “Sono parole che ho imparato a conoscere durante una conversazione con il mio professore di matematica quando mi interessai alle prove sull’esistenza di Dio. Sono stati molti i logici e i matematici che si sono cimentati nel provare l’esistenza di Dio”. Eppure il sacerdozio e la matematica, per l’apparente complessità della loro natura, possono talvolta spaventare. Don Alberto, pur ammettendo questa condizione, ribatte con una frase di John von Neumann: “Se la gente non crede che la matematica sia semplice, è soltanto perché non si rende conto di quanto complicata sia la vita”. Ma a fronte delle avversità dell’esistenza, dei coni d’ombra che questa serba, si staglia “l’immensità di Dio, luce sul nostro cammino”.

Dedicato a Padre Alberto Modonesi

Alberto,
So che la tua mitezza ed umiltà accetterebbe con fatica l’attenzione che pongo sulla tua persona. Tuttavia trovo giusto e doveroso che anche chi a Leno ti ha conosciuto, abbia un ricordo di te, missionario comboniano, attraverso queste pagine che ti raggiungevano ed amavi leggere. Ho partecipato, giovanissima anch’io, alla tua ordinazione sacerdotale, celebrata a Corticelle Pieve, nel lontano 1967.

Qualche mese dopo, eri in Libano a consolidare ed approfondire la lingua araba. Eri convinto che la conoscenza perfetta della lingua, oltre che degli usi e costumi del paese a cui eri destinato, fosse il primo ed essenziale strumento per entrare in sintonia con le persone che lo abitavano.

Avevi assorbito talmente bene questa lingua, da raccontarmi divertito che talvolta, anche per alcuni tratti del tuo viso, venivi scambiato per un autentico arabo.

Possedevi una speciale capacità di entrare in relazione con le persone, di abbracciarle, perché andavi oltre le differenze. Nel tuo vocabolario, non esisteva la parola “convertire”. “Testimoniare” era la parola d’ordine che ispirava la tua missione di messaggero del Vangelo, vissuta in serenità e gioia piena donate a tutti, dando l’idea di una chiesa missionaria non “cardiopatica”, per usare la metafora di Papa Francesco.

Ho conosciuto il tuo grande cuore via via, durante gli anni, attraverso i tuoi scritti, le tue attenzioni affettuose per tutti noi parenti, a cui sei sempre stato molto legato. Quando tornavi in Italia mi ha sempre colpito questa tua serenità, questa gioia contagiosa, la tua capacità di ridere di tutto, anche di te stesso. La tua Fede per me era palpabile.

In questi ultimi tempi, in cui la malattia ti ha costretto a tornare e rimanere in Italia, hai accettato tutto con la solita serenità, abbandonandoti alla volontà del Padre. Nella tua ultima, bellissima lettera di Natale scrivevi: “I medici mi hanno detto che l’incontro finale con il Padre dovrebbe essere prima del Natale 2018. Ho una grande voglia di spiccare questo salto nelle Sue braccia.” É stato il tuo ultimo commovente saluto. Lo scorso 8 febbraio il Padre ti accoglieva tra le Sue braccia.

Grazie Alberto, seguici da lassù.

Tua cugina Claudia