Ma tu perché sei così sordo?

Da una provocazione ha preso avvio il discernimento. Classe 1990, don Matteo Ceresa, originario di Ciliverghe, ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato-Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Sabato 8 è stato ordinato dal vescovo Pierantonio

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Durante l’esistenza di ognuno di noi, durante il cammino, capita che qualcuno ti ponga una domanda che non ti aspettavi, un interrogativo che ti spinge a rivedere tutto ciò in cui avevi creduto, aprendoti nuovi orizzonti. È quanto è accaduto al 29enne Matteo Ceresa. Ha compiuto gli anni il 16 maggio scorso e l’8 giugno è stato consacrato sacerdote nella cattedrale di Brescia dal vescovo Tremolada. In questi anni ha svolto servizio nelle parrocchie di Pontevico, Rezzato e Virle, Sabbio Chiese e Nuvolera. Per andare alle radici della sua vocazione bisogna, però, fare un passo indietro, a quando era piccolo e faceva il chierichetto in parrocchia, a Ciliverghe.

Domanda. “L’idea di diventare sacerdote è nata in me molto presto, sin da bambino. Crescendo, il tutto matura e si trasforma. Durante l’adolescenza, infatti, l’idea si era affievolita fino a quando un sacerdote, il mio parroco di allora, don Francesco Zaniboni, mi ha sollecitato. Non avevo mai parlato del mio desiderio di diventare sacerdote. Un giorno, però, quando avevo 16 anni, il parroco venne da me chiedendomi: ‘Ma tu perché sei così sordo?’. Di primo acchito sembrava una frase buttata lì. Poi, con il tempo, ne ho compreso appieno il significato e oggi la custodisco nel cuore. È stata una provocazione che mi ha aperto un mondo. Capii che il Signore, tramite il sacerdote, tramite le sue parole, mi stava dicendo qualcosa. Ho iniziato così a interrogarmi sul perché di questa sordità. Perché non riuscivo a percepire la parola del Signore?”.

Discernimento. Da qui ha preso avvio il suo cammino di discernimento, caratterizzato da studi costanti. “Ho quindi iniziato a mettermi in ascolto, frequentando maggiormente l’oratorio, anche attraverso le letture, lo studio. Mi sono orientato verso Scienze religiose. Ho frequentato il triennio in Cattolica. Anche questo percorso mi ha aiutato a intraprendere la strada del sacerdozio”. Era il 22 settembre 2013. Dopo la maturità allo scientifico, Matteo voleva entrare in Seminario. Intanto svolgeva diverse attività, era impegnato in parrocchia come catechista, come educatore e animatore al Grest, ma la sua decisione aveva spiazzato un po’ i genitori. Oggi, a distanza di anni, ammette: “Sia io che loro non eravamo molto maturi per questo passo. Da qui la scelta di frequentare il triennio di Scienze religiose. Nel frattempo ho avuto la possibilità di insegnare religione, facendo qualche supplenza. È stata una bella esperienza”. Del resto il mondo della scuola “permette di incontrare i ragazzi in una modalità differente rispetto a quella degli oratori, delle parrocchie. Avendo fatto Scienze religiose, dopo l’anno di propedeutica, sono entrato in seconda teologia dove ho incontrato i miei attuali compagni”.

La sorella. Del periodo precedente l’ingresso in Seminario, la sorella di Matteo, Chiara, ha un ricordo nitido, nonostante la giovane età: “Quella notizia stravolse, in positivo, la nostra famiglia e con il passare del tempo ho compreso il valore di quella decisione, ciò che comportava, ciò che significava per lui. Ho visto la luce nei suoi occhi. L’ho visto sereno nella sua scelta”. Alla mente di Chiara riaffiorano i ricordi, i momenti in cui Matteo, dopo le superiori, era chiamato, come tutti i suoi coetanei, a fare una scelta, incalzato dai genitori. “Lui rimaneva sempre sul vago. Poi a maggio, frequentava l’ultimo anno delle superiori, comunicò la sua scelta di frequentare Scienze religiose alla Cattolica, un percorso che lo ha aiutato anche nel discernimento”. Il fratello delineato da Chiara è “un ragazzo che è stato sempre amato dalle comunità che lo hanno accolto, sa farsi voler bene”. Qual è l’augurio che una ragazza può fare a un fratello che si appresta a diventare sacerdote? “Gli sono sempre stata vicina, anche se la mia era una presenza silenziosa, del resto Matteo è talvolta introverso. Con il tempo ho imparato cosa significhi donare un fratello al Signore. Cosa significhi avere un fratello sacerdote non lo so ancora. Sicuramente, per lui come penso accada a tutti, non sarà semplice, ma la serenità che ho sempre visto nei suoi occhi mi rende tranquilla”.

