Il lavoro secondo la regola benedettina

Per trattare questo argomento desidero citare direttamente la santa Regola al Capitolo 48 che così si esprime:

L’ozio è nemico dell’anima, perciò i fratelli devono essere occupati in ore determinate nel lavoro manuale e in altre ore nella lettura divina.
Riteniamo quindi che le due occupazioni siano ben ripartite nel tempo…

(Rb 48,1-2).

E ancora:

Se le necessità del luogo e la povertà richiederanno che si occupino loro stessi di raccogliere le messi, non se ne rattristino: allora sono veramente monaci se vivono del lavoro delle proprie mani, così come fecero i nostri Padri e gli Apostoli. Tutto però si deve fare con misura per riguardo ai deboli

(Rb.48,7-8-9)

Ai fratelli malati o di salute debole si assegni da svolgere un lavoro o un’attività di tipo adatto in modo che non restino in ozio e neppure siano schiacciati da fatica insostenibile… Spetta all’Abate avere considerazione della loro debolezza

(Rb.48,24-25)

Già in queste prime citazioni siamo di fronte alla grandezza spirituale e umana di Benedetto, e all’assoluta novità nella considerazione del lavoro umano.
Nella vita benedettina l’orario della giornata ha uno scopo pratico: ripartire bene lavoro e lectio divina. S. Benedetto considera il ritmo della vita umana con l’alternarsi di riposo e di sforzo, di lavoro spirituale e di lavoro manuale.

Il vero punto di svolta, questo l’ideale antico che riscopre e suggerisce S. Benedetto: non solo occuparsi dei lavori più o meno utili, perché “l’oziosità è nemica dell’anima”, (motivazione negativa), ma vivere veramente del proprio lavoro come i Padri e gli Apostoli (motivazione positiva). Per S.Benedetto non ci sono “azioni profane”, ma nella “casa di Dio” (Rb. 31,19;53,22;64,5)), tutto acquista il valore di un’azione sacra, perché il monaco ha consacrato a Dio non solo tutto ciò che ha, ma anche tutto ciò che è ( Rb 33,4). Non solo, ma: S. Benedetto impone che: “Tutti gli utensili e ogni bene del monastero siano considerati allo stesso modo dei vasi sacri dell’altare”! (Rb. 31,10). Ora ciò non era MAI stato detto ne fatto nella Chiesa!

Per commentare teologicamente e spiritualmente quanto sin qui detto ci vorrebbe lo spazio di alcuni volumi, che io non ho. Vorrei, però riassumere, in pochi tratti la dottrina di Benedetto sul tema del Lavoro Monastico. Lo farò prendendo spunto da un articolo di J. Leclercq tratto da “Dizionario degli Istituti di perfezione 1976”.

  1. Bisogna lavorare. S.Benedetto fa del lavoro quotidiano uno dei punti principali della sua concezione monastica: ne fissa l’orario, ne indica il senso, ne determina il valore. Per Lui il lavoro acquista il carattere di azione sacra; il suo valore è in rapporto all’ascesi e alla vita mistica: è un rimedio all’ozio che è nemico dell’anima, ma esige anche sforzo e fatica, ed è, quindi, per il monaco uno strumento di perfezione; non si lavora solo per tenersi occupati, ma per ascesi: si tratta di un atto di obbedienza. Il lavoro monastico, però, deve lasciare tempo al monaco per dedicarsi in pace alla preghiera e alla contemplazione.
  2. Inoltre il lavoro deve essere disinteressato: ciò è chiarissimo nel capitolo 57 della Regola sugli artigiani del monastero. Non solo, ma notiamo la continua insistenza sull’obbedienza e sull’umiltà. S. Benedetto inculca anche che il monaco deve essere distaccato dall’opera e dal suo risultato. Il risultato ha un suo valore, ma non è determinante. S. Benedetto prescrive anche che “si vendano a minor prezzo gli eventuali prodotti”, ma per mettere in evidenza che il lavoro NON si considera come un mezzo per far soldi!
  3. Infine, per S. Benedetto, il lavoro monastico tende alla “autarchia”: ciò è evidente nel capitolo 66,6-7 della Regola, infatti: l’attività monastica è condizionata dalla clausura e dalla stabilità. Concludendo: come la persona viene prima del lavoro, così il lavoro viene prima dei beni che produce e degli strumenti di cui si serve per produrli. Il lavoro umano non si può subordinare al “capitale” e alla logica produttiva. La ragione è che il lavoro rende l’uomo con-creatore con Dio. Dio non ha ultimato l’opera della creazione, ma l’affida da completare all’uomo tramite il lavoro. Ecco perché lo sviluppo economico va subordinato alle esigenze morali dell’esistenza umana, che non potrà mai essere privata della sua dimensione spirituale. Vedi anche la Colletta di san Giuseppe Lavoratore. Penso che il pensiero-dottrina di Benedetto sul lavoro possa dire ancora molto, anche al nostro mondo, nel nostro tempo.

Silvano Mauro Pedrini OBS

La preghiera Monsatica

Con il VII° capitolo termina la prima sezione della Regola, dove sono descritti i canoni fondamentali della vita ascetica nel monastero. Siamo ora alla sezione liturgica, in cui si descrive l’ordine dell’ufficiatura monastica che consta di 13 capitoli! Ciò dice come san Benedetto esprima l’importanza di tale soggetto. L’importanza di tale sezione sta nell’essenza stessa della vocazione contemplativa dei monaci. Benedetto in questa sezione, si rifà a due versetti di un Salmo importante: il 118/119,164 che dice: “Sette volte al giorno ti lodo”. E ancora: 118/119,62: “Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode per i tuoi giusti decreti”. Questi due versetti vengono presi per inquadrare tutte quante le ore della preghiera nella giornata monastica e anche la preghiera notturna. Il numero sette offerto da san Benedetto in questo contesto fa sì che le ore della preghiera così articolate siano sacre. Tali appaiono nel capitolo 16 della Regola che brevemente illustra questo contesto. Ma soprattutto fa riferimento a due versetti del Vangelo di Luca: “pregate incessantemente” (Lc 18,1; 21,36). Questo “pregate incessantemente” è il senso dell’ufficio divino in san Benedetto, ma anche nella tradizione monastica antica. Certo l’invito di Cristo non è semplice da vivere. Però i cristiani, sin dall’inizio, sia monaci che laici, hanno tenuto ben presente che questo invito di Cristo è l’unico “precetto” che Egli ha dato in materia di preghiera!

