La scomparsa degli adulti

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Si resta sempre più colpiti dall’appiattimento generazionale che vede ragazzi, giovani e adulti accomunati da una medesima dinamica: nel modo di vestire, parlare, comportarsi, ma soprattutto nelle relazioni e negli affetti essi rivelano spesso le medesime difficoltà, al punto che risulta difficile comprendere chi di essi sia veramente l’adulto.

A questa situazione di stallo e confusione si accompagna un’altrettanto grave crisi dell’autorità e della normatività che, come si vedrà, costituiscono un compito educativo irrinunciabile. Tale compito viene disatteso per molti motivi: perché coloro che dovrebbero attuare la norma, gli adulti, non ne hanno la forza, hanno paura di apparire impopolari o, non di rado, perché essi stessi non vi credono più, riscontrandovi soltanto una fonte di conflitto e difficoltà.

Un altro aspetto paradossale di questa incrementata potenzialità pianificatrice è che all’oculata selezione del nascituro corrisponde sempre meno quell’attenzione affettiva ed educativa indispensabile per educarlo, renderlo adulto e responsabile. Il figlio si trova invece soffocato dalle attenzioni di genitori che, dopo averlo preventivato da lungo tempo, vedono in lui la possibilità di realizzare le loro attese, spesso anche di riempire il loro vuoto e la loro incompiutezza. Il bambino rischia così di essere ben presto trattato come un mini adulto, soprattutto qualora venga cresciuto da un genitore single: in questo caso forte sarà la tendenza a riversare sul figlio attese e aspettative che invece dovrebbero essere rivolte al proprio partner, dando origine a quelle perverse diadi in cui il figlio o la figlia sono chiamati a diventare rispettivamente “vicemarito” o “vicemoglie” del proprio genitore, impedendosi di vivere la tappa infantile e di figliolanza della propria vita, due condizioni essenziali per la maturità psichica, cognitiva e affettiva. La “sindrome del figlio unico”, notata in altra occasione, sembra confermare questa inquietudine inconscia, il disagio di far fronte alla polarità desiderio/rifiuto dei genitori. Egli si trova così schiacciato dalle attese dei genitori, alla stregua di un giocattolo chiamato a compensare le carenze degli adulti. Tutto ciò contribuisce a rendere quel figlio incapace di diventare adulto, incapace soprattutto di sapere cosa veramente voglia dalla propria vita. Una volta diventati grandi, quel bambino, quella bambina ricercheranno infatti l’infanzia perduta che non hanno mai avuto, rifiutandosi di crescere.