San Filippo Neri. Un affetto particolare don Matteo lo riserva a un santo che fin da piccolo aveva preso in simpatia, San Filippo Neri: “Non è certamente una figura contemporanea, ma il suo messaggio è più che mai attuale. Lo porto nel cuore per il suo carisma, la gioia, il saper vivere la quotidianità con la serenità che viene dal Signore. È un santo che mi ha accompagnato nel mio cammino. È a San Filippo Neri che guardo quando penso a come vorrei essere prete. Magari potessi essere come lui”. C’è una frase di San Filippo, in particolare, che ha sempre colpito l’attenzione di don Matteo: “Buttatevi in Dio, buttatevi in Dio, e sappiate che se vorrà qualche cosa da voi, vi farà buoni in tutto quello in cui vorrà adoperarvi”. È questo ciò che San Filippo ripeteva ai suoi ragazzi: “Anche a me piacerebbe ‘buttarmi in Dio’, darmi tutto a Dio. Spero che con la sua intercessione e la sua simpatia tutto questo si possa avverare”. Lungo il cammino sulla strada del sacerdozio sono state diverse le testimonianze che hanno influito sulla sua formazione, su tutte quelle dei sacerdoti della sua parrocchia.

Sacerdoti di riferimento. “Ricordo con piacere il parroco della mia infanzia, don Luigi Bogarelli, oggi a Sale Marasino, una figura che mi ha aiutato a comprendere la bellezza del servizio. Non ero molto impegnato. Facevo il chierichetto. La frequentazione dell’oratorio si è fatta assidua durante l’adolescenza. L’attenzione e la cura che caratterizzavano l’operato di questi sacerdoti, il senso della preghiera, la vicinanza a noi più piccoli, mi hanno aiutato a crescere con uno spirito di raccoglimento, maturato poi in una vocazione. La vita del sacerdote che vedevo rispecchiata in loro mi ha fornito una testimonianza gioiosa. Soprattutto vedevo in loro la disponibilità a essere al fianco di tutti. È questa l’immagine del sacerdote che porto nel cuore: il prete come uomo capace di essere vicino a tutti, dai bambini agli anziani”. Fra gli aneddoti che ricorda con maggiore affetto della vita in parrocchia, uno, in particolare, ha attirato la sua attenzione: “Ricordo i miei coetanei che andavano in discoteca e, al ritorno, presto o tardi che fosse, trovavano sempre il don ad aspettarli, anche se il bar dell’oratorio era chiuso. La figura del sacerdote, la sua rilevanza, era centrale nelle nostre vite di adolescenti, come se fosse uno di casa”. Chi si trova a conversare con don Matteo non può non cogliere lo spiccato spirito comunitario che lo contraddistingue: “Mi mancherà sicuramente la dimensione del Seminario. Per i miei coetanei, la possibilità di vivere in una comunità, come la viviamo noi qui, potrebbe essere una grande esperienza. Dai propri fratelli, dalle esperienze condivise, si può imparare molto”.

“Per sempre”. Don Matteo ha pronunciato il suo “per sempre” e, nell’attesa, è fondamentalmente stato uno il sentimento che lo ha animato, la tranquillità che deriva dal Signore. Un passo delle Sacre Scritture, in particolare, lo ha spinto a interrogarsi: “Sicuramente sento in me del tremore. È inevitabile, ma mi sto preparando accompagnato da una grande serenità. In questo periodo c’è una frase del Vangelo che mi interroga spesso. È l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci narrato dall’Evangelista Giovanni. L’apostolo Andrea, davanti alla pochezza dei 5 pani e i due pesci, si chiede: ma cos’è questo per tanta gente? È una domanda che vedo riflessa in me. Mi chiedo cosa rappresento per gli altri. Cosa sarò per le tante persone che sarò chiamato a servire? Da solo non sono niente. Ho la consapevolezza che mettendo quel poco che sono nelle mani del Signore, Lui saprà trasformare la mia pochezza – con tutti i difetti e le inadeguatezze – in un’abbondanza che porterà veramente frutto”.

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ORANews

Oratorio San Luigi di Leno


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