Lo scopo del cristiano non è la beatitudine privata, bensì il tutto

Omelia del Vescovo Luciano Monari per le ordinazioni presbiterali – Cattedrale, 10 giugno 2017

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L’autorivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”; poi la missione del Figlio: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”; e infine la comunione dello Spirito Santo che unisce i credenti nella santità dell’amore. Così le tre letture di oggi articolano la presentazione del mistero trinitario. Di questo mistero il presbitero è chiamato a essere testimone nel mondo di oggi con le parole e con la vita. Il mondo degli uomini può trovare il suo equilibrio e una sorgente inesauribile di energia spirituale solo rimanendo aperto a Dio creatore da cui riceve l’esistenza; solo accogliendo sempre di nuovo il dono della riconciliazione in Cristo; solo lasciandosi plasmare nella comunione dall’energia interiore dello Spirito Santo. Insomma, il mondo, ne siamo convinti, ha bisogno di Dio.

È sulla base di questa convinzione che ha un senso la vocazione cristiana e, all’interno della vocazione cristiana, il servizio presbiterale. Scriveva il teologo Ratzinger: “Non si è cristiani perché soltanto i cristiani arrivano alla salvezza, ma si è cristiani perché la diaconia cristiana ha senso ed è necessaria per la storia.” E ancora: “Lo scopo del cristiano non è la beatitudine privata, bensì il tutto. Egli crede in Cristo, crede quindi nel futuro del mondo, non solo nel proprio futuro.” Abbiamo a cuore la causa del mondo, il futuro dell’uomo in tutte le sue dimensioni; vorremmo, come scrive papa Francesco “prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo”; vorremmo che il nostro passaggio nel mondo lasciasse qualche segno di bontà e di speranza. Per questo facciamo i preti. L’affermazione può sembrare paradossale; fare il prete significa concretamente servire qualche centinaio di persone offrendo loro la predicazione del vangelo di Gesù, la celebrazione del battesimo, dell’eucaristia, della riconciliazione. Possiamo immaginare di cambiare il mondo con questi piccolissimi gesti? Sì, lo possiamo. Quando predichiamo il vangelo allarghiamo l’orizzonte di pensiero delle persone in modo che le loro scelte non siano meschinamente ristrette al benessere materiale, ma sappiano aprirsi alla generosità rischiosa del dono, sappiano assumersi responsabilità per il bene degli altri e delle generazioni future. Quando celebriamo l’eucaristia diamo al mondo un centro ricco di significato in modo che attività, creazioni, progetti degli uomini non si disperdano in direzioni casuali, ma si raccordino per l’edificazione di una umanità fraterna, per l’edificazione del corpo di Cristo. Questo, infatti, è il senso del mondo materiale: assumere nella sua interezza la forma che è stata quella della vita di Gesù – vita terrena, perfettamente umana, ma animata dallo Spirito Santo e quindi pienamente divina.

La speranza della vita eterna invera e sigilla tutto questo. “Quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani d’uomo, nei cieli.” Ma la via eterna ci verrà donata solo se la vita terrena ne sarà stata degna. Proprio perché siamo i testimoni della vita eterna siamo nello stesso tempo impegnati a trasformare la vita terrena in modo che il Cristo risorto “sia il primogenito di una moltitudine di fratelli.” Chi ci considera superati, non può però considerare superato quello stile di vita oblativo che annunciamo e che cerchiamo di vivere.

Vorremmo essere testimoni di quel Dio che si è presentato “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà.” Sembra una fisionomia contraddittoria: misericordia e ira, una accanto all’altra. È possibile? Anzitutto bisogna notare che Dio è ‘ricco’ di misericordia mentre è solo ‘lento’ all’ira; dunque misericordia e ira non sono messe sullo stesso piano come due possibilità equivalenti. La misericordia dipende da ciò che Dio è; l’ira è conseguenza del male che l’uomo fa. Dio è ricco di misericordia perché è Dio, ma reagisce con l’ira a ogni ingiustizia e falsità e oppressione. Ma qui ci troviamo davanti a una rivelazione davvero sorprendente: come Dio combatte il male del mondo? Come si manifesta la sua ira? “Dio ha tanto amato il mondo – il mondo peccatore e destinato alla rovina a motivo del peccato – da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna.” Dio, dunque, non combatte il male con l’uso irresistibile della sua onnipotenza, ma con la forza illimitata del suo amore. Questo significa il dono di Gesù, la sua morte in croce; la croce è il segno dell’amore di Dio nel momento stesso in cui pronuncia il giudizio di Dio sul mondo e su ogni ingiustizia del mondo. Qualcuno può obiettare che le parole sono belle ma la realtà rimane dura; che la croce sembra aver risolto poco: le ingiustizie che c’erano ci sono ancora e non s’intravede la loro scomparsa; anzi la violenza sembra servirsi di strumenti sempre più sofisticati e letali. Rimane però vero che la croce di Gesù ha suscitato nei secoli e continua a suscitare patrimoni infiniti di amore, di dedizione, di carità, di servizio. Bene; noi siamo preti perché questi effetti continuino e possibilmente si dilatino in forme sempre nuove ma con il medesimo fuoco d’amore, con il medesimo Spirito.