LA SINDROME DI PETER PAN

Il rifiuto di crescere è un fenomeno in espansione anche dal punto di vista generazionale, tanto da occupare l’intero arco della vita dell’uomo. Questa situazione di “stallo interiore”, di impossibilità di passare alla fase adulta della vita, è stata recentemente ratificata anche come categoria psicologica, nota con il termine di Sindrome di Peter Pan, ad opera dello psicologo junghiano Dan Kiley. Egli si ispira al celebre romanzo di James Barrie Peter and Wendy, pubblicato nel 1911, anche se poi ha acquistato maggiore celebrità il titolo scelto per la rappresentazione teatrale, del 1904 (Peter Pan o il ragazzo che non volle mai crescere). La scelta del personaggio, protagonista del romanzo, è di per sé significativa. Peter era anche il nome del fratello di James, che morì quattordicenne in un incidente di pattinaggio, mentre Pan nella mitologia greca era il figlio di Ermes e della figlia di Driope, che lo rifiutò, abbandonandolo al suo destino. Come nella mitologia e nel romanzo di Barrie, anche nella sindrome di Peter Pan alla base della condizione instabile ed errabonda di questo personaggio si trova per lo più l’assenza di relazioni affettive importanti, in particolare con i genitori, visti come freddi e distanti o incapaci di autorevolezza. In tal modo, chi è affetto da questa sindrome ricerca la propria infanzia perduta, comportandosi come se il tempo si fosse fermato, assumendo per tutta la vita la volubilità psichica e affettiva propria dell’adolescenza, imprigionato “nell’abisso tra l’uomo che non si vuole diventare e il ragazzo che non si può continuare ad essere”. E, questo, anche se nel frattempo ci si è sposati e si è diventati genitori di figli con cui si finisce per entrare in concorrenza, imitandone atteggiamenti e modi di pensare. Come confessava una ragazza sconsolata: “Mio padre non fa altro che correre dietro alle mie amiche e poi chiede di potersi confidare con me”. A loro volta i figli, sentendosi messi sullo stesso piano dei genitori, si atteggiano ad adulti: in questo modo nessuno dei due vive più le responsabilità e le peculiarità della propria tappa di vita; come in un gioco perverso, esse vengono scambiate, rovesciando pericolosamente il significato della sconfitta edipica: “Se si guarda attentamente al contenuto della TV, vi si può trovare una documentazione abbastanza precisa non solo della nascita del bambino “reso adulto”, ma anche di quella dell’adulto “reso bambino”. Salvo rare eccezioni, gli adulti, alla televisione, non prendono seriamente il loro lavoro, non allevano bambini, non fanno politica, non praticano alcuna religione, non rappresentano alcuna tradizione, non hanno capacità di pensare al futuro o di formulare seriamente dei programmi, non sono capaci di parlare a lungo, e non sanno mai evitare atteggiamenti degni di un bambino di otto anni”. Nell’attuale società “liquida” la fase adulta rischia così di ridursi a un’espressione anagrafica, senza più compiti specifici che la caratterizzino e soprattutto la differenzino dalle fasi precedenti della vita, conferendole un’identità: essere adulti era sinonimo di essere maturi, appunto non più bambini, capaci di assumersi responsabilità. Queste caratteristiche appaiono sempre più rare, al punto che “non è eccessivo parlare di una liquidazione dell’età adulta. Siamo al cospetto di una disgregazione di ciò che significava maturità”.

LA SCOMPARSA DEL PADRE

La continua popolarità e attualità di Peter Pan non dice soltanto di un disagio nella crescita. Questo personaggio è anche una forma di protesta nei confronti della fuga degli educatori, di coloro che possano rendere bello, anche se difficile, il compito di diventare adulti, lasciandolo solo: “Se Peter Pan è il simbolo di un fenomeno che è cresciuto sempre più negli ultimi cento anni, cioè l’ostinata volontà di rimanere bambini, Peter Pan ci dice anche qualcosa di più inquietante: abbiamo perso i genitori come modelli, i punti di riferimento saldi, siamo stati abbandonati a noi stessi”.

IL COMPITO DI DIVENTARE ADULTI

Ma che cosa significa essere adulti? Significa anzitutto accettare di non essere più bambini, rinunciando ai valori e atteggiamenti dell’età precedente per assumerne di nuovi: la rinuncia è la condizione della crescita, come aveva intuito Scheler. Lasciare una fase: questo è quello che l’adulto odierno non sembra più capace di fare, anzitutto a livello immaginativo, rimpiangendo il bambino o l’adolescente che non è stato. Si tratta invece di accogliere quello che Freud chiamava il principio di realtà, che passa per una ferita, un’esperienza di impotenza e di mortalità che, paradossalmente, nel momento in cui vengono assunte, rafforzano l’essere umano. Questo era il significato dei “riti di passaggio” o di iniziazione, che nelle società di ogni epoca segnavano l’ingresso del giovane nell’età adulta, mediante cerimoniali condotti dagli adulti. I riti di iniziazione risultano fondamentali, perché hanno ad oggetto l’aggressività, la sofferenza e la morte, in altre parole l’essere umano nella sua verità e fragilità. Il rito poteva fare questo, perché ricordava la sacralità della vita e la sua relazione con Dio; questo era il significato del gesto di strappare il bambino dalle braccia della madre (che fino a quell’età era il punto di riferimento peculiare) per elevarlo al cielo, un gesto con cui egli riceve la conferma della propria identità: “Il significato di questo gesto è chiaro: si consacrano i neofiti al Dio celeste”. Questo compito è sempre stato peculiare del padre. Quando vengono disattesi, i riti di iniziazione non scompaioni, ma impazziscono, dando origine alle derive del branco. Le violenze delle baby gang, il bullismo maschile e femminile, gli stupri di gruppo, l’attrazione verso l’horror sono riti di iniziazione impazziti, richieste degenerate di prendere contatto con la dimensione della corporeità, della relazione, dell’aggressività, del pericolo, della morte, ma senza che vi sia più un adulto capace di accompagnarli. La scomparsa dell’adulto si traduce anche in una ridefinizione dei ruoli familiari: non sono più i figli a dover imparare dai genitori e a ricevere da loro norme e insegnamenti, ma al contrario sono i genitori che si conformano ai criteri e ai comportamenti dei figli, cercando in questo modo di ottenere la loro approvazione.

