Lettera da Za Kpota

Carissimo Mons. Giovanni,

ho ricevuto da Sr Cristina il dono (duemila euro) che lei e la sua comunità della Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo a Leno, hanno voluto fare alla missione delle Maestre Pie Venerini a Za Kpota (Benin).

Grazie di cuore, per aver pensato a noi!

Sono Sr Laurence Donhouédè, mpv beninoise e, dalla fine di luglio 2018, inviata alla missione di Za Kpota. Ho assunto con fede, entusiasmo e gioia il mio nuovo ministero apostolico in questa meravigliosa, povera terra. Con l’aiuto della onlus “Semi di Rosa” che affianca la mia Congregazione nel lavoro missionario, abbiamo iniziato a realizzare un importante sogno : costruire un piccolo dispensario – primo soccorso sanitario per tutti i nostri fratelli che non possono permettersi il lusso di essere curati a pagamento nelle strutture pubbliche. Abbiamo iniziato i lavori di ristrutturazione di un fatiscente fabbricato… affrontando fatiche e difficoltà di ogni genere. Non ci lasciamo scoraggiare e, forti della benedicente presenza di Santa Rosa Venerini  sempre al nostro fianco, continueremo a dar vita  a tutti i sogni dei piccoli e dei grandi a noi affidati a Za Kpota.

Insieme ai nostri bambini della piccola scuola materna, ai ragazzi dell’oratorio, alle donne della scuola di alfabetizzazione, innalziamo con gratitudine una preghiera per lei e per tutta la comunità parrocchiale.

Chiediamo a lei di ricordare tutti noi nella sua Eucarestia quotidiana.
Un saluto affettuoso a tutti, da me e dalle mie consorelle Sr Nadège e Sr Flore.

Sr Laurence

Il primo viaggio a Kiremba

San Paolo VI e Kiremba, un connubio indissolubile che è sinonimo della generosità dei bresciani, della storica vocazione missionaria della Chiesa diocesana. È qui, nella provincia di Ngozi, Stato del Burundi, nell’Africa centrale, che si è svolto il primo viaggio missionario del Vicario generale, mons. Gaetano Fontana

San Paolo VI e Kiremba, un connubio indissolubile che è sinonimo della generosità dei bresciani, della storica vocazione missionaria della Chiesa diocesana. È qui, nella provincia di Ngozi, Stato del Burundi, nell’Africa centrale, che si è svolto il primo viaggio missionario del Vicario generale, mons. Gaetano Fontana. Accompagnato da don Roberto Ferranti, direttore dell’Ufficio per le missioni, e dal medico Giuseppe Lombardi, mons. Fontana farà ritorno a Brescia venerdì 10 maggio. Al termine di questo viaggio sono principalmente due i sentimenti che lo pervadono, come testimoniano le parole raccolte da don Ferranti.

A conclusione del viaggio missionario in Burundi, nello specifico a Kiremba, quali sono le impressioni scaturite da questa esperienza, la prima in veste di Vicario generale, in un luogo caro alla Chiesa bresciana?

I sentimenti che mi pervadono sono due: il primo è personale, il secondo è legato al mio ruolo di Vicario generale della diocesi, in rappresentanza del Vescovo. Questa prima esperienza missionaria l’ho vissuta con un profondo sentimento di meraviglia e stupore. Sono molteplici i fattori che hanno determinato tale stato d’animo. In primis c’è il contatto con la natura. In vista del viaggio in Africa pensavo di vedere immensi spazi deserti, in Burundi ho trovato invece una terra fertilissima, rigogliosa dì vegetazione: fiori, frutti e alberi maestosi qui ci circondano. Un aspetto non secondario riguarda le persone: non ho mai visto così tanta gente riversarsi sulle strade, a piedi come in bicicletta, ma sempre in compagnia. È una dimensione comunitaria che mi ha molto colpito, soprattutto se confrontata con la realtà bresciana. Sono rimasto colpito anche dalle abitudini che ho trovato qui: concelebrando l’Eucarestia domenicale nella parrocchia di Kiremba, ad esempio, ho provato una fortissima emozione nel distribuire il Corpo di Cristo a tantissime persone che si avvicinavano a me con questi occhi grandissimi nel raccogliere Gesù come Pane di vita eterna, sostegno per la nostra e per la loro vita. Tralasciando la dimensione personale e calandomi nel mio ruolo di Vicario generale, posso dire che dopo quasi un anno in questa veste, un mandato importante ricevuto dal nostro Vescovo, colgo la profondità di quanta ricchezza e quanta fede la nostra diocesi ha profuso negli anni. In occasione dell’elezione al soglio pontificio del bresciano Paolo VI, la nostra diocesi volle infatti costruire l’ospedale di Kiremba, il più povero tra i luoghi di queste terre. Tutto questo ha dato un significato profondo anche alla mia presenza qui, come rappresentante della Chiesa bresciana insieme a don Roberto Ferranti e il Dott. Giuseppe Lombardi. Qui vengono accolti i poveri, gli indigenti, chi soffre perché malato, anche in modo grave. Si prendono cura di loro in questo ospedale sperduto in mezzo alla natura, in una dimensione di estrema povertà. Da tutto questo ho imparato, anche come Vicario, a ripensare a quante cose inutili circondano la nostra quotidianità. Ho potuto rivedere determinate priorità, notando come spesso ci facciamo prendere dalla futilità delle cose.

