La famiglia e l’educazione dei figli (II parte)

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2.3. I genitori, la famiglia, la coppia, educa anzitutto vivendo “il patto della reciprocità”

Scrive il Papa:

“La famiglia in quanto comunità di amore trova nel dono di sé la legge che la guida e la fa crescere, il dono di sé che ispira l’amore dei coniugi tra loro si pone come modello e norma del dono di sé quale deve attuarsi nei rapporti tra fratelli e tra le diverse generazioni” (Familiaris consortio n. 37).

Questo tradotto vuole dire: i genitori, la famiglia, la coppia, educa anzitutto vivendo la propria esperienza di coppia, vivendo quello che si chiama “il patto della reciprocità”. Il marito e la moglie vivono uno per l’altro e si prendono cura uno dell’altro. Ed è questa esperienza che trasmettono ai figli: l’esperienza che vivere non vuole dire essere il centro del mondo, ma superare se stesso nel prendersi cura di un altro, nell’assumersi una responsabilità per la vita di un altro.

Questo chiaramente non è facilissimo da percepire e da trasmettere, perché la tentazione delle nostre famiglie (la coppia) è di vivere il sentimento e di consumare le emozioni, di vivere la famiglia come una specie di contratto per cui ci scambiamo dei beni affettivi, delle gratificazioni, e il nostro stare insieme dipende essenzialmente da quello. Così quando le gratificazioni o i beni affettivi che io ricevo non mi soddisfano più o non mi bastano più, o quando ho l’impressione che “il bilancio sia rosso perché io ti ho dato molto affetto e tu me ne hai dato poco”, la famiglia va in crisi.

2.4. Il discorso vero della famiglia che educa non è del contratto affettivo, ma di un patto di vita

Ma il discorso vero della famiglia che educa è invece quello non del contratto affettivo, ma quello di un patto di vita. Il “patto di vita” si coglie dal ripensare alla formula del matrimonio:

“Io prendo te come mia sposa e prometto di esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore, nella sofferenza e nella malattia, nella buona o nella cattiva salute e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Quando uno dice una frase di questo genere si impegna ad una fedeltà per sempre. Una “fedeltà” intesa non in senso statico, che il bene che oggi ti voglio te lo vorrò sempre; ma il bene che oggi ti voglio lo rigenererò sempre di nuovo; è una creatività, è una fiducia che deve rinnovarsi nella relazione: io mi sento responsabile, mi assumo la responsabilità di fare vivere la nostra relazione, di farla maturare.

Questo significa vivere l’amore come superamento di sé. La vita dell’uomo è sempre un processo di superamento. Perché quando l’uomo incomincia a conoscere, incomincia a uscire da se stesso, perché incomincia a fare i conti con la realtà, incomincia a cambiare secondo la realtà che lui apprende, che lui impara a riconoscere.

2.5. Il processo di trascendenza che l’uomo incomincia con la conoscenza ha come punto di arrivo il processo di maturazione dell’amore

Quel processo di trascendenza che l’uomo incomincia con la conoscenza ha come punto di arrivo esattamente il processo di amore. Quando l’amore arriva alla maturità supera il ripiegamento della persona su se stesso, supera anzitutto quello che si chiama “narcisismo”.

Si può vedere l’esperienza dell’uomo come un apprendistato dell’amore che cresce verso la maturità:

  • In cui si parte dal volere bene a se stessi, e non c’è dubbio questo è il primo e fondamentale amore. Io vivo perché voglio bene a me stesso, non mi avvilisco, non mi distruggo. Questo è fondamentale, ma è solo il punto di partenza.
  • Poi c’è l’attenzione all’altro. Ma all’inizio l’altro mi appare come uno strumento per me, voglio bene a me e quindi voglio bene anche a quello che mi aiuta. Siccome ho bisogno della madre per nutrirmi, voglio bene a mia madre, ma le voglio bene per me, le voglio bene perché è la sorgente del nutrimento di cui ho bisogno per vivere. Non c’è niente di strano che sia così, è naturale ed è giusto, ma è parziale, è solo un gradino nel cammino di maturazione dell’amore.
  • Poi imparo ad accorgermi che l’altro ha una sua identità, è diverso in qualche cosa; ci sono in lui delle realtà che mi piacciono, che mi attirano: il modo di parlare, i suoi pensieri, quello che lui sogna, il racconto che mi fa della sua vita, il suo modo di camminare, il colore degli occhi… sono tutte cose che mi piacciono e sono gradevoli. Sono in quel cammino in cui avviene quello che si chiama l’“innamoramento”.
  • Ma l’innamoramento è solo un primo passo verso la maturità dell’amore, e questo primo passo deve essere superato.

