Meditazione su un ventennio da parroco

Anche nel nostro tempo, pur tanto distratto dalle preoccupazioni del benessere, l’intinto della coscienza umana sente il desiderio e il bisogno di Dio. Proprio nella abbondanza delle cose si sente l’ansia dell’abbondanza di Dio, della comunicazione con Dio. L’esperienza profonda nostra è la certezza! Certezza della parola; certezza dei rapporti vicendevoli; certezza di vita! Ognuno di noi cerca, con desiderio grande, di farsi sue queste certezze. Momenti di intima sincerità interiore fanno sgorgare questo desiderio, questo bisogno! E sempre, costantemente, a servizio di questo bisogno interiore sta una «parola che non passa», «un amore grande che dà la vita per la persona amata!».

E perciò ogni tempo, che avverte inesorabilmente le sue limitazioni e le sue pratiche impossibilità, avverte pure decisamente la presenza della parola, dell’amore e della vita. Il pastore buono, voluto da Gesù per attuare e continuare la redenzione, è sempre presente ad ogni sua pecora per servirla, per pascerla con la parola, con l’amore e con la vita.

Il pastore parroco ama le sue pecore, le chiama per nome, cammina davanti ad esse. Queste ascoltano la sua voce, lo seguono, conoscono la sua voce, non seguiranno invece un estraneo, ma lo fuggiranno, perché esse (le pecore) non conoscono la voce degli estranei. Il tempo che passa va sempre profondamente sottolineando questa figura di pastore, che vive costantemente fra le sue pecore.

E la consuetudine dei rapporti diventa simile ed uguale a quella tracciata da Gesù. È perciò una grazia di salvezza assicurata! È questa la via che ognuno di noi deve percorrere, a qualunque livello, a qualunque distanza si trovi! L’invito delle Sante Missioni porta a ripensare ed a profondamente meditare: sono una pecora che ascolta la Sua Parola? che Lo segue? che conosce almeno la Sua voce? oppure seguo sempre l’estraneo? Decidere di riprendere la strada della salvezza, vuol dire decidere di ascoltare, di seguire e di conoscere la sua voce!

Don Franco

Il Paradiso Terrestre

La parola «Paradiso» è di origine persiana e vuol dire «Parco recintato». Inoltre la Bibbia con il suo modo di esprimersi sembra darci quasi gli indizi dove fosse posto questo così detto «Paradiso terrestre». Difatti questo giardino era abbondantemente irrigato da un corso di acqua, che all’uscirne si diramava in quattro grandi fiumi o canali. Due di questi fiumi sono i notissimi Tigri e Eufrate, che attraversano la Mesopotamia; gli altri due invece, Phison e Gihon, sono completamente sconosciuti. Come risulta dalla scarsa descrizione della Bibbia, siamo di fronte ad una strana geografia che non è presentata in modo scientifico e moderno, ma quale poteva conoscere l’Autore Sacro un millennio prima di Cristo o, più ancora, in epoca anche più remota, dato che, quasi certamente, si tratta di tradizioni più antiche, trasmesse per molto tempo solo a parola. Rimane solo il fatto che il «Giardino», dove Dio collocò Adamo, era un luogo ben preciso. Questo e solo questo intende affermare lo Scrittore Sacro.

LA FORMAZIONE DELLA PRIMA DONNA
Dice la Bibbia: «Gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto… e formò Eva». E’ evidente che lo scrittore Sacro fa agire Dio allo stesso modo dell’uomo, per rendere quasi visibile alla mentalità primitiva, l’azione stessa di Dio. Dio ha creato tutto non con le mani né con fatica… ma con un solo cenno della sua volontà: «Sia fatto!». Tuttavia a noi interessa sapere cosa intende la Bibbia «Gli tolse la costola…». Tutto lo sforzo degli studiosi cattolici moderni sulla Bibbia, è quello di scoprire il valore di questo modo di esprimersi. Questo è quanto intendeva lo Scrittore Sacro: la donna esiste per l’uomo ed è destinata a completarlo, sia sul campo fisiologico, come su quello affettivo spirituale. Tanto gli appartiene come se fosse un’effettiva parte di Lui. E precisamente questo pensiero esprime il primo uomo, quando si vede davanti, ancora fresca e tutta nuova, la creatura che lddio gli ha dato come compagna «Questa volta è osso delle mie ossa, è carne della mia carne! Costei si chiamerà donna, perché dall’uomo fu tratta costei». Poi lo scrittore Sacro passa a dire il significato religioso della formazione della prima donna e cioè: lddio ha formato questi due esseri, misteriosamente interdipendenti fra di loro, perché nella reciproca appartenenza fossero collaboratori di Dio nella procreazione. E il legame del Matrimonio è talmente forte da vincere perfino quell’indistruttibile affetto che lega i figli verso il padre e la madre… dice la Bibbia: «perciò» l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua donna e saranno una sola carne». Ed è questo insegnamento religioso e storico che lo Scrittore Sacro intende dare al pio lettore della Bibbia.

