Natale: Gesù, il missionario del Padre, ci chiama a condividere la Sua missione

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La lettera agli Ebrei, nel presentare il sacerdozio di Gesù, attribuisce a Lui la disponibilità a Dio Padre, dichiarata nel Salmo 40: “Allora io dissi: Ecco, io vengo – nel rotolo del libro è stato scritto di me – o Dio, per fare la tua volontà”. E il rotolo del libro a cui si riferisce il Salmo potrebbe essere il testo che riporta la vocazione del profeta Isaia: “Poi udii la voce del Signore che diceva: Chi manderò? Chi andrà per noi? – Io risposi: Eccomi, Signore, manda me!”. Come un dialogo all’interno della Trinità, che ci fa comprendere come, per salvare l’umanità dalla sua caduta nel peccato, dalla sua miseria, dalla sua morte, è necessario che Uno dall’interno della Trinità accetti di compiere una missione d’amore, che gli chiede di abbandonare il seno del Padre e, da Tutto che è, “annichilisca se stesso”, si faccia “nulla” per diventare simile agli uomini e renderli finalmente partecipi del “Tutto” che è Dio.

Chi si rende disponibile a questa missione accetta di distanziarsi da Dio, come in un esilio, e di fare esperienza di morte, perché tale è l’esistenza lontana da Dio.

E il Figlio, per amore e nell’esercizio pieno della sua libertà, sceglie la strada del dono di sé, anche se ciò Gli chiede lo “svuotamento di sé” (Fil 2,7), l’esilio per un tempo dalla sua divinità e l’immersione in una umanità che è separata da Dio, avendo dubitato del suo amore e essendo caduta nel peccato.

L’offerta da parte del Figlio, dunque, si attua nella consapevolezza che dal momento del “sì” al Padre inizia la sua passione e la sua morte, che consiste nella sua lontananza, nel suo esilio rispetto alla Trinità. Dal concepimento nel grembo della Vergine Maria, il “sì” del Figlio, che è obbedienza al Padre, diventa “via crucis”, passione e morte, per far morire in sé il seme dell’umanità peccatrice, affinché questo stesso seme possa germinare a vita nuova non solo per sé, ma per tutta l’umanità.

Gesù accoglie questa missione perché ama il Padre e nel Padre ama l’umanità, che è nata dall’eccedenza del suo amore. Egli si carica dell’amore e della potenza dello Spirito Santo e accetta la “sfida” dell’incarnazione.

Tale è il suo amore: Gesù si fa missionario, offrendosi liberamente al Padre e allontanandosi da Lui, accettando il rischio del rifiuto purché si compia, proprio nel rifiuto dell’umanità, il progetto di salvezza, che consiste nel ritornare al Padre, portando con sé i “prigionieri” liberati: gli uomini schiavi del peccato e della morte, liberati grazie al suo supremo gesto d’amore.

E tutta la missione di Gesù è segnata dal rifiuto: deve nascere in una povera grotta, perché nessuno vuole alloggiare la madre partoriente; è deposto nella paglia, perché per lui non c’è una culla; è adorato dai pastori e dai Magi perché nessuno dei ricchi e dei potenti riconosce in Lui l’’amore di Dio; deve fuggire in Egitto perché Erode, pur non conoscendo la natura della sua regalità, rifiuta un potenziale antagonista; deve fuggire dalla sua città perché i suoi compaesani rifiutano di riconoscere che uno di loro si definisca l’Unto del Signore; è rifiutato dai capi del popolo, dagli scribi, dai farisei, dai dottori della legge e da loro definito “figlio di prostituzione” … E’ riconosciuto solo dagli “scartati e dai rifiutati” della società ebraica: lebbrosi, storpi, ciechi, pubblicani, poveri, peccatori, pagani. Essi lo riconoscono amico e fratello di “sventura” e gradualmente imparano a riconoscerne la divinità: uno “di” loro, uno “per” loro. Uno che “in luogo della gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e ora siede alla destra del trono di Dio” (Ebr 12,2).

Mentre ci apprestiamo a celebrare il Natale, domandiamoci da quale parte siamo noi: dalla parte di chi rifiuta il “Verbo fatto carne” o dalla parte di chi lo accoglie? Se lo accogliamo dobbiamo prepararci ad accettare la missione che il Padre gli ha affidato e che Lui ha affidato alla sua Chiesa. E ciò comporta la disponibilità a condividere la situazione del “rifiutato”, dello “sventurato”, dell’ “emarginato”, del “perseguitato”, del “fuori tempo”, del “fuori di sé” …. E’ forse per questo che tanti che si dicono cristiani oggi non se la se sentono di scommettere la vita su questa fede, perché vivere nel rifiuto da parte di una cultura, di una generazione di uomini, della storia contemporanea non è certo una cosa esaltante … non lo è stato neanche per Gesù. Ma se vogliamo contribuire a salvare la storia degli uomini, la nostra generazione; se vogliamo garantire all’umanità di non essere ingoiata per sempre nella morte, allora non c’è altra strada che quella percorsa da Gesù: “Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo” (Ebr 12,3).

Ecco perché la nostra parrocchia, continuando il cammino sul tema della missionarietà, è impegnata a conoscere approfonditamente il nostro territorio e chi lo abita e ad approfondire il suo impegno missionario, senza vergogna, senza paura, senza rispondere col rifiuto a chi ci rifiuta, rifiutando di vivere superficialmente la vita cristiana e la nostra appartenenza a Cristo nella Chiesa. Sarebbe ipocrita celebrare il Natale, confessarsi e fare la comunione in quel giorno, se non ci fosse in ciascuno una forte volontà di rinnovamento, di provare a vivere con impegno la fede e non soltanto a professarla con le labbra, e di vivere da autentici missionari di Gesù nella famiglia, nella scuola, sul lavoro, fra gli amici … magari sperimentando lo stesso rifiuto che ha sperimentato Gesù a causa del suo Vangelo. Allora sentiremo vive in noi le parole stesse di Gesù: “Un discepolo non è più grande del suo maestro, né un servo è più grande del suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia! Ma voi non abbiate paura … Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato! (Mt 12,22.24-26). Chi accoglie voi accoglie me e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato (Gv 13,20)”. Solo allora ci sentiremo pienamente cristiani, accomunati alla stessa vita e alla stessa missione di Gesù. E, prendendo tra le braccia il Bambinello del presepio potremo riconoscere il Figlio di Dio fatto uomo per amore dell’umanità e noi accomunati al suo gesto d’amore.

BUON NATALE

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