A Kiremba, l’ospedale eretto grazie alla carità e alla passione della Chiesa bresciana non vive in un contesto avulso dalla dimensione comunitaria. È inserito in una parrocchia dove hanno operato anche i nostri missionari. Proprio a Kiremba abbiamo incontrato altre espressioni missionarie bresciane, soprattutto guardano alle religiose che operano in questa terra. Le diverse sfaccettature degli incontri fatti che segno Le hanno lasciato?

Incontrando il vescovo di Bujumbura e Ngozi ho potuto appurare quanto sia giovane questa Chiesa: è desiderosa di incontrare Cristo, una Chiesa in cammino come la gente che percorre a piedi nudi le strade di queste terre. La persone, con il passare del tempo, stanno riconoscendosi come un corpo solo, un’unica comunità cristiana che si interessa l’uno dell’altro nel cammino della fede. Pensando a Brescia, a quanto il nostro vescovo Pierantonio tenga all’aspetto liturgico dell’Eucarestia, ho potuto constatare come anche qui tutto sia preparato nel migliore dei modi. Ci sono persone addette al canto anche nei giorni feriali, chierichetti che servono con una precisione non tanto statica ma come “corpo” che sta vivendo l’Eucarestia. Canti e danze diventano espressione di una Chiesa viva, di un cammino di fede. Più significativa di tante parole è l’immagine delle persone che partecipano in modo massivo alle celebrazioni. Lunedì eravamo in 13 a distribuire la Comunione. Abbiamo impiegato un quarto d’ora, immaginate quante persone erano presenti, compresi i bambini che, nonostante la giovane età, si sono dimostrati molto compassati. Un altro aspetto che mi ha stupito sono state le dichiarazioni del parroco, padre Giambattista: mi ha riferito che negli ultimi due sabati sono stati celebrati 800 battesimi e 600 matrimoni. Sono numeri che ci interrogano se pensiamo alle nostre parrocchie.

Anche il mondo missionario qui è molto vivace…

Abbiamo avuto la grande gioia di incontrare le suore bresciane presenti in Burundi. Sono suore di varie congregazioni: le Operaie, le Dorotee di Cemmo, le Mariste e le Ancelle della Carità. La loro presenza è indice della bellezza della condivisione con i più poveri. Il tutto è fatto per amore di Dio. Questa è la testimonianza più bella.

La missione, nel cammino della Chiesa, ha subito diverse trasformazioni. Siamo passati da un’esperienza unidirezionale, una Chiesa che inviava e una che riceveva, a una missione dalle forti connotazioni di cooperazione. Ognuno ha bisogno dell’altro. Adesso ci sono due Chiese che si scambiano doni, esperienze e anche stili. Nell’ottica della cooperazione, Kiremba, ormai da tantissimi anni, è legata alla nostra Chiesa diocesana. Qui il nome di Paolo Vi lo troviamo quasi su ogni parete. Guardando alla cooperazione, la Chiesa bresciana cosa può imparare da una realtà come quella del Burundi?