Corrispondenza con i lettori – gennaio 1963

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AI PIU’ DILIGENTI!
Il mese scorso al termine di un anno di vita non facile del nostro Bollettino Parrocchiale, abbiamo invitato le nostre famiglie a collaborare per la riuscita di un’inchiesta, rispondendo ad un questionario e indirizzandolo in busta chiusa, senza affrancarla, alla «REDAZIONE DE LA BADIA – VIA DANTE – LENO».
L’inchiesta riguardava il numero dei nostri lettori nelle diverse famiglie, l’interesse che più o meno suscitava e i miglioramenti che desideravano vi fossero apportati.
Purtroppo le famiglie non hanno capito l’importanza dell’inchiesta, per rendere sempre più interessante «LA BADIA» e non hanno risposto che poche persone. Le risposte sono perciò insufficienti a raggiungere lo scopo, che si prefiggeva l’inchiesta.
Ringraziamo comunque tutti coloro che hanno cercato di collaborare per un giornale sempre più bello, inviandoci il questionario compilato e scrivendoci anche qualche graziosa lettera. Anzi invitiamo voi, che siete i più diligenti fra i nostri lettori, a scrivere ancora, facendoci conoscere i vostri desideri: da parte nostra faremo tutto il possibile per accontentarvi.
Vogliamo che ogni nucleo familiare non si senta un isolato nella Parrocchia, ma piuttosto che tutte le famigli sappiano di avere un ruolo importante nella COMUNITA’ e che dipende da ciascuna famiglia se i Lenesi progrediranno economicamente e socialmente, ma soprattutto in campo morale e spirituale.
L’anno nuovo ci trovi tutti uniti nella buona volontà e pronti a sacrificarci per il miglioramenti di tutti.
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Ecco alcune lettere, tra le più interessanti giunte in redazione:

 

«Nella mia famiglia, appena arriva, La Badia viene letta subito e tutta, ancora in giornata, da me che sono la mamma. Mi prendo mezzora di respiro e me la leggo in pace. Mi interessa tutta, ma c’è una rubrica che leggo per la prima: è la Corrispondenza con i lettori. Mi piace molto leggerla, anche se non sono io a fare le domande, perché la trovo molto istruttiva. Questa sera ho letto alla mia figliola la risposta data a S. M., perché tempo fa le feci capire che quel giovane che le stava attorno non andava; purtroppo aveva tutte le belle qualità di quel giovanotto descritto nella domanda di S. M.
Anche se la mia ragazza non proferì parola, credo fosse persuasa che noi mamme non si parla sempre invano, soprattutto trattandosi di cose tanto importanti! … Mi spiace solo che l’elenco delle offerte pro «Badia» porti via dello spazio, che potrebbe essere utilizzato invece per una buona parola (sempre) agli ammalati; i quali hanno maggior tempo di leggere, specialmente d’inverno, quando per il freddo sono costretti a rimanere sempre in casa. Penso che coloro che offrono qualcosa, non lo facciano per vedere il proprio nome sul giornale… Ora che il giornale arriva anche ai militari, sarebbe buona cosa che contenesse sempre anche qualche buona parola per loro; questo mi interessa molto, perché tra qualche mese avrò anch’io un figliolo soldato. Certo che per accontentarci tutti le quattro paginette forse non basteranno; ma sarebbe poco male offrire anche 100 lire al mese, pur dì trovare qualcosa in più sul nostro Bollettino Parrocchiale… Quante 100 lire si spendono inutilmente oggi! Vorrei anche che portasse qualche esortazione e magari dei rimproveri per le mamme, per i papà e per i figli, come fanno in Chiesa i nostri Sacerdoti, che sono tanto bravi; così quelli che in chiesa non vengono, potrebbero leggerli!»

G. B. (Una mamma)

Non solo non cestiniamo, ma abbiamo trascritta per intero la sua lettera, perché vogliamo tener conto delle sue osservazioni e vogliamo dare la prova a tutti i lettori di quello che sa fare la buona volontà, anche senza molta cultura. Grazie di cuore, cara Signora. Volesse il Cielo che tutte le mamme del mondo fossero come lei.

