L’esortazione apostolica “Evangelii gaudium”: una chiave di lettura

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l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco: La gioia del Vangelo – “Evangelii gaudium” (EG) è piuttosto corposa con i suoi 288 paragrafi. Pur permettendo una lettura alquanto agevole, risulta difficile riassumerla in maniera esaustiva nel tempo che abbiamo qui a disposizione. A questo limite, se ne aggiunge un altro di carattere cosiddetto “formale”: l’Esortazione si presenta come una novità nel suo genere.

Il tono diretto, colloquiale dell’Esortazione, quasi confidenziale che abbiamo imparato ad apprezzare in questo Papa, non deve ingannare circa il valore e la profondità rivoluzionaria delle sue parole che meriterebbero un Congresso a parte e forse più. Per tale motivo, mi limiterò a indicare le linee essenziali che sembrano emergere nella ricca trama dell’EG, evitando di dilungarmi sugli innumerevoli spunti di riflessione e di applicazione (cap. III), soprattutto per quanto concerne la dimensione sociale dell’evangelizzazione (cap. IV).

1. Perché questa Esortazione Apostolica?

L’Esortazione è nata in seguito all’invito rivolto a Benedetto XVI di raccogliere la ricchezza dei lavori svolti dal 7 al 28 ottobre 2012 in Vaticano da parte dei membri della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Il nuovo Papa Francesco, che ha raccolto questa eredità, ha tuttavia rinunciato a trattare in modo conclusivo le molteplici questioni allora sollevate.

Il Papa chiarisce sin dall’inizio che il suo scopo è «mostrare l’importante incidenza pratica di questi argomenti nel compito attuale della Chiesa. Tutti essi, infatti, aiutano a delineare un determinato stile evangelizzatore che invito ad assumere in ogni attività che si realizzi» (n. 18). Al Papa interessa, dunque, che emerga da una parte la ricaduta pratica di quanto scrive, ovvero che non venga recepito come un trattato, un documento tra i tanti che non tocchi le corde del cuore, non incida sulla vita delle Comunità cristiane; dall’altra, che l’annuncio missionario sia compreso come

«uno stile evangelizzatore» che coinvolge tutti i credenti 24 ore su 24, in quanto «l’azione missionaria è il paradigma di ogni opera della Chiesa» (n. 15). L’annuncio quindi non è un affare di pochi addetti, né tantomeno va inteso come “un obbligo”.

I cristiani hanno il dovere ‒ scrive infatti Papa Francesco ‒ di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo, ma «per attrazione» (n. 14).

L’annuncio del Vangelo tocca “l’essere” stesso di ogni battezzato che scopre, con stupore e gioia, quanto Dio lo ami immensamente.

Ci sono cristiani ‒ dichiara con ironia il Papa ‒ che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua. Però riconosco che la gioia non si vive allo stesso modo in tutte la tappe e circostanze della vita, a volte molto dure. Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto (n. 6).

La causa della gioia non è quindi da ricondurre direttamente alle singole tappe o circostanze della vita, ma a un incontro personale con l’amore di Dio, «sorgente dell’evangelizzazione» (n. 8).

2. La gioia di annunciare insieme Cristo

Nell’EG, la “gioia” è presentata, infatti, come un “segno” distintivo dei credenti che vivono e annunciano il Vangelo insieme. Il contrario della gioia è per il Papa la «tristezza individualista» (EG, n. 2)! «Noi cristiani ‒ egli scrive ‒ insistiamo nella proposta di riconoscere l’altro, di sanare le ferite, di costruire ponti, stringere relazioni e aiutarci “a portare i pesi gli uni degli altri”».

La gioia di cui si parla nell’EG segue «la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre». Certamente una delle parole-chiave di questo Pontificato è “uscire” e la metafora che il Papa sembra preferire per esprimere la “dinamica” di questo “esodo” è quella del “seme”, che sfugge alle nostre previsioni e rompe gli schemi.

 È facile ritrovarla nelle tante brevi e sapienti omelie a S. Marta o in altri discorsi come quello alla Veglia di preghiera con i giovani in occasione della XXVIII Giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro (27 luglio 2013):

Quando accettiamo la Parola di Dio ‒ disse Francesco ai milioni di giovani convenuti sul Lungomare di Copacabana ‒ allora siamo il Campo della Fede! Per favore, lasciate che Cristo e la sua Parola entrino nella vostra vita, lasciate entrare la semente della Parola di Dio, lasciate che germogli, lasciate che cresca. Dio fa tutto, ma voi lasciatelo agire, lasciate che Lui lavori in questa crescita! … Libera un pezzetto, un piccolo pezzo di terra buona, e lascia che cada lì e vedrai come germoglierà. Io so che voi volete essere terreno buono, cristiani veramente, non cristiani part-time; non cristiani “inamidati”, con la puzza al naso, così da sembrare cristiani e, sotto sotto, non fare nulla; non cristiani di facciata, questi cristiani che sono “puro aspetto”, ma cristiani autentici.

