L’abbazia di San Salvatore/San Benedetto di Leno: tra identità e storia

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La leggenda vuole che Desiderio, l’ultimo re longobardo, abbia deciso di fondare il monastero di San Salvatore di Leno, poi detto di San Benedetto, a seguito di un sogno premonitore e di un episodio che confermava il contenuto della visione onirica. Durante una sosta, nel corso di una faticosa battuta di caccia nella campagna e nei boschi di Leno, addormentatosi, il futuro re dei longobardi aveva sognato che i cavalieri che lo accompagnavano avevano catturato un serpente e glielo avevano avvolto intorno al capo in forma di corona, augurandogli un giorno di divenire re del suo popolo. In realtà, mentre dormiva, un serpente da un vicino ruscello gli si era avvolto intorno al collo sotto lo sguardo impietrito del suo scudiero. Poco dopo, senza arrecargli alcun danno, il serpente aveva sciolto le sue spire ed era sparito in una fessura del terreno. Si racconta che fu a seguito dello scampato pericolo e per corrispondere al messaggio premonitore dell’episodio, che Desiderio, divenuto re, decise di fondare il monastero di Leno.

in verità le fonti storiche ci dicono che, essendo improvvisamente morto il re Astolfo, dal quale il lenese Desiderio era stato nominato capo dell’esercito, con un’abile mossa egli era riuscito nel 757 a superare le divisioni tra i duchi più potenti, che aspiravano alla guida del regno, e a conquistare la corona. Aveva bisogno, quindi, di rafforzare il potere così conquistato.

Per raggiungere l’obiettivo e controllare al meglio il territorio del regno, egli ritenne di potersi servire dello strumento dei monasteri. Prese, allora, nel 758 la decisione di trasformare la chiesa, che già nel 753 con la moglie Ansa aveva fatto costruire a Brescia, nel monastero femminile di San Salvatore, che poi prenderà il titolo di Santa Giulia. Decise, inoltre, di rivolgersi all’abate di Montecassino per realizzare a Leno un monastero maschile, potente già fin dalla sua fondazione. In viaggio al sud per regolare i rapporti con i vertici dei ducati di Spoleto e Benevento, durante una sosta presso l’abbazia fondata da san Benedetto, il re longobardo ottenne dall’abate Ottato, che dodici monaci guidati da Ermoaldo raggiungessero Leno per realizzare il progetto. Partendo, oltre ad una copia della Regola, essi portarono con sé la reliquia del braccio del santo fondatore del monachesimo occidentale.

Desiderio, giunto poi a Roma sulla via del ritorno e incontrando, secondo la tradizione, il papa Paolo I, riuscì ad ottenere per il nuovo monastero anche le reliquie dei due martiri Vitale e Marziale.

Negli anni successivi con la moglie Ansa e il figlio Adelchi si prodigò per dotare i due monasteri di vasti possedimenti sparsi da nord a sud sull’intero territorio del regno, così da trasformali in efficaci strumenti per il controllo anche delle aree più distanti dalla capitale Pavia.

Potente, dunque, per le immense proprietà, ma soprattutto ricco di prestigio per le reliquie dei santi martiri romani e di san Benedetto, il monastero leonense divenne rapidamente una tra le più importanti abbazie d’Europa. Mettendo in pratica i principi ispiratori della regola benedettina, infatti, la nuova abbazia si trasformò presto in un potente strumento di sviluppo e di crescita dei territori sottoposti alla sua giurisdizione, ma anche, con Carlo Magno e con i successivi imperatori, un riferimento irrinunciabile per l’azione di governo dell’impero.

Col trascorrere del tempo l’attività dei monaci di Leno, ispirati dai principi dell’ora et labora, ha concorso a definire il profilo del paesaggio produttivo, culturale e spirituale dei territori e delle comunità collocate nelle dipendenze leonensi, lasciando, soprattutto a Leno e nel cuore della pianura Padana, tracce indelebili, che nel corso di più di mille anni ne hanno segnato il carattere degli abitanti e delineato una precisa identità.

Carattere e identità, che non sono venuti meno neppure con la crisi della comunità monastica, l’introduzione della commenda e la dispersione dell’immenso patrimonio del monastero, fino alla soppressione dell’abbazia stessa, decretata dal Senato della Serenissima Repubblica di Venezia nel 1783, con la successiva demolizione delle strutture monastiche ormai in rovina, operata con una radicale azione distruttiva che giunse a scavarne anche le fondamenta.

Ciononostante, la venerazione per i Santi della Badia e la memoria di san Benedetto, patrimonio identitario dei Lenesi, non sono mai venute meno. Non ne hanno interrotto il ricordo e la commemorazione le vicende della rivoluzione francese e dell’unificazione dell’Italia e neppure quelle tragiche del secolo scorso, che hanno devastato l’Europa; il cui santo patrono, per volontà di Paolo VI, si è stabilito che fosse proprio san Benedetto.

Il santo abate, che in tempi tragici, segnati dalla fine dell’impero romano e dalle violenze dei Longobardi, seppe dettare una regola per i suoi monaci e proporre a tutti una massima vincente che, coniugando preghiera e lavoro, si dimostrò capace di orientare il cuore disperato dei suoi contemporanei verso una nuova prospettiva di speranza.

