Chiesa dei Santi Nazaro e Celso

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Chiesa dei Santi Nazaro e Celso
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Immersa nel verde della pianura, tra campi coltivati e rigogliosi filari di alberi, a pochi passi dall’abitato di Leno lungo la strada che conduce a Calvisano, sorge la chiesa campestre dedicata ai Santi Nazzaro e Celso, fra i primi martiri cristiani uccisi a Milano dall’imperatore Nerone.
Per secoli, la chiesetta ha rappresentato
 il punto di riferimento per tutti gli abitanti della Località Pluda. In un passato non troppo lontano questo era un luogo vivo; dietro la chiesetta c’era la casa del cappellano-eremita, fornita di un piccolo orto e di una stalla; un grande viale alberato collegava la chiesa con la via che da Leno porta a Calvisano, da dove arrivavano festosi i tanti bambini che frequentavano la vicina scuola elementare e che la domenica si riunivano per il catechismo. Dallo stesso viale giungevano le spose, che fino agli anni ’60 sceglievano questa piccola e riservata chiesetta per la celebrazione del loro matrimonio. Tante sono le storie e i ricordi legati a questa chiesa, un autentico tesoro disperso nelle nostre campagne.

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La storia della chiesa dei Ss. Nazaro e Celso e del sito su cui sorge risale a molto lontano. Tra il 2007 e il 2009 la Fondazione Dominato Leonense e Cassa Padana hanno condotto due campagne di scavo, coordinate dalla Soprintendenza per i Beni Archeologi della Lombardia, che hanno portato alla luce i resti di una grande villa romana rustica, di età compresa fra I sec. d.C. e il IV sec. d.C. Già nel 1984 le numerose ricognizioni di superficie effettuate dal Gruppo Storico Archeologico di Manerbio avevano documentato la presenza di tessere di mosaico, frammenti di ceramica e monete riconducibili all’epoca romana.
Lo scavo ha rivelato la presenza di due fasi di vita della villa, della prima è rimasto ben poco, ovvero un muro di notevoli dimensioni che si ritiene dovesse fungere da delimitazione rispetto ad un’area con caratteristiche o destinazioni diverse e una struttura articolata intorno ad un foro centrale, identificata a vario titolo come probabile testimonianza delle attività artigianali che venivano svolte nell’azienda. Della seconda fase. invece, sono visibili tre ambienti di dimensioni diverse, mentre ad est del muro che delimita uno di essi, privo di aperture, sono state riconosciute le tracce di alcuni pilastri, che hanno fatto pensare alla presenza di un porticato.

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Due dei tre ambienti hanno restituito tracce di pavimentazioni, delle quali la più significativa è senza dubbio quella composta da tavelloni di cotto conservatisi per una porzione discretamente ampia nell’angolo sud-ovest dell’area. Le caratteristiche di quest’ultima, così come il cocciopesto presente nell’ambiente contiguo, lasciano pensare che gli spazi indagati fossero per lo più destinati allo svolgimento delle attività artigianali.

Il sito è stato frequentato anche durante i difficili anni di transizione tra l’Età Romana e l’Alto-medioevo; sono emerse testimonianze che lasciano infatti pensare alla costruzione di alcune capanne in legno immediatamente al di sopra di strati di macerie dovuti ad un periodo di breve abbandono della villa.
La presenza di alcune buche, sparse su tutta la superficie, che erano servite per l’alloggiamento dei pali di legno, e di due focolari, dei quali uno ben strutturato e l’altro con una sottile preparazione in ciottoletti, lasciano presupporre che i tre ambienti siano stati defunzionalizzati e frammentati per poterne ricavare spazi più piccoli.

Risale al V sec. la costruzione di una prima chiesa, di dimensioni poco inferiori a quella attuale e con il medesimo orientamento est/ovest. Di diverso orientamento rispetto agli ambienti della villa rustica chiunque avesse costruito tale struttura ne aveva intenzionalmente deciso l’orientamento. Di pertinenza all’edificio sono state rinvenute due piccole strutture interpretabili come arredi liturgici fissi, una fondazione appena visibile lungo il lato est a forma semicircolare (catino absidale) e una sepoltura alla cappuccina in cassa di laterizi, posta all’esterno, lungo il muro perimetrale ovest.

Anche se potrebbe apparire strano, la fase successiva alla costruzione della prima chiesa – tra il VII e VIII sec. – è costituita dall’edificazione di altre abitazioni. Ad un certo punto è possibile che ne sia venuta meno la memoria e che al di sopra di essa siano stati costruiti altri due edifici. Sono stati riconosciuti due edifici, entrambi con fondazione in muratura e alzati presumibilmente in legno, legati stratigraficamente a numerose buche per il sostegno dei pali che costituivano il completamento degli ambienti stessi. Essi hanno sicuramente cronologie diverse dal momento che uno si sovrappone all’altro.
In seguito a questa fase di capanne troviamo la costruzione di una nuova chiesa, la seconda in ordine cronologico, della quale è stato portato alla luce il muro dell’abside. L’edificio presentava le stesse dimensioni laterali e la stessa lunghezza della chiesa attuale, eretta solo pochi decenni più tardi nell’XI sec. Del cantiere per la costruzione della chiesa sono state documentate quattro vasche per la lavorazione della calce viva, probabilmente utilizzata per la realizzazione del pavimento; infatti, lacerti in malta di calce, ben livellati e rasati, affiorano in modo disomogeneo su tutta l’area occupata dalla seconda chiesa.