Data l’umana debolezza, è impossibile tenere costantemente la nostra attenzione rivolta a Dio, quindi si sono fissate della “Ore”, quando questo dovere monastico viene richiamato, la successione di queste “Ore” crea in qualche modo un senso di continuità, di una preghiera incessante. Certo rispetto all’ideale di “pregare sempre”, questi momenti sono come dei punti su una linea infinita, infatti l’uomo che veramente ama e vuole raggiungere la perfezione deve pregare sempre e ovunque, e non distogliere mai la propria attenzione da Dio.

San Benedetto chiama questa preghiera “OPUS DEI”, alla quale “non deve essere anteposto nulla”, perché nella preghiera si accoglie l’Amore di Cristo che fonda e dona significato a ogni altro gesto della nostra esistenza. Nella antica tradizione l’espressione “opus Dei” indicava la vita monastica in quanto tale; più ampiamente la si può intendere come definizione della vita cristiana che è “opera di Dio”, perché la si riceve da un ALTRO che ci raggiunge con la sua grazia creatrice.

Nel Vangelo di Giovanni l’opera di Dio che unifica tutto il vissuto umano è il “credere”. La preghiera è questo spazio di fede e di relazione con Dio che consente di dare il giusto spessore a ogni altro ambito della vita quotidiana di ogni uomo, non solo dei monaci. Perciò un benedettino è chiamato a interrompere, per sette volte il giorno, ogni altra attività, per celebrare”l’opera di Dio” con i propri confratelli, per lodare il Suo Nome e ricevere il Suo Amore che fa vivere. Queste interruzioni sono salutari perché ci ricordano che la nostra vita non dipende dall’opera delle nostre mani, ma dal dono che continuamente si riceve da un Altro. D’altra parte le nostre mani, nel momento in cui sono colmate del dono di Dio, accolgono la sua stessa possibilità, vengono rigenerate a un’energia creativa e inesauribile.

L’esaudimento più autentico della preghiera sta proprio nel lasciarci trasformare il cuore perché da esso possa scaturire un agire diverso e responsabile: risposta e cor- rispondenza all’opera di Dio in noi. Non anteponendo nulla alla preghiera liturgica si riceve la possibilità di “non anteporre nulla all’amore di Cristo” per noi e attraverso noi per il mondo. Diventiamo autenticamente figli, perché generati di nuovo e sempre dal Padre (il rinascere dall’alto di cui parla Gesù a Nicodemo); nel- lo spesso tempo ci si lascia da Lui donare nella storia perché “Figlio” è sempre colui che il Padre consegna al mondo per rivelare quanto lo abbia amato e continui ad amarlo, come Gesù ricorda allo stesso Nicodemo (Gv 3,16). Mediante la Liturgia non solo entriamo nella preghiera che da sempre il Figlio Unigenito rivolge al Padre nella comunione dello Spirito Santo, ma accogliamo la sua stessa esistenza filiale, divenendo sempre più figli come Lui è Figlio. Questa è la speranza che attende il mondo: che ci siano figli della luce capaci di illuminare, con la loro stessa Fede, le tenebre che sembrano avanzare. Nella preghiera si diventa come fuoco per rischiarare e riscaldare le tante forme di disperazione che esistono. Si diventa, allora, segno dell’Amore di Dio “cui nulla deve essere anteposto”, “perché nulla ne rimane fuori e tutto ne riceve senso e verità”.

E tutto questo, come dice il capo XIX della Regola : “… IN MODO CHE LO SPIRITO NOSTRO SI ACCORDI CON LA NOSTRA VOCE”! Questa la condizione! Maria, la Donna della preghiera, e san Benedetto ci in- segnino a pregare, non solo con parole, ma col cuore, e il Padre accoglierà la nostra preghiera, perché ci ama. – E con la Chiesa e la Liturgia preghiamo: “La mia preghiera giunga fino a te; tendi, o Signore, l’orecchio alla mia preghiera”. (Sal 87/88,3 – XXXII per Annum: Ingresso).
“Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio”! (Colletta XXXII Per Annum).

Silvano Mauro Pedrini OBS

Il superiore, il maestro, il padre: l’Abate

Dopo aver visto che Benedetto fonda “una scuola del servizio del Signore” (Prologo 45), nei Capitoli 2 e 64 della stessa Regola provvede, per la sua Famiglia: un Padre, un Maestro, un Superiore che sia dottore nelle cose di Dio e dell’uomo.
Intanto incomincio a dire che: la Regola prevede, impone (unica di tutti gli altri Ordini religiosi) che siano i monaci stessi dei singoli monasteri-famiglie, ad eleggere il proprio Padre-Maestro. Egli chiamò questo Superiore con nome biblico secondo quanto dice San Paolo nella Lettera ai Romani 8,15, Abate, infatti “Avete ricevuto uno spirito di figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre”. Nel monastero benedettino è l’Abate, eletto dai suoi fratelli-figli, il responsabile ultimo di tutto. A motivo di ciò Benedetto ne parla in due capitoli fondamentali: nel capitolo 64 della “elezione dell’Abate”; nel capitolo 2 su “Le qualità che deve avere l’Abate”, avvertendo “gli elettori” della responsabilità che hanno nella scelta del Padre-Dottore del monastero.

Siccome nei due capitoli citati appare: tutta la grandezza spirituale, psicologica, la conoscenza dell’umanità dei monaci, e la santità di Benedetto, non potrò certo trarne commenti, nel breve spazio concessomi, in modo teologico esaustivo. Pertanto ne citerò direttamente alcuni brani degli stessi capitoli, lasciando ad ognuno di gustarli e farne tesoro, leggendo personalmente, totalmente i due testi. “Dopo l’ordinazione l’Abate consideri sempre quale carico si è assunto e a Chi dovrà rendere conto della sua amministrazione” (RB 64,7) Qui viene espressa un’etica della dirigenza, un’esigenza morale. “Sappia di dover aiutare più che comandare” (RB 64,8). Il testo latino dice: “magis prodesse quam praeesse”, e la traduzione letterale sarebbe: “essere più al servizio che in avanti”. Essere in avanti è la presidenza, e ci sono molti modi di pre-siedere, che però richiedono tutti previdenza da parte di Chi è in avanti. “E cerchi di essere amato piuttosto che temuto” (64,15).

