Lettera ai giovani del Vescovo Luciano

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Carissimi,

al momento del mio ingresso a Brescia mi avete chiesto di accompagnarvi nel cammino della vita cristiana.

Da parte mia, vi avevo promesso di “esserci”: più precisamente avevo detto di essere disponibile a dirvi il senso e la bellezza della fede in Gesù Cristo, mentre mi aspetto che siate voi a dare a questa fede una “carne” concreta, che sia fatta del vostro vissuto. Per questo mi piacerebbe fare con voi un cammino di riflessione e di esperienza.

Comincio io con questa mia lettera,ma sarei ancora più contento se nascesse un dialogo e un confronto; se foste voi a scrivermi e a “punzecchiarmi”. Non mi tirerò indietro.I modi di vivere l’esistenza umana sono molti e diversi; si differenziano secondo le culture, le epoche storiche, le caratteristiche individuali e le preferenze delle persone. Ma si può dire che tutte le diverse forme di esperienza rispondono a un unico, fondamentale problema: come esistere e agire da persone umane autentiche. L’uomo non nasce fatto, completo; nasce “da fare”; nasce con una dotazione di capacità che debbono essere messe in atto per costruire un uomo adulto, formato. Ogni scelta intelligente, saggia, buona edifica la persona e la fa crescere in umanità; al contrario ogni scelta sciocca o irresponsabile o cattiva mortifica l’umanità della persona e la rende più banale.

L’uomo è costruito in modo da superare se stesso e il cammino di maturazione umana consiste nel realizzare sempre più pienamente questa trascendenza attraverso azioni responsabili e relazioni autentiche con gli altri. Il punto culminante di questo cammino di crescita è l’atto di amore con cui accogliamo con stupore e riconoscenza l’esistenza del mondo e la nostra esistenza e ci prendiamo cura del mondo, della vita e degli altri per quanto ci è concretamente possibile. Insomma, l’uomo è fatto per trasformare la sua esistenza in amore e cioè per prendere posizione liberamente ed efficacemente a favore della realtà, di se stesso, degli altri, di Dio. Verso questo traguardo sono indirizzate tutte le sue esperienze, dalla conoscenza all’azione, dalla memoria al desiderio.

A questo punto nasce la domanda: e Gesù Cristo? Dove sta il significato e l’importanza di Gesù Cristo in questo cammino di realizzazione dell’uomo? Sono convinto che Gesù Cristo sia il dono che Dio ha fatto all’uomo per aiutare l’uomo nel suo cammino di umanizzazione. E questo da diversi punti di vista.

Anzitutto Gesù Cristo mi viene posto davanti come immagine dell’uomo compiuto, realizzato. Dobbiamo diventare “uomini” – siamo tutti d’accordo; ma che cosa significa precisamente: diventare “uomini”? Significa diventare ricchi, intelligenti, di successo, belli, furbi, buoni, giusti… Le immagini si moltiplicano all’infinito e rischiamo di cadere in una babele dove le diverse visioni dell’uomo si oppongono e si contraddicono l’una con l’altra. Se la vita fosse solo un esperimento, non sarebbe una tragedia: potrei fare delle prove e, alla fine, scegliere le strade che si sono rivelate migliori. Ma la vita è scritta subito in bella copia e ne ho una sola da vivere; se sbaglio questa mia vita che sto vivendo, non ci sarà possibilità di ripetere. Ho bisogno di non fare errori troppo gravi, che compromettano del tutto il senso di quello che sono. Per questo Dio ha mandato il suo figlio in una carne come la nostra e ha detto: «Questi è il mio Figlio, l’eletto; ascoltatelo!». Che è come dire: l’esistenza umana di Gesù è stata plasmata dalla sua fiducia radicale in Dio Padre e dalsuo amore per gli altri, fino a dare la vita; bene, questa è l’autentica, suprema identità dell’uomo.

