La fede, la speranza e la carità

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…sono le ore 22.00 e ho finito il turno di lavoro. Non vedo l’ora di togliermi la mascherina! Ho prurito sulle guance e dolore lì, dove gli elastici hanno lasciato il solco. Devo ricordarmi l’esatta sequenza di svestizione, perché non è per me un rituale meccanico e spesso ancora sbaglio… primo paio di guanti, camice, calzari (quest’ultimo modello crea molta condensa e ho le calze bagnate). Ho bevuto una sola volta durante il turno, per cui mi sento la bocca arsa e gli occhi asciutti per i presidi utilizzati. Disinfetto la visiera, gli occhiali, il timbro e il fonendoscopio, così per domani saranno già pronti.

Prima di lavarmi, ripasso con il cloro la scrivania, le maniglie, il lavandino del nostro studio medico con la speranza di averlo reso il più sterile possibile.

Oggi e’ stata una giornata difficile: il Signor Francesco non ce l’ha fatta! Avevo proprio sperato, ero proprio convinta che la terapia avrebbe dato risultati. Non avrei mai voluto fare quella telefonata alla figlia con la quale, nelle ultime settimane, avevo condiviso sofferenza, speranza e anche confidenze. Ieri, invece, ero così felice di aver dimesso i primi due Pazienti guariti: il Signor Giovanni, seduto sulla seggiolina, con il sacco contenente gli effetti personali appoggiato sulle gambe, prima di lasciare il reparto con i volontari ha abbassato la mascherina e mi ha detto: ”Grazie” e con un sorriso mi ha assicurato che, finito tutto, sarebbe venuto a trovarmi; mentre con la Signora Paola, non sono riuscita a trattenere le lacrime. Con lei avevo condiviso la preoccupazione per i nostri figli: lei sperava con coraggio di superare la malattia anche per loro; io invece avevo paura di non garantire ai miei figli un’adeguata protezione una volta rientrata a casa.

Mentre i pensieri e i sentimenti si affastellano nella mente, come un equilibrista mi rivesto e reindosso guanti e mascherina. Mi rimane il viaggio di ritorno in automobile verso casa per riflettere, piangere e pensare. Questa malattia ci ha trovati tutti impreparati, era sconosciuta nel suo decorso, nei meccanismi di risposta, nelle manifestazioni cliniche. Ogni giorno le società scientifiche ci bombardavano di protocolli, studi, proposte terapeutiche e ipotesi eziopatogentiche. Purtroppo abbiamo fatto in fretta a conoscerne la prognosi. Come medici ci siamo sentiti impotenti di fronte alla carenza di terapie e di dispositivi. Nelle prime settimane ci siamo dovuti confrontare con scelte difficili: a chi assegnare l’ultimo ventilatore rimasto, a chi prescrivere l’unica dose disponibile del farmaco sperimentale, chi proporre per l’unico posto in terapia intensiva… (Siamo stati obbligati a compiere scelte che innescavano una serie di domande alle quali non abbiamo avuto tempo di dare delle risposte). In quei momenti ho faticato a reprimere la rabbia e il dolore per dover essere stata costretta a prendere tali decisioni, ma non c’era tempo per lamentele o per ritardi. Rimane il dispiacere e il senso di colpa con il quale noi medici dovremo convivere.

In quanto medico, Don Davide mi ha chiesto una testimonianza personale in qualità di cristiana. Ho pensato pertanto a come ho vissuto le tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità.

La Carità, una virtù cristiana espressione dell’amore verso gli altri, ammetto che per me è stata la più “facile e spontanea” da esaudire. Chi sceglie di fare il medico, non può non avere come presupposto nel proprio lavoro, il dare (donarsi o donare) agli altri. Di fronte alle sofferenze dei nostri pazienti in questi mesi, la stanchezza, i riposi mancati, lo stress lavorativo quotidiano, non sono stati per me e per tutti gli operatori impegnati sul campo un problema. Anche la paura di contrarre l’infezione, in quei momenti, veniva dimenticata. Con tanta devozione i pazienti sono stati assistiti dagli infermieri e dagli operatori che rispondevano alle innumerevoli chiamate dei campanelli: chi voleva una garza per inumidire la bocca secca a causa degli alti flussi di ossigeno a cui erano sottoposti, chi voleva cambiare posizione a letto in quanto sofferente, qualcun altro voleva che gli fosse sistemata la maschera… Quando le forze lo permettevano poi sono state rasate barbe, tagliati capelli e persino “messo smalti”. Quante tenere carezze e parole di incoraggiamento abbiamo dispensato.

La “Speranza” è stata invece la virtù più difficile da gestire. Riporre la fiducia nella promessa di Cristo di una vita eterna, si scontrava con il desiderio di felicità in questa vita terrena. Tuttavia in questi mesi penso di aver conosciuto una visione più “umana” della speranza. La moglie del Signor Renato è rimasta per una settimana seduta sulla seggiola nel corridoio all’esterno del reparto e, ogni volta che passavo, mi consegnava dei bigliettini che dovevo poi portare e leggere al marito. Anche la figlia del Signor Stefano mi portava i disegni delle nipotine da consegnare al nonno, per dimostrargli l’affetto e infondergli coraggio. Ho condiviso la “Speranza” durante le difficili telefonate con i parenti, ai quali sentivo di comunicare anche i pur minimi miglioramenti clinici. Come medico e come cristiana, ho comunque sempre sperato, di fronte alla morte di numerosi pazienti, che il Signore li accogliesse per una vita migliore, anche se sostenere questo dolore non è stato in quei momenti facile e tutt’oggi ha lasciato segni profondi (e tutt’oggi ne porto il triste ricordo).

“Speranza” erano le quotidiane chiamate delle mie sorelle e dei miei amici, che mi sostenevano giorno dopo giorno.

“Speranza” la trasmettevano i cartelloni dei bambini con la scritta “andrà tutto bene” appesa ai cancelli, fonte di conforto lungo il tragitto in quelle strade deserte.

La speranza era viva in tutti quei momenti di lavoro di squadra in reparto, dove ognuno ha messo a disposizione le proprie competenze e attitudini personali per il bene del paziente.

Infine la Fede. Come dimenticare l’immagine di Papa Francesco davanti al Crocifisso, in una piazza San Pietro deserta. La fede in questo periodo è stata per me preghiera. Il Padre nostro è stato il “pane quotidiano”. Le preghiere sono state il supporto della mia famiglia e dei miei amici. Io stessa chiedevo ai miei figli di pregare per i miei pazienti. Ora sono arrivata a casa, e aprendo la porta d’ingresso ricordo le parole che mia nonna mi diceva sempre: “la Fede nel Signore è la nostra forza”.

Certamente questo periodo ha messo a dura prova il mio essere medico, tuttavia credo che ognuno di noi sia chiamato a vivere la propria vocazione con coraggio e forza.

Olivia Elesbani

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ORANews

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