Qui noi portiamo tante realtà, tante cose. Come bresciano, come uomo di Chiesa e come Vicario generale porterò con me tanta ricchezza che dovrà essere uno stimolo per noi, legato a molteplici aspetti. Il primo è legato alla condivisione. Pensiamo a una semplice stretta di mano, a un saluto. Gesti il cui valore spesso ignoriamo tanto siamo presi da noi stessi. Il secondo aspetto è la forte partecipazione a livello liturgico. Il terzo fattore determinante è la capacità di vivere l’incontro con il Signore nella Chiesa. Vedere queste persone ci ha stimolato a rivedere il senso della fede che non deve ridursi a un semplice essere “bravi e buoni”. Bisogna essere capaci di dare accogliere il Signore nelle nostre vite, dandogli il giusto spazio: è un Dio che si incontra in Cristo Gesù, un Dio che desidera vivere questo grande amore anche attraverso il nostro volerci bene.

S. Martino per l’Etiopia

Anche quest’anno la raccolta di San Martino viene distribuita in tre date nelle diverse zone: sabato 17 novembre in Valcamonica, Sebino, Franciacorta e Valtrompia; sabato 24 novembre nella Bassa Centrale e Occidentale e sabato 1 dicembre in città, sul Lago di Garda, in Valsabbia e nella Bassa Orientale.

La raccolta di vestiti per offrire un futuro all’Etiopia. La raccolta di San Martino viene distribuita, quest’anno, in tre date nelle diverse zone: sabato 17 novembre in Valcamonica, Sebino, Franciacorta e Valtrompia; sabato 24 novembre nella Bassa Centrale e Occidentale e sabato 1 dicembre in città, sul Lago di Garda, in Valsabbia e nella Bassa Orientale.

All’inizio del 2017 la conferenza Episcopale Italiana insieme alla comunità di Sant’Egidio ha siglato il protocollo di intesa con il Governo Italiano per l’apertura di un Corridoio umanitario dall’Etiopia, il secondo paese per numero di rifugiati in Africa. Di fronte alla drammatica situazione che spinge migliaia di persone a cercare salvezza attraversando prima il deserto e poi il mar mediterraneo in condizioni di grave rischio per sé e per le proprie famiglie, la Chiesa Italiana ha voluto dare un segnale per proporre soluzioni concrete, impegnandosi nella realizzazione del progetto, facendosene interamente carico. La Caritas Italiana e la formazione Migrantes garantiscono un adeguato processo di integrazione dei beneficiari nella società italiana. Con la raccolta di San Martino si vorrebbe sostenere l’accoglienza di famiglie attraverso il progetto “Protetto. Rifugiato a casa mia”, che si connota per l’esperienza comunitaria e per la presenza di famiglie e di persone che si rendono disponibili ad accompagnare i rifugiati nel percorso di integrazione. L’obiettivo principale di “Protetto. Rifugiato a casa mia” è quello di evitare le morti in mare e del traffico di esseri umani. Anche Caritas Diocesana di Brescia ha aderito al progetto: il 27 giugno è arrivata una famiglia di eritrei formata da una mamma, un papà e quattro figli minori, ospitata in un appartamento della Parrocchia di Santa Giulia del Villaggio Prealpino.  La famiglia è stata accolta e viene seguita dai volontari, sostenuti e affiancati dagli operatori della Cooperativa Kemay. “Hanno detto che i corridoi umanitari sono un’opera segno- racconta Giuditta, operatrice della Cooperativa Kemay -Nel senso di vista politico, sono certamente un simbolo. Però è un’opera reale e vera, perché a questa famiglia ha cambiato la vita: ai genitori, perché possono vivere più sereni, ma sicuramente ai bambini, che saranno salvaguardati e protetti”.

Il ricavato della raccolta andrà quindi al progetto “Rifugiato a casa mia” di Cei e Caritas, a sostegno del Corridoio umanitario per l’Etiopia. Le parrocchie sono pregate di prenotare i sacchetti allo 0303722252.

I miei missionari in Africa

Ottobre Missionario 2018

Ti scrivo durante questo mese missionario per raccontarti la mia esperienza missionaria qui a Morrumbene, in Mozambico, col desiderio di renderti partecipe di alcune emozioni, riflessioni, ma soprattutto per condividere quello che anche io sto ricevendo… se fa bene a me può far bene anche a te!

