La sessualità ed i suoi significati fondamentali

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a) Ma la sessualità è sempre buona? Non è ancora del tutto lontano il ricordo di donne, sposate nel sacramento, oggi nonne, che vivevano con un certo timore i rapporti sessuali con il proprio coniuge, come se fossero una sorta di peccato che restava impunito.

Più di una affermava che, il mattino dopo, «non riusciva a fare la comunione». Certamente questo atteggiamento dipendeva da una concezione diffusa della sessualità come qualcosa di sporco, ma è anche vero che la tradizione cristiana si è occupata della sessualità più in ordine alla castità e alla verginità consacrata che al sacramento del matrimonio. In relazione a quest’ultimo, la riflessione si è generalmente limitata alle questioni della procreazione e del retto uso dei rapporti sessuali, non senza una buona dose di diffidenza e di negatività .

Il matrimonio era presentato nella tradizione cristiana come rimedio, una sorta di male minore rispetto alla concupiscenza, cioè alle tensioni erotiche altrimenti disordinate. Con il “rimedio” del matrimonio si metteva una pezza ai “bisogni sessuali” visti in sé come non del tutto positivi. Poiché la nostra cultura sulla sessualità oggi è ben diversa da ieri, questo modo di intendere l’affermazione “rimedio della concupiscenza” ci urta.

La nostra cultura infatti, ci spinge a pensare che non solo la sessualità è bene, ma che nel matrimonio è qualcosa di intrinsecamente e sempre “buono”: stiamo cadendo nel pericolo opposto, come se nella sessualità non ci fossero mai “problemi”.

Eppure «la valenza dell’espressione “rimedio della concupiscenza” in realtà può esser assai più significativa e positiva», può anzi porre in questione un ingenuo ottimismo che chiude gli occhi di fronte a certi aspetti, a un certo esercizio egoistico e disordinato della sessualità.

Non è vero che ogni pulsione sessuale sia per sé sana e legittima, anche all’interno del matrimonio: resta sempre vero, anche se le coppie di oggi lo dimenticano spesso, che le conseguenze del peccato d’origine si fanno sentire anche nel campo sessuale. La “concupiscenza” è presente e, come dice il teologo Walter Kasper:

Concupiscenza significa la lacerazione interiore e la disintegrazione dell’uomo che sono state causate dal peccato, la sensualità in quanto è contraria all’orientamento generale della persona”.

Un partner, anche nel matrimonio, può portare i segni della separazione tra sesso e amore, può esercitare la sessualità in senso contrario alla dignità della persona, per fini egoistici e violenti.

 In questo senso (è solo un esempio limite!) una povera donna che si sentiva oppressa dalle continue e violente richieste sessuali del marito gli propose, per essere sollevata, di pagargli una prostituta!

I partner, anche all’interno del matrimonio, possono agire scollando il “fare sesso” dall’integrazione alla persona, dal rispetto per la sensibilità e le esigenze dell’altro, possono vivere la sessualità da sopraffattori.

b) La grazia sanante del sacramento. Ebbene, è proprio la sacramentalità del matrimonio che offre una grazia sanante alla sessualità nel suo esercizio disordinato. Grazie al sacramento, la sessualità può essere in qualche modo una “creazione nuova”. Ma tutto questo non è magico e non agisce per sé solo.

Ribadiamo: la grazia sacramentale del matrimonio è un dono offerto agli sposi che lo vogliano cogliere, che si mettano nella linea del senso ultimo della sessualità, quando risponde al disegno creativo e redentivo del Padre. È in questa linea che gli sposi si scambiano sesso e tenerezza, intimità buona e comunione dei corpi.

 Ben lo sanno gli sposi che, nella loro costante fiducia nel sacramento della coppia, alla lunga degli anni si ritrovano con una sessualità non logorata, non stanca, ma più piena e matura, più soddisfacente e più sicura. Qui le forze dell’agape (un termine greco che significa amore e che allude al banchetto comune, all’uso eucaristico dei primi cristiani, al loro concreto e vicendevole volersi bene) corroborano le forze dell’eros (un termine greco che pure significa amore e allude al dio greco dell’amore nella sua dimensione istintiva e sessuale).

È ancora un “sospetto” mai del tutto sopito sulla materialità della sessualità che ci fa dire che la continuità logora il rapporto sessuale: come se esercitare la sessualità per venti, trenta, quarant’anni, tra gli “stessi” due sposi sia una sorta di routine ormai senza novità. La grazia sanante del sacramento che non si incolla dal di fuori sui rapporti coniugali, ma li vivifica dal di dentro, apporta anche questa contestazione radicale alle “leggi” dell’usura, come se i corpi fossero qualcosa di materiale e meccanico! La piena umanità e la crescente tenerezza e dedizione degli sposi si pone nella linea mai scontata dell’alleanza sponsale di Cristo con la Chiesa.

e) Le contestazioni alla cultura dominante del sesso. Ne derivano alcune contestazioni di fondo alla cultura dominante del “fare sesso” come qualcosa di scisso dalla persona, come un piacere a sé stante, in cui la ricchezza dell’io non è coinvolta. La cultura dominante propone un sesso deresponsabilizzato («Se rimani incinta non ti conosco», diceva un ragazzo alla sua [?] ragazza; e così si sentiva perfino “onesto” perché l’aveva avvisata!).

