La famiglia, il lavoro e la festa nel mondo contemporaneo

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Oggi è necessario rivendicare per la famiglia il ruolo di soggetto economico globale, non solo come agenzia di consumo, risparmio, ridistribuzione del reddito e fornitrice di lavoro, sostanzialmente “maschile”. La famiglia è anche produttrice. Il Nobel per l’economia Becker ha affermato che anche quando essa consuma, produce valore, anche economico, attraverso un lavoro di trasformazione, anche se il PIL non lo registra. Un esempio: trasformare il cibo in pranzo. Un rapporto famigliare stabile “produce “ felicità, maggior rispetto per istituzioni e leggi, maggior partecipazione alla vita civile e al volontariato, aumento della soddisfazione individuale. Da ultimo l’economia cresce quando ha capitale sociale e beni relazionali, si vive il rispetto delle regole, la cultura civica e una fiducia diffusa. La famiglia che educa alla cooperazione, al senso civico… offre una forma specifica di capitale, produce beni relazionali, spirituali, non ancora debitamente riconosciuti.

Oggi si chiede alla famiglia di consumare di più per rilanciare la crescita, ma com’è possibile aumentare i consumi se non si lavora, oppure poco e male?

La gratuità e il dono accomunano la famiglia, il lavoro e la festa. L’arte delle gratuità che si apprende in famiglia riguarda anche il lavoro e l’economia. Gratuità non è sinonimo di gratis, sconto, non remunerazione. Ma è quella indicata nella Caritas in veritate come un modo di agire senza utilitarismo, riconoscere che il lavoro va fatto bene non in vista di un riconoscimento ma perché è un bene, è una cosa buona. La gratuità si fonda sull’etica delle virtù. La prima motivazione del lavoro ben fatto è dentro il lavoro stesso; la ricompensa è importante ma non è la motivazione del lavoro ben fatto, essa riconosce che il lavoro è fatto bene ma non ne è il “perché”. Per il lavoro ben fatto occorre la gratuità. Non può essere il denaro l’incentivo. Non aver premiato le virtù… questa crisi è creata anche da lavoratori e manager poco virtuosi. Da chi ha scambiato l’essere imprenditore con la speculazione.

Non usiamo la logica dell’incentivo anche dentro casa: il denaro ai figli come riconoscimento, non come un incentivo. Le cose vanno fatte bene (anche i compiti, il riordino della propria camera…) questo è il “perchè” del lavoro ben fatto. L’attuale cultura economica non capisce il valore del lavoro prevalentemente femminile svolto dentro casa e questo ha portato a giustificare stipendi più bassi per molti lavori educativi e di cura. “Il lavoro è veramente tale e porta anche frutti di efficienza e di efficacia, quando esprime un’eccedenza rispetto al contratto e al dovuto, quando cioè è dono”. Oggi economia e lavoro devono riconciliarsi con la festa. L’economia che non comprende il vero dono, non comprende neppure la festa e la gratuità e le relazioni non strumentali che ne sono parte essenziale. Le diverse le etimologie della parola festa rimandano al lavoro e alla casa. Festa non coincide con divertimento (=“volgere lo sguardo altrove”). Tre sottolineature: – la festa ha bisogno del lavoro; ricreando lavoro sostenibile si ricrea la possibilità della festa – con la festa sia in famiglia che sul lavoro si esperimenta l’essere comunità e l’avere un destino comune, si va oltre la logica efficientista, si rafforza la fraternità – la festa ha bisogno di tempo e di cura, richiede il lavoro della preparazione, dello svolgimento, del dopo, quando tutto è finito.

Gli stili di vita delle famiglie possono sostenere il cambiamento e dire molto alla politica e all’economia: per esempio che il vuoto dei rapporti non si colma col consumo delle merci, che la sobrietà è un bene, che la vulnerabilità e la fragilità sono parte integrante della vita e accolte a piccole dosi rendono più forti.

Luigino Bruni

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