Papa Francesco nel suo bel messaggio per la giornata missionaria di quest’anno dice “insieme ai giovani potiamo il Vangelo a tutti”. Una delle mie prime esperienze e attività che sto vivendo è incontrare i giovani delle 48 comunità presenti in questa parrocchia. Nell’incontro rimango sempre ammirato dalla gioia dei giovani, che si esprime in canti e balli, e della semplicità e normalità di pregare e confrontarsi sulla propria fede. In varie occasioni molto semplici e anche molto forti mi stanno annunciando il Vangelo. L’annuncio più forte in questi 8 mesi di missione è stato quello ricevuto da Orlando, un ragazzo di 22 anni che da pochi mesi è morto per una grave malattia. L’ho conosciuto al consiglio dei giovani della parrocchia, lui era uno dei responsabili della sua zona per quanto riguarda la pastorale giovanile. Sono stato a trovarlo un giorno a casa sua perché per colpa della malattia che improvvisamente lo ha colto, non poteva più partecipare agli incontri del consiglio. Attraverso il suo catechista di zona mi ha chiamato urgentemente, e sentendo venire meno le forze mi ha chiesto di essere battezzato. Stava camminando nella catechesi del catecumenato, ma il suo percorso ha avuto una forte accelerata. “Padre desidero il Battesimo, voglio essere Figlio di Dio”. Questo desiderio, nella consapevolezza di morire, ancora oggi mi scuote e mi provoca grande ammirazione: desiderio di essere figlio di Dio. Orlando è il mio primo missionario in Africa.

Un’altra esperienza forte in questi primi mesi di missione è stata la benedizione delle case, o meglio capanne, in una delle 8 zone della mia parrocchia. Zona Panga, con la presenza di tante chiese, confessioni e sette diverse. Ho ricevuto tanta accoglienza e gioia. Volevo condividere con te l’incontro con una anziana, che non sapeva più come ringraziare Dio per la visita del Padre nella sua capanna “Anche i passeri del cielo cantano contenti per questa visita, un padre è venuto a trovarmi”. Questa cosa mi provoca come prete e anche come cristiano. Noi siamo portatori di qualcosa di grande, che la gente riconosce e desidera. Lei nemmeno mi conosceva, ma riconosce in questa visita l’attenzione della Chiesa. Molte volte anche una sola visita dice molto. Questa è un’altra missionaria. Mi ha aperto il cuore.

Avrei tanti altri piccoli incontri da raccontarti. In verità ci sono anche alcune fatiche, come in ogni parte del mondo. Mi sto accorgendo che ognuno può essere “missionario” con l’altro perché portatore di qualcosa di vero e di bello. Sempre papa Francesco dice nel suo messaggio per la giornata missionaria “La vita è una missione. Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (EG 273).”

Questa semplice lettera era per vivere la mia missione anche con te, condividendo piccoli incontri, che richiamano Qualcuno di grande che ci precede e ci guida. Mi trovo bene qui in Mozambico, sto imparando molto, anche se a volte faccio fatica a lasciarmi guidare. Sono un testone.

Un abbraccio e un ricordo nella preghiera.

Don Pietro Parzani, qui chiamato padre Pedrinho

L’omaggio di Kiremba a Paolo VI

La grande chiesa costruita dai missionari bresciani era gremita: una folla immensa ma ordinata assiepata nelle tre ampie navate per rendere omaggio ad un santo il cui nome è legato indissolubilmente a Kiremba. Il racconto della giornata vissuta domenica 14 ottobre a Kiremba

Doveva essere una giornata speciale, e le aspettative non sono state tradite. Semmai sono state superate. I parrocchiani di Kiremba, preparati per settimane a questo storico avvenimento, affluiscono in massa dalle quarantadue colline che fanno da corona alla chiesa e all’ospedale, carichi dei loro semplici doni che deporranno ai piedi dell’altare.

Insieme ai tre sacerdoti della parrocchia e a qualche rappresentante della diocesi, c’è anche l’anziano vescovo Stanislao, ora in pensione. La grande chiesa costruita dai missionari bresciani è gremita: una folla immensa ma ordinata è assiepata nelle tre ampie navate per rendere omaggio ad un santo il cui nome è legato indissolubilmente a Kiremba.

C’è la corale dei giorni di festa, ci sono le suore in abito bianco e i danzatori nei loro abiti tradizionali; c’è il personale dell’ospedale al gran completo e ci sono gli alunni delle scuole. Ma soprattutto c’è la gente comune, dagli anziani ai bambini, chi per l’occasione con un vestito diverso, chi con le solite giacche smunte, con i panni di mille colori e i piedi nudi. Tutti con il cuore palpitante di gioia che si legge sui volti e si esprime nel ritmo, cadenzato e compatto, del battito delle mani, nella preghiera corale e nelle note dei canti che riecheggiano nelle navate. Oggi è festa grande.

