Santo Natale: invito alla gioia e alla cooperazione

La ricorrenza del Santo Natale invita a meditare nella gioia la grandezza dell’Amore infinito di un “Dio che si fa carne, perché noi carne possiamo essere elevati a figli di Dio e partecipare alla Sua eredità eterna”. S. Cipriano afferma: “Ciò che l’uomo è, Cristo volle essere, affinché l’uomo potesse essere ciò che Cristo è”.

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É un segno strano quello che gli angeli indicano ai pastori: “Troverete un bambino adagiato in una mangiatoia”. Ma è un “Bambino” che rivoluziona tutti i calcoli umani, che muta l’ordine dei valori stabiliti dall’egoismo e dalla superbia degli uomini. Il piccolo, infatti, diventerà simbolo di grandezza, il debole simbolo di fortezza, il povero simbolo di ricchezza. Ed è proprio in questa esigenza di conversione, di mutamento di pensieri e di valori che noi troviamo un invito alla gioia. Oserei dire che il Santo Natale _ come del resto la Pasqua _ è in modo particolare motivo e causa di gioia per chi soffre, tenuto per “piccolo, debole, povero” dalla società, ed invece in Cristo incarnato partecipa ad una “grandezza, fortezza e ricchezza” che supera ogni misura umana. É un invito alla gioia, perché il Natale è “Cristo che viene nel mondo per vivere le sorti dell’intera umanità… per riflettere ed emanare da Sé quanto di umano e di divino ha destinato a nostro conforto, a nostro esempio, a nostra salvezza” (Paolo VI).

É un invito alla gioia perché è giorno di liberazione e di salvezza. Il divino Bambino viene, infatti, a liberarci dai vincoli delle nostre colpe, che ci costringono ad una piccola e limitata statura di figli di Dio. Il Salmista canta questo mistero di libertà: “si allietino i cieli ed esulti la terra al cospetto di Dio perché viene” (Sal 90). E’ un invito alla gioia perché viene la Luce, la Luce vera che pone fine all’oscurità della notte, che illumina ogni nostro soffrire, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, basta che sia animato dalla buona volontà di accoglierla. Il Natale è pure un invito all’amore.

Con la Sua venuta, il Bambino di Betlemme, porta con il dono di Se stesso, l’amore di cui abbiamo bisogno e, riannodando i nostri rapporti con il Padre celeste, ci rende uguali e fratelli tra noi. É anche un invito all’umiltà ed all’offerta. Facendosi carne Egli santifica e benedice le cose della terra, della vita, comprese le sofferenze che, per Suo intervento, “non sono più soltanto dispersione e strazio della vita. Cristo le ha trasformate in moneta di acquisto, in mezzo di riscatto, in pegno di resurrezione e di vita” (Paolo VI). Ma il Santo Natale, per molti, è anche giorno di tristezza e di nostalgia. Forse chi sente dalla voce di Cristo un richiamo al rinnovamento interiore e al pentimento e non l’ascolta; chi gioca al compromesso e vuol servire a due padroni, cercando scuse meschine per giustificarsi; chi, per interesse, si mette contro Dio. Chi è irretito da questi atteggiamenti non può godere la gioia del Natale. Per coloro che non accolgono la Luce non ci può essere che profonda tristezza e nostalgia. Di fronte a queste realtà domandiamoci: come possiamo aderire all’invito del Bambino di Betlemme e che cosa possiamo e dobbiamo fare per questi fratelli che non riescono ad uscire dalle tenebre. All’invito dobbiamo aderire come pastori.

Anche noi, come loro, dobbiamo andare al “Cristo Bambino” in fretta, con gioia, con fiducia, desiderosi di conoscerLo sempre di più, per amarLo, per metterci a Sua totale disposizione, per diventare nelle sue mani strumenti di amore e di gioia per gli altri. Di fronte all’amara constatazione delle tenebre che avvolgono ancora tanti fratelli, ricordiamo le parole che Paolo VI ha rivolto ad un gruppo di ammalati il 22 aprile 1972: “Ecco la raccomandazione che vi facciamo: sì, rimanete sempre in più intima comunione non solo con Cristo, ma col Suo Corpo Mistico, che è la Chiesa. Voi nella Chiesa avete la vostra missione come un prete ha la missione di confessare, di predicare, di dire la Messa. Chi soffre ha la missione di dare la sua sofferenza per gli altri”. Non meno significativi sono gli altri interventi, che nel corso del proprio lungo pontificato, Giovanni Paolo II ha rivolto alle persone ammalate e sofferenti. In esse ritorna con insistenza il riferimento a Cristo, che con la sua sofferenza e la sua morte, prese su di Sé tutta l’umana sofferenza, conferendo ad essa un nuovo valore. Di fatto – ricorda il Santo Padre – Egli chiama ogni ammalato, chiama ogni persona che soffre, a collaborare con Lui nella salvezza del mondo. Cogliamo allora con generoso slancio l’invito che ci rivolge il Padre e Fondatore del CVS e dei SOdC, il servo di Dio monsignor Novarese: “Se anche l’umanità non comprende il tuo sacrificio, non importa; continua a gettare fasci di luce su questa umanità e vedrai che poco alla volta il mondo si riscalderà e si orienterà a Gesù ed avremo, così la gioia di avere contribuito a salvarlo, noi che eravamo stimati gli ultimi della società”. Stringiamoci intorno al Cristo mistico ed offriamo con generosità e gioia tutte le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, le nostre fatiche, dopo averle rese preziose con la vita di grazia.

A cura di Maria Piccoli

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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