Il Regno di Dio viene così annunciato come una “irradiazione” della vita della Parola predicata, vissuta e testimoniata comunitariamente; come il naturale “fiorire” del seme che diviene pianta, secondo il motto per cui il «bene tende sempre a comunicarsi», «il bene tende sempre a ritornare a sbocciare e a diffondersi».

3. La parabola del seminatore

La parabola del seminatore (cf. Mt 13, 3-9; 18-23 // Lc 8, 5-15) può considerarsi quindi l’icona biblica entro la quale comprendere la spinta evangelizzatrice impressa dalla EG. In essa, come sapppiamo, si espongono quattro tipi di “terreno”, ovvero quattro tipi di “risposta” alla Parola ascoltata:

1) la strada, sulla quale dal Maligno viene facilmente rubato il seme della Parola;

2) il terreno sassoso che esprime l’incostanza di fronte alle prove;

3) i rovi, simbolo delle preoccupazioni e seduzioni del mondo che soffocano il seme;

4) il terreno buono, simbolo di colui che ascolta la Parola, la comprende e porta frutti di opere buone.

Evidentemente i quattro tipi di “terreno” pongono non solo interrogativi alla coscienza personale di ciascun cristiano quando si apre all’ascolto della Parola, bensì sono anche un richiamo a porsi in ascolto dello Spirito e a «riconoscere comunitariamente i segni dei tempi» (EG, n. 14) affinché l’annuncio del Vangelo sappia superare gli ostacoli, le tentazioni che possono colpire gli “operatori pastorali”, ovvero l’intero popolo di Dio: dal Papa sino all’ultimo dei fedeli. Quali sono, dunque, le “sfide” che il contesto dell’attuale cultura globalizzata ci pone innanzi?

Secondo Papa Francesco sono almeno sette e le esprime in una formula che ben richiama l’immagine della parabola del seminatore quando parla del “seme rubato”.

  • Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario! (n. 80)
  • Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione! (n. 83)
  • Non lasciamoci rubare la speranza! (n. 86)
  • Non lasciamoci rubare la comunità! (n. 92)
  • Non lasciamoci rubare il Vangelo! (n. 97)
  • Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno! (n. 101)
  • Non lasciamoci rubare la forza missionaria! (n. 109)

Cerchiamo di analizzarle brevemente insieme.

3.1. Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!

Secondo Papa Francesco, il “terreno” su cui viene rubato l’entusiasmo missionario soffre di tre mali che si alimentano l’uno con l’altro: l’individualismo, la crisi d’identità e un calo del fervore.

3.2. Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!

Qui il Papa mette in guardia dall’accidia pastorale, ovvero dalla «costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore».

I motivi per cui il “terreno” del cuore non genera la gioia che proviene dall’evangelizzazione sono molteplici. Sono legati per lo più a progetti irrealizzabili, dovuti alla vanità, che fanno perdere la tranquillità interiore; oppure dall’aver perso «il contatto reale con la gente, in una spersonalizzazione della pastorale che porta a prestare maggiore attenzione all’organizzazione che alle persone, così che li entusiasma più la “tabella di marcia” che la marcia stessa» (n. 82); altri invece non sanno aspettare, ma vogliono dominare il ritmo della vita. «L’ansia odierna di arrivare a risultati immediati ‒ conclude il Papa ‒ fa sì che gli operatori pastorali non tollerino facilmente il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce» (n. 82).

Il rimedio che il Papa indica per riprovare fino in fondo il gusto della missione non è primariamente la riduzione delle attività pastorali, quanto piuttosto vivere «una spiritualità che permei l’azione e la renda desiderabile» (EG, n. 82).

3.3. Non lasciamoci rubare la speranza!

Un’altra tentazione che può impedire al “seme” della Parola di attecchire nel nostro cuore, è certamente «il senso della sconfitta che ci trasforma ‒ scrive il Papa ‒ in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura» (n. 85). Ciò sembra da ricondursi a un metodo pastorale incapace di scorgere “i segni dei tempi” sull’esempio di Giovanni XXIII. Il Papa invita ad avere uno sguardo di fede che sappia riconoscere la luce nell’oscurità, una strada nel deserto, la vittoria dalla croce.

Di fronte alla “desertificazione spirituale” in corso in tanti Paesi, i cristiani sono dunque chiamati a diventare «persone-anfore» ‒ come le chiama Papa Francesco ‒, portatrici di acqua per coloro che gliene chiedono lungo il cammino. «A volte l’anfora si trasforma in una pesante croce, ‒ aggiunge con realismo il Papa ‒  ma è proprio sulla Croce dove, trafitto, il Signore si è consegnato a noi come fonte di acqua viva»! (n. 86).

