Povertà?

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Ogni autentico slancio d’amore rende poveri. Esso impegna tutto l’uomo, chiama in gioco tutte le sue forze e tutti i suoi legami, e ha come conseguenza una diminuzione della sicurezza e protezione oggettiva, situata fuori dell’uomo. Perciò può veramente amare solamente l’uomo che è capace di darsi gratuitamente, senza dubbi, per custodire poi questa donazione nella solitaria e dolorosa fedeltà di tutta una vita. Ogni autentico incontro umano avviene nello spirito di povertà. Perché noi dobbiamo farci “piccoli”, saperci dimenticare e tirarci da parte affinché l’altro venga veramente a noi nella sua unicità. Dobbiamo saper lasciarlo essere, lasciarlo libero nel essere proprio, che spesso ci strappa a noi stessi e ci chiama a una dolorosa conversione. Solamente così prepareremo a lui, e a noi, un’autentica attesa. Spesso noi opprimiamo l’altro; lasciamo arrivare fino a noi solamente quello che passa attraverso il filtro della nostra propria esistenza individuale, a cui siamo così abituati: in una parola, solamente quello che è già in noi. Ma, in questo modo, in noi non arriva mai propriamente l’altro, il mistero beneficante e salvatore del suo essere unico; siamo invece noi che ricadiamo in noi stessi, e paghiamo il prezzo di una solitudine dolorosamente corrosiva perché non abbiamo osato la povertà dell’incontro e abbiamo fatto di essa unicamente la nuova occasione di una disperata autoaffermazione e di una autoidolatria. Quello che ci resta è un’ombra di noi stessi, lo spettro di quella natura che avrebbe dovuto trovare la pienezza e lo splendore del proprio essere nell’umile apertura all’altro, nell’audacia del perdersi per suo amore.

don Carlo

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