La sentenza di Liegi

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Il fine poteva essere buono, ma il mezzo scelto è iniquo, e nessuna buona intenzione lo può rendere giusto. I genitori non sono padroni della vita dei figli e perciò non possono disporne.
«Non sarebbe mai stata felice». Lo dice lei! Chi può giurare sulla felicità o l’infelicità dei figli?
Quanti nati deformi non sono affatto infelici, e quanti nati perfettamente normali sono dei veri infelici. Anzi, accade spesso che individui minorati hanno saputo farsi una ragione della loro infermità, superarla con le risorse morali e dare un valore alla propria vita; mentre individui ben dotati non sono riusciti a dare un valore alla propria esistenza e se ne sono disfatti come di un peso inutile. La cinquantatreenne Denise Legrix, minorata fisica dalla nascita come e più di Corinne, apprezza la sua vita e si dichiara felice; Marylin Monroe, «maggiorata fisica» per nascita e per cure, si dichiara infelice e si toglie la vita.

La felicità è uno stato dell’anima non del corpo. Anche chi è deforme ha un’anima e anche in quell’anima può annidarsi la gioia; anche quell’anima ha la sua missione da compiere e la sua strada da percorrere: nessuno ha il diritto di fermarla.

Tutto ciò quella sciagurata madre non l’ha pensato, forse non l’ha mai capito, e ha preferito dare il veleno a chi doveva dare il sostentamento. E’ una di quelle tante madri moderne che guardano alla propria creatura come a una bambola, come a un elemento decorativo della propria esistenza. Avendo prodotto, una decorazione malriuscita, Suzanne Vandeput ha creduto bene distruggerla. Probabilmente non era tanto la felicità della bimba che le premeva salvare quanto la propria. Mancato questo, veniva a mancare anche la ragione di lasciar vivere la creatura. Probabilmente dunque la radice di questo, infanticidio non fu tanto l’amore materno quanto l’orgoglio materno ferito.

Questo giuoco di impulsi e di istinti vogliamo credere si sia svolto non nel campo chiaro della piena consapevolezza, bensì in quello oscuro del subcosciente. Esso però è il frutto amaro di quella diffusa mentalità materialistica, che si assimila facilmente dall’ambiente moderno, e pur si cela dietro le dichiarazioni e l’etichetta di cristianesimo di moltissime signore e altrettanti signori Vandeput. Mentalità che guarda unicamente alla vita presente e dimentica la destinazione eterna; mentalità che apprezza esclusivamente i valori materiali e trascura quelli morali; mentalità che esalta le doti del fisico e non si cura di quelle dell’anima, e perciò aspira alla felicità fisica e non a quella spirituale. Ecco perché con tanta improntitudine si sentenzia sull’avvenire di un essere umano e con tanta superficialità si sopprime la vita.

Ma se è pensabile una tale deviazione in una persona privata, non è ammissibile in un Tribunale, in una Corte di Assise, che, come dicevamo, deve giudicare non in base a stati emozionali, non in vista di interessi particolari, non accodandosi all’opinione pubblica, ma in base alla giustizia, sulla linea di quei principi morali ormai acquisiti alla civiltà, per la tutela dei sacri diritti della persona umana; la violazione dei quali può evitare la condanna a un omicida pietoso, ma espone alla condanna a morte migliaia e migliaia di innocenti indifesi, rei soltanto di essere nati infermi. Chi potrà ora vietare in Belgio che altri neonati siano soppressi? Appena nove giorni dopo la sentenza di Liegi un altro bimbo minorato veniva per «pietà» trucidato da sua madre. Abbattuto l’argine della legge la mania dell’infanticidio invaderà. Chi strapperà alle mani materne omicide i figli minorati? Chi salverà questi poveri esseri incapaci di difendere il proprio diritto alla vita? Nessuno. Il Tribunale li ha abbandonati tutti in balia di una pietà senza pietà. La Corte ha assolto i colpevoli, ma ha condannato se stessa.

L’ossevatore

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Il Tribunale ha assolto gli imputati, ma chi assolverà il Tribunale? Se infatti si può comprendere lo stato d’animo, il grande turbamento, l’agitazione che hanno potuto far velo alla ragione e oscurare la coscienza dei genitori della piccola Corinne, non si può comprendere come un Tribunale che deve giudicare con serenità e obiettività, abbia potuto avallare col suo verdetto un vero e proprio infanticidio. I sentimenti, le intenzioni, le situazioni psicologiche degli imputati potevano influire sulla misura della pena, non mai sulla condanna del reato. Non potevano far divenire lecito ciò che oggettivamente è illecito, far divenire bene ciò che è intrinsecamente male. Sopprimere la vita di un innocente è delitto. La sentenza di Liegi è una paurosa involuzione del diritto, che in tal modo arretra di oltre venti secoli, ponendosi al livello delle civiltà pagane; è una degradazione del senso morale che si pone sulla stessa linea dei grandi delitti del razzismo. Se l’integrità fisica vale più della vita, allora Hitler aveva ragione, e ha sbagliato l’umanità a condannare e a combattere il razzismo. La logica è logica. Se invece la nostra coscienza si ribella di fronte agli errori perpetrati in nome dell’integrità della razza, deve ugualmente ribellarsi di fronte all’omicidio compiuto in nome dell’integrità fisica.
Si obietta che l’uccisione della bimba fu decisa per evitare l’infelicità. Al che rispondiamo che il fine non giustifica i mezzi.
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