Informazioni sul Grest 2020

Descrizione del servizio

I minori saranno suddivisi in gruppi seguiti ciascuno da un operatore adulto, nel seguente rapporto:

  • per i bambini dai 3 ai 5 anni, un educatore ogni 5 bambini
  • per i bambini dai 6 agli 11 anni, un educatore ogni 7 bambini
  • per i ragazzi dai 12 ai 14 anni, un educatore ogni 10 ragazzi.

La composizione dei gruppi di bambini ed educatori verrà mantenuta stabile per tutta la durata del Centro Estivo e verranno evitate tutte le attività di intersezione tra gruppi. Tale condizione è necessaria per prevenire la diffusione del contagio e, in caso, per garantire un puntuale tracciamento del medesimo.

Ad ogni gruppo è destinato uno spazio interno, uno spazio esterno e un bagno, in modo da evitare l’interazione tra i gruppi.

Descrizione dell’accoglienza/triage

L’ingresso e l’uscita dei bambini verrà scaglionato in fasce orarie per non creare assembramenti.

Non sarà possibile accogliere un minore se non accompagnato da un genitore o accompagnatore autorizzato.

Ogni mattina sarà effettuato un triage in quest’ordine:

  • Rilevazione temperatura corporea del minore
  • Rilevazione temperatura corporea dell’accompagnatore (l’accompagnatore non potrà superare la “linea” di triage)
  • In caso di temperatura di entrambi inferiore a 37.5°C, si richiederà di firmare un’autocertificazione, sia per il minore sia per l’accompagnatore, in cui si dichiara uno stato di buona salute di se stessi e dell’intero nucleo familiare.
  • Igienizzazione delle mani del minore e ingresso dello stesso nell’area del Centro Estivo.

In caso di temperatura superiore ai 37,5°C di uno dei due soggetti (minore e accompagnatore) o di entrambi, il dato verrà registrato e verrà chiesto all’accompagnatore di firmare tale registro. Non sarà consentito l’accesso del minore al servizio.

Il minore potrà tornare al centro estivo solo dopo dichiarazione scritta dal proprio medico curante (sia nel caso di febbre del minore sia dell’accompagnatore) che ne attesti lo stato di salute.

La stessa procedura di triage sarà effettuata per coloro che andranno a casa a mangiare e torneranno presso il Centro alle ore 13.45.

Sentirsi a casa e guarire bene

Si è conclusa l’esperienza di accoglienza al Centro pastorale Paolo VI: 85 le persone assistite dalle infermiere della Croce Rossa

