Ripensando al tempo del fidanzamento

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D. Alla luce di queste tue ultime parole, vorrei tornare alla domanda a cui accennavi all’inizio, cioè come evitare, se possibile, che una coppia arrivi alla separazione. Dicevi giustamente che la prima cosa importante è la prevenzione, a  partire dal tempo precedente il matrimonio. È vero che da alcuni anni la Chiesa ha introdotto i corsi per fidanzati, ma non è difficile trovare giovani che vi partecipano senza convinzione, solo per dovere. E poi, giunti a quel punto, l’impostazione del rapporto di coppia, nel bene o nel male, è già stata data. Non si dovrebbe fare qualcosa di più, partire prima nella formazione, cioè già dal tempo delle prime esperienze di amore o di sessualità vissute dai ragazzi, dall’inizio del fidanzamento con i suoi entusiasmi e i suoi turbamenti? 

R. Apri qui un campo immenso e complesso di riflessione, o meglio…di vita. Sì, in effetti gli anni dell’adolescenza e della giovinezza sono un tempo bello e prezioso, ma anche delicato e decisivo per il futuro.

Senz’altro i percorsi di catechesi, la predicazione liturgica, l’animazione dei gruppi di adolescenti dovrebbero essere occasioni forti per la formazione. Quanti separati, ripensando al passato e a questo periodo in particolare, riscontrano vuoti, distorsioni, compromessi, ingenuità che hanno segnato pesantemente la loro relazione amorosa. Di solito si usa  parola che copre e comprende tutto: l’immaturità. Per certi aspetti è vero che la Chiesa è passata da un tempo in cui dipingeva con tinte un po’ fosche tutto ciò che riguarda la sessualità, a un tempo in cui ha iniziato a guardare con più positività i temi legati all’amore; ma oggi sembra di constatare che i ragazzi non sono più sensibili né alle prediche né ai dibattiti: “queste cose” le decidono loro, senza bisogno degli adulti e tanto meno della Chiesa.

Eppure il tempo in cui un ragazzo e una ragazza incominciano a sentire nuove aspirazioni e incontrano i primi amori, ma ancor di più il tempo in cui costruiscono una relazione amorosa più stabile, è un tempo di vita unico e splendido, al punto che non può essere vissuto così come viene o come le mode suggeriscono: è un tempo di “educazione” all’amore.

D. Ma è proprio sulla questione dell’educazione che oggi c’è il rigetto delle nuove generazioni e anche il disinteresse, per non dire la denigrazione, da parte dei mezzi di comunicazione. Si ritiene infatti che l’amore debba essere per sua natura libero; al massimo, un pò’…attento, per via di   certe malattie o di gravidanze inattese, che poi sono da… risolvere.

R. C’è di più; tanti non si accorgono che quando la propaganda fa passare l’idea di un amore libero, lì in realtà avviene già la proposta di uh certo modo di vivere l’amore e quindi vi è già una proposta educativa, buona o cattiva che sia. Cioè, una società, sia pur
implicitamente, fa comunque passare alle nuove generazioni un’immagine di amore: la questione educativa è ineludibile. Conviene quindi che essa venga posta esplicitamente. Infatti, è davvero disonesto l’atteggiamento di chi, volendo far credere ai giovani di non aver bisogno di nessuno  nel gestire la sessualità e l’affettività, di fatto li soggioga a una spirale di interessi economici o ideologici, che non hanno nulla a che fare con il loro vero bene.

Proprio per questo oggi l’opera educativa deve gestire il delicato rapporto fra alcuni aspetti di vita delle nuove generazioni, per certi versi contrastanti: istinto e regola, desiderio e progettualità, bisogno e responsabilità. Ma, a fondamento di tutto ciò, la Chiesa si trova di fronte alla gestione di un binomio ancora più complesso, quello fra amore e fede. Visto infatti che ancora molti giovani chiedono di sposarsi in chiesa, viene da chiedersi che cosa significhi ciò per loro, cioè che consapevolezza abbiano del rapporto tra fede e amore, quale incidenza abbia il loro cammino cristiano sull’esperienza amorosa che stanno vivendo e sul futuro matrimonio.

Quante volte le persone separate, che magari hanno riscoperto la fede solo da adulte, rimpiangono di aver avuto un vuoto da giovani e di non aver potuto o saputo impostare la loro relazione di fidanzamento con uno spirito di fede. Proprio questo rimpianto porta a ribadire ai giovani di oggi l’urgenza di confrontarsi con la parola di Dio, di aver fiducia nella Chiesa. Ma fa anche alzare la voce verso la Chiesa, che non può lasciarsi andare dal disorientamento o dallo scoraggiamento, ma deve insistere con coraggio e intelligenza nella ricerca del dialogo con i giovani, inventando altre iniziative che precedano i preparino i corsi per fidanzati.

D. Tra gli adulti coinvolti nella formazione delle nuove generazioni ci sono anzitutto i genitori, i quali sono tra i primi a soffrire per gli insuccessi dei propri figli, e anche per le loro separazioni: come uscire da una sorta di incomunicabilità che spesso si crea o da una patina di rapporti superficiali?

R. È vero, in questi tempi numerose famiglie sono testimoni e patiscono nella propria carne la spaccatura forse più grande della storia. In pochi anni il mondo si è trasformato: fra genitori e figli si crea spesso un abisso di mentalità e di condizioni ambientali. Il dialogo fra loro a volte non è sufficiente per colmare la spaccatura, ma ciò si spiega perché l’amore sul quale oggi si costruisce generalmente la famiglia poggia su fragili basi. Non si può amare  l’uomo se non si ama Dio; la solidarietà e la fraternità sono più difficili a realizzarsi fuori dall’annuncio cristiano. I genitori hanno il compito di tener vivo il dialogo con i figli, che è utile, ma l’abisso di generazioni può essere colmato solo dall’amore.

Un atteggiamento che mette le basi per far crescere questo amore è anzitutto l’ascolto, la capacita di ascoltare i figli, ponendosi sul loro piano, prendendo parte ai loro interessi, discendendo fino alla loro comprensione per aiutarli a risalire fino alla soluzione dei loro problemi, che può essere trovata nella comune, anche se diversa, fede.

In tal modo possono svilupparsi la confidenza e l’accompagnamento, pur in mezzo a mille fatiche e a mille scontri. Non bisogna avere paura di una sana conflittualità; non bisogna coprire con falsi accomodamenti o compromessi l’incapacità di un serio confronto e di un costante esercizio delle responsabilità genitoriali.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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