LA NECESSITÁ DI UN MODELLO

Per essere adulti si deve dunque aver subito quella ferita, quello “strappo” che caratterizza l’ingresso nella realtà rappresentata dai riti di iniziazione. Prendere contatto con quella ferita significa per il giovane riconoscere e accogliere la propria fragilità. Ciò gli consente di affrontare la realtà, abbandonando le fantasie puerili e riconoscendo i propri desideri profondi. Diventare adulti non significa affatto credersi onnipotenti, privi di difetti e di limiti, ma occupare il proprio posto, accettando la possibilità di sbagliare, accogliendo il tempo che passa. Il primo insegnamento che Dio dà all’uomo nella Bibbia è proprio questo: se vuoi vivere, se vuoi gustare la vita, ricordati che sei creatura, che non sei Dio. Ciò è espresso dal divieto di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male (cfr Gn 2,16 s): nel brano quell’albero simboleggia Dio stesso, e l’uomo deve guardarsi dalla brama di volerne prendere il posto, perché finirà per distruggersi. In questo insegnamento si possono racchiudere le tre tappe fondamentali dello sviluppo umano: la nascita, lo svezzamento, la sconfitta edipica. Esse costituiscono tre differenti sconfitte dell’onnipotenza, sono tre “punti di non ritorno” propri della crescita (nei confronti della condizione prenatale, dell’allattamento, di un legame esclusivo con la madre), indispensabili per entrare nella realtà, per essere “vivi”. Se compiute correttamente, queste tre rinunce consentono, nell’età adulta, di compiere scelte definitive; d’altro canto, la maggior parte delle difficoltà e del disagio di vivere è legato proprio a questi tre aspetti. Alla radice di molte richieste di aiuto psicologico c’è spesso la non accettazione della propria verità di creatura, segnata dal limite e dalla fragilità: non si accetta se stessi, anzitutto il proprio corpo (si pensi al boom della chirurgia plastica e del lifting, con conseguenze anche gravi per la propria salute, ma anche a disturbi alimentari come la bulimia e l’anoressia), non si accetta la propria famiglia di provenienza, la propria storia e personalità. Compito fondamentale della madre e del padre, il quale, come si è visto anche in altre occasioni, è un simbolo potente del Padre celeste, è ripresentare ai propri figli questo insegnamento della Genesi, di prendere consapevolezza del proprio limite, condizione essenziale per diventare adulto e portare frutto nella propria vita. Essi possono fare questo perché hanno fatto precedentemente i conti con la loro fragilità, con la loro ferita originaria. Se essi vogliono invece risparmiare ai figli ogni genere di difficoltà, questo porterà all’emergere di dubbi e frustrazioni interiori, che minano alla radice la stima di sé e la capacità di assumersi responsabilità. I figli soprattutto troveranno problematico accedere ai loro desideri profondi, a ciò che veramente vogliono dalla loro vita: “La clinica dei cosiddetti nuovi sintomi mostra bene come il problema dell’attuale disagio della giovinezza non sia tanto quello del conflitto tra il programma della pulsione o quello della Civiltà, ma di come accedere all’esperienza del desiderio. La crisi attuale dell’operatività dell’ordine simbolico coincide con la crisi del potere di interdizione, ma anche con la difficoltà della trasmissione del desiderio da una generazione all’altra”. Si tratta di saper porre dei “no”, dei limiti, impopolari certamente, ma che consentono di accedere al desiderio del cuore e rendono capace di superare gli ostacoli che si frappongono al loro conseguimento. Il limite e la frustrazione sono un elemento essenziale dell’educazione, purché accompagnati dall’affetto e dalla fiducia. Talvolta è il figlio stesso a chiedere che questo limite e una relazione dissimmetrica (da adulto a figlio) vengano posti, anche in forma non verbale, come nel caso di una ragazza sorpresa a rubare nei grandi magazzini: “Questa giovane non sta semplicemente frodando la Legge o godendo del brivido per la sua trasgressione. In un modo paradossale sta facendo proprio il contrario: sta cercando di essere vista, di essere notata dalla Legge, cioè di fare esistere una Legge. Qualcuno mi vede? Qualcuno mi può aiutare a non perdermi, a non smarrirmi? Esiste da qualche parte una Legge o, più semplicemente, un adulto che può rispondermi, che può accorgersi della mia esistenza? La domanda dei nostri giovani insiste e ci mette con le spalle al muro: esistete ancora? Esistono ancora degli adulti? Esiste ancora qualcuno che sappia assumersi responsabilmente il peso della propria parola e dei propri atti? Nella cleptomania di questa ragazza possiamo cogliere tutta la cifra del disagio della giovinezza contemporanea”. Il figlio può comprendere il valore del limite se vede nel genitore non un tiranno che lo schiaccia, né il “compagnone” che si mette alla sua pari dicendogli sempre di sì, ma qualcuno che lo introduce con affetto alla realtà nella sua dimensione di mediocrità e di fragilità. L’adulto può fare questo perché per primo l’ha accolto in se stesso. Ciò gli consente di non mettersi sullo stesso piano di colui che è chiamato a educare, e di non cedere a ricatti affettivi. Non si tratta certamente di un compito facile: esso tuttavia è l’unico modo per non rendere il figlio schiavo dei propri capricci. L’incapacità di dire no è uno dei segni più forti della crisi dell’adulto e del pericoloso rovesciamento della sconfitta edipica, un rovesciamento inedito, in cui sono i genitori a chiedere ai figli di essere riconosciuti.