 

«Dato che siamo stati tutti invitati a dire il nostro parere, mi permetto di fare un’osservazione (anche a nome di mio marito). Gli articoli sono quasi tutti interessanti nella loro varietà. L’articolo che, a nostro avviso, appaga poco è la cronaca dell’oratorio. Secondo noi dovrebbe essere più informativa… Tenere più al corrente i genitori di quello che fanno o pensano i nostri figli. Siamo noi i genitori, è vero; ma purtroppo la maggior parte di noi non ha sufficiente intuito per penetrare nei loro animi… Occorre che qualcuno ci istruisca, per poter guidare meglio i nostri figli. E questo lo può fare soprattutto l’Assistente dei nostri ragazzi! Ci sono le prediche per noi, è vero; ma per un motivo o per l’altro quante ne perdiamo. Chiediamo a «La Badia» di aiutarci nella nostra opera di educatori, oggi tanto difficile. Forse chiediamo troppo e domandiamo scusa; ma abbiamo tanto bisogno delle parole di chi conosce i nostri figli meglio di noi. Nella speranza di essere esaudita, porgiamo i nostri auguri perché «La Badia» venga apprezzata sempre di più».

A. G. S. (Un’altra mamma)

Apprezziamo altamente le sue considerazioni, gentile signora. Faccio però notare che se la «Cronaca dell’oratorio» contenesse ciò che dice lei, cesserebbe di essere «cronaca» … Forse lei intendeva dire che desidererebbe maggiori articoli formativi dei genitori: cercheremo senz’altro di accontentarla. Ma certamente non potranno mai sostituire «Le Prediche» che per motivi non sempre ragionevoli molte mamme e moltissimi papà disertano!

 

«Non sono superstiziosa, comunque devo confessare di essere rimasta molto impressionata per un sogno riguardante l’eternità… Si può credere ai sogni? Come spiegarmi la mia inquietudine? … Leggendo la Bibbia, devo dedurne che certi sogni sono veri, perché non posso metterne in dubbio la veridicità … E allora, credere o non credere ai sogni? Ci sono segni particolari a cui si può prestar fede? Perché alcuni sì ed altri no? La Chiesa condanna chi crede nei sogni? Da parte mia devo riconoscere che la mia fede è aumentata per quel sogno!»

M. A.

Prima di tutto bisogna distinguere tra sogno e visione (o rivelazione privata). Il «sogno» è la «successione disordinata ed automatica di illusioni ed allucinazioni, che si presenta solitamente nel periodo iniziale o finale del sonno». Quindi è una cosa irreale, vana, non degna di essere creduta. La visione invece (c’è anche quella «Beatifica» che godremo in Cielo) o rivelazione privata consiste in «una manifestazione da parte della Divinità, direttamente o no, di una cosa occulta» ed è sempre soprannaturale, in quanto non compete tutto questo alla nostra natura umana. Con questa distinzione è tutto spiegato chiaramente:
1) I sogni da lei citati dalla Bibbia sono «Visioni», anche se talvolta nel linguaggio parlato si chiamano semplicemente sogni;
2) Le visioni sono tutte vere, e quindi dobbiamo crederci; mentre i sogni sono falsi e non si devono credere, se non si è superstiziosi;
3) Se fossi in lei, non direi che quel sogno le ha aumentato la fede, perché sarebbe ridicolo che un «sogno» potesse aumentare o diminuire la nostra fede.

Il Pescatore

 

In memoriam

Adelino Pari non è più tra noi.

Tragico incidente stradale recideva il fiore della sua giovinezza e Dio lo ha trapiantato nei cieli. Il cordoglio per la sua dipartita è stato generale. Una fiumana di popolo seguiva la sua bara e molti facevano eco alle preghiere dei sacerdoti e al pianto dei familiari.

I lenesi hanno sentito battere l’ala gelida della morie che ha rapito Adelino e un fremito generale di commozione ha inondato gli animi. Ognuno si è sentito un poco diminuire nella di lui morte e la campana che suonava l’estremo saluto è parsa suonare un poco anche per noi. Venti anni così pieni di speranze non possono lasciare indifferenti.

L’hanno salutato Mons. Arciprete a nome della comunità parrocchiale e gli amici della scuola di canto, con i quali poche ore prima della morte aveva cantato con entusiasmo pastorali natalizie.

La sera del Natale, la sua anima che al mattino si era unita nell’amplesso eucaristico a Gesù Bambino, seguiva l’eco dei canti pastorali che aveva sciolto e penetrando i cieli, si univa al coro delle schiere angeliche per eternare il canto di lode a Gesù Redentore.

Il dogma cristiano della «Comunione dei Santi» fa ripercuotere in ciascuno di noi il dolore che ha colpito la famiglia. Siamo vicini alla mamma affranta, al papà desolato, ai fratelli piangenti e ci associamo al loro cordoglio con il nostro cristiano suffragio.