85 persone accolte dai 19 agli 85 anni. Si è conclusa con questi numeri l’accoglienza offerta gratuitamente dalla Diocesi di Brescia attraverso il Centro pastorale Paolo VI. “Le persone che abbiamo ospitato – racconta Rosaria Avisani, ispettrice e responsabile delle Infermiere volontarie della Croce Rossa – non avevano più sintomi forti da Covid-19 ma erano ancora tutti portatori: erano in quarantena sanitaria obbligatoria. Dovevano rimanere isolate per non disseminare il virus, ma avevano bisogno di essere assistite o perché avevano difficoltà nella quotidianità o perché non potevano rientrare nelle proprie case”. Grazie alla disponibilità concessa dal vescovo Pierantonio Tremolada, il Centro pastorale ha messo a disposizione da marzo 44 stanze. “Si chiude – ha affermato – un’esperienza significativa. In piena emergenza abbiamo deciso di mettere a disposizione una struttura particolarmente importante per la Diocesi e per la città. Ci sembrava che questo luogo avesse le caratteristiche per accogliere le persone dimesse dagli ospedali che non avevano l’opportunità di tornare immediatamente nelle proprie case. Abbiamo trovato un riscontro immediato da parte degli Spedali Civili che si sono dichiarati disponibili a coordinare l’azione che coinvolgeva altre strutture come la Poliambulanza e il Gruppo San Donato”. Nel suo intervento il Vescovo ha espresso il suo “sincero apprezzamento per la collaborazione tra le più importanti strutture ospedaliere della città. Il mio apprezzamento va in particolare ai direttori, Marco Trivelli, Alessandro Triboldi e Nicola Bresciani”. Lo stesso Triboldi ha sottolineato: “Il Vescovo ci è stato vicino nella preghiera, nei frequenti contatti in cui si teneva aggiornato sulla situazione, nelle numerose visite alle varie strutture dell’intera provincia e nelle opere. Il Centro pastorale Paolo VI a beneficio dei convalescenti ha permesso di liberare preziosi letti negli ospedali e fornire assistenza in un luogo sicuro e protetto per le persone sole”. “Il Centro pastorale, come una casa, ha aperto – ha spiegato il Vescovo – le sue porte a persone che vivevano l’esperienza dolorosa e disorientante di una malattia sconosciuta che richiede un percorso lungo e pesante. Questo percorso è stato accompagnato con grande rigore, serenità e soprattutto umanità da persone che davvero meritano il nostro ringraziamento; penso alla dottoressa Annamaria Indelicato (direttore sociosanitario degli Spedali Civili) e a Rosaria Avisani (Croce Rossa): hanno dato a questa accoglienza la forma necessaria e indispensabile. Ho toccato con mano quanto sia stato delicato il lavoro sia in fase di realizzazione sia in fase di attuazione. Abbiamo avuto il piacere di offrire un segno di vicinanza alla nostra gente, in particolare a chi ha dovuto soffrire; è stato un semplice segno. Il nostro auspicio è che, ora, si possa riprendere la nostra vita insieme con una maggiore consapevolezza del bene che è necessario scambiarci”.

Dott.ssa Avisani, le 26 infermiere volontarie di Croce Rossa si sono assunte la gestione delle stanze del Centro pastorale. Che cosa avete imparato da queste settimane?

Abbiamo vissuto il dolore della città. Abbiamo incontrato persone segnate dal dolore che avevano subito anche delle perdite tra i familiari. Abbiamo camminato con loro per aiutarli a recuperare la salute e un momento di serenità. È stato un periodo molto faticoso sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista psicologico, ma vedere uscire questi ospiti un po’ più sereni rispetto al loro arrivo è stata una grande soddisfazione.

La Chiesa ha dimostrato ancora una volta la sua umanità.

Eravamo ospiti in un luogo, l’ex Seminario, dove si formavano i sacerdoti. Abbiamo sentito forte e costante la vicinanza dei presbiteri presenti nel Centro pastorale e, attraverso la preghiera, del Vescovo. Don Angelo Gelmini, ogni giorno, si informava sul nostro servizio. Hanno esercitato con la loro testimonianza una grande azione pastorale sul territorio. La Chiesa bresciana ha sofferto con i suoi sacerdoti. Anche quando vivevano giornate difficili per la morte e la malattia dei sacerdoti, li abbiamo sentiti esprimere parole di serenità che hanno fatto la differenza.

Cosa significa prendersi cura della persona malata?

Nella cura il 50% è attribuibile alle competenze tecniche, il 50% alla componente relazionale. L’abbiamo visto in questa pandemia con un virus che ancora non conosciamo del tutto, perché non sappiamo ancora cosa lascia nelle persone. L’aspetto relazionale, e l’abbiamo visto al Centro pastorale Paolo VI, è stato fondamentale. Eravamo di fronte a una malattia inspiegabile. Bisogna saper stare accanto alle persone, entrando in contatto in maniera empatica per capire l’altro. Visto che ogni persona è un mondo a sé, assistere l’altro richiede una grande difficoltà. È più semplice applicare protocolli clinici rispetto al camminare con le persone. Ognuno deve perdere una parte di sé per acquisire la parte di un altro. E non tutti i momenti sono facili. La pandemia deve aiutarci a riflettere anche sulle nostre competenze, magari ripensando la formazione di tutti gli operatori del settore.