 Emerge una “sessualità ludica”: l’esercizio “staccato” del piacere, come puro momentaneo consumo: un «esercizio della sessualità disimpegnato, depersonalizzato e alla fine disumano», in cui sembrano rifugiarsi i giovani (solo loro?) della cultura del “tutto e subito”.

Oggi anche dai laici viene in parte contestata questa concezione puramente erotica (la “verginità” non è più un disonore!), in vista dei disastri che tale cultura ha portato nella disintegrazione dei rapporti e nella solitudine sempre più impermeabile delle nuove generazioni.

La contestazione più radicale da parte cristiana sta però non in un “ritorno indietro”, come una sorta di pentitismo, ma come un “ritorno alle origini”, al senso ultimo della sessualità come parte del disegno creativo di Dio. Tale digiuno da una parte mette in scacco l’idea banale e riduttiva che due coniugi che “fanno bene sesso” siano a posto, e cioè che l’esercizio del sesso garantisca il matrimonio.

In altre parole, l’uso fisico della sessualità non garantisce la buona riuscita dell’unione. Dall’altra parte contesta anche un esercizio serioso, e soltanto legittimato dal “dovere”, della sessualità nel matrimonio: proprio il “gioco”, nel senso inventivo delle infinite modalità di ritrovarsi, lo scambio di tenerezze danno della sessualità un incontro “nuovo”, mai totalmente consumato.

L’esercizio pieno e non esclusivamente fisico-erotico della sessualità chiama in causa l’aspetto in qualche modo trascendente, che va oltre, dell’unione dei due. Amarsi per sempre, fedelmente e in modo sempre rinnovato, che nasce dalla comunione e conduce alla comunione, non collocato nei puri sforzi dei coniugi, è grazia.

d) Come ci si prepara al sacramento del matrimonio? 

La teologia non può delegare la riflessione su questo aspetto solo agli psicologi o ai sociologi; deve saper proclamare quanto ha imparato dalla rivelazione, annunciando il senso più alto della sessualità nel quadro del progetto creativo e storico-salvifico di Dio e del suo compimento in Cristo Gesù, mostrando come questo senso si connetta con il matrimonio cristiano e con i suoi doni, il vincolo permanente e la grazia del sacramento.

 Una seria e aperta “teologia della sessualità” darebbe più ossigeno e respiro ai fidanzati che una serie di più o meno terroristici “avvisi” dei pericoli e delle trappole della sessualità. Una coppia di fidanzati è molto più motivata e arricchita dagli orizzonti sconfinati del progetto di Dio nella sua sessualità che da una serie di divieti motivati moralisticamente, dietro cui passa, forse, il sospetto che la sessualità sia qualcosa di non del tutto legittimato.

Il no ai rapporti prematrimoniali è, perciò, un sì più profondo, che già da ora i fidanzati possono cominciare a scambiarsi. È un sì in atto, sia pure ancora a tentoni e insicuro, che li abilita al sì definitivo sponsale nel sacramento, del quale il gesto sessuale completo è parte integrante, proprio in forza della definitività.

«Il sì del mio corpo – dirà allora un coniuge all’altro – che è la parte tangibile di me, non può essere dato una volta e ritirato: è un sì per sempre». Ed è questa definitività, senza scorciatoie e senza sconti, che permette il crescere pieno del frutto-figlio.

C’è una “parola” che gli sposi si scambiano reciprocamente nel sacramento. È una parola che viene dalla loro libertà, dalla loro decisione di donarsi reciprocamente, eppure è una parola che, misteriosamente, essi non pronunciano da sé soli: «Io accolgo te come mia sposa…».

Proprio in questo aspetto misterioso consiste la novità di questa parola:

La novità del matrimonio tra due battezzati consiste nel fatto che quella stessa “parola” assume un significato nuovo, sacramentale: è una parola degli sposi che, in forza del loro battesimo, viene pronunciata in Cristo e nella Chiesa e diviene perciò, nella potenza dello spirito, una parola di Cristo e della Chiesa sugli sposi.

Ogni coppia, infatti, sa che quella parola non è detta una volta per tutte, ma va rinnovata e perfino attesa nel vivere concreto. A mio parere, ciò ha a che fare con l’esigenza del dialogo di coppia: esigenza che, però, oggi, da una parte, è attraversata da molte ambiguità che danno al dialogo il massimo dell’esaltazione, ma, dall’altra, rischiano di ridurre il dialogo a un monologo di uno dei due che vuole “istruire” l’altro.

Su questo fronte ci sarebbe molto da riflettere.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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