 

Come educare al rispetto della grandezza e del nome di Dio

Il bambino, nel suo sviluppo, procede alla conquista del mondo esteriore per conoscere. Ma il suo modo di conquista non è come quello dell’adulto. Difatti egli usa questi atteggiamenti interiori: la facile commozione, l’ammirazione, l’ingenuità, il senso della meraviglia, il sentimento della propria inferiorità di fronte alla grandiosità della natura e delle opere umane. Perciò è facile andargli incontro, rendendogli accessibile un’idea di Dio, sia pur limitata, ma sufficiente per l’età. Presentargli un Dio che dia gioia, che accontenti la grande esigenza di affetto del cuore del piccolo… I suggerimenti pratici sono: la natura è una rivelazione sensibile di Dio e svelarla al fanciullo nella sua bellezza e grandiosità è occasione opportuna per dedurre in modo intuitivo la grandezza, la perfezione e la Provvidenza di Dio. E farlo non con accenti generici che generano della noia, ma concretamente, portando l’attenzione del bimbo su particolari reali ed evidenti, da cui risulta con immediatezza la grandezza meravigliosa di Dio.

Dice uno scrittore: «il bimbo pieno di meraviglia assorbe con gli occhi l’incanto delle cose…». Inoltre quando si parla di Dio, conviene farlo in una atmosfera satura di sacro; la voce, ad esempio sia sommessa, raccolta; si evitino paragoni ridicoli o men che rispettosi, che se talvolta risvegliano l’attenzione, non aumentano la venerazione; sfatare subito l’idea di quel vecchio con la barba bianca che siede sulle nuvole, che dovrebbe essere il Padre eterno; non abusare di diminutivi e vezzeggiativi parlando di cose sacre: piccolo bambin Gesù, preghierina, Madonnina, angioletti… e nominare invece con rispetto: la S. Messa, la S. Comunione, il Sacro Cuore …; esigere che facciano sempre bene il segno della Croce ed in modo serio, la genuflessione, l’atto di adorazione in Chiesa; insistere sull’uso esclusivamente sacro dell’acqua santa, delle immagini sacre, del Crocefisso, del Vangelo, del Catechismo… infine ha grande valore educativo il «silenzio» di fronte a Dio. Dice lo stesso scrittore già citato: «Pregando, dando l’esempio, immergendosi nel sacro silenzio davanti alla maestà di Dio, il papà o la mamma, fa fare all’anima del bambino i primi passi su quel sentiero che porta in alto, incontro a Dio… L’anima infantile sente dovunque il battito d’ali dell’infinito e nel mondo con le sue meraviglie vede il tempio di Dio».

Cronaca di Casa Nostra

Il 1963 ha trovato la nostra bella piazza avvolta di nebbia e molto assonnata. I negozi con le loro serrande abbassate mettevano malinconia; i passanti quasi non si accorgevano che un negozio era aperto, proprio nel centro della piazza e dall’interno veniva un brusio simpatico di voci giovanili. Più tardi una voce, ampliata dal microfono, ha avvertito le persone che si affrettavano verso la Chiesa, che la Pesca di Beneficenza era aperta.
In poco tempo il negozio, gentilmente messo a nostra disposizione, si riempiva di bambini, di persone adulte che chiedevano di pescare.

Si dice che le ragazze moderne sono dinamiche, lavorano, si divertono e sanno spendere tanti soldi. Le ragazze dell’oratorio di Leno invece sanno «farli su» i soldi in un modo che soddisfa tutti. Chi per esempio con cinquanta lire ha pescato un pollo non può certo dir male della pesca così pure chi si è preso una bella gonna di lana, una sveglia nuova, un triciclo, ecc.
I numeri erano tanti, uno più bello dell’altro. Molti di questi bei doni li dobbiamo alla generosità delle nostre ragazze che si sono date da fare a confezionare abitini, a ricamare collettini e centri, ad allevare pulcini, galletti e conigli e tutto completamente gratis.

I denari che la bontà dei lenesi ha permesso di raccogliere sono già tutti impegnati, infatti l’oratorio che ospita ogni domenica circa 400 bambine ha bisogno di tante cose, per esempio di seggiole da sostituire alle panche, di libri nuovi da mettere nella biblioteca, di cartelloni, di giochi nuovi per le piccole. Nell’Oratorio Femminile di Leno c’è perfino un teatro dove grandi e piccole si esibiscono per la gioia di tutte, ma questo teatro ha bisogno di fondali nuovi, di costumi per le commedie e i soldi non bastano mai.

Se quest’anno riusciremo a far miracoli con questi soldi lo dovremo a voi cittadini di Leno che tanto generosamente ci avete aiutati con la vostra collaborazione.

Tante grazie a tutti!

 D.

Paterno e confortante discorso del Sommo Pontefice ai Volontari della Sofferenza

Siate i benvenuti, diletti figli, nella casa del Comune Padre!

Quante volte abbiamo sentito nell’animo il desiderio di trovarci in mezzo a voi, come faceva Gesù nella sua vita terrena lungo le vie della Palestina, e come fa ora nella sua vita eucaristica, benedicendo, consolando, asciugando lacrime, destando speranze. È per questo che oggi Noi vivamente godiamo nel rivolgervi la Nostra parola e nel farvi sentire tutta, la tenerezza del Nostro affetto.

