Quando il peccatore è il tuo coniuge

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Nel mese di marzo, all’interno dei gruppi-famiglia, ci siamo confrontati su questo argomento:

Quando il peccatore è il tuo coniuge

Introduzione

Ammonire i peccatori è sicuramente una cosa ardua, sia a motivo del fatto che tutti siamo un po’ in questa condizione, che per il rischio di montare in superbia. Quando poi la persona da avvertire, correggere e aiutare è proprio il tuo coniuge… Beh, allora le cose si complicano non poco. Quanti legami, retroscena, lati di ricattabilità. In questo caso non stiamo parlando di difetti, ma di veri e propri peccati. Vale la pena, quindi, non fare di ogni erba un fascio e chiarirsi ancora una volta quali sono le situazioni di peccato, in generale per tutti e in particolare per gli sposi. Ora, non è però il momento di addentrarsi in casistiche infinite, ma semmai di trovare i significati e le ragioni, per valutare e correggere.

Seppur con gradi e gravità differenti, il peccato intacca la relazione profonda con Dio, con il prossimo e col creato. Comporta una colpa, visto che si deve aver prodotto realmente questa spaccatura, in maniera cosciente e deliberata. Da qui ne nasce un male oggettivo e personale (anche se non sempre le due cose si percepiscono insieme), che può essere vinto solo attraverso il perdono, come amore sovrabbondante. Non si può lasciare il proprio coniuge in una condizione pesante di peccato. Essere fuori dalla grazia divina non è uno scherzo. Che cosa fare? Come agire? Un’opera di amore da sposi è quella di non far finta di niente, trovare le condizioni e le parole più adatte per riconoscere la situazione, chiedersi scusa e offrire gli strumenti di redenzione. Bisogna ricordare che, da quando si è sposati, in maniera ancor più evidente i mali dell’altro si riversano su di noi. Così, pur riconoscendo la responsabilità alla singola persona, è vero anche che gli effetti negativi si propagano inesorabilmente anche all’altro coniuge. La difficile arte dell’ammonire comporta, quindi, la presa d’atto della situazione, il dialogo tra gli sposi, l’invito alla conversione per amarsi di più e meglio.

PAROLA DI DIO

Filippesi 2,1-11

1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. 3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, 4 senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri.

5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

6  il quale, pur essendo di natura divina,

non considerò un tesoro geloso

la sua uguaglianza con Dio;

7 ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo

e divenendo simile agli uomini;

apparso in forma umana,

8 umiliò se stesso

facendosi obbediente fino alla morte

e alla morte di croce.

9 Per questo Dio l’ha esaltato

e gli ha dato il nome

che è al di sopra di ogni altro nome;

10 perché nel nome di Gesù

ogni ginocchio si pieghi

nei cieli, sulla terra e sotto terra;

11 e ogni lingua proclami

che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

BREVE COMMENTO

Anche se il brano parla direttamente della vita di Cristo, come salvatore che si è piegato sull’umanità per risollevarla, l’apertura del testo invita il credente ad avere lo stesso modo di sentire che fu in Gesù. E’ il suo esempio che tutti dobbiamo seguire; è Lui che gli sposi, seppur nella loro specificità, devono imitare.

Gesù ci insegna un modo principe per ammonire i peccatori, quello cioè di farsi compagno solidale e di assumere su di sé le colpe altrui. Lui ci insegna lo svuotamento per accogliere l’altro, anche se in condizioni pietose e scostanti. Bisogna scendere dal piedistallo dei “bravi e buoni”, non perché ci si prenda la responsabilità di peccati e colpe altrui, ma a motivo del fatto che l’unico modo per contribuire alla conversione è quello di saper accompagnare con passione il peccatore verso la misericordia divina.  Il contrario, sarebbe come dire: se non vuoi sporcarti le mani, amare e soffrire con l’altro, il tuo ammonimento non serve a niente; anzi, produce proprio l’effetto contrario a quello desiderato: moltiplicare i peccati, più che toglierli!

Per correggere veramente è necessario “prendere sulle proprie spalle” il coniuge e offrirgli un amore capace di andare fino all’ultima “goccia di sangue”. Tutto questo per il fatto che solo entrando in relazione, sincera e coinvolta, è possibile far passare la grazia divina.