C’è il rischio di abbassare la guardia. Qual è la testimonianza di chi è stato in prima linea?

Non abbassate la guardia. Anche a noi può dare fastidio la mascherina, anche a noi mancano gli abbracci dei nostri nipoti, ma non siamo ancora pronti. Continuate a seguire queste indicazioni che non sono pericolose ma salvano la vita. Non sottovalutate questo momento. Sarà una gioia anche per noi toglierci la mascherina.

Vivere il Vangelo per diventare santi

Il Centro Oreb di Calino si propone di accogliere quanti, da soli o in gruppo, desiderano approfondire la vita di fede o verificare la vocazione

Prosegue il viaggio nei “Luoghi dello Spirito”, per conoscere meglio la realtà del Centro Oreb “Santa Maria dell’Arco” di Calino, che ha sede in una signorile residenza della fine del ‘700, donata, nel luglio del 1974, dalla signorina Maria Consonni. Dopo i lavori di ristrutturazione, l’8 gennaio 1983 ebbe luogo l’inaugurazione ufficiale, alla presenza di autorità civili e religiose. Il Centro Oreb si propone di accogliere quanti, da soli o in gruppo, desiderano approfondire la loro vita di fede o verificare la propria vocazione facendo un’intensa esperienza spirituale. Ne parliamo con la responsabile della struttura, Antonella Ruggeri.

Esistono diversi Centri Oreb, espressione e concretizzazione del carisma del movimento Pro-Sanctitate: in cosa si distinguono dalle altre case di spiritualità?

Il carisma del movimento è la chiamata universale alla santità. Il Centro Oreb di Calino è sede del movimento Pro Sanctitate; qui vivo io con altre tre laiche consacrate; insieme gestiamo e animiamo il Centro.

Da cosa deriva il nome Oreb? Perché questa scelta?

La montagna e il suo silenzio è il luogo privilegiato per l’incontro con Dio. Il monte Oreb è il monte dove, secondo le Sacre Scritture, Mosè ed Elia ebbero la rivelazione divina: il primo quando vide il roveto ardente e, successivamente, ricevette la Legge ed il secondo quando percepì la presenza divina in un “mormorio di vento leggero”.

Quali sono le principali proposte del Centro Oreb di Calino?

Ogni anno il movimento Pro Sanctitate propone un tema: sulla base di questo, al Centro Oreb vengono proposti corsi biblici, corsi di teologia fondamentale, esercizi spirituali residenziali, una scuola di preghiera e degli esercizi spirituali nella vita corrente. Il tutto, grazie alla collaborazione di sacerdoti e Vescovi. Ogni 15 giorni circa si tengono incontri più specifici, dedicati al Movimento.

Chi sono le persone che frequentano il vostro Centro?

Sono molti coloro che frequentano il nostro centro: adulti, singoli o coppie, giovani, bambini, famiglie, che sentono l’esigenza di rispondere alla chiamata di Dio attraverso l’adesione al movimento e al suo carisma o che, semplicemente, sono nostri “simpatizzanti” o ospiti.

Da quanto tempo vive in questo Centro? Come l’ha visto evolversi?

Vivo a Calino da 19 anni. Con il passare degli anni ho notato che l’attenzione della Diocesi per il nostro Centro è andata sempre aumentando. Nel tempo ho percepito l’affetto, la benevolenza e l’attenzione. Grazie all’opera silenziosa dei volontari siamo sempre riusciti a gestire al meglio il Centro e a farvi i necessari lavori di manutenzione. Anche la partecipazione alle iniziative proposte è sempre stata buona.

Come si entra a far parte del Movimento Pro Sanctitate?

Per entrare a far parte del Movimento è necessario esprimere il proprio impegno durante una celebrazione chiamata “Festa della Luce”.

Cosa significa esprimere e portare nel mondo la santità?

