Omelia della Messa crismale del vescovo di Brescia mons. Luciano Monari

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Omelia della Messa Crismale del Vescovo di Brescia Luciano Monari

Chiesa Cattedrale 01.04.2010

Ho sempre avuto qualche problema a capire la descrizione dell’apostolo che Paolo fa nella sua seconda lettera ai Corinzi quando scrive: “nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama, come impostori eppure siamo veritieri, come sconosciuti eppure siamo notissimi, come moribondi e invece viviamo; come puniti ma non uccisi; come afflitti ma sempre lieti; come poveri ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto.” Come ho detto, non avevo mai capito bene queste parole; mi sembravano efficaci dal punto di vista retorico, ma proprio per questo vaghe e un tantino eccessive. Le vicende degli ultimi mesi mi fanno vedere le cose in modo diverso. Oggi ci viene chiesto proprio quello che Paolo dice: di essere fedeli al nostro ministero in ogni momento, quando godiamo dei riconoscimenti della gente e anche quando veniamo disprezzati o dimenticati. Gesù Cristo, che noi predichiamo, è sorgente di una speranza senza la quale il mondo sarebbe più povero e più triste. Siamo povera gente, perciò, ma il nostro ministero arricchisce molti; siamo giudicati e condannati, eppure continuiamo a servire con gioia, e no-profit; sembriamo impostori e invece siamo testimoni della verità suprema, l’amore di Dio per l’uomo. Per questo rinnoviamo ogni giorno la fiducia anche in una stagione per noi difficile come quella che stiamo vivendo.

La lettera addolorata che il Papa ha scritto ai fedeli d’Irlanda ci obbliga a riflettere seriamente. Se Paolo, all’inizio della descrizione che ho ricordato, scriveva: “non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga criticato il nostro ministero”, noi siamo costretti, con vergogna, a tacere questa frase e a piangere sul danno fatto alla Chiesa. Se il disonore ricadesse solo su noi stessi, sarebbe pur sempre sopportabile; ma portare la responsabilità di persone che si allontanano dalla fede e dal vangelo ci pesa terribilmente. Con umiltà e vergogna ci presentiamo oggi davanti al Signore. Stiamo davanti all’altare a motivo del ministero che esercitiamo, ma nello spirito ci collochiamo in fondo al tempio, dove stava il pubblicano della parabola battendosi il petto e dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore.”

La nostra unica, grande fiducia sta qui, nella figura del pubblicano, nella sua coscienza di peccato, nella sua possibilità di confessare il peccato davanti a Dio. Naturalmente, non confondiamo la responsabilità che è sempre personale con il peso del peccato che è sociale e che dobbiamo portare insieme per la solidarietà che ci lega. Le generalizzazioni sono sempre ingiuste e ingenerose e spesso nascono da motivazioni impure. Tuttavia non vogliamo nasconderci; sappiamo che non serve giustificarci o esibire i nostri certificati di credito, anche reali. Serve piuttosto assumere consapevolmente l’amarezza del momento che stiamo vivendo per trovare la forza di una conversione sincera e profonda. Tutti noi siamo chiamati a convertirci; tutti noi dobbiamo piangere e cercare di sanare la frattura che separa la nostra vita dalla missione che abbiamo ricevuto. Chi di noi può dire con sincerità: “Siate miei imitatori così come io lo sono di Cristo?” Eppure fino a che non potremo parlare così – o perlomeno fino a che non avremo il diritto di parlare anche così – non saremo buoni preti. L’ordinazione è sufficiente a garantire l’ex opere operato, ma non garantisce la qualità del nostro ministero. Siamo sacramento di Cristo; solo se riusciamo a manifestare il rispetto e l’amore di Cristo per ogni uomo e in particolare per i bambini, i poveri, i malati, gli anziani saremo davvero preti.

