Murakaza neza

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MURAKAZA NEZA/BENVENUTO

La prima cosa che vedi, se hai la fortuna di arrivare di giorno, è la luce. Una luce intensa, troppo forte, che per uno che scende da un aereo sul quale era con maglione, sciarpa e guanti è una luce quasi abbagliante. Socchiudi gli occhi, per dargli il tempo di adattarsi. Caldo, ma non un caldo soffocante, semplicemente un caldo diverso che ti spinge subito a restare in canotta il 5 di dicembre. Un caldo che fa sentire lo straniero inadeguato, sudaticcio. È questa la carta da visita con la quale ci presentiamo qui.

Rwanda: il paese delle mille colline e dell’eterna primavera. Ma anche il paese spezzato da una violenza disumana, efferata, inimmaginabile, le cui ferite si porta dentro e che sono ancora visibili. Novantanove giorni, soltanto. 1 milione di persone perse. Per un essere un Paese così piccolo un milione di persone sono davvero tante. E così tutti, ma proprio tutti, sono stati toccati dalla mano di questa sofferenza, ed i segni sono visibili nei loro occhi, sui loro volti, nelle loro parole di riconciliazione, di ricordo, di orrore. A soli sedici anni da quei novantanove giorni, nessuno vuole dimenticare, ma tutti vogliono voltare pagina.

In questi pochi anni, il Rwanda ha cercato di “rifarsi” un volto, sentendosi (come il Sudafrica) capofila del progresso africano, un esempio da seguire. A Kigali c’è poco dell’Africa, quella ci immaginiamo: strade pulite, poco trafficate, regolari, in continua costruzione, palazzi, supermercati, edifici moderni. Ma per fortuna alcuni tratti “dell’Africa” rimangono: il verde lussureggiante, e così incostante, dove puoi trovare gli alberi più diversi uno affianco all’altro, strade di fango, case di fango e paglia nella campagna. L’occhio non vede che la natura. Donne instancabili, occupate tra marito, campi da lavorare e che spesso vedi viaggiare con figli sulla schiena con una grazia e una destrezza in qualsiasi situazione. Si piegano con il bambino sulla schiena e non si sa esattamente come, prendono, girano, legano, prendono un’altra stoffa, si accertano che mani e gambe del bimbo siano ben aperti, prendono le loro cose se le sistemano sulla testa e con l’altro braccio un ombrello per non far prendere troppo sole al piccolo e via. In un secondo, son pronte a percorrere chilometri. Uno sguardo di ammirazione e ogni volta di stupore.

La chiamano la svizzera africana, anomala rispetto ai Paesi circostanti. Una tranquillità immobile, a tratti spaventosa. E poi la gente… persone che vengono da un po’ tutta la zona dei Grandi Laghi: Burundi, Congo, Uganda. Una storia di migrazione, di continuo movimento che gli permette di essere poco legati alle cose materiali, ma molto legati alla terra. I ruandesi sono timorosi, riservanti, nascosti. Impossibile capire quello che pensano, difficile riuscire a creare legami. E non è solo perché si sentono inferiori rispetto al “bianco”. È anche e soprattutto perché hanno paura, di esporsi, di dire cosa ne pensano, di dire la verità su alcune cose banalissime, di mostrare emozioni. È quella la parte difficile, da capire e da accettare. Anche a quello, come avevano fatto gli occhi all’inizio, serve tempo per adattarsi.

Marzia L.

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ORANews

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