Dicendo questo ho già detto anche lo stile col quale possiamo svolgere il nostro ministero di preti, lo stile che dobbiamo imparare da Dio stesso, da Gesù. In concreto: annunciate la misericordia di Dio, sempre e comunque; combattete il male con un amore più grande; tenete davanti agli occhi la croce di Cristo. Non lasciatevi condizionare; non valutate il ministero col metro della carriera mondana. Se usate questo metro, sarete e rimarrete irrilevanti: i titoli d’onore – canonico, monsignore, eccellenza, eminenza – sono fumo; le responsabilità – parroco, curato, vescovo – sono servizi da assumere quando servono, da lasciare con libertà quando non servono più o quando altri possono svolgerli con migliori energie. I giudizi del mondo – anche i giudizi dell’opinione pubblica presbiterale – sono stoltezza agli occhi di Dio mentre la parola della croce è sapienza e forza. Non lasciatevi impelagare nella palude mefitica dei confronti. Già dal punto di vista della saggezza umana è possibile apprezzare l’arietta del Metastasio che abbiamo imparato a scuola: “Se a ciascun l’interno affanno / si leggesse in volto scritto, / quanti mai che invidia fanno / ci farebbero pietà.” Ma soprattutto dal punto di vista della sapienza divina ogni confronto con gli altri è sciocco; valgono le parole di Paolo: “A me poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso… il mio giudice è il Signore!” Su questa terra abbiamo da vivere alcuni anni; una comodità in più o in meno non cambia molto, un titolo in più o in meno lo stesso.

Meglio ascoltare l’esortazione di Paolo: “siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.” L’invito: ‘tendete alla perfezione’ implica una serie infinita di cose. ‘Non tendete alla comodità; non tendete ai posti d’onore; non attaccatevi ai soldi; non cercate di dominare sugli altri…’ Se la perfezione, cioè la crescita nell’amore di Dio e del prossimo, diventa davvero l’interesse dominante della nostra vita, le conseguenze si riconoscono in tanti gli ambiti d’esperienza. Si diventa anzitutto più gioiosi; non è difficile riconoscere dietro a tante critiche amare un sottofondo di tristezza che impedisce di apprezzare le cose belle della vita: la bellezza della natura e le meraviglie dell’amore umano, le forme infinite della cultura e la sicurezza garantita dalla vita sociale. Ma al di là di tutto questo c’è una gioia che il mondo non conosce e non può dare perché viene solo da Dio e dal suo amore. Cito dal diario di un prete, parroco in una parrocchia particolarmente difficile (giorno di Natale dell’anno 1949): “Sacrifici, incomprensioni, fallimenti, umiliazioni di ogni genere per gli insuccessi non mancano mai… Sono talmente assuefatto a questo, che diffido di una iniziativa che proceda bene! Tiro avanti, tutto tentando, disposto a veder crollare tutto, fiducioso solo nella Grazia del Signore. Quando scoccherà l’ora, s’aprirà il cuore di tante anime e si fonderà il regno di Dio. Se anche il Signore ci vuole adoperare solo come uomini di fatica… siamo lieti di fare la sua volontà.” C’è una misteriosa gioia nell’essere e riconoscersi solo uomini di fatica. Ciò non significa che sia facile; per questo Paolo aggiunge: “fatevi coraggio a vicenda”, sostenetevi nei momenti di bassa pressione, quando piogge e tempeste minacciano d’intristire e d’impaurire. Abbiate gli stessi sentimenti e cioè: andate d’accordo; non lasciatevi allontanare dagli altri da sentimenti di gelosia o d’invidia; “vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sia con voi.”

S.E. Luciano Monari


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