Parlare di santità significa vivere il Vangelo, attraverso una vita spirituale profonda e impegnata; grazie all’impegno apostolico che ci conduce fuori dal Centro per fare proposte nel territorio, possiamo proporre iniziative come la mostra sulla santità, nata per esprimere i diversi volti della stessa, che verrà inaugurata il prossimo ottobre a Calino ma sarà poi itinerante, come il nostro impegno per portare Gesù nel mondo.

Accogliere, proteggere e custodire

Il Vescovo ha visitato Casa Delbrel, una struttura di accoglienza per famiglie ferite e in difficoltà, e ha incontrato gli ospiti e i volontari

Mons. Pierantonio Tremolada si è mostrato un uomo di parola…. Ha mantenuto fede alla promessa che aveva fatto di visitare Casa Delbrel – Dimensione Famiglia, l’ex-convento delle Suore Carmelitane di Torino. Donato all’Associazione Punto Missione Onlus (realtà nata dal Movimento Ecclesiale Carmelitano), è diventata una struttura di accoglienza per famiglie ferite e in difficoltà; al centro c’è l’insegnamento di un’assistente sociale significativa per l’Associazione: Madeleine Delbrel. Dopo il benvenuto del Direttivo di Casa Delbrel, mons. Tremolada ha potuto incontrare gli ospiti nelle loro case.

Dopo aver incontrato le volontarie del Centro aiuto alla vita che hanno aperto uno sportello alcuni mesi fa, ha visitato la comunità di donne con i loro figli: momenti emozionanti, durante i quali le mamme e i loro bambini hanno potuto percepire l’abbraccio paterno di un papà, che in quel momento era tutto per loro, in un ascolto pieno delle loro storie e delle loro attività. Nella sezione superiore di Casa Delbrel ha incontrato, invece, le famiglie richiedenti protezione internazionale, accolte in collaborazione con la Cooperativa Kemay di Caritas diocesana di Brescia. L’incontro è avvenuto in cucina, in un silenzio assordante: anche i bimbi silenziosamente osservavano “il grande papà” con grande rispetto e un po’ intimiditi. Lentamente poi ogni famiglia ha avuto la possibilità di stare alcuni minuti personalmente con mons. Tremolada e di raccontarsi. Scendendo di un piano, è entrato nella numerosa famiglia di Carla e Ferruccio Valetti, famiglia che risiedeva a Capriolo e che si è trasferita per garantire una presenza costante e discreta all’interno di Casa Delbrel.

Qual è il loro ruolo? Una famiglia custode, non tanto degli ambienti, quanto delle persone di Casa Delbrel, delle loro relazioni. Una famiglia, che silenziosamente testimonia nella quotidianità la sua fede operosa. Il Vescovo è passato anche in cappella dove c’è il Santissimo, che permette di ricordare il centro di Casa Delbrel: una presenza viva che accompagna le scelte nella quotidianità: dopo un applauso, i volontari di Casa Delbrel hanno potuto incontrare il Vescovo che così ha salutato: “Vi ringrazio per l’esperienza che mi state donando. È un’esperienza che si sta rivelando davvero molto significativa. La prima reazione è quella di un sentimento di gratitudine per chi sta realizzando un’opera, un’azione che mi pare molto evangelica. Ha le caratteristiche del Vangelo così come il Signore ce lo ha annunciato. Ho avuto occasione di incontrare le persone che qui sono accolte e mi ha molto colpito ciò che mi hanno detto, il modo con cui me lo hanno detto… Tutto questo so che voi lo vivete con quella giusta e sana umiltà che lo rende autentico. Qui si prova il senso del trovarsi bene, espressione e testimonianza di una sana modalità di azione e lo si fa per il bene delle persone stesse che si accolgono”.

