Le virtù degli sposi (I parte)

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Il dono del matrimonio  comporta anche una responsabilità nostra: ogni grazia diventa un compito per la nostra libertà.

Il Signore dona agli sposi di partecipare al suo stesso amore: gli sposi possono, e quindi devono amarsi come il Signore ha amato. Il Signore dona agli sposi di divenire cooperatori del suo amore creatore nel dono della vita: gli sposi possono, e quindi devono donare generosamente la vita.
Ma per corrispondere al dono del Signore, sono necessarie negli sposi delle forze spirituali che li rendano capaci di compiere tutto ciò che la chiamata del Signore dona loro. Queste forze spirituali sono le virtù proprie degli sposi; le chiameremo le virtù coniugali. Quali sono? come si acquistano? Ecco: in questa catechesi cercherò di rispondere a queste domande.

1. L’AMORE CONIUGALE

La prima virtù è l’amore, l’amore coniugale: l’amore profondo che deve regnare fra gli sposi. Ho detto “regnare” di proposito. La vita coniugale, i rapporti di ogni genere fra gli sposi devono essere sempre governati, dominati dall’amore: non da altro. Ma qui entriamo subito in quella che forse è la nostra più grande tragedia: non sappiamo più che cosa significa amore, al punto che nel nostro linguaggio questa parola ormai significa tutto ed il contrario di tutto. È vero o non è vero, per fare solo un esempio della confusione in cui siamo caduti, che spesso si chiama “amore” anche il tradimento?

Abbiamo dunque bisogno di veder chiaro nella verità dell’amore: è il nostro bisogno più grande. Chi non sa che cosa è l’amore, non sa semplicemente che cosa è la vita.
Abbiamo due libri in cui possiamo giungere a questa conoscenza: la S. Scrittura ed il nostro cuore. In ambedue sta scritta la verità dell’amore e l’uno aiuta l’altro. Proviamo a leggerli brevemente, assieme.
Nella sua prima lettera, S. Giovanni scrive: “In questo sta l’amore, non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi” (1Gv. 4, 10). Perché nell’amore di Dio scopriamo la verità intera dell’amore? perché scopriamo la gratuità.

Ecco, vorrei che rifletteste profondamente su questo concetto: è la porta d’ingresso nel mistero dell’amore. La gratuità è l’amore che si dona, semplicemente perché trova gioia nel donare.

La gratuità è l’amore che si dona non in previsione di un beneficio che può venire dalla persona umana. Semplicemente dona perché vede che donarsi è bene, che donarsi è bello.

La gratuità è l’essenza stessa, la definizione stessa dell’amore. Ora, la persona umana non è capace, di solito, di una gratuità assoluta. Essa non poteva sapere fino in fondo che cosa era l’amore, poiché solo Dio è capace di gratuità.

Per questo che solo quando Egli in Gesù ha svelato il suo modo di amare, l’uomo ha potuto capire che cosa è l’amore: è il puro, gratuito dono.
Chiudiamo per il momento il libro della S. Scrittura ed apriamo l’altro libro, il nostro cuore: che cosa vi leggiamo? A prima vista, vi leggiamo tutto il contrario. Quando un uomo e una donna cominciano ad amarsi, non sentono una profonda attrazione reciproca? Ora questa reciproca attrazione nasce dal bisogno dell’altro: stare coll’altro, parlare con l’altro… Un bisogno che nasce dal desiderio della propria incompletezza, la quale trova compimento nell’altro. Sembra proprio un’esperienza esattamente contraria alla gratuità: cerco l’altro perché ne ho bisogno; voglio l’altro per la pienezza della mia esistenza.
Non possiamo certo negare tutto questo

Ma il nostro cuore, se lo ascoltiamo attentamente, ci dice anche qualcosa d’altro, più profondo. Esso ci avverte che l’altra persona è qualcuno, non qualcosa. Non può essere usato: può essere venerato nella sua preziosissima dignità. Ecco: può essere solo amato.

È vero o non è vero che quando una donna si sente come usata, essa dice; ma questo non è più amore! Il nostro cuore porta inscritto in se stesso l’invocazione di un amore vero, di un amore puro, cioè gratuito, cioè che sia puro dono della propria persona all’altro. La lettura congiunta dei due libri, la S. Scrittura ed il nostro cuore, ci ha portato a questa scoperta: l’amore coniugale è il dono reciproco, ma esso può essere insidiato da una logica di possesso. Fermiamoci un poco a meditare su questa scoperta.
Da sempre, la particolare relazione che l’amore coniugale costituisce fra l’uomo e la donna si esprime nelle parole “mio… mia”. Per esempio, nel più bel canto di amore che l’umanità possegga, il Cantico dei Cantici, questi pronomi ricorrono continuamente. Ebbene, essi possono voler dire due cose. Possono voler dire un rapporto di possesso: tu sei l’oggetto del mio possesso, ciò che mi appartiene. Dal possesso l’ulteriore passo va verso il godimento: l’oggetto che posseggo acquista per me un certo significato in quanto ne dispongo e me ne servo, lo uso.