Possa il presente incontro farvi apprezzare sempre più la santità e la fecondità della missione che il Buon Dio vi ha affidato nelle vostre infermità, e sia il vostro esempio fonte di luce per tanti che vi sono fratelli nella sofferenza. Purtroppo molti hanno dimenticato che il dolore è retaggio dei figli di Adamo; hanno dimenticato che il solo vero male è la colpa che offende il Signore; e dobbiamo guardare alla Croce di Gesù come la guardarono gli Apostoli, i Martiri, i Santi, maestri e testimoni che nella croce è conforto e salvezza, e che nell’amore di Cristo non si vive senza dolore.

Grazie a Dio, non sempre vi sono anime che si ribellano sollo il peso del dolore. Vi sono infermi che, comprendono il significato della sofferenza e si rendono conto delle possibilità che hanno di contribuire alla salvezza del mondo, e perciò accettano la loro vita di dolore come l’ha accettata Gesù Cristo, come l’ha accettata Maria Santissima e come l’ha accettata il suo fedele sposo San Giuseppe. Voi, appartenete appunto alla eletta schiera di anime fortunate. A voi pertanto diciamo: Coraggio, figliuoli! Siete i prediletti del Cuore di Gesù, perché possiamo ripetervi con San Paolo: «A voi per Cristo fu fatta la grazia non solo di credere in lui, ma anche di patire per lui».

Per ricavare dalla meditazione della Croce tutto il frutto spirituale promesso alla sofferenza cristiana, occorre avere in voi il dono della grazia, che è la vita propria dell’anima cristiana. Nella grazia troverete forza, non solo di accettare le sofferenze con rassegnazione, ma di amarle come le amarono i Santi; i vostri dolori non andranno perduti, ma potranno unirsi ai dolori del Crocifisso, ai dolori della Vergine, la più innocente delle creature; e la vostra vita potrà così diventare veramente conforme alla immagine del Figlio di Dio; re dei dolori e la più sicura via per il Cielo.

Ma vi è di più. La passione di Gesù vi rivelerà altresì la fecondità immensa della sofferenza per la santificazione delle anime e la salvezza del mondo. Mirate ancora il Divin Salvatore Crocifisso! Con le sue parole e con i suoi esempi egli ha ammaestrato gli uomini, coi suoi miracoli li ha beneficati, ma soprattutto è staio con Ia sua Passione e la sua Croce che ha salvato il mondo. Volete somigliare a Gesù? Volete trasformarvi in Lui? Volete aiutarlo a salvare le anime? Ebbene ecco, nella malattia, lo strumento offerto a voi della Provvidenza, per «completare le sofferenze di Cristo… per il suo Corpo che è la Chiesa». Ecco il grande compito dei sofferenti, che anime generose attuano fino all’eroismo dell’accettazione e dell’offerta.

Il dolore e il lavoro sono la prima penitenza imposta da Dio, alla umanità caduta nel peccato; orbene, come il peccato attira l’ira di Dio, così la santificazione del lavoro e del dolore attira la misericordia di Dio sul genere umano. Attuino i sofferenti questo programma nella loro vita; non si sentiranno più soli in Paradiso vedranno i frutti immensi della loro spirituale attività, là dove non ci sono più né lacrime né dolori, né separazioni, né possibilità di offendere Dio.

Cari infermi, Noi facciamo affidamento sì sulle preghiere di tutti i fedeli, ma ancor più contiamo sulla santa sofferenza, che unita alla Passione di Gesù, darà la massima efficacia all’opera dell’uomo. Ecco, diletti Figli, Noi vi lasciamo. Ma prima di separarCi da voi, vi esortiamo con la parola di S. Pietro, il primo Vicario di Cristo: «Cari, non vi stupite della fiamma levatasi contro di voi, a vostra prova, quasi vi accada cosa strana; anzi godete, in quanto partecipate ai patimenti di Cristo; affinché anche nella gloriosa apparizione di Lui, possiate godere giubilando».

Giunga questo Nostro messaggio a tutti gli iscritti al Centro Volontari della Sofferenza, e cerchino essi di convincere i fratelli sofferenti a vivere, con questo spirito di accettazione e di offerta, la loro vita di dolori. Giunga a tutti gli altri infermi che in questo momento accogliamo nel nostro abbraccio paterno: figli e figlie languenti nei Sanatori, negli Os pedali, nelle Cliniche, nelle case private. Per tutti preghiamo la Vergine Santissima nostra affettuosissima Madre, affinché tutti consoli col suo sorriso e protegga sotto il suo manto. E questi Nostri voti e preghiere avvaloriamo con la nostra Apostolica Benedizione.