E ancora: “Non sia causa di agitazione e ansioso, non sia esagerato e ostinato, non sia invidioso e troppo sospettoso perché non avrebbe pace mai” (64,16). ”Nell’impartire ordini sia previdente e ponderato, e quando dà direttive, sia riguardo alle cose di Dio sia riguardo a quelle del mondo, abbia discrezione e misura, tenendo presente la discrezione di Giacobbe che diceva:- Se farò stancare troppo i miei greggi a camminare, moriranno tutti in un sol giorno- (Gen. 33,13; RB. 64,17-18). E ancora: “…alternerà secondo le circostanze rigore e dolcezza, mostrerà ora la severità del Maestro ora il tenero affetto del Padre. In concreto deve correggere con una certa severità gli indisciplinati e i turbolenti, sollecitare invece a procedere verso il meglio quelli che si mostrano obbedienti, miti e pazienti; ma gli incuranti e gli arroganti l’esortiamo a rimproverarli e punirli” (RB 2, 24-25). Il tutto tenendo conto di quanto la Regola asserisce nel Capitolo 2 Dell’Abate: “… difatti per fede in lui (l’Abate) si vede chi fa nel monastero le veci di Cristo”. E per far trasparire Cristo nella sua comunità, bisogna che l’Abate Lo possegga: Solo allora sarà capo e cuore della sua famiglia monastica, come Cristo è capo del suo Corpo Mistico, che vivifica con il suo Spirito. L’unità nella Comunità, per essere vissuta concretamente e durare nel tempo, richiede che vi sia un capo e l’obbedienza all’Abate verifica l’autenticità della carità fraterna.

Talvolta viene posta la domanda se questo ideale sia possibile oggi. Ma noi siamo consapevoli che l’autorità nella comunità monastica, come d’altra parte nella Chiesa, resta un Dono di Dio. E il Dono resta offerto, anche se l’ideale non è raggiunto. Per conoscere Benedetto, la sua Regola e la vita monastica, si deve però conoscerla in profondità: io non ne ho il tempo. Pertanto, ripeto: comperate la santa Regola e meditatela confrontandola con la Parola di Dio, e se potete, andate ospiti in uno dei monasteri per costatare come viene amata e vissuta sotto il magistero dei singoli Abati, oggi, ripeto: OGGI! Indaghiamo anche nella storia: come la Regola benedettina abbia influito in bene e sviluppo nella Nostra Europa e nella Chiesa: in cultura, lavoro, santità e amore a Cristo, a Cui il benedettino “non deve anteporre nulla”!

Sulla validità e attualità della Regola, ne sono testimoni i tanti secoli dalla sua stesura: anche oggi migliaia di uomini e donne la fanno propria, cercando di poterla attuare in pienezza: Monaci, Monache e Oblati benedettini. Il Signore voglia inviare alla Vigna di Benedetto, anche oggi, tante sante vocazioni!

Silvano Mauro Pedrini OBS

L’Abbazia nel nome di Paolo VI

Il nome del monastero non è più Abbazia Benedettina Olivetana San Nicola ma Abbazia Benedettina Olivetana Santi Nicola e Paolo VI

Domenica 10 febbraio, festa di Santa Scolastica sorella di San Benedetto, nell’Abbazia Olivetana di Rodengo Saiano si è svolta un’importante celebrazione Eucaristica in cui l’Abate Generale della Congregazione Benedettina di Santa Maria di Monte Oliveto, Dom Diego M. Rosa con un Atto Ufficiale della Congregazione ha esteso il nome del monastero. Da questa data il nome del monastero non è più Abbazia Benedettina Olivetana San Nicola ma Abbazia Benedettina Olivetana Santi Nicola e Paolo VI. Quasi 1000 anni fa quando il Monaci Cluniacensi iniziarono la fondazione di questo Cenobio nel titolo compariva S. Pietro insieme a S. Nicola, poi nei primi due secoli di vita la figura di S. Pietro si è eclissata forse per non confondere questo luogo con il vicino monastero di S. Pietro in Lamosa… A distanza di quasi 1000 anni Pietro ritorna! Un Pietro che ha visto i suoi natali in queste terre benedette, un Pietro che ha tenuto saldo il timone della barca della Chiesa Universale sotto la forza impetuosa delle onde del Concilio Vaticano II, un giovane ragazzo che prima di essere Sacerdote, Vescovo ed infine aver vagliato il soglio Petrino, ancorato al manubrio della sua bicicletta che da Chiari lo riportava nella sua Concesio, si fermava qui, su questa piazza e guardava ciò che restava della presenza monastica, in questa stessa chiesa ha pregato perché un giorno tra le volte di questo cenobio violentato e depredato ritornasse almeno la sua essenza vitale che lo ha reso per secoli “Casa di Dio” ovvero la celebrazione dell’Opus Dei da parte dei Monaci figli di San Benedetto e San Bernardo Tolomei, monaci di bianco vestiti in ricordo della Pasqua Gloriosa di Cristo, un Pietro che oggi la Chiesa Universale venera con il nome di San Paolo VI Papa.

Due i motivi che hanno tradotto questa scelta, in primis il 50°o del ritorno dei Monaci Olivetani nel monastero di Rodengo, per volontà diretta dell’allora Pontefice Paolo VI, secondo come segno tangibile di gratitudine a questo Gigante nella Fede e Profeta di Dio che ci ha restituito casa nostra nella Sua terra benedetta. Cosa si attendeva Paolo VI, riportando i Monaci Olivetani a Rodengo? Il monaco è una presenza silenziosa, silenziosa ma orante che declina la sua giornata nel motto: “ora , labora et lege”, Paolo VI voleva che il cuore arrestato di questo cenobio ritornasse a palpitare più volte di prima, quale segno profetico della presenza di Dio in mezzo agli uomini, in questa Casa di Dio dalle porte aperte si entra per Amare Dio e si esce per Amare il prossimo.

I voti monastici strumenti essenziali per correre verso la pienezza di Cristo Signore

Benché varie possano essere le forme di vita monastica, anche nel nostro tempo sono apparse nuove espressioni più o meno consolidate, tutte fanno riferimento all’esperienza del monachesimo antico, e, per noi dell’Occidente, codificate ad opera di San Benedetto.