3.4. Non lasciamoci rubare la comunità!

In questo cammino attraverso il deserto spirituale dei nostri giorni ma circondati da una rete e da innumerevoli strumenti di comunicazione, il Papa invita a vivere «la “mistica” del vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (n. 87). Una persona che fugge da una relazione personale e impegnata con Dio che è al contempo impegno con e per gli altri (cf. n. 91), impedisce al “seme” della Parola di penetrare in profondità. L’unione con Dio cresce, infatti, proporzionalmente con l’amore al prossimo in cui si è riconosciuto il volto di Gesù.

3.5. Non lasciamoci rubare il Vangelo!

Un altro atteggiamento che impedisce alla Parola di fare breccia nei cuori è quella che Papa Francesco chiama «mondanità spirituale».

In cosa consiste questa mondanità spirituale?

Così la presenta il Papa: «La mondanità spirituale (…) consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale» (n. 93). Si direbbe che così facendo il motto «Ad majorem Dei gloriam!» venga così rovesciato: sotto drappeggi spirituali o pastorali, il fine di ogni azione non è più Dio, ma la propria vanagloria («ad majorem meam gloriam»)! Simpatica è l’immagine usata dal Papa per descrivere quanti si dilettano nell’elaborare maestosi piani pastorali senza lasciarsi coinvolgere in alcuna esperienza sul campo.

[Sono] coloro ‒ così li descrive il Papa ‒ che si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere. Quante volte sogniamo piani apostolici espansionisti, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti! (n. 96)

3.6. Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!

Secondo il Papa la mondanità spirituale all’interno delle Comunità cristiane, provoca contese perché ciascuno finisce col ricercare solo il proprio tornaconto personale.

«Ai cristiani di tutte le comunità del mondo ‒ esorta quindi il Papa ‒ desidero chiedere specialmente una testimonianza di comunione fraterna che diventi attraente e luminosa. (…) Se vedono la testimonianza di comunità autenticamente fraterne e riconciliate, questa è sempre una luce che attrae» (n. 99-100). È l’invito rivolto a tutti i cristiani che si trovano riuniti insieme in un’associazione, in una famiglia, in una parrocchia,… a vivere l’amore reciproco, a costruire la Chiesa-comunione, capace da sé di attrarre con la sua semplice testimonianza. Gli impedimenti a una tale comunione fraterna sono per il Papa l’«odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una implacabile caccia alle streghe». E conclude con una provocazione: «Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?».

3.7. Non lasciamoci rubare la forza missionaria!

Al termine del II capitolo, il Papa invita tutta la Chiesa a completare e ad arricchire questa sua analisi della realtà attuale nata dal tentativo di scorgere in essa “i segni dei tempi”. Per fare ciò, tuttavia, ogni Comunità cristiana è tenuta a coinvolgere i laici (cf. n. 102), le donne in particolare (cf. nn. 103-104), i giovani, gli anziani lì dove si prendono decisioni importanti, nei diversi ambiti della Chiesa. Un esempio è rappresentato secondo il Papa dalla «proliferazione e la crescita di associazioni e movimenti prevalentemente giovanili [che] si possono interpretare come un’azione dello Spirito che apre strade nuove in sintonia con le loro aspettative e con la ricerca di spiritualità profonda e di un senso di appartenenza più concreto» (n. 105).

È in questi contesti di comunione fraterna che il Papa ravvisa quel fervore apostolico contagioso che entusiasma e suscita attrattiva verso vocazioni di speciale consacrazione. «Persino in parrocchie dove i sacerdoti non sono molto impegnati e gioiosi, ‒ segnala il Papa ‒ è la vita fraterna e fervorosa della comunità che risveglia il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione» (n.107).

4. Conclusione

In conclusione, possiamo affermare che Papa Francesco ci indichi più un metodo per mettere in moto l’evangelizzazione, piuttosto che offrire risposte generali. Secondo quanto egli afferma: «Affinché questo impulso missionario sia sempre più intenso, generoso e fecondo, esorto… ciascuna Chiesa particolare a entrare in un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma» (n. 30).

L’impulso missionario si muove dunque secondo questi tre momenti fondamentali:

1) discernimento: alla luce della Parola del Vangelo scrutare i segni dei tempi nel “terreno” della nostra storia personale e collettiva («cosa vuole dirmi/dirci Dio con quanto sta accadendo?»).

2) purificazione: accogliere il “seme” della Parola capace di “rompere gli schemi” irrigiditi nel “terreno” del cuore  e della mente («preparare il terreno con l’amore al prossimo e vicendevole»)

3) riforma: lasciare che la “novità” del Vangelo vissuto “fiorisca” sull’albero secolare della Chiesa («mettersi in ascolto dello Spirito che continua a soffiare profeticamente nei Carismi: dai più semplici a quelli straordinari»)

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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