2.6. L’amore è un’arte

Fromm ha scritto un librettino dove la tesi fondamentale è che “l’amore è un’arte”. “Un’arte” vuole dire: è qualche cosa che si impara come fare il falegname o a dipingere. Per riuscire ad amare bisogna percorrere un apprendistato simile a quello che si percorre per qualunque altra arte. Quindi la sua tesi è:

“Che uno si guardi bene dal pensare che l’amore scaturirà perfetto quando troverà la persona giusta, questo non è vero. L’amore è una perfezione del soggetto, non è che se incontro una persona giusta io divento perfetto perché l’ho incontrata. È un cammino di crescita interiore che uno deve riuscire a fare, allora diventerà capace di amare, allora diventerà capace di donare, allora diventerà capace di prendersi la responsabilità per il bene e per la vita e la gioia di un altro. Perché è questo il punto di arrivo: io mi prendo la responsabilità della tua gioia, io sono contento di farti contento, io sono contento di mettere la mia esistenza in qualche modo al servizio della tua vita”.

2.7. L’innamoramento è prezioso però è destinato alla delusione se non fa un passo in più verso la trascendenza

Dice ancora Fromm:

“Uno degli errori nella percezione dell’amore nell’uomo, è la confusione tra l’esperienza iniziale di innamorarsi e lo stato permanente di essere innamorati. Se due persone che erano estranee lasciano improvvisamente cadere la parete che le divideva e si sentono vicine, unite, questo attimo di unione è una delle emozioni più eccitanti della vita. È ancora più meravigliosa e miracolosa per chi è vissuto solo isolato senza affetti. Il miracolo di questa intimità improvvisa è spesso facilitato se coincide o se inizia con l’attrazione sessuale, tuttavia questo tipo di amore è per sua stessa natura un amore non duraturo. Via e via che due soggetti diventano ben affiatati la loro intimità perde sempre più il suo carattere miracoloso, finché il loro antagonismo, i loro screzi, la reciproca sopportazione, uccidono ciò che rimane dell’eccitamento iniziale. Eppure, all’inizio essi non lo sanno, scambiano l’intensità dell’infatuazione, il folle amore che li lega, per la prova dell’intensità del loro sentimento, mentre potrebbero solo provare l’intensità della loro solitudine”.

Questo naturalmente non vuole dire che l’innamoramento sia cosa negativa, anzi l’innamoramento è preziosissimo, però è destinato alla delusione; di fronte alla delusione può reagire o avvilire; o invece, facendo un passo in più, andare verso la trascendenza, che è quello che dicevo prima:

“Mi prendo cura di te, mi sono reso conto di quello che hai di bello e mi sono reso conto anche dei tuoi difetti; ma con le tue doti e con i tuoi difetti sei per me prezioso, io sono contento di impegnare la mia vita per la tua gioia, mi basta che sia contenta tu per trovare anch’io un motivo per vivere, un motivo per operare”.

2.8. Se i genitori vivono il loro rapporto nella maturità di amore trasmettono l’educazione fondamentale ai figli

E se questo superamento avviene, allora inizia un’avventura infinita della conoscenza dell’altro e di se stessi in questo rapporto. Una avventura che è fatta di stupore, di momenti di crisi, di rifiuto, di comprensione, di accettazione, di superamento; e anche di un tantino di ironia che non guasta, il saper sorridere dei difetti dell’altro e dei propri difetti, delle proprie “imbranate”.

Questo è quel rapporto dei genitori che educa i figli, che li aiuta a superare l’egocentrismo, e a fare spazio agli altri.

Tra le cose che Fromm dice, una importante è che “l’arte si impara andando a bottega dagli artisti”. Quando Giotto ha voluto imparare la pittura è andato a bottega da Cimabue, s’impara così.

Ebbene, il bambino impara dai genitori, è “a bottega da loro”. Se i genitori vivono il loro rapporto in questa maturità di amore – o tentano di viverlo, s’intende la maturità perfetta pare che in questo mondo sia irraggiungibile, ma è una maturità vera anche se non completa e non perfetta –, trasmettono l’educazione fondamentale ai figli. Credo ci siano pochi altri posti dove questo tipo di relazione si possa imparare così bene come in famiglia.