Con Benedetto il monachesimo cristiano ha trovato la sua forma tipica e durevole. Egli vuole che la “professione monastica” avvenga con matura consapevolezza e abbia carattere di definitività. Essa è infatti considerata un atto di culto che si inserisce nel Mistero Eucaristico, come partecipazione all’offerta sacrificale di Cristo, perciò deve essere compiuto con piena libertà e soprattutto con adesione totale del cuore.

I voti monastici sono una triplice professione di fede, speranza e carità, essi immergono il monaco nel Mistero della Santissima Trinità e lo rendono riflesso luminoso della divina koinonia (comunione). Il voto di stabilità radica il monaco, con fedeltà assoluta, in Dio e nella comunità di cui diventa membro. Il voto di conversione di vita (che comprende: castità, povertà, umiltà) è una professione di speranza, poiché tutto quanto il monaco abbandona, lo lascia in vista di ciò che lo attende: Dio stesso, che diventa il suo tutto. Il voto di obbedienza, lo lega indissolubilmente al Signore con un “si” che è consenso pieno alla sua santa volontà. È un vincolo d’amore in risposta a Colui che ci ha amato per primo, sin dall’eternità.

Vivendo con fedeltà i suoi voti, il monaco raggiunge la piena libertà ed esprime la gioia della sua totale appartenenza al Signore. Il voto di stabilità è unico e particolare delle comunità monastiche benedettine. Significa che il
monastero, famiglia monastica, dove il monaco ha fatto la sua professione, diventa la sua casa per tutto il resto della sua vita, dove trova fratelli e un padre, l’Abate, che
saranno tali per sempre. Questo aspetto della vita monastica, è particolarmente attraente oggi: il voto di stabilità lega per sempre una persona alla propria famiglia monastica. Nei continui cambiamenti della vita odierna, specialmente in seno alla famiglia umana, molti coniugi potrebbero trovare nella stabilità, che è perseveranza, una sorgente di forza e stabilità al loro Matrimonio. Anche in questo, quindi, Benedetto possiede la vera saggezza cristiana, acquisita nella preghiera, nella contemplazione, nella sua unione a Cristo Signore.

“In ultima analisi, promettere la stabilità è compromettersi nel partecipare alla pazienza, nella obbedienza, nella perseveranza di Cristo che furono totali, senza limiti” (J. Leclerq). “È l’incarnazione, la cristallizzazione di una attitudine puramente spirituale…; la vita religiosa è un compromettersi per tutta la vita…; si entra in uno stato cristiforme…; si rimane in monastero perché si rimane in Cristo”
(H.U. Von Balthasar).

Come possono i coniugi cristiani, dopo aver promesso davanti a Dio e agli uomini, fedeltà assoluta per tutta la vita l’un l’altro, dimenticarsi di questo loro voto?! E come possono i cristiani dimenticarsi, non essere Fedeli, non avere Stabilità nelle promesse battesimali?! Una delle prerogative dei monasteri benedettini è: dare ospitalità. I monaci sembrano dire a tutti noi: venite a vedere come viviamo il Vangelo, il Battesimo e la Regola del santo Patriarca!!!! Essi saranno ben lieti di ospitarci!

Per intercessione di San Benedetto e della Vergine Madre, Donna della Fedeltà assoluta, il Signore aiuti tutti i coniugi e tutti i cristiani, i monaci e le monache perché siano testimoni della Fedeltà di Dio all’umanità. Amen!

Silvano Mauro Pedrini OBS

Pellegrinaggio di San Valentino 2018

Il consueto Pellegrinaggio di San Valentino che si è svolto dal 16 al 18 febbraio per le coppie, questo anno ha avuto come meta la Toscana. In questi tre giorni abbiamo visitato Siena, l’Abbazia Benedettina di Monte Uliveto Maggiore, l’Abbazia cistercense di san Galgano a Montesiepi, San Gimignano, il Borgo di Monteriggioni e la città di Arezzo.

È stato interessante scoprire questi luoghi caratteristici e osservare il paesaggio Toscano che, nonostante la pioggia, ci ha lasciati stupiti e meravigliati alternando luoghi di importanza cristiana a monumenti storici che ci hanno dato la possibilità di vedere come si viveva nelle città di un tempo. È stato bello poter ammirare borghi rimasti inalterati nel corso della storia e che mantengono immutate tradizioni antiche come la corsa del Palio. Abbiamo camminato e incontrato le storie di santi che hanno reso grande la nostra terra e proclamato il vangelo di Gesù senza esitazioni, come per esempio Santa Caterina da Siena, San Benedetto, san Galgano, Sant’Agostino ed altri ancora.  Le guide ci hanno aiutato a scoprire le particolarità che contraddistinguono ciascuno di questi posti raccontandoci storie ed aneddoti con l’obiettivo di farci conoscere parti meno turistiche ma molto significative delle varie località.

Un grazie speciale a Don Ciro e a Suor Graziella che ci hanno accompagnato nella scoperta di una piccola ma incantevole parte del nostro territorio e di averci offerto l’opportunità di vivere la festa degli innamorati in maniera alternativa e comunitaria.

Guarda la galleria:

Pellegrinaggio a Siena

Itinerario quaresimale: sulle orme di san Benedetto

Durante i pomeriggi delle domeniche di quaresima abbiamo potuto meditare sul tema della missionarietà della comunità cristiana alla luce di S. Benedetto, visitando tre abbazie benedettine e ascoltando le meditazioni dei monaci.

A Chiaravalle abbiamo ascoltato il Priore, Padre Stefano Zanolini, sul tema dell’ascolto della Parola per diventarne famigliari.  “Il cammino che san Benedetto propone al monaco, e al cristiano, puntualizza alcuni aspetti che vale la pena di riconsiderare. Ne prendiamo in considerazione due. Nel Prologo della Regola, san Benedetto, invita con forza ad «ascoltare con orecchie attentissime la Parola divina che ogni giorno grida a noi esortatrice: oggi se udite la sua voce non indurite il vostro cuore…» (RB Prol. 9-10).