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Della struttura della chiesa nel suo complesso non restano, purtroppo, altre evidenze da annotare, tranne la presenza di un piccolo altare laterale in muratura, visibile lungo il tratto di muro che si diparte dell’emiciclo absidale verso nord. Esso, costruito contemporaneamente all’edificio, è da annoverare fra gli arredi liturgici fissi che completavano l’allestimento delle chiese del periodo.

La terza chiesa, l’attuale, databile tra la fine dell’altomedioevo e l’inizio dell’età romanica, presenta sull’esterno buona parte della muratura originale (caratterizzata dalla disposizione a spina-pesce) seppur con i segni di innumerevoli trasformazioni successive. I particolari più evidenti sono: il portale tardo cinquecentesco di gradevole impianto, le specchiature decorative lungo tutto il perimetro e, infine, lungo il lato sud, una monofora tamponata di piccole dimensioni.

L’interno si presenta ad aula unica con due gradini di accesso alla zona presbiteriale sopraelevata, a creare una divisione fra lo spazio occupato dai fedeli e quello preposto al clero officiante. I muri perimetrali sono mossi da lesene aggiunte in tempi moderni. Dell’abitazione del curato, una struttura contigua alla chiesa e ormai completamente crollata, rimane la fondazione. Essa è stata costruita, infatti, in mattoni e ciottoli posti di piatto, di taglio e a spina-pesce, come la parte più antica della muratura dell’edificio sacro.

Della storia dell’attuale chiesa le notizie che ci sono pervenute nel corso dei secoli sono poche e frammentarie.

Il più antico documento certo che testimonia la presenza della chiesa dei Santi Nazzaro e Celso si trova nel volume “Dell’antichissima Badia di Leno” di Francesco Zaccaria, edito a Venezia nel 1767. Il documento risale al 1194 e menziona il diacono, chierico della parrocchiale di San Pietro, che dice di aver visto l’abate di Leno celebrarvi la Messa. Tuttavia, alcuni studiosi che hanno preso in esame la storia e le caratteristiche di questa chiesetta, affermano che risalga al periodo pre-longobardo.

Si possono avere altre informazioni relative alla cappella grazie alle relazioni che periodicamente venivano compilate dai parroci dopo le visite apostoliche. Sappiamo, ad esempio, che la chiesetta era funzionante nel 1580, visto che in seguito all’ispezione fatta dal Vescovo San Carlo vennero dati al parroco di Leno ordini che prevedevano modifiche di carattere esteriore: “Il piccolo altare sia portato alla sua forma, si portino fuori da questo oratorio le cose profane. Gli alberi vicino alla parete siano tagliati entro tre giorni. La cappella maggiore sia cinta di una cancellata e nel frattempo non si celebri in essa.”

L’oratorio continua la sua attività anche nei sec. XVII e XVIII grazie alla presenza di eremiti: i documentai pastorali evidenziano la rilevanza della struttura come luogo di culto, di ritrovo e di aiuto degli ammalati. Per capire la reale importanza della cappella è sufficiente pensare che, spesse volte, era beneficiaria di lasciti. Fra questi il più cospicuo fu fatto dal signor Alboino Albini che in atti del notaio Camillo Rosta del 10 maggio 1654 lasciò in eredità alla chiesetta del denaro che sarebbe servito “per celebrare della messa festiva a comodo degli abitanti della contrada”.

Sappiamo infatti che al cappellano spettavano “L. 2; inoltre 10 picc. per ogni messa dei giorni festivi, oltre le poche messe che si fanno celebrare nel rispettivo giorno di solennità di dette due chiese”.

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Nel 1663 viene controllata nuovamente da Giovanni Zorzi, Vescovo in carica nel periodo, il quale prescrive ai parroci “di fare una nuova icona con l’immagine del Santo”. Importante per la comunità nei secoli trascorsi è stata anche la celebrazione dei Santi Nazzaro e Celso: menzione di tale festa si ha, ad esempio, nella relazione da parte di Monsignor Carlo Domenico Ferroni fatta il 25 settembre 1841, quando viene nuovamente controllata la chiesetta ed in seguito date disposizioni per il miglioramento della struttura. “Fu infatti suggerito di fornire l’altare di una nuova croce e di nuove secrete; si prescrisse inoltre di riparare i serramenti in cattivo stato.”