Ma non c’è solo il rapporto uomo/donna, l’unione dei generi nel matrimonio.

3. Nella famiglia c’è il rapporto genitori/figli

Nella famiglia c’è il rapporto genitori/figli, con tutte le difficoltà che oggi porta con sé; difficoltà che nascono ancora da una relazione dove l’accento è troppo spostato. “Troppo spostato” non vuole dire che sia sbagliato in sé, ma è esagerato lo spostamento sui sentimenti e su quello che è immediato, di breve respiro.

3.1. Il figlio ha una sua identità che trascende l’esperienza di coppia dei genitori

I genitori hanno delle aspettative notevoli nei confronti dei figli – sperano e investono molto nei figli – ma a volte, e abbastanza spesso, queste aspettative sono autocentrante.

Scrive sempre una sociologa:

“La coppia include il figlio, non si apre ad esso, non si lascia interrogare dalla sua eccedenza”.

O tradotto in altri termini: il rischio della coppia è di prendere il figlio è di metterlo dentro al rapporto dell’uomo e della donna per arricchire quel rapporto e renderlo più gradevole e più gioioso.

Ora, è vero che il figlio rende il rapporto uomo/donna molto più ricco e più gioioso, ma il figlio è di più di questo, è di più del papà, è di più della mamma, è di più anche della relazione tra il papà e la mamma. Il figlio ha una sua identità, trascende anche lui l’esperienza di coppia dei genitori. E i genitori devono essere disposti a ricostruire la loro vita tenendo presente l’identità del figlio. Il figlio chiede molte cose: di essere nutrito materialmente e simbolicamente. “Simbolicamente” vuole dire: che i genitori sappiano trasmettere ai figli i significati fondamentali della vita, perché il figlio con quei significati possa comprendere meglio quello che sta sperimentando, e possa aprire il suo cammino verso una maturazione di amore e di libertà.

E in questo che cosa si chiede ai genitori? Perché il pasticcio molte volte è questo: siccome la società attuale è ricca di offerte, – e sul mercato ce ne sono tantissime, non parlo solo delle offerte dal punto di vista economico o dal supermercato in seno stretto, ma tutte le offerte quali i tipi di esperienze affettivi, di gioie, di vacanze, di rapporti… –, può accadere che l’essenziale si offuschi un po’, che dentro la molteplicità delle cose e delle offerte si faccia fatica a capire qual è l’essenziale.

3.2. Alla coppia si chiede nei confronti dei figli fondamentalmente la funzione materna e la funzione paterna

Ora che cosa si chiede a una coppia nei confronti dei figli? Fondamentalmente due cose: la funzione materna e la funzione paterna.

Quando dico la “funzione materna e la funzione paterna”, non voglio dire quella che deve svolgere la madre e quella che deve svolgere il padre, perché anche il padre può e deve svolgere in un certo modo la funzione materna, e viceversa. Quindi spiego per cosa intendo con queste due espressioni.

3.2.1. La funzione materna di dare la vita e il calore

La funzione materna è naturalmente quella del dare la vita e, insieme con la vita, del dare il calore – il calore del corpo, dell’affetto, della fiducia e dell’amore –, in modo che quel bambino che nasce e cresce si senta accolto, senta il mondo non come una realtà minacciosa che lo spaventa perché non riesce a dominarla, ma lo senta come una realtà che gli sorride attraverso il sorriso della madre.

Sempre Fromm, ma è una cosa abbastanza comprensibile e semplice, dice:

“Quando un uomo nasce viene sbalzato, da una situazione ben definita e chiara come l’istinto, in una situazione incerta e indefinita. Vi è certezza solo per quanto riguarda il passato, per ciò che riguarda il futuro solo la morte è certa. L’uomo è dotato di ragione, è conscio di se stesso, della sua individualità del passato, delle possibilità future. Questa coscienza di se stesso come entità separata – la consapevolezza della sua breve vita, del fatto che è nato senza volerlo e contro la propria volontà morirà, che morirà prima di quelli che ama o che essi moriranno prima di lui –, il senso di solitudine, di impotenza di fronte alle forze della natura e della società gli rendono insopportabile l’esistenza. Diventerebbe pazzo se non riuscisse a rompere l’isolamento per unirsi agli altri uomini e al mondo esterno. Il senso di solitudine provoca l’ansia, anzi è all’origine di ogni ansia. Essere soli significa essere indifesi, incapaci di penetrare attivamente nel mondo che ci circonda; significa che il mondo può accerchiarci senza che abbiamo la possibilità di reagire; oltre a ciò l’isolamento è fonte di vergogna e spesso di colpa. Questo profondo bisogno dell’uomo, dunque, è il bisogno di superare l’isolamento, di evadere dalla prigione della propria solitudine. L’impossibilità di raggiungere questo scopo porta alla pazzia, perché il panico della completa separazione può essere vinto solo da un isolamento dal mondo così esterno e così totale da cancellare il senso di separazione, perché allora il mondo esterno, dal quale si è separati, scompare”.

Allora, il bambino che viene messo al mondo viene a trovarsi in una condizione che non è semplicissima, ma è incerta, è pericolosa. Per questo è fondamentale la funzione materna che dice al bambino: “Sono contento che tu ci sia, ti voglio bene, è bello che tu esista; il mondo sorride e io ti sorrido, e io ti accolgo volentieri”. La fiducia della madre nel bambino, questa accoglienza, diventa un patrimonio di fiducia immenso del bambino, perché gli permette poi di imparare a fidarsi dell’altro. È una risorsa nella vita, quindi potrà stringere rapporti, perché per stringere rapporti bisogna avere fiducia, bisogna sapere rischiare la fiducia. Imparerà a godere delle relazioni, a contrastare l’angoscia, a superare in modo positivo le esperienze che nella vita possono impaurire. Nella vita capita di essere ingannato o tradito da un amico, di provare l’esperienza della debolezza, e a volte di fronte a queste esperienze uno perde la fiducia nella vita e negli altri, e fa fatica a fidarsi.

Quindi in quei momenti è prezioso quel patrimonio di fiducia che ha ricevuto dalla madre o anche dal padre, da questa dimensione della funzione materna che è: “Io sono contento che tu esista così come sei, e ancora prima di chiederti se sei abbastanza intelligente, bello, furbo… No, semplicemente tu così come sei”. La funzione materna dice questo: è l’amore gratuito, è l’amore che non pone delle condizioni e, proprio per questo, trasfigura.

3.2.2. La funzione paterna del conservare e del tramandare il patrimonio materiale e morale

E insieme a questa, dalla famiglia si chiede la funzione paterna, che invece è del conservare e del tramandare il patrimonio materiale e morale.

La funzione paterna (torno a dire questa la può svolgere anche la madre, e in certi casi la svolge anche benissimo) trasmette il codice etico, il codice dei valori, la direzione della vita, che permette al bambino di passare dall’esperienza della famiglia all’esperienza della società. Il bambino nasce e viene tirato su in famiglia, ma viene poi introdotto nella società. La famiglia introduce nella società, e chi introduce nella società è il padre, appunto attraverso la trasmissione di quei codici di valori di comportamento che sono preziosi per dare un orientamento alla vita e per inserirsi nell’esperienza grande della società.

Voglio dire, il bambino all’inizio della sua vita ha come criterio fondamentale di scelta la gratificazione: gli piacciono le cose che gli danno gusto e non gli piacciono quelle che non gli danno gusto, punto e basta. E questo va bene per il bambino, ma non va bene per la società. Per la società bisogna imparare a distinguere quello che è giusto da quello che è sbagliato, quello che è vero da quello che è falso, quello che è buono da quello che è cattivo; distinguere da quello che stabilisce i rapporti giusti con gli altri di sincerità, di fedeltà, di credibilità, ecc., da quello che invece distrugge i rapporti con gli altri.

Ebbene, il padre deve trasmettere tutto questo: deve permettere pian piano al bambino di maturare nel suo senso etico del bene e del male, nel suo senso sociale, nel tenere conto degli altri nell’esistenza della sua crescita.

4. La famiglia trasmette e educa con la parola, con l’esempio, con i criteri di scelta, con i valori

E questo la famiglia come lo fa? In tanti modi.