Si parla molto, in queste settimane, di cambiare le regole, di abolire l’obbligo del celibato per coloro che, nella chiesa latina, chiedono l’ordine del presbiterato. Naturalmente il celibato è legge ecclesiastica – non c’è bisogno di dirlo. Ma il fatto che sia legge ecclesiastica non significa che sia cosa da poco, se è vera la promessa che “ciò che legherete sulla terra sarà legato anche in Cielo.” E sant’Ignazio ci ha insegnato che non è cosa saggia cambiare le proprie scelte quando ci si trova in mezzo a tensioni e turbamenti. La tempesta mediatica che si è scatenata ci impedisce di ponderare le cose con serenità e chiarezza e vale la pena attendere tempi più tranquilli per riflettere e capire e decidere. Piuttosto siamo richiamati, da subito, a riflettere sul senso del nostro celibato e a verificare il modo in cui lo viviamo. Il celibato, ci ricorda ripetutamente il Papa, è il segno che il servizio al Regno di Dio è per noi non semplicemente una professione, ma una scelta totalizzante, attorno alla quale si organizza tutta la vita; Gesù Cristo, il Vivente, “colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue”, si è insediato così profondamente nella nostra coscienza, ha riempito e plasmato così profondamente i nostri pensieri e desideri che non rimangono le energie psichiche necessarie per costruire altri legami totalizzanti e definitivi come è quello che lega l’uomo e la donna nel matrimonio. Ci capita, a volte, di cantare come un ritornello le parole di santa Teresa di Gesù: “Nada te turbe, nada te espante. Quièn a Dios tiene, nada le falta… solo Dios basta.” Nulla ti turbi, nulla ti spaventi; chi possiede Dio non manca di nulla… Dio solo basta. Il celibato è esattamente segno di questo: che Dio non è un’idea astratta, ma una presenza concreta, capace di colmare il desiderio dell’uomo e di portare a pienezza la sua esistenza.

Penso sia per questo che anche persone non direttamente interessate si fanno paladine dell’abolizione del celibato: perché non riescono a capire che la relazione con Dio sia realmente operante a livello dell’immaginazione, del desiderio, delle decisioni concrete; non riescono a comprendere che il cantico dei Cantici – inno stupendo all’amore umano – possa essere nello stesso tempo inno all’amore tra Dio e l’umanità, tra Dio e un’anima credente innamorata di Lui. Sospettano che in noi debba esserci qualche ipocrisia per la quale nascondiamo il nostro vero vissuto. In realtà, pensano così perché non conoscono né Dio né noi.

Ma naturalmente il valore testimoniale del celibato dipende dal modo concreto in cui lo viviamo. Perché se si vive il celibato surrogando la mancanza di una moglie e di una famiglia propria con diversi tipi di dipendenze, il risultato è quello di una vita dimezzata e il celibato appare una forma di castrazione. Quando parlo di ‘dipendenze’ mi riferisco a comportamenti diversi che vanno da quelli più semplici e innocenti – piccole manie o attaccamenti – fino a una vera e propria ‘doppia vita’ che lacera la persona e rende la sua esistenza un inferno per lei e per gli altri. Ciascuno di noi può riconoscere dentro di sé queste dipendenze se solo siamo sinceri con noi stessi e non operiamo razionalizzazioni indebite. Si tratta spesso, come dicevo, di piccole manie che creano qualche disagio – come atteggiamenti rigidi di fronte a cose secondarie o spese eccessive per cose inutili o incapacità di spegnere la televisione o bisogno di navigare curiosamente su internet o bisogno incoercibile di apparire o di avere riconoscimenti. A volte non sono nemmeno peccati in senso stretto. Eppure sono comportamenti che tradiscono, in misura più o meno grande, la debolezza del nostro celibato e lo rendono inefficace quando non controproducente. Se siamo irritati e irritabili, se diventiamo scostanti con le persone, se ci imponiamo puntigliosamente per cose banali, se la gente ci deve prendere con le pinze per timore di essere aggredita, l’incontro con noi celibi non può che essere deludente. E allora, a che cosa serve un celibato che non manifesti la tenerezza di Dio, la sua accoglienza, la premura per ogni persona umana? Non è una contraddizione in termini? Un celibato non addolcito dall’abbandono in Dio produce facilmente una gramigna spirituale fatta di insoddisfazione, malumore, accidia. Se Paolo si faceva tutto a tutti per guadagnare ad ogni costo qualcuno, non possiamo rimanere tranquilli quando, con le nostre manie, poniamo ostacoli alla fede delle persone.

