Mi ami tu più di costoro?

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L’estate può diventare il tempo propizio per esercitarci ad amare di più il Signore. Quasi una gara tra fratelli, dove il confronto è su chi ama di più Dio Padre. Infatti, a volte, noi cristiani facciamo consistere la nostra vita di fede e il nostro amore per Dio in pratiche religiose, spesso sbrigative, ma che non sempre sono segno di un amore profondo per Gesù; piuttosto, invece, sono una specie di “tassa” da pagare, quasi un “lasciapassare” perché “se mai ci fosse qualcosa di là” non ne siamo esclusi. Ma la fede cristiana è ben altro!

E’ una risposta d’amore ad un amore più grande che ci precede: “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). E mediante il dono di sé, Gesù ha effuso il suo amore in noi per mezzo dello Spirito Santo e ci ha resi capaci di corrispondenza nell’amore, ci ha donato di vivere un’autentica relazione d’amore con Dio e, quindi, con il prossimo. Ma è la misura dell’amore a Dio che determina la nostra capacità di amare in maniera autentica il prossimo. Non a caso dei due comandamenti dell’amore “il grande e primo” è: “amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Il “secondo poi è simile al primo” e suona così: “amerai il tuo prossimo come te stesso” (cfr. Mt 22,37-39).

Dio ci chiede di far consistere tutta la nostra vita nell’amore a Dio come principio e nell’amore al prossimo come conseguenza. Non si tratta, allora, di pratiche esterne da espletare, ma di una vita di relazioni d’amore, che nella liturgia, celebrata con fede, vengono consegnate a Dio, insieme al più grande gesto d’amore del sacrificio di Gesù in croce, perché diventino una vera lode a Dio e, inserite nel dono del Figlio, abbiano valore redento. Se, dunque, ci rechiamo alla celebrazione, ma non abbiamo autentici atti d’amore da offrire o, addirittura siamo pieni di rancori o di desideri di vendetta; se vogliamo semplicemente assecondare un obbligo; se il nostro cuore è lontano da Dio; se non coltiviamo un’autentica relazione d’amore con Lui, per cui mettiamo tutto il nostro impegno perché l’amore per Lui cresca e, di conseguenza, l’amore per il prossimo… il nostro celebrare non può essere gradito a Dio e non porta a niente. Dice Dio al suo popolo: “Perché mi offrite i vostri sacrifici senza numero?… Quando venite a presentarvi a me chi richiede da voi che veniate a calpestare i miei atri?… Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, di- fendete la causa della vedova” (cfr. Is 1,11-17).

Ecco perché il nostro presentarci al Signore per la preghiera, non può essere solo un atto personale ed intimistico: l’amore per Dio richiede che noi ci sentia- mo responsabili dei nostri fratelli e, quando ci presen- tiamo al Signore, non possiamo dimenticarci che Egli è il “Padre nostro” e non “mio” e ci domanda conto del rapporto che abbiamo con i nostri fratelli, suoi figli. “Dov’è tuo fratello?” (cfr. Gen. 4,9). Ecco perché il nostro pregare e il nostro celebrare deve quasi essere una gara per imparare ad “amare di più Dio”, perché, pieni del suo amore, sappiamo amare con vera intensità il prossimo, nostro fratello. Allora quando nella liturgia celebriamo insieme il mistero d’amore di Dio, il nostro presentarci a Lui non è più un atto formale, ma un segno profondo di quell’amore a Dio che si intensifica man mano la nostra vita procede, perché sia un continuo “di più”.

L’estate, con i suoi ritmi un po’ più rilassati, ci aiuti a fare esercizio di questo celebrare innamorato, perché, come Pietro, possiamo anche noi rispondere con sin- cerità di cuore a Gesù: “Signore, tu sai tutto. Tu sai che io ti amo!”.

Monsignore

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