  • Innanzi tutto fondamentalmente con la parola: le parole che i genitori dicono sono fondamentali, aiutano a percepire e a vedere le cose in un’ottica corretta e matura.
  • Evidentemente insieme con la parola ci sta l’esempio, perché la parola se non è vissuta, se non corrisponde al modo vita dei genitori, crea solo delle incertezze e delle tensioni; perché non si capisce più bene se le cose che hanno detto siano valide o non valide: c’è un messaggio e un contro messaggio e, quando questo avviene, nell’educazione è un dramma.
  • L’esempio prendetelo non solo nel riferimento ai comportamenti particolari, ma alla mentalità, ai criteri di scelta. Al modo in cui in una famiglia, per esempio, si gestisce il denaro o l’idea che si ha del lavoro, il modo in cui si vive il lavoro, o il tipo di messaggi o di maestri che sono riconosciuti come validi in un contesto familiare. Quindi, si trasmette, e la famiglia educa, con l’esempio ma con gli atteggiamenti, con le costanti che definiscono l’orizzonte di vita di una famiglia.
  • E poi certamente con la trasmissione dei valori. “Trasmettere i valori” vuole dire: prima o poi i genitori devono rendere conto della speranza per cui hanno messo al mondo un figlio. Mettere al mondo un figlio vuole dire fare qualche cosa di infinito, di immenso: io metto un figlio di fronte all’esperienza – che ho ricordato prima di Fromm – della vita, con tutto quello che la vita ha di bello e di brutto, di speranza e di delusione; lo metto in una vita che prima o poi dovrà finire.

Ebbene, devo avere dei motivi per fare questo, e devo avere dei valori, cioè delle cose che motivano il fatto di vivere e di trasmettere la vita. E prima o poi bisogna che io li dica ai figli le cose in cui credo, le cose in cui secondo me la vita è preziosa e vale la pena di essere vissuta. “Vale la pena di essere vissuta” per questi valori e per questi scopi, vale la pena di essere spesa, e credo anche che valga la pena di essere donata. Però bisogna che le dica, devo renderne conto.

Altrimenti se io considero la vita come vuota o come negativa, mi può venire rimproverato: “Ma allora perché mi hai messo al mondo? Hai fatto un’opera immorale nel mettermi al mondo! Il mettere al mondo è morale quando è un gesto di amore, quando credo nella vita, e quindi te la dono e volentieri; sapendo bene tutto quello che la vita porta con sé, di fatica e di sofferenza, ma avendo dei valori che giustifica il fatto di vivere e il fatto di morire.

Dicevo, in tutti questi modi la famiglia trasmette ed educa. Sono quindi tutti legati esattamente con il dinamismo della vita familiare, della vita di coppia; trasmette con quell’amore pedagogico che sa abbracciare, lodare, che trova delicatezza, e che sa incoraggiare, offrire perdono.

4.1. Il bambino

Vi leggo un testo sul bambino, tratto da uno psicologo.

“Tutti i bambini del mondo hanno bisogno di essere abbracciati nel corpo e nell’anima; sentirsi accarezzato, abbracciato, significa dire che il mondo è un luogo dove si può vivere. È essenziale baciare i figli, abbracciarli, accarezzarli, offrire tenerezza, sono stimoli e sollecitazioni benefiche anche per lo sviluppo intellettivo. Ma ci sono anche le caratteristiche psicologiche. Lasciamo un biglietto sul tavolo di cucina perché tornando da scuola il figlio non trovi la casa troppo vuota. Portagli qualche cosa dal mercato, fare un regalo con le parole dette: Ho pensato a te. E serbargli una sorpresa nel dirgli che sono felice e che a lui vorreste farglielo sentire e perdo del tempo per lui; e tutto questo farlo per lui, perché sono contento di avere un figlio e non perché devo farmi perdonare le mie assenze troppe lunghe da lui o per tenermelo buono.

Freud arrivò a dire: il bambino smette di vivere se non sa di essere amato. La depravazione affettiva non significa solo mancanza di affetto, ma mancanza di affetti piacevoli senza i quali non scatta la gioia e la curiosità. È privo di affetto chi cresce in un ambiente che gli fornisce emozioni spiacevoli in quantità: collera, paura, gelosia, invidia, violenza di immagini, pessimismo verso la vita. Con questo terreno il bambino non può provare sentimenti piacevoli come la gioia, affetto per gli altri, fiducia nella vita, e la sua coscienza morale rimarrà egocentrica. Questo amore che abbraccia apre alla vita, alla fiducia, all’altro, al mondo.