Un primo aspetto che può sembrare scontato è che il Signore ci ha dotati di un organo per ascoltare, ad esso arriva, o facciamo arrivare di tutto. In questo contesto il modo giusto è “attentissime”, un aggettivo che indica certo un’attenzione ma che implica anche stupore; ascoltare con stupore la Parola divina. La tentazione che tutti proviamo è quella di Pietro, cioè di precederlo e non seguirlo. San Bernardo a questo proposito così si esprime: «Non lo seguono ma lo precedono quelli che alle parole del Maestro preferiscono le proprie». (Sermoni de diversis 62).

Un secondo aspetto è quello del tempo, cioè quando ascoltare la parola di Gesù? Oggi! «La Parola di Dio ogni giorno grida: oggi se udite la sua voce…». Ogni giorno, oggi. Questo vuol dire una frequentazione assidua, vale a dire quotidiana, rendere cioè abituale questo incontro, renderlo quotidiano come altre abitudini sono normali, quotidiane nella vita: la lettura del giornale, la frequentazione internet, il caffè, ecc… Il tempo che Dio dona è quello di oggi e una familiarità, in ogni ambito di vita, si radica grazie a una frequentazione costante, quotidiana che non è fatta necessariamente di ore. Il lavoro che il discepolo è chiamato a fare è esattamente quello della famiglia di Gesù, di sua madre Maria e di san Giuseppe che hanno vissuto una familiarità assolutamente unica, ma piena, quotidiana, umana e per questo esemplare per ogni discepolo”.

A Pontida abbiamo ascoltato Don Emanuel sul tema dell’apertura al fratello e al forestiero. “S. Benedetto, nella sua regola, ha un capitolo dedicato interamente all’ospitalità. Questo capitolo, il 53°, non si intitola “L’ospitalità “oppure “I monaci e l’ accoglienza” ma: “Come debbano essere accolti gli ospiti”. Dunque per S. Benedetto è molto importante la modalità (“come”) con cui si accolgono gli ospiti; infatti le persone si possono ricevere in modi differenti: in modo sbrigativo, in modo freddo, oppure facendo capire che si dà accoglienza ma col desiderio di non essere troppo disturbati. “Tutti gli ospiti che sopraggiungono, siano ricevuti come Cristo perché egli dirà: fui ospite e mi accoglieste”, riferendosi al vangelo di Matteo.

Penso che occorra partire prima di tutto da chi ci vive accanto, da coloro con cui passiamo la maggior parte del nostro tempo, ad esempio i nostri familiari, i colleghi di lavoro, coloro che conosciamo molto bene nei loro pregi e nei loro difetti e che, appunto, proprio per questi ultimi diventa più faticoso essere loro disponibili. Accogliere, in realtà, non significa immediatamente dare un alloggio a casa nostra ma, prima di tutto nel nostro cuore. Scendendo più nel concreto: se vivo con mio marito, con mia moglie, con qualunque familiare, a gomito a gomito o con un collega di lavoro senza essere disposto nei suoi confronti a fare tutto quanto farei se avessi davanti il Signore Gesù, devo ancora fare dei passi. Posso non lasciar mancare niente a mio marito, a mia moglie, al mio collega di quanto materialmente ha bisogno, ma se non gli sono vicino come fosse Gesù, se non lo accolgo nel mio cuore, non sono ancora sulla strada giusta.

S. Benedetto, poi, nel suo capitolo sul come debbano essere accolti gli ospiti, si premura di avvisare che verso i poveri e i pellegrini occorre avere particolari premure e attenzioni, perché specialmente in essi si riceve Cristo. I poveri e i pellegrini, lo si può intuire, sono coloro che hanno bisogno di tutto, che arrivano inaspettatamente, che rappresentano per noi coloro che fanno cambiare i nostri programmi, coloro che ci indispongono, che in fin dei conti ci chiedono di sacrificare qualcosa di noi stessi; chiedono in poche parole di dimenticarci, di uscire da noi stessi, di vincere un po’ il nostro egoismo, che è sempre pronto a farsi largo. Se si riesce a fare il primo passo in questo senso, se si riesce a fare il primo sforzo e a prendere coraggio mortificando noi stessi, allora si otterrà di essere veramente accoglienti proprio perché l’altro è più importante di me, per l’altro vale la pena di mettere da parte me stesso perché l’altro è Gesù”.

A Praglia abbiamo ascoltato don Sandro Carotta sul tema della centralità della Parola e dell’Eucaristia per vivere pienamente la nostra appartenenza alla Chiesa, che si riferisce a Dio come Padre. “Ascoltiamo la paternità di Dio, attraverso la preghiera del Padre Nostro, che ci riferisce Matteo 6,9-13). Abbiamo una invocazione iniziale rivolta a Dio come Padre, a cui segue la formulazione di tre grandi desideri: la santificazione del nome, il regno e la volontà di Dio. Quattro grandi domande, inerenti al pane, al perdono accolto e ricevuto, alla richiesta di non soccombere alla tentazione e alla liberazione dal male concludono la preghiera. In tutto abbiamo sette petizioni; quella centrale è relativa al “pane”, la prima e l’ultima sono poi antitetiche. Si inizia con la menzione del “Padre” e si conclude con la supplica per essere liberati dal “male”. La vita del credente è tra queste due realtà opposte: Dio e il male, il Padre e il Maligno. Come possiamo definire allora la preghiera cristiana? Una lotta. Bisogna infatti lottare affinché logiche perverse e mondane non neghino Dio nel cuore e nella vita.

Sono tre sostanzialmente le negazioni di Dio. Abbiamo l’idolatria, che fa di Dio una caricatura; l’idolatria nasce da una mancanza di ascolto e dalla pretesa di monopolizzare Dio. Vi è poi l’ateismo; nella vita del credente si manifesta quando la pratica religiosa viene abbandonata. Se è ancora tollerata (ma solo negli altri) è solo nella misura in cui si concretizza solo in un atteggiamento filantropico. Tutta la pratica religiosa è considerata inutile, ingenua e frutto di ignoranza. Infine l’incertezza, la quale ha come caratteristica principale il disagio e l’insicurezza. In questo caso si continua a pregare, ma solo lo stretto necessario; si rimane nella Chiesa, ma solo formalmente.

