La quarta opera di misericordia

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Nel mese di gennaio con le famiglie abbiamo riflettuto e condiviso la 4^ opera di misericordia..

ALLOGGIARE  IN TE QUEL  PELLEGRINO  DEL  TUO  CONIUGE

Introduzione

Fin che tutto va bene, nessuno ci pensa; fino a che naturalmente le cose tra gli sposi fluiscono senza intoppi, è difficile fare fatica nell’accogliersi. Ma un amore coniugale è totale e fedele, non è in funzione degli umori, delle lune e delle stagioni: per questo è unico! Fare spazio e ospitare sempre il tuo coniuge può essere anche faticoso, tanto che a volte viene a rappresentare quella croce che Gesù  ci ha detto di prendere per seguirlo. Non sempre si sta insieme come ospiti graditi o si fa casa con desiderio costruttivo di piena comunione. Gesù ci chiede di fargli spazio, attraverso l’esperienza di vita coniugale: il pellegrino è il tuo coniuge; in lui incontri Cristo. Non basta però dare prima accoglienza, bisogna che questa sia di qualità e duri nel tempo. Prendiamo l’esempio supremo di Maria, la piena di Grazia, che si è fatta casa dell’autore della vita, per poi seguirlo sotto la croce e nella gloria.

Il pellegrino bussa quando meno te lo aspetti; spesso non è pulito e non porta grandi regali: ma è lui tuo marito; è lei tua moglie.

PAROLA DI DIO

I Giovanni 4,7-12

7 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. 8 Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9 In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. 10 In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

11 Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. 12 Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.

PER RIFLETTERE

Domande alla vita

  • Proviamo a rileggere la nostra vita di coppia con la lente dell’amore di Dio: ci sono stati momenti dove avete sentito la presenza di Dio?
  • Quando le novità della vita coniugale vanno un po’ diminuendo, come ci accogliamo ogni giorno a vicenda?
  • Sono capace ad amare il coniuge non solo perché mi viene facile e spontaneo, oppure  perché me ne viene un tornaconto, ma perché amo Dio in lui/lei e allora “l’amore di Dio è perfetto in noi”?
  • E’ vero che spesso usiamo più energie e tempo per “cacciare fuori” il nostro coniuge, invece che ospitarlo?
  • Accogliere, dare ospitalità, vuol dire anche fare spazio, lasciare qualcosa di noi. Potremmo fare degli esempi al riguardo? Quali condizioni ci sono per accoglier il proprio coniuge come tale?
  • Quanto ospitate Dio nella vostra unione coniugale oggi? Quali sono le tracce di questa ospitalità?

PREGHIERA

La nostra vita vuole essere tua casa.
Una dimora solida e aperta, serena e disponibile.
Aiutaci, Signore, a non lasciarci fuori dalla porta reciprocamente.
Concedici di saperci accogliere sempre, in qualsiasi condizione e in qualunque momento.
Facci comprendere che solo facendo crescere il tuo amore, saremo l’uno per l’altra dimora disponibile e casa di felicità.     Amen.

L’angolo dell’intercessione

Profili di santità coniugale

Giovanni e Rosetta Gheddo

Rosetta Franzi nasce a Crova (Vercelli ) nel 1902 da una famiglia molto religiosa. Ha lavorato come insegnante elementare ed ha manifestato la sua santità soprattutto nell’amore al marito e ai tre figli. Da ragazza aveva curato l’asilo di Crova, insegnava agli analfabeti e generosa coi poveri. Da giovane sposa partecipava all’AC ed era catechista. Con Giovanni desideravano tanti figli e dopo Piero (1929), Francesco (1930) e Mario (1931) ha due aborti spontanei. Muore il 26 ottobre 1934 per parto e polmonite con i due gemellini di 5 mesi che non sono sopravissuti.

Giovanni nasce a Viancino (frazione di Crova) nel 1900 e si sposa con Rosetta nel 1928. Prima del viaggio di nozze sostano tre giorni al Santuario di Oropa e di comune accordo passano la prima notte di nozze dormendo separati per offrire il loro amore a Dio e chiedere la sua benedizione. Giovanni è un uomo buono e caritatevole, membro dell’ AC, definito il “geometra dei poveri” perché faceva gratis lavori a chi era in difficoltà. Per la sua autorità morale e religiosa era chiamato come “conciliatore” quando in paese c’erano litigi. Mandato in guerra in Russia per punizione, non essendosi iscritto al partito fascista (come vedovo con prole doveva essere esonerato dal servizio militare), è morto nel dicembre 1942 sul fonte del Don con un gesto eroico di carità; ricevuto l’ordine di ritirarsi ha detto al suo giovane sottotenente che doveva restare all’ospedale di campo: “Tu sei giovane, devi ancora farti una vita. Salvati. Qui resto io”.

I coniugi Gheddo hanno fama di santità perché hanno vissuto la loro breve esistenza vivendo il Vangelo nelle gioie e nelle sofferenze di una famiglia comune, camminando insieme alla sequela di Gesù, vivendo la ferialità in modo straordinario. Ci insegnano che il quotidiano ci/si trasfigura se ci chiediamo qual è la volontà di Dio in quel momento. Danno testimonianza che la famiglia non è mai un fatto privato ma riguarda il tessuto sociale, attraverso le relazioni buone, sane, giuste e pacificatrici che produce. La “straordinaria ordinarietà” di Giovanni e Rosetta sono uno stimolo e una speranza anche per noi. La loro causa di beatificazione dal 2008 è depositata alla Congregazione per le Cause dei Santi.

Tra i diversi gruppi che seguo, c’è uno in particolare che mi sta a cuore: quello di s. Rita, formato da persone che hanno vissuto il dolore  della morte del marito e della moglie, il cui scopo è di condividere la propria esperienza di vita trovando conforto in Cristo, Dio della vita e nella fraternità e amicizia che è il segno distintivo di questo gruppo.

Chi fosse interessato/a non esiti a contattare don Domenico.

Il gruppo è dedicato a s. Rita che ha vissuto l’esperienza della vedovanza come occasione di donazione e servizio a Dio e ai fratelli.

Ecco alcune note biografiche di s. Rita da Cascia

Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.
Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.
Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa. Frequentava  la chiesa di S. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446.

Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale, del quale “fu vittima e moglie”.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito, erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fà di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Per la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso, si narra che una notte, Rita come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al disopra del villaggio di Roccaporena), qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori già citati, che la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero, si cita l’anno 1407; quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma. Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita, avvenne un altro prodigio, essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente, che nel congedarsi le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena e Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto, ma la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile, ma Rita insisté.
Tornata a Roccaporena la parente si recò nell’orticello e in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata, stupita la colse e la portò da Rita a Cascia, la quale ringraziando la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo.

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*per due genitori nuovamente in attesa, che hanno perso il figlio nella gravidanza precedente

*per una coppia di sposi da anni in difficoltà

*per due giovani famiglie vedove con figli piccoli

*per una giovane coppia in crisi

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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