È un amore che loda. La lode è per le realizzazioni conseguite, e non per il suo carattere o la sua personalità globale. Meglio dire al bambino: Non era certo facile questo lavoro; lo hai proprio fatto bene. Piuttosto che sciorinare: Come è bravo il mio bambino, è sempre un tesoro. La prima lode è positiva perché apprezza la capacità dimostrata in quell’occasione, il bambino avrà fiducia di fare bene anche la prossima volta. La seconda lode è negativa perché si rivolge a tutta la personalità del bambino: bravo, tesoro, sempre. Nessuno è sempre bravo. Di fronte alle lodi globali il bambino proverà facilmente l’ansia di essere scoperto meno bravo di quanto gli altri pensano, o di non riuscire in seguito ad essere all’altezza della situazione. Quante ansietà di prestazioni nell’uomo adulto e nella sua vita sessuale! Il bambino sa distinguere molto bene tra la vera lode dall’adulazione. Dopo una lode eccessiva ci pensa lui a dimostrarci con i fatti che non è poi tanto buono come sempre”.

4.2. L’adolescente

Ultima cosa, l’adolescente. È quando il bambino cresce e diventa grande e comincia come adolescente a contestare? Si vergogna a farsi vedere con i genitori. Fa ostinatamente il contrario di tutto quello che gli viene detto. Allora lì la famiglia smette di educare?

Credo proprio di no. Credo proprio che l’adolescente abbia un bisogno immenso del riferimento familiare e dei genitori, perché vive l’età del passaggio, non è più piccolo, però non è ancora grande, contesta le regole dell’infanzia, ma non è ancora capace di stabilire le regole della maturità; cerca l’autonomia, ma in un modo immaturo.

L’autonomia per un adolescente è il liberarsi da tutti i condizionamenti esterni, quindi: “Tutto quello che i genitori hanno detto lo tiriamo via, tutto quello che ha detto il parroco o il catechista lo tiriamo via, voglio non avere dei condizionamenti esterni”. Ma questa è evidentemente una idea immatura di autonomia. L’autonomia vera è la capacità di prendere delle decisioni dopo avere riflettuto, e assumendosi le proprie responsabilità, e nello stesso tempo rispettando le responsabilità degli altri; ma l’adolescente non è ancora capace di questo. Direbbe Lonergan: “È capace di fare molti atti di intelligenza ma pochi atti di giudizio”.

4.2.1. Gli atti di intelligenza dell’adolescente

Gli “atti di intelligenza” sono quelli in cui noi colleghiamo i dati in modo luminoso, bellissimi.

  • Costruisco un teorema che spiega ventisette dati, e per fare questo bisogna essere intelligenti. Ma non è detto che l’atto di intelligenza sia poi vero. Prima di fare il giudizio devo prendere il mio atto di intelligenza e verificare. Spiego davvero i dati, li spiego tutti, e se spiego tutti i dati che possiedo allora lo posso anche azzardare come giudizio, certo o probabile secondo i casi.
  • Ma non basta la luminosità dell’intelligenza affinché il giudizio sia corretto, perché ci sono anche teoremi sbagliati, costruiti secondo i nostri interessi e preferenze. Ed è quel giudizio lì che l’adolescente non è ancora capace di pronunciare, fa tantissimi atti di intelligenza, vede moltissime cose, intuisce in modo fecondissimo, ma non ha ancora il rapporto corretto con la realtà che gli permette di dare il giudizio.
  • Per cui tante volte capita che la sicurezza ce l’ha alla fine delle sue azioni e non all’inizio. Quindi prova. Le decisioni o le cose che dice un adolescente sono fondamentalmente delle prove, sono dei ballon essai, si prova, si lancia… vediamo che cosa viene fuori.

4.2.2. Quando un adolescente contesta i genitori bisogna comprenderlo, ha bisogno dei genitori

Per cui anche molte volte quando un adolescente contesta i genitori bisogna comprenderlo così: sta tentando, sta provando di vedere se i genitori credono davvero in quello che hanno detto, se fanno davvero quello che chiedono a lui, se spiegano il perché dei comportamenti che esigono. Ma dietro c’è una insicurezza grande ed è naturale che sia così, perché non ha ancora assorbito e colto la realtà del mondo, quindi non riesce ancora a misurare i passi, il passo della realtà.