A ripeterne il motivo è il parroco, Abbé Jean Baptiste Hakizimana, nella sua omelia che ripercorre le tappe principali della vita di Paolo VI per concludere che quanto oggi esiste a Kiremba, costruito con la generosità e la tenacia dei bresciani nel corso di cinquantacinque lunghi anni, esiste grazie all’intuito e al cuore missionario di quest’uomo elevato oggi alla gloria degli altari.

La gente risponde applaudendo e poi, al momento dell’offertorio, presentando la sfilza di doni che ciascuno si è portato appresso. Sono i frutti della terra coltivata con le loro mani callose che oggi si aprono non per chiedere, ma per donare. Vedendoli, non si può non pensare all’obolo della povera vedova del vangelo. La processione delle offerte è un fiume inarrestabile che dura quasi un’ora. Una processione che si snoda in modo commovente, nella quale tutti vogliono esserci, tutti vogliono portare qualcosa per esprimere il loro “grazie”.

La celebrazione continua, animata dalle danze attorno all’altare sul quale campeggiano due grandi ritratti del santo del giorno, che da oggi diventa più che mai il Santo di Kiremba.

Quando i sacerdoti finiscono di distribuire l’eucarestia, si fa silenzio. È il preludio ad un’esplosione di gioia, come il silenzio prima di un uragano. L’organo di mette a suonare, i tamburi danno il ritmo, la folla inizia ad ondeggiare muovendo i piedi e battendo le mani. Il loro canto è come quello di una sola voce, possente ed intonata, che ripete: “Ora, Signore, non possiamo andarcene senza dirti ancora grazie!” E poi un canto dietro l’altro, come l’impeto di un torrente in piena che non si può contenere: ancora per ringraziare, in un agitarsi di braccia, uno sventolio di bandiere, un intrecciarsi armonioso di movimenti, un arcobaleno di colori. Un tripudio.

La vera cerimonia di canonizzazione è qui a Kiremba, dove di poveri ce ne sono ancora, e forse di più che cinquant’anni fa. Ma non sono poveri piagnucolosi, piegati su se stessi a lamentarsi delle proprie disgrazie. Sono un popolo variopinto e straripante che anziché tendere le mani le agitano in segno di festa; sono uno stuolo di indigenti che da quel nulla che hanno sono riusciti a strappare qualche banana o qualche pezzo di manioca per venire a dire grazie.

Grazie ad un papa santo che oggi, là dal cielo, può essere orgoglioso, di aver scelto questo luogo e questa gente per impiantarvi una missione e un ospedale che hanno saputo mostrargli, dopo oltre mezzo secolo, il loro cuore palpitante e ricolmo di gioia e gratitudine.

Sentirsi parte della Chiesa

Don Pietro Parzani ha iniziato il suo ministero come fidei donum in Mozambico. In questa intervista racconta le sue prime settimane.

Per sua stessa ammissione è “l’ultimo di una lunga serie…”. Don Pietro Parzani, originario della parrocchia di Nigoline Bonomelli, nelle scorse settimane ha iniziato il suo servizio come fidei donum della diocesi di Brescia alla Chiesa del Mozambico dove è chiamato a collaborare con Piero Marchetti Brevi presente nell’ex colonia portoghese dal 2006.

Mi inserisco in una storia – ha raccontato a don Carlo Tartari nei suoi primi giorni della missione – che è la storia della diocesi di Brescia che, come ha detto il vescovo Luciano quando ha chiesto a noi preti la disponibilità a partire, è un modo per sentirsi parte della Chiesa universale. Quando la Chiesa universale chiede aiuto anche Brescia risponde.

L’accoglienza è stata calorosa.

Mi trovo qui in questa realtà ben avviata, animata, bene preparata, lì dove don Bruno Moreschi prima e ora don Piero Marchetti Brevi hanno creato con la gente del posto una buona relazione. Mi ha colpito, in particolare, vedere, la domenica, tanti giovani e tante persone. Le ho incontrate e ho sentito anche il loro bisogno di camminare insieme.