Ma la preghiera non è solo lotta. Abbiamo detto che nel Pater troviamo tre desideri e quattro domande. Nella preghiera bisogna allora imparare ad articolare armonicamente il desiderio e la domanda; il desiderio esprime la dimensione affettiva del pregare, la domanda la dimensione solidale. Se viene ribadita la dimensione affettiva è per ricordare che la preghiera nasce da un cuore che ama Dio. La preghiera non è un dovere, ma una necessità dell’anima. La dimensione solidale, altrettanto importante, ci ricorda invece come la preghiera debba abbracciare, sull’esempio di Cristo, il mondo intero”.

Pregare il “Padre Nostro” significa sentirsi pienamente figli di Dio e, quindi, riconoscersi fratelli con chi, come noi, si rivolge a Dio con questa preghiera. Questa figliolanza-fraternità ha bisogno, però, anche di segni concreti. Ecco che Gesù, ce ne ha offerti, tra gli altri, due, attraverso i quali esprimere in modo privilegiato e altamente significativo, questa realtà: la sua Parola e l’Eucaristia.

Esse sono il segno più espressivo della nostra adesione alla Paternità di Dio e la fonte inesauribile dell’energia per vivere la nostra figliolanza divina e la nostra fratellanza. Pregare Dio Padre e non accogliere il suo invito all’incontro coni fratelli per ascoltare la sua parola e sederci alla sua mensa significa avere un cuore ateo oppure vivere la fede in modo formale.

Il monastero di San Benedetto: una storia lunga più di mille anni

Il 10 giugno 1967, con un decreto di Paolo VI, il papa bresciano, fu conferito il titolo abbaziale alla nostra chiesa arcipresbiteriale dei Santi Piero e Paolo. Perché questo importante riconoscimento?

Leno, fin dall’alto medioevo, fu sede di un potente monastero, uno tra i più importanti d’Europa. Fondato nel 758 dall’ultimo re longobardo Desiderio, l’abbazia, intitolata al Salvatore, fu ben presto dedicata a San Benedetto. Primo abate fu Ermoaldo, che giunse dal monastero di Montecassino con undici monaci, portando in dono per il nuovo cenobio la reliquia di San Benedetto e quelle dei martiri romani Vitale e Marziale, ricevute dal papa Paolo I. Generosamente dotata di beni dal suo fondatore, l’abbazia fu oggetto di cospicue donazioni anche da parte di Carlo Magno, re dei franchi e imperatore del Sacro Romano Impero. Le sue proprietà, distribuite su un’area geografica che comprendeva i vasti territori del centro-nord Italia, ma soprattutto il regime di esenzione dalla giurisdizione del vescovo bresciano, favorirono la nascita di una potente realtà politico-economica. Ne è testimonianza l’impegnativo intervento, voluto dagli abati che ressero l’abbazia nell’ XI secolo, i quali, per  sottolinearne il prestigio, decisero di raddoppiare la chiesa del monastero eretta da re Desiderio e di costruire un grande campanile.

Durante la prima metà del secolo successivo, l’abbazia fu coinvolta non soltanto nelle vicende tumultuose della chiesa bresciana, agitata dal movimento riformatore di Arnaldo da Brescia, ma anche negli episodi violenti che videro contrapposto il comune cittadino alla realtà dei conti rurali. Altri gravi danni l’abbazia subì durante la seconda metà del XII secolo nei decenni dello scontro fra comuni lombardi e il Barbarossa. Furono proprio questi episodi che indussero l’abate Gonterio a prendere l’iniziativa di rilanciare il ruolo dell’abbazia, ponendo mano, fra l’altro, ad una radicale opera di restauro degli immobili monastici, che si concluse nel 1200 con la realizzazione dell’ampliamento e del rifacimento della chiesa abbaziale. Gli sforzi, poi, che nella seconda metà del XIII secolo e nel secolo successivo videro impegnati gli abati, ebbero soprattutto l’obiettivo di salvaguardare il patrimonio del monastero, messo in pericolo non solo dai rettori dei comuni delle città vicine, ma anche dai signori, titolari delle sempre più potenti signorie regionali, che andavano in quel periodo definendo l’assetto dei loro ambiti territoriali. Il confronto si sviluppò, tuttavia, anche con i rettori del comune di Leno. Forti dell’appoggio cittadino, essi condussero una lunga vertenza per l’acquisizione di un’autonomia sempre più consistente dalla giurisdizione abbaziale.

Va pure messo in evidenza che tra il XIV e il XV secolo vari tentativi furono avviati dagli abati più intraprendenti per riorganizzare il patrimonio del monastero e ripristinarne il ruolo politico; fino al momento in cui assunse il titolo di abate Bartolomeo Averoldi, il quale nel 1451 avviò le pratiche per aggregare il monastero alla Congregazione di Santa Giustina di Padova. Le trattative non ebbero però esito positivo. Quando all’abate Averoldi fu prospettata la nomina ad arcivescovo di Spalato, la sua rinuncia alla dignità abbaziale aprì la strada al conferimento in commenda da parte del papa Sisto V dell’abbazia al cardinale Foscari.

Nel 1479, sette secoli dopo la sua fondazione, l’importante istituzione benedettina della pianura bresciana cessava il suo ruolo originario per divenire realtà patrimonializzata, affidata sia alle cure, ma anche allo sfruttamento dell’abate commendatario di turno, fino alla sua soppressione avvenuta nel 1783 con provvedimento assunto dal Senato della Repubblica di Venezia, che autorizzava la demolizione della chiesa abbaziale e l’alienazione degli ultimi beni immobili.

Daniela Iazzi

L’abbazia di San Salvatore/San Benedetto di Leno: tra identità e storia

La leggenda vuole che Desiderio, l’ultimo re longobardo, abbia deciso di fondare il monastero di San Salvatore di Leno, poi detto di San Benedetto, a seguito di un sogno premonitore e di un episodio che confermava il contenuto della visione onirica. Durante una sosta, nel corso di una faticosa battuta di caccia nella campagna e nei boschi di Leno, addormentatosi, il futuro re dei longobardi aveva sognato che i cavalieri che lo accompagnavano avevano catturato un serpente e glielo avevano avvolto intorno al capo in forma di corona, augurandogli un giorno di divenire re del suo popolo. In realtà, mentre dormiva, un serpente da un vicino ruscello gli si era avvolto intorno al collo sotto lo sguardo impietrito del suo scudiero. Poco dopo, senza arrecargli alcun danno, il serpente aveva sciolto le sue spire ed era sparito in una fessura del terreno. Si racconta che fu a seguito dello scampato pericolo e per corrispondere al messaggio premonitore dell’episodio, che Desiderio, divenuto re, decise di fondare il monastero di Leno.

in verità le fonti storiche ci dicono che, essendo improvvisamente morto il re Astolfo, dal quale il lenese Desiderio era stato nominato capo dell’esercito, con un’abile mossa egli era riuscito nel 757 a superare le divisioni tra i duchi più potenti, che aspiravano alla guida del regno, e a conquistare la corona. Aveva bisogno, quindi, di rafforzare il potere così conquistato.