Giovanni XXIII

La sentenza di Liegi

Il fine poteva essere buono, ma il mezzo scelto è iniquo, e nessuna buona intenzione lo può rendere giusto. I genitori non sono padroni della vita dei figli e perciò non possono disporne.
«Non sarebbe mai stata felice». Lo dice lei! Chi può giurare sulla felicità o l’infelicità dei figli?
Quanti nati deformi non sono affatto infelici, e quanti nati perfettamente normali sono dei veri infelici. Anzi, accade spesso che individui minorati hanno saputo farsi una ragione della loro infermità, superarla con le risorse morali e dare un valore alla propria vita; mentre individui ben dotati non sono riusciti a dare un valore alla propria esistenza e se ne sono disfatti come di un peso inutile. La cinquantatreenne Denise Legrix, minorata fisica dalla nascita come e più di Corinne, apprezza la sua vita e si dichiara felice; Marylin Monroe, «maggiorata fisica» per nascita e per cure, si dichiara infelice e si toglie la vita.

La felicità è uno stato dell’anima non del corpo. Anche chi è deforme ha un’anima e anche in quell’anima può annidarsi la gioia; anche quell’anima ha la sua missione da compiere e la sua strada da percorrere: nessuno ha il diritto di fermarla.

Tutto ciò quella sciagurata madre non l’ha pensato, forse non l’ha mai capito, e ha preferito dare il veleno a chi doveva dare il sostentamento. E’ una di quelle tante madri moderne che guardano alla propria creatura come a una bambola, come a un elemento decorativo della propria esistenza. Avendo prodotto, una decorazione malriuscita, Suzanne Vandeput ha creduto bene distruggerla. Probabilmente non era tanto la felicità della bimba che le premeva salvare quanto la propria. Mancato questo, veniva a mancare anche la ragione di lasciar vivere la creatura. Probabilmente dunque la radice di questo, infanticidio non fu tanto l’amore materno quanto l’orgoglio materno ferito.

Questo giuoco di impulsi e di istinti vogliamo credere si sia svolto non nel campo chiaro della piena consapevolezza, bensì in quello oscuro del subcosciente. Esso però è il frutto amaro di quella diffusa mentalità materialistica, che si assimila facilmente dall’ambiente moderno, e pur si cela dietro le dichiarazioni e l’etichetta di cristianesimo di moltissime signore e altrettanti signori Vandeput. Mentalità che guarda unicamente alla vita presente e dimentica la destinazione eterna; mentalità che apprezza esclusivamente i valori materiali e trascura quelli morali; mentalità che esalta le doti del fisico e non si cura di quelle dell’anima, e perciò aspira alla felicità fisica e non a quella spirituale. Ecco perché con tanta improntitudine si sentenzia sull’avvenire di un essere umano e con tanta superficialità si sopprime la vita.

Ma se è pensabile una tale deviazione in una persona privata, non è ammissibile in un Tribunale, in una Corte di Assise, che, come dicevamo, deve giudicare non in base a stati emozionali, non in vista di interessi particolari, non accodandosi all’opinione pubblica, ma in base alla giustizia, sulla linea di quei principi morali ormai acquisiti alla civiltà, per la tutela dei sacri diritti della persona umana; la violazione dei quali può evitare la condanna a un omicida pietoso, ma espone alla condanna a morte migliaia e migliaia di innocenti indifesi, rei soltanto di essere nati infermi. Chi potrà ora vietare in Belgio che altri neonati siano soppressi? Appena nove giorni dopo la sentenza di Liegi un altro bimbo minorato veniva per «pietà» trucidato da sua madre. Abbattuto l’argine della legge la mania dell’infanticidio invaderà. Chi strapperà alle mani materne omicide i figli minorati? Chi salverà questi poveri esseri incapaci di difendere il proprio diritto alla vita? Nessuno. Il Tribunale li ha abbandonati tutti in balia di una pietà senza pietà. La Corte ha assolto i colpevoli, ma ha condannato se stessa.

L’ossevatore

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Il Tribunale ha assolto gli imputati, ma chi assolverà il Tribunale? Se infatti si può comprendere lo stato d’animo, il grande turbamento, l’agitazione che hanno potuto far velo alla ragione e oscurare la coscienza dei genitori della piccola Corinne, non si può comprendere come un Tribunale che deve giudicare con serenità e obiettività, abbia potuto avallare col suo verdetto un vero e proprio infanticidio. I sentimenti, le intenzioni, le situazioni psicologiche degli imputati potevano influire sulla misura della pena, non mai sulla condanna del reato. Non potevano far divenire lecito ciò che oggettivamente è illecito, far divenire bene ciò che è intrinsecamente male. Sopprimere la vita di un innocente è delitto. La sentenza di Liegi è una paurosa involuzione del diritto, che in tal modo arretra di oltre venti secoli, ponendosi al livello delle civiltà pagane; è una degradazione del senso morale che si pone sulla stessa linea dei grandi delitti del razzismo. Se l’integrità fisica vale più della vita, allora Hitler aveva ragione, e ha sbagliato l’umanità a condannare e a combattere il razzismo. La logica è logica. Se invece la nostra coscienza si ribella di fronte agli errori perpetrati in nome dell’integrità della razza, deve ugualmente ribellarsi di fronte all’omicidio compiuto in nome dell’integrità fisica.
Si obietta che l’uccisione della bimba fu decisa per evitare l’infelicità. Al che rispondiamo che il fine non giustifica i mezzi.
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La voce del Pastore

