Paolo VI: il ricordo di padre Sorge

Papa in una stagione in cui era difficile “fare il Papa”. La testimonianza del gesuita legato a papa Montini da una lunga frequentazione.

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“Qual è il mio Paolo VI? La logica mi porterebbe a rispondere a questa domanda ricordando la sua fede straordinaria, la sua spiritualità profonda. Ma c’è un aspetto che sin dal primo incontro mi colpì in modo particolare e che, per tanti aspetti, è la precondizione di tutti gli altri: la sua umanità”. È da qui che padre Bartolomeo Sorge (nella foto), teologo e politologo italiano, esperto di dottrina sociale della Chiesa, e esponente del cosiddetto cattolicesimo democratico, parte per il suo personale ritratto del Papa bresciano ormai prossimo alla canonizzazione. L’ex direttore della Civiltà Cattolica, ha accettato di buon grado di ricordare per “Voce” Paolo VI. “Più volte e in tante interviste – continua – ho avuto modo di sottolineare come dietro a un aspetto esterno che lo faceva apparire a prima vista poco comunicativo, distaccato, chiuso nella sua timidezza, si nascondeva un’umanità eccezionale, una sensibilità rara”. E per provare che quelle su Paolo VI non sono frasi di circostanza, padre Sorge attinge ancora alla sfera dei ricordi personali.

“Mi impressionò – ricorda – la sofferenza da cui lo vidi afflitto, durante un’udienza privata, per il duro intervento nei confronti delle Acli, dopo la loro scelta socialista. Non meno addolorato lo trovai anche in occasione di una spiacevole incompresione che si determinò nel gennaio del 1975 con i gesuiti riuniti nella 32ª Congregazione generale. Solo il Signore sa quanto gli costarono le parole dure che ci rivolse, perché tormentato dal dubbio che i gesuiti non gli fossero stati obbedienti. Più passano gli anni e più la figura di papa Montini mi appare grande”. Anche se non lo dice apertamente, dalle parole di padre Sorge pare di capire che fu proprio per causa di questa straordinaria umanità, che Paolo VI soffrì per le difficoltà che ogni Papa incontra nell’esercizio del ministero petrino.

“Basti ricordare – afferma ancora padre Sorge –, tra quelle che maggiormente lo afflissero, il dissenso ecclesiale, da lui definito la corona di spine del suo pontificato; gli attacchi che gli piovvero addosso da ogni parte dopo l’enciclica Humanae vitae; la ribellione e lo scisma di mons. Lefebvre; l’assassinio di Aldo Moro a opera delle Brigate Rosse”. Tuttavia, è ancora il pensiero del gesuita che ha conosciuto da vicino il Papa bresciano, si deve riconoscere che negli anni di Paolo VI, al di là di queste e di altre difficoltà che certo non mancarono, fu difficile proprio “fare il Papa”. “Se ci vollero il coraggio e la profezia di Giovanni XXIII per indire il Concilio – afferma al proposito – non ce ne volle di meno a papa Montini per condurlo in porto e tradurlo in pratica. Fare il Papa subito dopo il Concilio, continua ancora Sorge, significava scegliere il nuovo, giorno per giorno, e divenire inevitabilmente un segno di contraddizione. “È quanto accadde a Paolo VI. Da un lato – ricorda ancora –, i conservatori lo accusarono di cedere ai fermenti innovatori, dall’altro, i progressisti lo imputarono di tradire il Concilio e di procedere con passo troppo lento ed esitante sulla via delle riforme”. Come ha avuto modo di sottolineare ogni volta che è stato chiamato a ricordare Paolo VI, anche a “Voce” padre Sorge esprime la sua convinzione: “Il tempo, però, è stato galantuomo. A quasi quart’anni dalla morte, avvenuta il 6 agosto 1978 a Castelgandolfo, quelle polemiche appaiono lontane e sfocate, mentre le scelte compiute dal Papa si rivelano tuttora vitali e illuminanti. Le une erano cronaca, e sono svanite; le altre erano storia, e rimangono”.

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ORANews

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