La gioia nel cuore. “Quello che ho visto per ora è tanta gioia, il Signore è già presente, è già qui, bisogna incontrarlo nelle persone. Sono contento di essere qui. Domenica ho fatto 14 battesimi e mi ha colpito come hanno partecipato alla liturgia; in questi giorni sto aiutando, quel poco che posso fare, a costruire una chiesa… Noi sacerdoti siamo chiamati a costruire una chiesa con tutti i battezzati: è qui che si costruisce realmente; mi stupisce che tra gli operai e i volontari si crea un ideale, una prospettiva. La gente dice: ‘Questa sarà la nostra chiesa’. È un luogo importante e allora percepisci la bellezza di essere Chiesa ma soprattutto di costruirla insieme proprio con i mattoni”.

La conversione. Don Pietro ritorna spesso sulla parola grazia. “Il Signore ci chiede in continuazione di convertirci, di camminare insieme. Penso di vivere davvero una grande occasione di conversione, per incontrarlo e per farlo incontrare alla gente. Non devo dimenticare il legame con Brescia: sono qui come sacerdote della diocesi. Brescia da sola non può far niente, Morrumbene, da sola non può far niente. Chiedo a tutti di sentirsi sempre in comunione e di favorire legami”.

Rompiamo il silenzio sull’Africa

Tratto da “Trentino” del 19 luglio 2017

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass- media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo. Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa (sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!). E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa), ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga. É inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur. E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni. E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa. E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai. E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera. E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi. E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. E’ inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’Onu. E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile. E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi (lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!). Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ “invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’ Africa Compact, contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico – finanziario. L’Onu si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. E ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’Eni a Finmeccanica. E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?. Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della Rai e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un Africa Compact giornalistico, molto più
utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

Alex Zanotelli

Caro Alex, pubblico molto volentieri il tuo appello. Perché è rivolto a tutti, anche se il tuo messaggio si apre con un preciso richiamo alla nostra categoria, e perché è vero: di Africa si parla troppo poco. Non è però una questione di libertà. Ti prego: non alimentare anche tu strani sospetti o, peggio, l’idea che vi siano complotti. Io e i miei colleghi continuiamo a poter scrivere ciò che vogliamo e il nostro editore di ieri, così come quello di oggi, considera sacra la nostra libertà. Anche di qui la pubblicazione di questo tuo appello. Cerchiamo poi di non essere mai superficiali o provinciali, anche se siamo fieramente locali, con uno sguardo attento su quello che accade fuori dalla porta di casa e con un’analoga attenzione a ciò che accade lontano da qui. Tu dici che dobbiamo darci tutti da fare e io ne sono convinto. A te, grande conoscitore dell’Africa del dolore, della sopraffazione, della violenza e della povertà, per non dire di mille altri traffici, offro una pagina bianca sulla quale intervenire quando vuoi per parlarci dei temi che ti stanno a cuore. Ti chiedo anche di non generalizzare, però: né quando parli di noi, che ogni giorno cerchiamo di fare al meglio il nostro mestiere, né quando parli di chi saccheggia l’Africa tirando in ballo le nostre grandi imprese o le nostre banche. In quest’epoca, come scrivi proprio tu, caro padre Alex, in questo tuo accorato appello, abbiamo bisogno di tutto fuorché di superficialità. Aiutaci a capire, ad approfondire, anche a migliorare, non a fare di tutta l’erba un fascio. Solo così, insieme, potremo rompere un giorno il maledetto silenzio sull’Africa.

Alberto Faustini

Lettere dalla missione

Padre Eugenio Petrogalli, missionario Comboniano di origini lenesi, che opera in Ghana, nella missione di Ma Kumase ci scrive:

Rientrato dall’Italia dopo aver celebrato il mio 50mo di Sacerdozio, mi sono rimesso con nuovo entusiasmo nel lavoro di Evangelizzazione, che mi fa rigustare la gioia di essere Sacerdote e missionario, dedicando tutte le mie energie per il Regno di Dio. Sono sempre più contento e riconoscente al Signore, per avermi scelto, senza alcun mio merito, per questa vocazione che ha reso felice la mia vita. Tutto è dono del Signore. San Daniele Comboni, Apostolo dell’Africa, mi è sempre davanti con il suo esempio e stimolo a diventare sempre più “Pane Spezzato” per la vita dei fratelli africani. Ormai il Ghana è diventato parte essenziale della mia vita, è la mia gioia e la mia sofferenza. Anche se in Ghana c’è piena libertà di religione, che permette di lavorare serenamente, la Chiesa Cattolica in questa zona è ancora agli inizi, i cattolici sono una minoranza, circondati da ogni parte dai protestanti e da innumerevoli sette pentecostali. A condividere con me gioie e dolori, c’è Padre Philip Zema, ugandese. Insieme cerchiamo di formare dei buoni collaboratori laici, specialmente catechisti. Bisogna però formarli, organizzarli, stimolarli per una catechesi valida, che penetri nel cuore e nella vita della gente. Uno dei frutti più belli di questa mia missione del Buon Pastore sono le vocazioni al Sacerdozio. Mentre diminuiscono in Europa, aumentano in Africa, dove i giovani constatano il bisogno che c’è di Sacerdoti. Il Comboni aveva visto chiaro, col suo motto: “Salvare l’Africa con l’Africa”, cioè con gli africani. Ad Accra, collaboro per la costruzione del nuovo seminario missionario.