Caritas: 52 posti per il Servizio civile

Il Servizio civile, come palestra di vita, è un’esperienza di cittadinanza attiva attraverso un servizio per la comunità. In questi 40 anni di servizio, la Caritas diocesana ha accompagnato più di 3000 giovani. Ora propone quattro nuovi progetti di servizio civile. Sono orientati alla cura delle persone, all’assistenza e al settore animazione

Il Servizio civile, come palestra di vita, è un’esperienza di cittadinanza attiva attraverso un servizio per la comunità. In questi 40 anni di servizio, la Caritas diocesana ha accompagnato più di 3000 giovani. Ora propone quattro nuovi progetti di servizio civile. Sono orientati alla cura delle persone, all’assistenza e al settore animazione.

Quattro le aree di intervento: area disagio adulto (“Per non perdersi”); area disabilità (“Sguardi nuovi”); area minori in difficoltà (“Invento quei colori”); ambito oratori (“I cortili dei talenti”). I posti complessivi a disposizione sono 52. Gli enti accreditati con la Caritas sono 33. Il servizio civile è una proposta per i giovani tra i 18 e i 28 anni: dura 12 mesi, per un impegno di 1.400 ore, il compenso mensile è di 433,80 euro. “I progetti promossi e coordinati dalla Caritas diocesana – ha spiegato Diego Mesa, responsabile della promozione volontariato giovanile della Caritas diocesana – vogliono essere per i giovani un’occasione per contribuire al bene comune e allo stesso tempo un percorso di crescita personale e comunitaria nei valori della pace, della solidarietà e della giustizia”.

L’Ufficio promozione volontariato di Caritas diocesana Brescia è aperto per informazione e orientamento dal lunedì al giovedì dalle 10 alle 12.30 e il giovedì dalle 14 alle 17. Per appuntamenti, chiamare lo 0303757746 o inviare una email a volontariatogiovanile@caritasbrescia.it. L’attività svolta non determina un rapporto di lavoro e non può considerarsi tale, tant’è che non comporta la cancellazione dalle liste di collocamento o di mobilità.

Gli elementi qualificanti sono: il servizio con un approccio promozionale, a vantaggio delle persone che vivono sul territorio; la formazione come grande occasione di crescita umana per chi compie il servizio. La Caritas propone un accompagnamento formativo articolato lungo tutto il periodo di servizio civile; la sensibilizzazione come mezzo per diffondere la cultura della nonviolenza e della solidarietà.

In Caritas l’esperienza che si vive è occasione di informazione e presa di coscienza da parte della comunità, riguardo ai disagi del territorio e ai valori del servizio civile.

Camminerò per e con ciascuno di voi

Grazie. Può sembrare strano, vero, iniziare ringraziando, sono appena arrivato, nemmeno vi conosco; ma è il sentimento principale che porto nel cuore quest’oggi mentre inizio, su incarico del Vescovo, questa mia nuova esperienza pastorale, in mezzo a voi.

Sono felice di essere qui con voi, davvero.

Assemblea parrocchiale e ingresso don Ciro - 10 di 43

Un molteplice grazie sale a Dio oggi, innanzitutto perché fidandosi di me mi ha mandato qui da voi; spero di avere l’umiltà necessaria per poter essere a suo e a vostro servizio, in questo senso vi chiedo: pregate per me.  Un grazie alle comunità di origine e servizio che mi hanno accompagnato fino ad ora: vedo gli amici di Ghedi, di Esenta, di Lonato, ero seminarista a quel tempo, di Cogozzo Val Trompia, dove ho prestato il servizio da diacono, gli amici di Isorella qui davanti, qualcuno dalla Poliambulanza e figuriamoci se non mancava il gruppo numerosissimo di Adro, con tanto di amministrazione comunale al completo, sono nascosti ma ci sono. Vedervi qui per essere partecipi a questa Eucaristia è davvero segno che ci siete stati e che ci sarebbe sempre nel Signore; non immaginate nemmeno quanto questo sia importante per me, grazie, vi voglio bene.