Carissimi Parrocchiani,

la parabola del «convito» che Gesù Salvatore ha dettato un giorno di sabato, alla tavola del fariseo, ha riferenza diretta con la parrocchia, la quale essendo fonte della vita cristiana, si può assomigliare allo spirituale convito preparato dal Signore, per la salute delle nostre anime. In realtà Gesù benedetto ha preparato la «grande cena», il grande banchetto della Redenzione, mettendolo a disposizione di tutti gli uomini, appartenenti ad ogni stirpe, casta, nazionalità e posizione sociale. Tale grande banchetto viene imbandito nella Chiesa santa fondata da Gesù, la vera oasi delle anime, la vera grande sala apprestata per ricevervi il «pane della vita» recato al mondo dal Salvatore: «la verità che illumina, la grazia che santifica». La verità che illumina, è Gesù, il figlio di Dio fatto uomo, che ha solennemente proclamato: «Io sono la verità, sono la luce e chi non cammina dietro a me, cammina nelle tenebre». La verità rivelata dal Salvatore, viene a noi attraverso il sacro ministero della Chiesa, alla quale Gesù ha affidato la missione di predicare la Sua dottrina «Andate, predicate, chi ascolta voi ascolta me». La grazia che santifica è ancora Gesù medesimo il quale ha pure proclamato: «Io sono la vite, voi i tralci». Come i tralci della vite, o i rami di un albero, traggono il succo dal tronco, così le anime nostre traggono la vita da Gesù. La grazia viene comunicata a noi dai SS. Sacramenti, che Gesù ha istituito canali della grazia e che ha affidato di amministrare alla sua Chiesa…

Nella parrocchia, parte viva della Chiesa santa, questo spirituale e grande banchetto, è sempre imbandito, per illuminare e santificare le anime; e l’invito a parteciparvi è continuo, frequente, sollecito. L’invito assume un carattere solenne e straordinario, in certi periodi della vita parrocchiale, ed ecco le «Sante Missioni», tempo salutare, che nella nostra parrocchia saranno tenute dalla domenica di settuagesima, 10 febbraio, alla domenica di sessagesima 17 febbraio 1963. Quella settimana, già prossima e che si svolgerà sotto lo sguardo materno di Maria Immacolata apparsa a Lourdes, sarà lo straordinario, solenne banchetto, al quale sono invitati ed attesi da Gesù Salvatore e dalla Madonna benedetta, nostra madre celeste, tutti i figli della famiglia parrocchiale di Leno.

La parabola narrata da Gesù, sottolinea che tutti gli invitati, per futili ed interessati motivi, come per scuse ingiustificabili rifiutarono freddamente l’invito; ed allora vennero sostituiti da tanti altri, che l’accolsero generosamente. Mi sento sicuro, che tutti i miei cari parrocchiani accoglieranno con la medesima generosità, l’invito di partecipare al celeste banchetto delle prossime S. Missioni. Sarà la gioia più grande, che nel ventesimo anno del mio parrocchiato fra di voi, recherete al mio cuore.

 

Colloqui coi genitori – Vigilare su figli

Uno dei doveri fondamentali dei genitori è la vigilanza sui figli. Compito non facile, riconosciamolo subito, in quanto suppone che i genitori sappiano vigilare prima su stessi. L’esempio, lo abbiamo visto nella nota precedente, è il più eloquente degli educatori. I genitori devono vedere tutto, senza parere, e intervenire al momento opportuno. Sorvegliando attentamente i propri figli innanzitutto è possibile prevenire moltissime mancanze. Quante tristi esperienze si potrebbero, evitare se i giovani non venissero lasciati troppo di frequente senza alcun controllo nelle letture, quando si divertono in casa e fuori, quando sono con gli amici!

Ogni qualvolta poi si debba intervenire perché sono state commesse delle mancanze, lo si faccia per persuadere e incoraggiare, e non per mettere timore. Intervenire per reprimere è creare degli ipocriti e dei ribelli. Dal modo di intervenire, ricordiamolo sempre, dipenderanno i rapporti fra genitori e figli per tutta la vita. Il nostro intervento perciò non deve far venire meno il rispetto, la riconoscenza, l’amore imperituro dei nostri figli. Ricordiamo pure che on basterà un solo intervento per stabilire la normalità.
Chi deve vigilare? Tutti e due i genitori. Il padre, e questo capita assai di frequente, non scarichi la responsabilità sulla madre.