Il rischio davvero mortale è di avviarsi verso una doppia vita che compie esternamente le azioni del ministero ma che, non motivata da un sincero amore per Dio, cerca compensazioni varie che si organizzano in una specie di vita alternativa con tempi e riti propri; è una specie di schizofrenia spirituale che lacera l’intimo della persona. Quando non so bene chi io sia e che cosa io voglia diventare, qualunque scelta diventa possibile perché la compio non responsabilmente ma in una specie di sonno della coscienza dove una cosa equivale al suo contrario. L’effetto è che le opere del ministero non attirano più, non piacciono più; che non si sa essere creativi, attivi, contenti, ma solo, al massimo, esecutori infastiditi. C’è una legge ferrea nell’esistenza umana, ed è che tutti i nostri comportamenti contribuiscono a dare forma alla nostra persona: o ci fanno crescere verso una maturità più piena, o ci trascinano verso un degrado progressivo. Il celibato è una forma di vita consacrata a Dio; quando lasciamo che accanto a Dio fioriscano altri bisogni contraddittori, che questi bisogni diventino dipendenze, che le dipendenze si saldino tra loro fino a tessere uno stile di vita, che lo stile di vita determini l’organizzazione del tempo e i programmi, allora l’esito è inevitabile: l’incoerenza distrugge il nostro stesso io nel momento in cui distrugge il gusto del ministero.

Noi proponiamo ai ragazzi una regola di vita. Se vogliono maturare, debbono chiedersi quale direzione vogliono dare alla loro vita; debbono verificare quali scelte li aiutano ad andare in questa direzione e quali scelte li ostacolano; debbono operare coerentemente coi loro giudizi. È così anche per noi. Abbiamo tutti gli strumenti per fare della nostra vita qualcosa di bello e di utile: basta una preghiera fatta con intelligenza e con cuore per evitare derive; basta un atteggiamento di ascolto sincero della parola di Dio per non essere ingannati dalle sirene del mondo; basta tenere un contatto regolare col sacramento della penitenza per non indurire cuore e cervice; basta avere un direttore spirituale serio al quale dire tutto dei nostri moti del cuore per non decadere senza rendercene conto. I mezzi ci sono; soprattutto c’è, come sostegno solido, il dono di un’amicizia personale col Signore.

Signore Gesù, tocca il nostro cuore e fa’ che sia un cuore innamorato,

tocca la nostra intelligenza e rendila sensibile alla luce dell’amore,

tocca la nostra libertà e sottomettila dolcemente alla verità e al bene.

Noi crediamo in te; sappiamo che non esiste riposo al di fuori della tua grazia.

Ti abbiamo seguito con il desiderio sincero di trasmettere speranza,

di comunicare coraggio di fronte alle sfide della vita,

di contribuire alla crescita di una famiglia umana solidale.

Accogli il nostro desiderio,

purificalo da quanto c’è in esso di egoismo e di vanità,

e fa’ di noi uno strumento del tuo amore

perché tutti possano percepire la gioia che viene dall’essere amati da te.

Maria Santissima,

tu hai portato in te il Figlio di Dio nella sua carne umana

e, con la tua fede, lo hai donato al mondo.

Insegnaci i sentimenti giusti per essere anche noi portatori di Cristo.

E, con il tuo amore di madre,

consolaci nei momenti difficili di solitudine o di avvilimento;

soprattutto dacci un cuore generoso,

che non si ripieghi ad assaporare le sue tristezze,

ma sappia ricevere con semplicità e donare e con gioia. Così sia.

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