Nessuno di noi vive per se stesso

S. Messa di saluto alla Diocesi di Brescia. Cattedrale di Brescia, 17 settembre 2017

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Una delle più belle esperienze di libertà che la fede ci dona è la possibilità di ringraziare sempre, in ogni circostanza della vita. Non perché tutto quanto accade sia bello e buono – la fede non ci rende né ingenui né superficiali – ma perché sappiamo che Dio nutre su di noi pensieri di pace e di consolazione e che, nella sua sapienza e potenza, Egli “fa servire ogni cosa al bene di coloro che lo amano.” Se pure il male è dolorosamente presente nella nostra vita, al bene spetta la prima parola e l’ultima: la parola che fa nascere e la parola che porta l’esistenza a compimento. Al termine di ventidue anni di episcopato dieci dei quali vissuti a Brescia, desidero con tutto il mio cuore ringraziare il Signore: lo ringrazio perché mi ha chiamato a questo servizio, lo ringrazio perché mi chiama a consegnarlo nelle mani di qualcuno che lo continui con altre iniziative e altre energie. Il servizio episcopale è un ‘bonum opus’, una cosa bella, dice san Paolo scrivendo a Timoteo; così l’ho sperimentato e ne do volentieri testimonianza. Non è sempre un compito facile; a volte l’ho sentito pesante per le mie deboli spalle, ma sempre l’ho vissuto come un dovere fecondo, una provocazione a maturare ogni giorno nel senso del servizio evangelico; e il Signore non mi hai mai fatto mancare la sufficiente consolazione. Ma come è grazia di Dio diventare vescovi, così è grazia di Dio lasciare per obbedienza il ministero di vescovo.

D’accordo con il Nunzio in Italia, ho scritto la lettera di riconsegna del mio servizio il novembre scorso. L’ho fatto perché desideravo che la distanza tra il compimento del 75° anno e la nomina del successore fosse la più breve possibile. È infatti un periodo ‘zoppo’ nel quale si ha difficoltà a prendere decisioni importanti. E una diocesi come Brescia ha bisogno di camminare quanto più è possibile sciolta, senza impacci. Le cose sono andate come speravo. E forse ancor meglio perché la nomina di mons. Tremolada è per me motivo di gioia grande: il nuovo vescovo è un vero servo della parola di Dio, che ha imparato dall’insegnamento e dall’esempio di Carlo Maria Martini; ha un tratto umano affabile e rasserenante che sarà facile percepire e apprezzare; ha desiderio di dialogare con tutti e in particolare coi giovani; non è impaurito ma piuttosto stimolato dai cambiamenti che la società sta vivendo e che richiedono risposte creative proprio per fedeltà a quel Cristo che è “ieri e oggi, lui lo stesso nei secoli.”

Non ho mai detto o fatto nulla per ottenere titoli o posti di prestigio (stranamente, anche in questo atteggiamento è presente un pizzico di orgoglio che mi appartiene); nello stesso modo non ho mai rifiutato quanto mi veniva chiesto. Sono diventato vescovo volentieri, rispondendo alla richiesta di Giovanni Paolo II; sono venuto a Brescia volentieri, rispondendo alla richiesta di Benedetto XVI; ora, altrettanto serenamente, lascio il servizio diocesano. Per far che cosa? Per fare, insieme ad altri preti amici, quello per cui sono diventato prete: predicare Gesù Cristo e la sua croce come salvezza; celebrare il mistero di Cristo che vive nei secoli; riconciliare le persone con Dio che ha donato loro la riconciliazione in Cristo. Vorrei poter lasciare a qualcuno, come in eredità, quelle parole che aiutano a vivere, quell’amore che rende appassionante la vita, quel senso di correttezza e di giustizia che permette di vivere la vita sociale rispettando e sentendosi rispettati. Non ho altri progetti per il futuro; mi rimane, sì, il desiderio di conoscere: paratus semper doceri, come diceva il card. Mercati, bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Anche a questo, se il Signore vorrà, dedicherò con gioia il tempo libero che spero sia abbastanza disteso. Mi sembra che non solo i gesti religiosi, ma tutta la cultura dell’uomo – le sue innumerevoli creazioni pratiche, artistiche, intellettuali – rendano testimonianza a Dio, perché indirizzano il cuore umano alla trascendenza, a ciò che va oltre l’immediato, l’utile, l’evidente.