Per raggiungere l’obiettivo e controllare al meglio il territorio del regno, egli ritenne di potersi servire dello strumento dei monasteri. Prese, allora, nel 758 la decisione di trasformare la chiesa, che già nel 753 con la moglie Ansa aveva fatto costruire a Brescia, nel monastero femminile di San Salvatore, che poi prenderà il titolo di Santa Giulia. Decise, inoltre, di rivolgersi all’abate di Montecassino per realizzare a Leno un monastero maschile, potente già fin dalla sua fondazione. In viaggio al sud per regolare i rapporti con i vertici dei ducati di Spoleto e Benevento, durante una sosta presso l’abbazia fondata da san Benedetto, il re longobardo ottenne dall’abate Ottato, che dodici monaci guidati da Ermoaldo raggiungessero Leno per realizzare il progetto. Partendo, oltre ad una copia della Regola, essi portarono con sé la reliquia del braccio del santo fondatore del monachesimo occidentale.

Desiderio, giunto poi a Roma sulla via del ritorno e incontrando, secondo la tradizione, il papa Paolo I, riuscì ad ottenere per il nuovo monastero anche le reliquie dei due martiri Vitale e Marziale.

Negli anni successivi con la moglie Ansa e il figlio Adelchi si prodigò per dotare i due monasteri di vasti possedimenti sparsi da nord a sud sull’intero territorio del regno, così da trasformali in efficaci strumenti per il controllo anche delle aree più distanti dalla capitale Pavia.

Potente, dunque, per le immense proprietà, ma soprattutto ricco di prestigio per le reliquie dei santi martiri romani e di san Benedetto, il monastero leonense divenne rapidamente una tra le più importanti abbazie d’Europa. Mettendo in pratica i principi ispiratori della regola benedettina, infatti, la nuova abbazia si trasformò presto in un potente strumento di sviluppo e di crescita dei territori sottoposti alla sua giurisdizione, ma anche, con Carlo Magno e con i successivi imperatori, un riferimento irrinunciabile per l’azione di governo dell’impero.

Col trascorrere del tempo l’attività dei monaci di Leno, ispirati dai principi dell’ora et labora, ha concorso a definire il profilo del paesaggio produttivo, culturale e spirituale dei territori e delle comunità collocate nelle dipendenze leonensi, lasciando, soprattutto a Leno e nel cuore della pianura Padana, tracce indelebili, che nel corso di più di mille anni ne hanno segnato il carattere degli abitanti e delineato una precisa identità.

Carattere e identità, che non sono venuti meno neppure con la crisi della comunità monastica, l’introduzione della commenda e la dispersione dell’immenso patrimonio del monastero, fino alla soppressione dell’abbazia stessa, decretata dal Senato della Serenissima Repubblica di Venezia nel 1783, con la successiva demolizione delle strutture monastiche ormai in rovina, operata con una radicale azione distruttiva che giunse a scavarne anche le fondamenta.

Ciononostante, la venerazione per i Santi della Badia e la memoria di san Benedetto, patrimonio identitario dei Lenesi, non sono mai venute meno. Non ne hanno interrotto il ricordo e la commemorazione le vicende della rivoluzione francese e dell’unificazione dell’Italia e neppure quelle tragiche del secolo scorso, che hanno devastato l’Europa; il cui santo patrono, per volontà di Paolo VI, si è stabilito che fosse proprio san Benedetto.

Il santo abate, che in tempi tragici, segnati dalla fine dell’impero romano e dalle violenze dei Longobardi, seppe dettare una regola per i suoi monaci e proporre a tutti una massima vincente che, coniugando preghiera e lavoro, si dimostrò capace di orientare il cuore disperato dei suoi contemporanei verso una nuova prospettiva di speranza.

Principi e modelli ispiratori, che, aggiornati, parlavano ancora con grande efficacia direttamente anche al cuore dei Lenesi, dilaniati nello spirito e nella carne all’indomani della seconda guerra mondiale.

Dovette, dunque, apparire giusta e condivisibile la proposta del parroco del tempo, don Battista Galli, di invocare con i Santi della Badia la figura del padre del monachesimo occidentale, per testimoniare il più autentico sentimento di ringraziamento a Dio per la fine della guerra.

La grande partecipazione dei Lenesi alla solenne cerimonia, che vide il momentaneo ritorno a Leno da Brescia dell’insigne reliquia del braccio di san Benedetto, fece scaturire la volontà di far rivivere in forma ancor più netta e percepibile il legame con la figura del santo abate e con il monastero che aveva fondato a Montecassino.

Nacque allora l’idea di rivolgere direttamente a Paolo VI, il papa bresciano ispirato nella sua azione da autentica spiritualità benedettina, la richiesta di attribuire alla chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo l’antico titolo di abbazia e al suo parroco, il titolo di abate con l’autorizzazione ad indossarne le tradizionali insegne.

La decisione di procedere fu presa nel 1958 in occasione dei solenni festeggiamenti, indetti per ricordare il XII centenario di fondazione del monastero di San Benedetto.

Alla domanda inoltrata a Roma, una prima risposta positiva si ebbe l’anno successivo con l’attribuzione al parroco di Leno del titolo onorifico di monsignore, prelato domestico di Sua Santità, concesso con una bolla pontificia consegnata il 13 febbraio di quell’anno nelle mani del parroco don Battista Galli dal vescovo di Brescia mons Giacinto Tredici.

Cresceva così l’attesa e il fervore dell’intera comunità, che nel 1961 fu chiamata a celebrare il secondo centenario della fondazione della chiesa parrocchiale e il 50° anniversario della sua consacrazione.