PER RIFLETTERE

Domande alla vita

  • Che cosa intendiamo per peccato?
  • Quali sono secondo noi i peccati che riguardano la coppia di sposi?
  • Trovate spesso un momento per una revisione di vita di coppia e per una riconciliazione?

Domande al testo biblico

  • Vista la comunione reale che esiste tra sposi, dove si possono trovare in concreto “gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”, tra di voi?
  • Quanto siete disposti a “spogliare voi stessi” per accogliere il vostro coniuge?
  • A che punto siete con l’umiltà di sapervi unire sempre più, smussando i reciproci difetti?
  • Siete davvero coscienti che ogni goccia di bene, anche se nascosta, non andrà mai persa agli occhi di Dio? e che c’è assoluta continuità tra la vostra vita oggi da sposi e la vita eterna?

Don Domenico e suor Graziella

“Tra moglie e marito”

AUTORITARI O PERMISSIVI?

Quando Ilaria sorrideva, spontaneamente chinava il capo; oppure copriva la sua bocca con il palmo della mano. Era un movimento quasi automatico il suo, nemmeno del tutto consapevole. Pur senza rendersene conto, però, Ilaria sapeva benissimo quando tutto era cominciato. Ricordava il suo bel sorriso da adolescente e poi da giovane, frantumato da anni di vita randagia, a impasticcarsi e a spararsi in vena porcherie di ogni genere: e come erano cominciate anche le malattie e la caduta degli incisivi superiori.

Da tossica nemmeno ci faceva caso, ma entrando in comunità – quando in un momento di lucidità era riuscita a riuscita a dirsi che più a fondo di cosi non voleva andare – si era sentita improvvisamente brutta e vecchia. Lei, che di anni allora ne aveva appena venticinque, aveva così cominciato a nascondere quel vuoto di denti che le deturpava il viso. Eppure, quella vergogna era il segno salutare di una dignità ritrovata. E con quella era ritornato anche il desiderio di vivere veramente. Poi, con il tempo e l’aiuto di alcune persone buone, era arrivato anche il denaro per mettere a posto la bocca e riavere il sorriso di un tempo. I denti erano artificiali ora, ma la sua voglia di ridere no. Quella era proprio sua.

Però le era rimasto quel gesto istintivo, di occultare il proprio sorriso. Anche ora, a distanza di dieci anni dall’uscita da quell’abisso, le veniva di farlo così, appunto, senza ragione.

Da Adriano, però, si lasciava fermare.

Lui, che di anni ne aveva 36 come lei, le prendeva lievemente la mano e gliela scostava dal viso. E ogni volta quel rito aveva un che di liberatorio. Come se Adriano dicesse a Ilaria – che da tre anni era sua moglie -: «Guarda che è tutto finito…!».

Adriano aveva aiutato molto Ilaria. Tutti coloro che conoscevano un po’ la vicenda di lei lo sapevano. Eppure anche Ilaria aveva molto aiutato Adriano. Ma questo probabilmente lo sapeva soltanto Adriano.

Perché se Ilaria veniva da una famiglia piuttosto numerosa in cui ciascuno faceva quello che voleva perché… tanto nessuno si interessava di nessuno, Adriano, che era figlio unico, veniva da una famiglia del tutto diversa, in cui i genitori – peraltro persone oneste e con un autentico desiderio di bene – avevano trasformato le  proprie insicurezze in un autoritarismo senza scampo. Così se Ilaria già durante l’adolescenza e la giovinezza talora stava fuori casa anche per giorni interi senza che nessuno dei suoi domandasse mai dove fosse, Adriano si era ritrovato a vivere quasi come segregato in casa, perché i suoi si opponevano a ogni sua iniziativa in nome dei pericoli, o delle presunte cattive compagnie, o del «non sei capace…!», o del «non te la sai cavare…!», con tutto il correlato dei «torna presto!», «torna subito», «non stare in giro!», «non fare tardi!», e via dicendo. E se a quindici anni certi richiami possono essere perfino opportuni, a trenta forse lo sono un po’ meno.

Adriano, a forza di sentirselo dire, in fondo aveva finito per credere davvero che la vita sarebbe stata più sicura in casa propria: usciva poco, ma non ne sentiva nemmeno troppo il desiderio; non aveva una fidanzata, ma neppure la cercava. Si concedeva solo un po’ di volontariato – «autorizzato» dai suoi – con la protezione civile.

