Prete per chi?

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È trascorsa una settimana da quando il vescovo Pierantonio ha ordinato me e i mei tre confratelli presbiteri e ancora oggi è difficile rendermi conto di quanto accaduto: le riflessioni proposteci, le emozioni forti, gli incontri e la vicinanza della comunità, dei presbiteri, del seminario, degli amici e dei parenti. Se dovessi descrivere tutto ciò con un’immagine che ho nel cuore lo farei con un fuoco che arde con fiamma viva che è in continuo movimento, che scalda e che offre luce.

Sabato in una piazza Paolo Vi insolita, ci siamo prostrati come simbolo di dedizione totale nel servizio del presbiterato nella Chiesa. Sotto di noi la terra bresciana, calpestata nel tempo da chissà quanti fedeli che si dirigevano verso la cattedrale di Brescia, sopra di noi solo il Cielo, di un azzurro limpido, un Cielo che sovrasta la terra così come i pensieri di Dio sovrastano i nostri pensieri. Chi lo avrebbe immaginato di essere lì ad affidarmi totalmente a Dio e alla sua Chiesa?

Davanti a noi il Vescovo Pierantonio, il Vescovo di Mantova Marco, il vicario generale e una parte di preti a rappresentare il presbiterio bresciano che ci accoglie in famiglia. Al vescovo di Brescia abbiamo ripetuto cinque volte lo voglio a sottolineare la scelta presa nella libertà dei figli di Dio. Nelle sue mani abbiamo messo la nostra obbedienza, un’obbedienza che non è cieca sottomissione, ma affidamento di figli a un padre, con il quale dialogare e cercare il bene per la propria strada e chi fa parte di essa.

Dietro di noi, anzitutto le nostre famiglie, oranti con noi e per noi, trepidanti di emozioni, affidate a un mistero che stupisce, che interroga, ancor più per chi vive una vocazione altra rispetto alla consacrazione ma che non smette di meravigliarsi. Poi i nostri parroci, per me la loro presenza simboleggia l’unione tra la scelta che abbiamo intrapreso e la comunità, da loro guidata, che ci sostiene, che ringrazia con noi il buon Dio. Qualche sedia più dietro, le autorità, i sindaci a dire che anche la comunità civile c’è e cammina ed è in festa, vuole condividere un momento significativo. Una comunità che non può esprimersi in forma semplice e autentica in campo religioso, e ancor più spirituale, sarebbe una comunità imbavagliata. Altra cosa, e lo sappiamo bene, è sbandierare la fede in cerca di voti. E poi tante sedie libere a distanziare parenti e amici non congiunti. La mascherina, copre il naso e la bocca, ma non gli occhi, i quali esprimono vicinanza, affetto, sostegno. Oltre l’ultima fila di sedie ci sono le transenne alle quali si avvicinano coloro che non sono riusciti a prendere posto, ma anche passanti che incuriositi da un insolito silenzio osservano una piazza così mai vista.

Nell’omelia il vescovo ci ha dato due spunti che in particolare mi hanno colpito: essere segni di speranza. Io? Segno di speranza? Mah… non lo sono ad esempio gli operatori sanitari, quanti si sono occupati di fornire i beni di prima necessità nel periodo di pandemia? Chiaro che sì! Poi riflettendoci penso all’opera di Dio, al suo sostegno nelle fatiche e nelle sofferenze. Alle persone che mi ha messo a fianco. Alla vicinanza alle famiglie che stanno soffrendo.  Al tempo arido che la nostra società vive. All’immeritato cammino che il Signore mi ha donato. Sì, se è lei vescovo Pierantonio a dirlo, lo accolgo e chiedo la grazia per poter portare a compimento l’opera che il Signore ha iniziato.

Poi il vescovo sottolinea l’ambiente in cui si sta celebrando questa ordinazione, la piazza:

Mi piace leggere in questa prospettiva anche il fatto che la nostra celebrazione avvenga non all’interno della cattedrale ma sul suo sagrato, in questa bella piazza che la città di Brescia ha voluto dedicare a san Paolo VI. Ciò che le circostanze hanno imposto ha forse anche un valore di segno: ci aiuta a comprendere meglio che ogni consacrazione è per il bene della Chiesa ma anche del mondo, che si viene ordinati non per sè stessi ma per la missione, per l’annuncio del Vangelo e quindi per la salvezza di tutte le genti.

Bello essere preti per il mondo, per tutti. Quanti santi ce lo hanno mostrato con la loro vita e quanti preti oggi lo vivono, lo dico oggi a pochi giorni di distanza dalla salita al Cielo di Don Roberto Malgesini, prete definito da Papa Francesco testimone e martire della carità. Seppur grande la distanza da questo modello di servizio so che il Signore non mancherà nell’esserci vicini per essere preti per tutti.

Da sabato mattina la mia vita si apre ogni giorno, in modo nuovo su un grande mistero, la celebrazione eucaristica. Le mie mani scelte dal Signore per celebrare con la comunità il mistero Eucaristico: questo è fonte di grande stupore, senso di inadeguatezza ma al contempo gioia e consolazione. Mi accosto all’altare e, insieme al pane e al vino, aggiungo al calice quella goccia d’acqua che rappresenta l’umanità, quell’umanità che incontro nel mio quotidiano e che affido a Cristo il quale la assume su di sé per redimerla.

Domenica 13 Settembre il vescovo Marco, nell’omelia della Prima messa ha sottolineato che dietro a una apparente inutilità del prete vi è la missione grande di ricordare al mondo il perdono di Cristo; celebrando la riconciliazione sacramentale ma anche quella di ogni giorno, negli incontri, nelle relazioni, facendone uno stile di vita. Chiedo al Signore questa grazia per poter vivere a pieno la vita presbiterale e continuare a gioire per questo dono grande e immeritato. Grazie perché la presenza e la vicinanza di ciascuno hanno reso l’inizio del mio ministero un momento indimenticabile a cui attingere energia ogni giorno del mio cammino.

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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