Nel frattempo era stata predisposta una più degna collocazione alle reliquie dei santi Vitale e Marziale, sistemate in una nuova urna durante una solenne celebrazione il 23 novembre 1963 nella ricorrenza della festa liturgica di santa Scolastica, sorella di san Benedetto.

Dopo quasi un decennio, il 10 giugno 1967 pervenne la risposta dalla Curia Romana. Con apposito Decreto della Congregazione concistoriale, a firma del card. Carlo Confalonieri, il sommo pontefice Paolo VI disponeva l’elevazione della “chiesa arcipretale parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo in Leno all’onore del titolo abbaziale”; stabiliva, inoltre, che “d’ora innanzi sia chiamata ‘chiesa arcipretale abbaziale dei Santi Pietro e Paolo’ e parimenti l’arciprete pro tempore sia in perpetuo insignito del titolo di ‘arciprete abate”. Gli concedeva, pertanto, la facoltà di celebrare i pontificali come protonotario apostolico sette volte l’anno nelle festività più solenni. Il papa motivava la sua decisione, richiamando la gloriosa storia del monastero e la provvidenziale opera svolta dalla comunità monastica a favore degli uomini delle terre soggette alla giurisdizione dell’abbazia. Accogliendo la richiesta inoltrata con il parere favorevole del vescovo di Brescia mons Luigi Morstabilini, formulava altresì l’auspicio che in tal modo si potessero mantenere vivi il ricordo del nome del monastero di San Benedetto di Leno e la memoria della preziosa opera svolta dai monaci.

La storia, che li aveva visti protagonisti per più di dieci secoli, restava tuttavia affidata esclusivamente al patrimonio di fonti, sparse in vari archivi d’Italia, solo parzialmente esplorate a metà del Settecento da Ludovico Luchi abate di San Faustino di Brescia prima, poi dallo storico dell’abbazia di Leno Francesco Antonio Zaccaria.

In occasione dei festeggiamenti, che seguirono alla notizia della concessione del provvedimento papale, il sindaco di Leno Angelo Regosa, nel richiamare l’esigenza che tali testimonianze fossero riscoperte, auspicò che se ne avviasse lo studio e la pubblicazione.

Salvo alcune sporadiche iniziative, si dovette attendere l’inizio del nuovo secolo per definire un programma organico di ricerca, individuazione e pubblicazione delle pergamene dell’Archivio abbaziale. In parallelo si avviò una campagna di scavi sul sito dell’abbazia, alla ricerca delle fonti archeologiche, che aggiunte a quelle documentarie avrebbero finalmente consentito di tentare di scrivere la storia del monastero voluto da re Desiderio.

Di tale impresa si è incaricata la Fondazione Dominato Leonense, con un progetto che dal 2000 ha impegnato archeologi, paleografi e storici, la cui opera, ancora in corso, ha consentito di produrre risultati scientifici di grande rilievo, portando alla luce una storia millenaria, la cui conoscenza consentirà da un lato di aggiornare con contributi innovativi il profilo della storia europea, dall’altro di accrescere ulteriormente la consapevolezza dei Lenesi di essere eredi di una storia straordinaria.

Angelo Baronio

La bolla di elevazione dell’Abbazia

TESTO ITALIANO DEL DECRETO PONTIFICIO PER L’ELEVAZIONE DELLA CHIESA ARCIPRESBITERALE DEI SS. PIETRO E PAOLO AL TITOLO DI “CHIESA ARCIPRESBITERALE ABBAZIALE DEI SANTI PIETRO E PAOLO” E DI “ABBATE” DEL PARROCO “PRO TEMPORE”

Nel corso dell’ottavo secolo una antica comunità di S. Benedetto, dopo aver eretto un monastero abbaziale, pose la sua dimora nella terra oggigiorno detta “Leno”, e qui per diversi secoli si fece provvidenziale promotrice di ogni utile attività, soprattutto a vantaggio dei coltivatori della terra. Ma purtroppo nell’anno 1783 vennero dispersi i monaci e in seguito l’abbazia andò in rovina. Ed ora, dunque, affinché non periscano né il nome dell’antichissima e, nel passato, tanto insigne abbazia, né il ricordo dell’illustre opera dei monaci dell’Ordine di s. Benedetto, è stata inoltrata alla Sede Apostolica formale richiesta per ottenere che la chiesa parrocchiale di Leno, dedicata ai Ss. Apostoli Pietro e Paolo, e l’Arciprete parroco “pro tempore”  fossero insigniti del titolo abbaziale.

Pertanto il ss. Signore nostro Paolo, per divina Provvidenza Papa, riconosciuta la convenienza della richiesta, dopo aver udito il parere di S.E. Mons. Luigi Morstabilini, vescovo di Brescia, ha decretato che la domanda fosse benevolmente accolta.

E perciò con il presente Decreto Concistoriale, avente il medesimo valore di Lettera apostolica “sub plumbo”, lo stesso Sommo Pontefice eleva la chiesa arcipresbiterale parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo in Leno all’onore del titolo Abbaziale. E pertanto d’ora innanzi sia chiamata “Chiesa Arcipresbiterale Abbaziale dei SS. Pietro e Paolo” e parimenti l’Arciprete “pro tempore” sia in perpetuo insignito del titolo di “Arciprete Abbate”.

Inoltre ben volentieri concede all’Arciprete Abbate sopra nominato, durante il suo ufficio e nell’ambito dei confini parrocchiali, la facoltà di celebrare pontificali, come Protonotario Apostolico “ad intra” sette colte all’anno nelle festività più solenni a sua scelta.

Per l’esecuzione del presente decreto Sua Santità ne conferisce l’incarico a S.E. Mons. Luigi Morstabilini, Vescovo di Brescia, con le necessarie e opportune facoltà, compresa quella di subdelegare persona ecclesiastica costituita in dignità. Della avvenuta esecuzione, Egli manderà al più presto possibile autentico esemplare a questa Sacra Congregazione Concistoriale. Nessuna contraria disposizione, anche degna di particolare menzione, deve ostacolare quanto sopra decretato.

Dato in Roma, presso la Congregazione Concistoriale il 10 giugno 1967.

+ Carlo Cardinale ConfalonieriPrefetto
+ Ernesto Civardi Segretario