Molte sono le cose sulle quali i genitori devono vigilare. Esaminiamo oggi un argomento che richiede una particolare attenzione: il cinema e la televisione. Meriterebbero da soli un lungo discorso per il carattere contagioso che hanno assunto da alcuni anni, potendo costituire nella società un prevalente veicolo di maleducazione; un sottile, veleno di cui sono vittime specialmente i ragazzi ed i giovani. Davanti a troppi spettacoli si genera in essi un pericoloso squilibrio, gravido di funeste conseguenze fisiche, intellettuali e morali.
Le nuove generazioni non possono fare a meno del cinema e della televisione. In una recente inchiesta svolta fra un centinaio di ragazzi di Leno, dai 9 ai 12 anni, è risultato che l’85 per cento si reca al cinema una o due volte alla settimana, e coloro che seguono la televisione, quasi ogni giorno, sono l’89 per cento. Nulla di male se si recassero al cinema in ambienti appositi dove, di solito, vengono proiettate pellicole adatte ai ragazzi, in ora opportuna e solo per loro; oppure si limitassero a seguire alla televisione i programmi che ogni pomeriggio vengono trasmessi per i ragazzi.

Ciò che preoccupa è il constatare (riferisco ancora i risultati dell’inchiesta sopra citata) che il 41 per cento dei ragazzi interrogati hanno dichiarato di recarsi al cinema quasi sempre da soli, per vedere pellicole che non sono riservate a loro e il 53 per cento, di seguire alla televisione i programmi degli adulti ogni sera, quasi sempre in luoghi pubblici e, in non pochi casi, fino ad ora tarda. Come si vede, in generale, si permette con troppa tranquillità che i ragazzi vedano cinema e televisione.

«Bisogna che si abitui, in fin dei conti. Non potrà stare sempre attaccato alle gonnelle materne! E’ meglio abituarli subito, una volta che domani dovranno fare da sé!». Ecco, d’altra parte, come la pensano i genitori. Perché allora non lasciamo mangiare ai nostri figli quello che vogliono, quando vogliono e come vogliono? Si rovinerebbero la salute! si risponde.

E la salute dello spirito forse conta meno di quella del corpo? Forse non siamo del tutto convinti dei pericoli cui vanno incontro i ragazzi recandosi in ambienti pubblici dove vengono dati spettacoli non adatti a loro.
Ricordiamoci dei discorsi che sentiamo anche noi quando ci rechiamo in certi ambienti; delle scene poco edificanti cui si assiste davanti o vicino a noi; dei sottintesi e dei commenti salaci che vengono fatti allo spettacolo. Certe scene poi di crudo realismo, che possono lasciare indifferenti noi adulti, nel ragazzo invece, anche se per il momento non possono ancora portare alcun turbamento nella sua anima ignara, gli si imprimono profondamente nella memoria e, siamone certi, torneranno colorite da una forza irresistibile nel momento del pericolo morale.

Non vi pare che certi spettacoli sguaiati, scandalosi, scurrili sono per le tenere anime altrettanti traumi che non si cicatrizzeranno più? E poi ci lamentiamo e non sappiamo, spiegarci che a una certa età i nostri figli siano svagati, distratti, irascibili. Perché meravigliarci che sulla loro bocca ci sia un frasario da indiani; ripetano, in ogni momento della giornata, gesti e versi che ci esasperano? L’opera vigilatrice dei genitori in questo campo è più che necessaria. Facciamo pure vedere cinema e televisione una o più volte la settimana. Sarebbe ottima norma però che vi fosse al loro fianco la mamma o il babbo, per mitigare l’impressione delle sequenze crude, pronti a spiegare con limpida parola il passaggio oscuro, che può prestarsi a equivoca interpretazione.

Se non è possibile accompagnarli, e questo capita spesso, si mandino al cinema e alla televisione da soli, ma solamente in ambienti sicuri, dove possano seguire spettacoli adatti alla loro età. Al ritorno in casa non dimentichiamo di farci ripetere quanto hanno visto; discutiamo insieme lo spettacolo, approvando ciò che vi è stato di positivo e condannando quanto c’è stato di negativo. In tale modo, non solo si neutralizzano le tossine velenose, ma è possibile avere spunti per chiarimenti ben precisi su un piano educativo e morale. Aiuteremo così i nostri ragazzi a conquistare idee giuste e vere, formeremo nel loro cuore e nella loro mente il germe dell’uomo di domani. Li prepareremo ad affrontare e a saper superare altri pericoli che incontreranno nella vita. Se veramente ci preoccupiamo dell’educazione dei nostri figli non possiamo trascurare questo nostro compito. Basta volerlo e sacrificarsi un po’.

Leonense (un papà)