Nel 1800 la chiesetta campestre si presentava così: “lunghezza 15 m, larga 8,70 m, alta a monte e a mezzodì 5,60 m, alla colma 6,60m; col pavimento in cotto. L’apertura di ingresso a sera con sopra una finestra rotonda del diametro di 80 cm, la torre è alta 9,60 m, e larga 1,10 m appoggiata alla chiesa con una campanella di bronzo di pesi 7”.

Sempre appartenuta alla municipalità e messa a disposizione dei fedeli, nel 1880 durante il consiglio comunicale del 28 settembre viene deliberata la vendita della cappella in via assoluta con l’attigua casa del custode e l’orto.

Esaminata la relazione di stima redatta dall’ing. Pietro Dander, il comune viene autorizzato ad accettare l’offerta di 1390 lire fatta dai signori Crosti e Borsa, per l’acquisto della chiesa tramite asta pubblica. Il motivo principale che portò la vendita dell’oratorio campestre fu l’assoluta mancanza di fondi per la sua ristrutturazione; gli acquirenti, titolari di un’omonima impresa edile, si impegnarono a rinnovare gli ambienti, mettendoli poi a disposizione dei fedeli una sola volta l’anno per la funzione in onore dei Santi Nazzaro e Celso.

La consuetudine, durata per secoli, di celebrare ogni domenica la Messa testimoniata da diversi documenti giunti fino ai nostri giorni (relazioni dei parroci datate 1663 e 1627), viene dunque interrotta con grande disagio dei contadini abitanti i dintorni.

Vengono, in conseguenza all’accordo stipulato, effettuati i lavori di riparazione che sono comunque solo parziali; per questo, dopo la benedizione dello stesso parroco dei locali restaurati, Don Luigi Olivares presenta nuove pratiche per ottenere un nuovo e più massiccio intervento.

La richiesta risulterà comunque inutile, visto che i proprietari della cappella agli inizi del 1900 si trasferiranno abbandonandola. Venne successivamente conservata perfettamente dalla famiglia Gatti fino agli anni sessanta. Dopo di che fu dimenticata da tutti.

In pochi si sono da allora interessati ottenendo purtroppo scarsi risultati; si è cercato di salvare i quadri, gli affreschi, le suppellettili senza successo. Alcuni incoscienti hanno poi rubato, defraudato, distrutto condannando sempre più la povera chiesetta alla decadenza.

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All’inizio degli anni ’90 circa 80 famiglie di Leno, soprattutto residenti in località Pluda, avevano preso a cuore le sorti della chiesetta, creando un gruppo che aveva l’obiettivo di rintracciare i legittimi proprietari ed avviare le operazioni di restauro. Per prima cosa c’era infatti un mistero da svelare: di chi è la chiesetta? Di sicuro, fino al secolo scorso era di proprietà del comune di Leno, che l’avrebbe venduta alla società Crosti e Borsa nel 1880. Poco o nulla si sapeva dei successivi passaggi, se non che la chiesetta era stata correttamente conservata dalla famiglia Gatti di Leno fino agli anni ’60, quando fu definitivamente abbandonata.
Il gruppo nel frattempo aveva interpellato la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, per concordare un progetto di recupero. La Soprintendenza, in una lettera datata 7 aprile 1994, confermava che “l’edificio documentato dal XII secolo come oratorio della grande abbazia altomedioevale di S. Benedetto, e l’area agricola immediatamente circostante, interessata da affioramenti di materiali che indicano la presenza nel sottosuolo di resti di una villa d’età romana, sono di sicuro interesse archeologico.” Stimolato da queste importanti dichiarazione, il geom. Carlo Pasini aveva steso gratuitamente un progetto di ristrutturazione, in attesa della firma dei proprietari che, nonostante estenuanti ricerche negli archivi notarili di Leno e di Brescia, non riuscirono a identificare. Il comitato aveva anche trovato i fondi necessari alla ristrutturazione, ma era comunque necessaria la presenza di un ente giuridico che si assumesse la responsabilità dell’operazione e al tempo non si riuscì ad individuare i proprietari.

Da settembre 2006 la Fondazione Dominato Leonense ha intrapreso una nuova ricerca orientata all’accertamento della proprietà dell’oratorio, identificando con certezza nella famiglia Gatti i legittimi proprietari. Le sorelle Gatti, molto legate a questo storico edificio e desiderose di vederlo splendere di nuovo, si sono dichiarate subito disponibili a fare una donazione. Anche per la Fondazione non sono mancate le problematiche: si è cercato di recuperare i documenti necessari per redigere l’atto di donazione. Solo a febbraio 2007 il notaio ha potuto fissare il giorno dell’atto tanto atteso: il 29 marzo 2007 la famiglia Gatti ha donato alla Fondazione l’oratorio dei Santi Nazzaro e Celso, una data storica perché ha posto fine all’abbandono in cui da anni versava questo importante luogo.

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Via fondazionedominatoleonense.it

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