Assemblea parrocchiale e ingresso don Ciro - 39 di 43

Grazie ai sacerdoti di Leno e devo dire, soprattutto a Monsignore, che in queste settimane ha fatto di tutto per ben accogliermi. Un grazie a Padre Stefano, che rappresenta i Padri Carmelitani del Santuario della Madonna della Neve. Cosa volere di più, davvero nulla.

Vi lascio un segno, simbolo, a cui sono particolarmente legato e vuole esprimere la mia stessa amicizia nei vostri confronti: alcune melagrane. Sapete che il frutto nasconde tantissimi semi, stretti tra di loro, dolci; il frutto del melograno anticamente era il segno della Chiesa, che accoglieva a sé i fedeli. I pittori, poi, spesso mettevano proprio la melagrana in mano a Gesù Bambino, quale simbolo della nuova vita donata all’umanità. In effetti la melagrana deve essere aperta, squartata per far uscire i suoi semi e distribuire la sua dolcezza; e visto che il prete, secondo la teologia, è un altro Cristo, sappiate che volentieri io camminerò per e con ciascuno di voi, per portare la notizia sempre nuova e affascinante di Gesù.

Assemblea parrocchiale e ingresso don Ciro - 18 di 43

Cari lenesi vi chiedo solo un favore, in Diocesi avete la fama di essere una bella comunità; fatemi assaporare con la vostra presenza questa bellezza che sicuramente, dal Vangelo, anche voi avete imparato a conoscere e ad incontrare.

Voi contate davvero sulla mia preghiera e sulla mia presenza… buon Anno Pastorale, grazie e buon cammino.

don Ciro

Sentirsi accolti

Sentirsi accolti è una tra le esigenze principali che abbiamo e se guardiamo al di là della sola componente fisica che ci chiede di sfamarci o dissetarci per sopravvivere, forse è proprio quella più importante. Il sentirsi accolti e in senso più ampio l’essere amati, è ciò che dà significato al nostro esistere, che illumina le nostre giornate ed è la condizione capace di stimolare e motivare il nostro agire. È quella dimensione senza la quale la vita diventa difficile a viversi e sentiamo tutto il peso dell’insensatezza di quando le relazioni sono fredde o semplicemente solo formali. Per cui, l’essere attenti a questa esigenza dell’animo umano diventa una tra le priorità del nostro stile di vita. L’esperienza cristiana è profondamente attenta a rispondere a questo bisogno. Dio stesso fin dalla creazione del mondo ha cercato di stabilire una vicinanza profonda con l’uomo e in Gesù ha manifestato tutto il suo amore.

Sono proprio i gesti e le parole di Gesù che ci danno la misura delle relazioni tra gli esseri umani. Credo che una comunità che voglia essere cristiana e non solo definirsi come tale, debba costantemente interrogarsi sul proprio livello di accoglienza facendo attenzione al fatto che non si tratta solo di valutare come si possa essere capaci o meno di accogliere qualcuno, ma anche come si possa essere capaci o meno di lasciarsi accogliere. Questo vale per il lasciarsi accogliere da Dio in primis e poi dagli altri. Non dimentichiamo che prima di accogliere noi siamo stati accolti e questa è una prospettiva interessante oltre che profondamente vera. A questo punto ci possiamo domandare: “la nostra comunità è accogliente?” La risposta, con realistica concretezza dice: “a volte si e a volte no”, perché lo dice la parte positiva di noi, del nostro stile, dei nostri cammini, dei nostri slanci d’entusiasmo o di sacrificio. Come lo dice, ancora, la nostra parte fragile fatta di piccolezze, miserie, mediocrità, confusioni.

Anche se la domanda sul nostro essere accoglienti può aver avuto una risposta pressoché scontata, non è così scontato, però, il fatto che ce lo siamo chiesto perché questo presuppone una consapevolezza sugli obbiettivi da raggiungere o almeno da perseguire. Auguro a tutti la consapevolezza e la bellezza della responsabilità di cercare lo stile accogliente di Gesù. Buon Natale.

Don Davide