Insieme al lavoro di Evangelizzazione diretta, continuo vari progetti di sviluppo umano e sociale: 2 pozzi per l’acqua potabile nel cortile del Seminario diocesano di Lolobi, che insieme ai seminaristi ospita più di 800 studenti. Questo progetto è stato realizzato dal Centro Missionario Diocesano di Brescia, con il contributo generoso dei fedeli. Scuola secondaria di Avenopedo, sovvenzionata da alcuni amici bresciani. Iniziato un nuovo asilo in uno dei 40 villaggi della missione, a Tordorkpoe, dove c’è una comunità molto povera, ma è la più zelante nella fede e generosa nel lavoro comunitario. A questo progetto si aggiungerà un grande serbatoio per raccogliere l’acqua piovana dai tetti dell’asilo. La costruzione di una nuova cappella a Wudzrolo, dedicata a San Pietro e Paolo. E così si va avanti, con l’aiuto della Provvidenza e di tanta buona gente, come gli amici della Commissione Missionaria e della comunità di Leno che, anche in un periodo di crisi economica, sa fare dei sacrifici per aiutare le missioni. Preghiamo la Madonna che ci faccia testimoni e messaggeri gioiosi del suo Figlio Gesù. Preghiamo per un futuro nel quale non ci siano più nemici da combattere, ma solo fratelli da amare.

Padre Eugenio Petrogalli

NB. SE QUALCUNO VOLESSE SOSTENERE I PROGETTI, PUÒ MANDARE IL CONTRIBUTO AI MISSIONARI COMBONIANI DI VERONA, COL CCP28394377, SPECIFICANDO SE È PER L’ASILO, PER CAPPELLE, POZZI.

Murakaza neza

MURAKAZA NEZA/BENVENUTO

La prima cosa che vedi, se hai la fortuna di arrivare di giorno, è la luce. Una luce intensa, troppo forte, che per uno che scende da un aereo sul quale era con maglione, sciarpa e guanti è una luce quasi abbagliante. Socchiudi gli occhi, per dargli il tempo di adattarsi. Caldo, ma non un caldo soffocante, semplicemente un caldo diverso che ti spinge subito a restare in canotta il 5 di dicembre. Un caldo che fa sentire lo straniero inadeguato, sudaticcio. È questa la carta da visita con la quale ci presentiamo qui.

Rwanda: il paese delle mille colline e dell’eterna primavera. Ma anche il paese spezzato da una violenza disumana, efferata, inimmaginabile, le cui ferite si porta dentro e che sono ancora visibili. Novantanove giorni, soltanto. 1 milione di persone perse. Per un essere un Paese così piccolo un milione di persone sono davvero tante. E così tutti, ma proprio tutti, sono stati toccati dalla mano di questa sofferenza, ed i segni sono visibili nei loro occhi, sui loro volti, nelle loro parole di riconciliazione, di ricordo, di orrore. A soli sedici anni da quei novantanove giorni, nessuno vuole dimenticare, ma tutti vogliono voltare pagina.