E qui, però, aveva conosciuto Ilaria.

Trovatisi casualmente, gomito a gomito, a montare un tendone nel pomeriggio di una domenica, lei si era intenerita per quel giovane serio e imbranato; a lui, invece, lei era parsa straordinariamente simpatica, ma… di più… non sia mai!

Era stata lei, a quel punto – e in modo inconsueto – a «fargli la corte».

Ilaria era un po’ imprevedibile, disordinata, ma -come esclamava Adriano – «a far quadrare il cerchio basto e avanzo io!». E si erano sposati.

Il pomeriggio che Ilaria aveva comunicato ad Adriano – questa volta senza coprire il proprio sorriso -che aspettava un bambino, avevano pianto insieme di gioia. Avevano anche parlato molto, anticipando i tempi, spingendosi addirittura su domande del tipo: «Ma chissà se sarà una buona cosa fargli fare l’università!». A quel punto erano scoppiati a ridere; e quasi all’unisono avevano esclamato: «Mi sa che stiamo correndo troppo!».

Il confronto era poi proseguito sullo stile educativo da scegliere per quel figlio.

Un’educazione all’insegna del «lasciar fare», senza alcun controllo e senza alcuna indicazione o restrizione, può sembrare liberale o responsabilizzante. In realtà rischia di mandare un messaggio subliminale insidiosissimo: che al genitore non importa nulla del proprio figlio. La percezione di questo stato di cose da parte di un figlio non di rado apre la strada a comportamenti de-vianti. Come era stato per Ilaria.

Sul versante opposto, un’educazione eccessivamente autoritaria trasmette almeno un interesse del genitore verso il figlio. E ciò non è male. Allo stesso tempo, però, rischia di riempire il mondo del figlio di paure e insicurezze, che potranno renderne difficoltosa la crescita. Come era stato per Adriano.

Don Domenico

Racconto: i due ricci

Due ricci sono coperti di lunghe e pericolose punte acuminate. Queste sono il loro modo di difendersi dal mondo ostile e dai predatori. Senza quelle sarebbero facile bottino del falco, del serpente, del tacchino… Sono il loro pregio e punto forza per la loro incolumità, ma qualche volta anche il loro problema. D’inverno nella loro tana a causa del freddo il maschio e la femmina hanno bisogno di stare vicini, anzi a contatto tra loro per non disperdere il calore; altre volte anche per l’accoppiamento l’istinto li porta ad avvicinarsi.

Ma mentre si avvicinano, si  pungono e  allora si allontanano indispettiti.

Poi il bisogno li fa ancora decidere di avvicinarsi; ma le punture che involontariamente si fanno li costringe ad allontanarsi di nuovo…

Finché piano piano imparano ad accostarsi con intelligenza e fiducia; e alla fine imparano a stare uniti senza ferirsi.

Le nostre doti e talenti sono il regalo che il Creatore ha fatto alla nostra personalità. Siamo unici e irripetibili; siamo così ricchi di personalità; siamo originali.

Questo è il nostro pregio, ma talvolta anche il nostro problema.

Quando due si innamorano sono felicissimi di aver incontrato l’altro, considerato il meglio in assoluto. Quando passano gli anni il partner sembra scoprire i difetti, che sembrano insopportabili.

Allora chiede all’altro: “Se mi ami, taglia quelle spine che mi pungono “.

E l’altro ribatte: “Sì, ma anche tu hai le spine, tagliale anche tu “.

Per amore, o meglio per non-amore, i due cominciano a pretendere il cambiamento dell’altro. E così dalla bellezza della relazione amorosa (matrimonio) passano a diventare una società di reciproca mutilazione e l’amore muore.

Ma questi due ricci non hanno niente da insegnarci?

Essi riescono a convivere senza pretendere di tagliarsi le spine, che sono la loro utile difesa, il loro pregio.

i.

La soluzione non  deve essere quella della reciproca mutilazione, ma quella del rispetto e accoglienza dell’altro.

Attraverso il dialogo, e soprattutto grazie al buon  ascolto, dell’altro impariamo la buona relazione e ad accogliere l’altro così come è, senza rifiutare le sue diversità, che sono la sua originalità.

La diversità può e deve essere vista non come problema, ma come risorsa!

Don Domenico

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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