Possesso-uso-godimento: ecco il primo significato di “mio… mia”.

Ma ne esiste un altro. Quelle parole esprimono la reciprocità del dono, esprimono l’equilibrio del dono in cui precisamente si instaura la comunione personale: “Mio… mia” perché tu ti sei donato/a ed io mi sono donato. Non c’è nessuna appartenenza nel senso della proprietà o dominio: c’è solo l’essere l’uno dell’altro nel dono di sé.
Dunque: l’amore coniugale è il reciproco dono degli sposi. In questa reciproca auto-donazione è contenuto il riconoscimento della dignità personale dell’altro e della sua irripetibile unicità: ciascuno di loro è stato voluto da Dio per se stesso. E ciascuno fa di sé dono all’altro, con atto consapevole e libero.
È facile ora capire come questo amore possa crescere e conservarsi solo a determinate condizioni.

 Quali sono? vorrei indicarvi le principali.

La prima e la più importante è l’umiltà: essa è veramente la sorella gemella dell’amore. Voi sapete che il quarto evangelista non racconta l’istituzione dell’Eucarestia nell’ultima cena: scrivendo dopo gli altri, egli sa che i cristiani la conoscono bene.
Al suo posto, egli inserisce una delle pagine più incredibili e sconvolgenti di tutta la S. Scrittura: Gesù lava i piedi ai suoi apostoli. La cosa è talmente assurda che Pietro, nel suo buon senso gli dice: “Tu non mi laverai mai i piedi, in eterno”.
Come a dire: “Ho accettato tutto e sono disposto ad accettare tutto. Tu sei stato nella mia casa, nella mia barca, tu mi hai scelto. Ma, lavare i piedi, è troppo”. Proviamo ora a chiederci: questo gesto di Gesù è stato un atto di amore o di umiltà? impossibile rispondere. È stato un atto di supremo amore perché fu un atto di incredibile umiltà; è stato un atto della più profonda umiltà perché fu un atto di illimitato amore.
Provate ora, allo stesso modo, a ripercorrere colla vostra mente quanto abbiamo detto poc’anzi sull’amore coniugale. Vedrete che tutto può essere capito e riespresso in termini di umiltà.
Chi vuole possedere ed usare l’altro? colui che si ritiene superiore all’altro, nel suo orgoglio. Mentre il vero amore, il dono di sé all’altro, è il più grande atto di umiltà: tu sei così grande, così prezioso che meriti non meno che io ti doni me stesso/a. Ecco, vedete: l’amore coniugale è la più grande umiltà. Senza l’umiltà, l’amore muore.
“Non bisogna dare ascolto alla voce che grida dentro: perché devo essere sempre io a cedere, a umiliarmi? Cedere non è perdere, ma vincere; vincere il vero nemico dell’amore che è il nostro orgoglio”.

Quanti matrimoni sono falliti per mancanza di umiltà! essa avrebbe impedito che i piccoli muri di incomprensione e di risentimento divenissero vere barriere, ormai impossibili ad abbattersi.

La seconda condizione, perché l’amore coniugale si conservi e cresca è la misericordia, la capacità del perdono. Vorrei richiamare, in primo luogo, la vostra attenzione su una verità della nostra fede. Il Signore ha condizionato il suo perdono al perdono che noi concediamo al nostro prossimo. Forse non riflettiamo abbastanza su tutto questo. Egli poteva mettere molte altre condizioni: ne ha messa una sola. Egli arriva fino a dire che Egli userà con noi la stessa misura che noi useremo col nostro prossimo. Un monaco vissuto nel IV-V secolo racconta che molti cristiani del suo tempo erano talmente impauriti da questo pensiero che quando recitavano il Padre nostro, non recitavano le parole: …come noi le rimettiamo ai nostri debitori. Noi stessi siamo responsabili del giudizio che un giorno verrà pronunciato su di noi.
Tutto questo è vero per ogni rapporto umano, ma vale in un modo davvero singolare fra gli sposi. Per quale ragione? per una ragione molto semplice: perché singolare è l’amore che regna fra loro. Come si può dire di amare una persona se non si è capace di perdonarla? Infatti, poiché si tratta di una persona umana, o prima o poi essa sbaglia. Sbagliare, infatti, è una proprietà della nostra natura umana. Ed allora che fare di fronte alla persona amata che sbaglia? Il vero amore non ha dubbi: perdonarla e dimenticare. Quanti matrimoni sono stati distrutti dalla mancanza del perdono! un perdono rifiutato persino quando era stato umilmente richiesto.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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