In questi pochi anni, il Rwanda ha cercato di “rifarsi” un volto, sentendosi (come il Sudafrica) capofila del progresso africano, un esempio da seguire. A Kigali c’è poco dell’Africa, quella ci immaginiamo: strade pulite, poco trafficate, regolari, in continua costruzione, palazzi, supermercati, edifici moderni. Ma per fortuna alcuni tratti “dell’Africa” rimangono: il verde lussureggiante, e così incostante, dove puoi trovare gli alberi più diversi uno affianco all’altro, strade di fango, case di fango e paglia nella campagna. L’occhio non vede che la natura. Donne instancabili, occupate tra marito, campi da lavorare e che spesso vedi viaggiare con figli sulla schiena con una grazia e una destrezza in qualsiasi situazione. Si piegano con il bambino sulla schiena e non si sa esattamente come, prendono, girano, legano, prendono un’altra stoffa, si accertano che mani e gambe del bimbo siano ben aperti, prendono le loro cose se le sistemano sulla testa e con l’altro braccio un ombrello per non far prendere troppo sole al piccolo e via. In un secondo, son pronte a percorrere chilometri. Uno sguardo di ammirazione e ogni volta di stupore.

La chiamano la svizzera africana, anomala rispetto ai Paesi circostanti. Una tranquillità immobile, a tratti spaventosa. E poi la gente… persone che vengono da un po’ tutta la zona dei Grandi Laghi: Burundi, Congo, Uganda. Una storia di migrazione, di continuo movimento che gli permette di essere poco legati alle cose materiali, ma molto legati alla terra. I ruandesi sono timorosi, riservanti, nascosti. Impossibile capire quello che pensano, difficile riuscire a creare legami. E non è solo perché si sentono inferiori rispetto al “bianco”. È anche e soprattutto perché hanno paura, di esporsi, di dire cosa ne pensano, di dire la verità su alcune cose banalissime, di mostrare emozioni. È quella la parte difficile, da capire e da accettare. Anche a quello, come avevano fatto gli occhi all’inizio, serve tempo per adattarsi.

Marzia L.

Viaggio in Malì: una traccia indelebile

Un tempo raggiungere Timbuctù significava recarsi sino agli estremi confini della terra. Il viaggio verso quella terra era sinonimo di avventura, mistero, coraggio e incertezza. Oggi raggiungere il cuore del Malì non ha più questo sapore: è sufficiente prenotare un volo air-france e via Parigi raggiungere la grande e caotica Bamako.

Mali

L’avventura c’è comunque: è incredibile e difficile a descriversi ciò che si prova quando il portellone dell’aereo si apre e una vampata d’Africa ti avvolge con i suoi colori e i suoi aromi. è un’avventura veder scorrere dai finestrini della jeep i sontuosi paesaggi africani mentre ci si dirige a nord verso Mopti.

Il nostro viaggio è iniziato così!

Il desiderio e il fascino dell’avventura lasciano ben presto spazio a molto altro che quasi prepotentemente ti entra negli occhi, nell’anima, nel cuore. Il mistero dell’Africa è tutto qui: nella tensione continua tra ciò che è tremendamente affascinante e ciò che è terribilmente drammatico. Abbiamo assaggiato un po’ di tutto ciò visitando gli ospedali, i centri nutrizionali, i dispensari, le scuole, il carcere, i villaggi. Senz’altro entrare in un villaggio africano distante chilometri e chilometri dalla prima via percorribile ti mette in uno stato di dubbio e incertezza.

Mali

Immediatamente abbiamo constatato come la cordialità e il senso di accoglienza siano capaci di colmare l’inquietudine superficiale. Sorprende ancor di più sperimentare che coloro che noi consideriamo banalmente “poveri” siano enormemente ricchi di umanità e di calore. Il mistero c’è e si vede! L’abbiamo provato in un minuscolo e sperduto villaggio Dogon a nord di Bandiagarà quando abbiamo constatato che la presenza di Cristo ci ha preceduto e ci ha incontrato proprio lì.

Ognuno di noi si porta dentro un pezzo d’Africa e la sofferenza di sapere che le nostre parole non saranno in grado di trasmetterlo in modo pieno ed efficace.

Il nostro puzzle è composto dal volto del piccolo Daudà piagato da una malattia rara e dolorosissima, dalla fraternità delle comunità religiose che ci hanno accolto, dalla disponibilità di medici, infermieri, volontari che ogni giorno lottano contro la fame e il sottosviluppo, dalla danza e dai ritmi travolgenti che accompagnano la vita e i riti del villaggio, il caos totale e brulicante dei mercati, il silenzio e il fascino delle notti stellate.

Mali

Torniamo alla nostra terra proiettati su un domani per noi ancora tutto da scrivere, ma consapevoli che questi giorni lasciano in noi una traccia indelebile.

don Carlo
Luca
Agnese
Giovanna
Sonia