È vero, come cantavamo da ragazzi nei campi-scuola, che “partire è un po’ morire”; ma anche la morte è dimensione essenziale dell’esistenza umana e le piccole, parziali morti che subiamo nel tempo ce ne mantengono sanamente consapevoli. Il canto continuava: “ma non addio diciamo, allor, che uniti resteremo… che ancor ci rivedremo.” Proprio così: i legami di conoscenza e di affetto che costruiamo nel tempo rimangono come memoria di cui essere grati; e, nel Signore, la nostra speranza è la comunione, non la dispersione. Ma i legami umani non sono catene che imprigionano nel passato; sono invece punti di sicurezza e di forza che ci permettono di percorrere con maggiore scioltezza nuove strade. Il traguardo ultimo, dice la lettera agli Ebrei, è solo “la città dalle solide fondamenta di cui è architetto e costruttore Dio stesso.” Mi sono chiesto più volte se davvero desidero intensamente questa città e la risposta non mi è chiara del tutto. La desidero certo, se non altro perché vorrei ritrovare mia madre e mio padre e i miei familiari, rivedere – anche se non so immaginare come – tanti volti amici. Ma è un desiderio ancora molto umano, molto ritagliato sulla misura del mondo. Credo che proprio l’esperienza delle potature che la vita ci impone sia la strada per purificare questo desiderio e orientarlo progressivamente verso Dio. Abbiamo imparato a pregare: “O Dio, Tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco. Di te ha sete la mia anima, a Te anela la mia carne come terra assetata, arida, senz’acqua.” E ancora: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.” Ritrovare genitori, parenti, amici, ma in Dio, nella trasfigurazione di una gioia e di un amore di cui qui possiamo godere solo qualche assaggio passeggero.

Per questo è bello che la liturgia ci abbia offerto, stupenda, la seconda lettura: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.” Il dinamismo della fede – cioè la risposta gioiosa all’amore con cui Dio ci raggiunge – ci strappa al nostro egocentrismo e ci fa trovare un nuovo, più alto equilibrio, nell’appartenenza al Cristo Risorto: a Lui siamo legati da gratitudine senza misura, a Lui apparteniamo con tutto noi stessi, in vita e in morte. Siamo tutti costretti, lo vogliamo o no, ad obbedire alla vita e la vita è una scuola esigente. Ma la scuola non basta a creare persone intelligenti: bisogna apprendere personalmente quello che la vita ci insegna; bisogna vivere ciascuna età per le opportunità che offre (e c’è spazio per gioie autentiche) e per i limiti che impone (e c’è spazio per un’obbedienza eroica). Tenere lo sguardo verso Gesù che “imparò l’obbedienza dalle cose che patì”, consegnare come Lui e attraverso di Lui la nostra vita al Padre con la sicura speranza che alla fine “Dio sarà tutto in tutti.”

Ho cominciato ringraziando Dio: Termino con gli altri doverosi ringraziamenti agli uomini. Al presbiterio bresciano, anzitutto, e alla comunità dei diaconi. Un vescovo non esiste senza un presbiterio come un presbiterio non esiste senza un vescovo; debbo dunque riconoscere che ho ricevuto la mia impronta di vescovo dai presbitèri che ho presieduto: quello di Piacenza-Bobbio, quello di Brescia. Il Concilio ha delineato una nuova figura di prete e una nuova figura di vescovo, ciascuna rapportata all’altra. E stiamo lentamente imparando a incarnare questa visione in esperienze concrete, in rapporti di fiducia, di fraternità, di collaborazione. Non è facile per un vescovo assumere questo nuovo stile e delle mie insufficienze posso solo chiedere sinceramente perdono mentre ringrazio i preti della fedeltà, dell’affetto, dell’impegno ammirevole nel servizio pastorale. Dio vi benedica, vi renda umilmente fieri della vostra missione, vi faccia crescere nell’amore fraterno e nella stima reciproca. Dovrei qui ricordare uno a uno i collaboratori più vicini verso i quali sento un debito grande per il servizio e per la pazienza con cui hanno dovuto sopportarmi: li porto al Signore in questa celebrazione eucaristica.

Infine, insieme al mio presbiterio, voglio ringraziare tutti i Bresciani: religiosi e religiose, persone consacrate, laici, catechisti, ministri della comunione, volontari, accoliti, lettori, gruppi, movimenti… ; autorità civili, associazioni, giornalisti… insomma la grande varietà della Chiesa e i tutta la cittadinanza bresciana. Dio li benedica e li custodisca tutti nella speranza. Con questi sentimenti mi preparo a offrire il sacrificio della Messa. Il pane e il vino che presentiamo sull’altare sono il nostro lavoro, la nostra fatica; poca cosa, un po’ di pane e un po’ di vino. Ma su questo materiale così povero che è la nostra vita invochiamo il dono dello Spirito Santo perché il pane e il vino – la nostra vita – diventino il corpo e il sangue di Cristo – la pienezza dell’amore. Dio può fare questo; per questo crediamo in Lui.

+ S.E. Luciano Monari

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