Principi e modelli ispiratori, che, aggiornati, parlavano ancora con grande efficacia direttamente anche al cuore dei Lenesi, dilaniati nello spirito e nella carne all’indomani della seconda guerra mondiale.

Dovette, dunque, apparire giusta e condivisibile la proposta del parroco del tempo, don Battista Galli, di invocare con i Santi della Badia la figura del padre del monachesimo occidentale, per testimoniare il più autentico sentimento di ringraziamento a Dio per la fine della guerra.

La grande partecipazione dei Lenesi alla solenne cerimonia, che vide il momentaneo ritorno a Leno da Brescia dell’insigne reliquia del braccio di san Benedetto, fece scaturire la volontà di far rivivere in forma ancor più netta e percepibile il legame con la figura del santo abate e con il monastero che aveva fondato a Montecassino.

Nacque allora l’idea di rivolgere direttamente a Paolo VI, il papa bresciano ispirato nella sua azione da autentica spiritualità benedettina, la richiesta di attribuire alla chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo l’antico titolo di abbazia e al suo parroco, il titolo di abate con l’autorizzazione ad indossarne le tradizionali insegne.

La decisione di procedere fu presa nel 1958 in occasione dei solenni festeggiamenti, indetti per ricordare il XII centenario di fondazione del monastero di San Benedetto.

Alla domanda inoltrata a Roma, una prima risposta positiva si ebbe l’anno successivo con l’attribuzione al parroco di Leno del titolo onorifico di monsignore, prelato domestico di Sua Santità, concesso con una bolla pontificia consegnata il 13 febbraio di quell’anno nelle mani del parroco don Battista Galli dal vescovo di Brescia mons Giacinto Tredici.

Cresceva così l’attesa e il fervore dell’intera comunità, che nel 1961 fu chiamata a celebrare il secondo centenario della fondazione della chiesa parrocchiale e il 50° anniversario della sua consacrazione.

Nel frattempo era stata predisposta una più degna collocazione alle reliquie dei santi Vitale e Marziale, sistemate in una nuova urna durante una solenne celebrazione il 23 novembre 1963 nella ricorrenza della festa liturgica di santa Scolastica, sorella di san Benedetto.

Dopo quasi un decennio, il 10 giugno 1967 pervenne la risposta dalla Curia Romana. Con apposito Decreto della Congregazione concistoriale, a firma del card. Carlo Confalonieri, il sommo pontefice Paolo VI disponeva l’elevazione della “chiesa arcipretale parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo in Leno all’onore del titolo abbaziale”; stabiliva, inoltre, che “d’ora innanzi sia chiamata ‘chiesa arcipretale abbaziale dei Santi Pietro e Paolo’ e parimenti l’arciprete pro tempore sia in perpetuo insignito del titolo di ‘arciprete abate”. Gli concedeva, pertanto, la facoltà di celebrare i pontificali come protonotario apostolico sette volte l’anno nelle festività più solenni. Il papa motivava la sua decisione, richiamando la gloriosa storia del monastero e la provvidenziale opera svolta dalla comunità monastica a favore degli uomini delle terre soggette alla giurisdizione dell’abbazia. Accogliendo la richiesta inoltrata con il parere favorevole del vescovo di Brescia mons Luigi Morstabilini, formulava altresì l’auspicio che in tal modo si potessero mantenere vivi il ricordo del nome del monastero di San Benedetto di Leno e la memoria della preziosa opera svolta dai monaci.

La storia, che li aveva visti protagonisti per più di dieci secoli, restava tuttavia affidata esclusivamente al patrimonio di fonti, sparse in vari archivi d’Italia, solo parzialmente esplorate a metà del Settecento da Ludovico Luchi abate di San Faustino di Brescia prima, poi dallo storico dell’abbazia di Leno Francesco Antonio Zaccaria.

In occasione dei festeggiamenti, che seguirono alla notizia della concessione del provvedimento papale, il sindaco di Leno Angelo Regosa, nel richiamare l’esigenza che tali testimonianze fossero riscoperte, auspicò che se ne avviasse lo studio e la pubblicazione.

Salvo alcune sporadiche iniziative, si dovette attendere l’inizio del nuovo secolo per definire un programma organico di ricerca, individuazione e pubblicazione delle pergamene dell’Archivio abbaziale. In parallelo si avviò una campagna di scavi sul sito dell’abbazia, alla ricerca delle fonti archeologiche, che aggiunte a quelle documentarie avrebbero finalmente consentito di tentare di scrivere la storia del monastero voluto da re Desiderio.

Di tale impresa si è incaricata la Fondazione Dominato Leonense, con un progetto che dal 2000 ha impegnato archeologi, paleografi e storici, la cui opera, ancora in corso, ha consentito di produrre risultati scientifici di grande rilievo, portando alla luce una storia millenaria, la cui conoscenza consentirà da un lato di aggiornare con contributi innovativi il profilo della storia europea, dall’altro di accrescere ulteriormente la consapevolezza dei Lenesi di essere eredi di una storia straordinaria.

Angelo Baronio

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