L’uomo deve crescere verso questa meta: l’amore agli altri (e al mondo stesso) nella fiducia radicale in Dio (creatore del mondo e signore della storia). Tutte le altre dimensioni dell’esistenza, la bellezza, il successo, la ricchezza, la cultura… trovano la loro collocazione corretta all’interno di questa visione globale. In questo modo perdono molto del loro fascino alcune realizzazioni umane che colpiscono facilmente l’immaginazione e rischiano di bloccare le scelte della persona in una direzione falsa (o oziosa): la forza del potere, il fascino della ricchezza, il successo delle veline, e così via. Non solo. Gesù, nell’amore concreto ed efficace per gli altri, esprime e rivela l’amore di Dio, amore infinito nella sua grandezza e nello stesso tempo “personalizzato”, rivolto a ciascuno con la sua identità. Questo amore di Dio ci permette di non sentirci soli e indifesi di fronte alla grandezza del mondo; apre per noi spazi di libertà (dalla paura), spazi che diventano disponibili per l’amore verso la vita e verso gli altri. Accade così, in misura piena, quello di cui facciamo spesso esperienza: la gioia di saperci amati muove in noi il desiderio di amare e ci dà la forza di continuare ad amare anche quando l’amore richiede un prezzo di sacrificio e di sofferenza. Attraverso Gesù giunge quindi agli uomini la notizia dell’amore di Dio per noi e questa notizia diventa sorgente di consolazione e di forza.

Terzo. La fede cristiana riconosce in Gesù non solo una grande figura del passato che può orientare le nostre scelte di vita, ma anche un vivente che ha conosciuto le angosce della morte ma ha vinto la morte ed è entrato così, con la sua umanità, nella pienezza di vita di Dio. Al veggente dell’Apocalisse, Gesù si presenta dicendo: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap 1, 17-18). Vuol dire che la presenza di Gesù supera ora i limiti del tempo e dello spazio e che quindi è possibile per me oggi entrare in un rapporto di amicizia con lui. Ancora. Gesù risorto è “spirito datore di vita” (1 Cor 15,45). Vuol dire che nell’amicizia con Gesù, riceviamo il suo Spirito per nutrire pensieri e sentimenti nuovi, prendere decisioni secondo criteri nuovi, agire in conformità al bene che è Dio.

Lo Spirito crea tra Gesù ed il credente una sintonia crescente, un feeling tale che si può parlare di autentica comunione. Punto di arrivo di questo processo di comunione è quello che Paolo scrive ai Galati dicendo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso perme» (Gal 2,20-21). Ho descritto così la relazione con Gesù in quattro stadi: Gesù è anzitutto la piena realizzazione dell’esistenza umana, tale da diventare modello per ogni uomo; poi Gesù è rivelazione e tramite del dono di Dio, così che attraverso di lui Dio stesso parla e ama; in terzo luogo Gesù è un vivente col quale si entra in rapporto reale di dialogo (di ascolto e di manifestazione di sé); infine Gesù è uno spazio vitale nel quale entriamo e nel quale viviamo attraverso il dono del suo Spirito in modo che la nostra esistenza si identifica misteriosamente con l’esistenza di Gesù risorto.

Quattro dimensioni, dunque; ma l’esperienza concreta è quella di un processo di conoscenza e di amore che diventa sempre più profondo. Non è possibile cominciare dicendo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Questo è il punto di arrivo di un cammino lungo e non rettilineo; un cammino che conosce soste, deviazioni, correzioni, riprese. Proprio come un’amicizia con i suoi momenti di grazia e con le sue fatiche e delusioni. Attraverso il tessuto quotidiano della vita il rapporto con Gesù cresce e matura; nello stesso tempo cresce e matura la nostra esistenza di persone umane.

A questo punto la domanda diventa: m’interessa crescere come persona umana verso un’esistenza che sia il più possibile autentica? E sono convinto che in questo itinerario di crescita il rapporto con Gesù è un aiuto, non una zavorra? Cosa ne pensi?

Ciao; e a presto.

Mons. Luciano
Vescovo di Brescia

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