RIPRENDERE L’ARCO DI ULISSE

La crisi dell’adulto, riconosciuta e descritta dalla mitologia, può trovare nella stessa mitologia anche possibili vie d’uscita. Tutta la prima parte dell’Odissea viene chiamata la “Telemachia”, la ricerca affannosa del padre assente da parte del figlio. Egli non si rassegna alla sua scomparsa, desidera vedere il padre anche se non l’ha mai veramente conosciuto, brama di poterne avere anche semplicemente un’immagine da imprimersi nella mente. La vicenda di Telemaco è molto simile alla situazione del giovane attuale. Per entrambi non sono certo le cose che mancano, né il benessere; essi si scoprono piuttosto sprovvisti di quella rappresentazione ideale di sé che solo il padre è in grado di dare. Nell’Odissea Ulisse può essere finalmente riconosciuto come padre soltanto quando, al termine del poema, il figlio lo vede imbracciare l’arco, con fare dimesso, ma deciso: “Sembra che Omero abbia pensato ai nostri tempi e ci abbia avvertiti: il padre non scompare mai del tutto. Ma non crediate di ritrovarlo nei maschi rumorosi: quelli sono i Proci, gli eterni non-adulti. Se qualcuno invece è umile, paziente, potrebbe essere lui, sopravvissuto a guerre e tempeste”. L’arco può simboleggiare il ruolo e il compito del padre, che non è delegabile; e difatti nessuno dei Proci è in grado di maneggiarlo, perché non ne hanno l’autorità. Ma il padre di cui qui si parla non è affatto il padre-padrone che ha caratterizzato le nostre società degli ultimi due secoli, portando infine al suo rifiuto e allontanamento. Ulisse invece, precisa Omero, sa tendere l’arco come un musicista accarezza la sua arpa, associando con questo gesto le due funzioni essenziali del padre: la forza e la dolcezza. Solo quando è in grado di unire in sé queste due virtù, l’autorità e la tenerezza, Ulisse può nuovamente tendere il suo arco e mettere fine alla “notte dei Proci”.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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