Per questo ha bisogno dei genitori, e ne ha bisogno tantissimo, perché rappresentano in qualche modo la realtà che lui ancora non afferra, che lui ancora non ha interiorizzato del tutto, quindi non sa se i suoi atteggiamenti siano giusti, prova e vede quale sia il risultato.

Ora, in una condizione di questo genere, la cosa più negativa sarebbe l’indifferenza, cioè il non farsi carico del cammino che il ragazzo sta facendo; perché sta facendo un cammino che è difficile e comporta anche delle sofferenze, per lo meno delle paure, delle ansie che sono a volte indistinte, non si capiscono bene. Ma sa che sta giocando un gioco che potrebbe anche essere pericoloso, di cui non conosce le coordinate precise. Quindi l’indifferenza sarebbe un disastro.

4.2.3. L’atteggiamento giusto dei genitori è esercitare l’autorità sul figlio adolescente con autorevolezza

Non bisogna avere paura di esercitare l’autorità, però che sia autorità, quindi bisogna distinguere tre atteggiamenti diversi.

  • Il primo è l’atteggiamento della “complicità”, che vuole dire quello che noi intendiamo con la parola “viziare” e cioè: “Ti do qualche cosa che so che non ti fa bene, però per tenerti buono, per legarti a me, perché ho bisogno del tuo affetto, ho paura di perderti…”. Questo si chiama “complicità”, ma non funziona.
  • C’è un secondo atteggiamento che è quello dell’“autoritarismo”: “Fai così perché lo dico io”. Un’affermazione di questo genere rischia di essere – e l’autoritarismo è esercizio del potere che i genitori hanno e devono esercitare – solo a vantaggio dei genitori: “Cioè io ti impongo qualche cosa perché questo serve a me, perché questo mi rende più tranquillo, sicuro… infatti, serve a me.
  • Il terzo è l’autorevolezza, che è l’atteggiamento giusto, è usare il potere. Perché torno a dire, il potere dei genitori nei confronti dell’adolescente ce l’hanno, l’adolescente non è ancora capace di gestirsi, non è capace di porre dei giudizi chiari sulla realtà, quindi ha bisogno di un potere che lo diriga, ma a vantaggio del ragazzo. L’autorità che i genitori hanno, ce l’hanno per il ragazzo e non per sé, non perché il ragazzo sia un aiuto o una gratificazione a loro; ma ce l’hanno perché il ragazzo non è ancora capace di un’autonomia autentica, perché l’autonomia che rivendica è ancora di reazione e quindi immatura.

Ma questo si deve capire, e per capirlo bisogna evidentemente che i genitori siano capaci di ascoltare se stessi, cioè di rientrare in se stessi e di dire: che gioco sto giocando con mio figlio? Sto cercando il suo bene o sto imponendogli una mia regola che è ingiustificata, che interessa solo a me? Sto facendo il suo bene o sto in fondo rovinando il suo cammino di crescita con atteggiamenti che nascono dalla mia insicurezza e immaturità?

Su questo occorre riflettere – soprattutto se ci si riflette insieme marito e moglie – perché il dialogo tra i genitori è preziosissimo, proprio per riuscire a calibrare e a verificare le motivazioni degli interventi, e da dove vengono: se vengono davvero dal desiderio del bene del ragazzo o da altre motivazioni. E non c’è niente di strano sul fatto che possono venire da altre motivazioni, perché siamo fatti così; ma il problema è che bisogna rendersene conto, bisogna non fare passare per autorevolezza quello che invece è in una posizione che nasce da me, dalla mia insicurezza. Da questo punto di vista l’adolescente ne ha bisogno e tantissimo.

4.2.4. L’adolescente deve avere davanti a se l’immagine di genitori che hanno già vissuto un pezzo grosso della loro vita e che hanno portato a casa un traguardo positivo di armonia e di maturità

E quando sembra che l’adolescente contesti i genitori e dia attenzione solo agli amici? Questo è solo l’apparenza, perché in realtà degli amici gli interessa relativamente, non giocherebbe la sua vita sull’insegnamento degli amici. Ma su quello dei genitori sta misurando, sta provando, sì.

Infondo, se l’adolescente ha davanti a se l’immagine di genitori che hanno già vissuto un pezzo grosso della loro vita e che hanno portato a casa un traguardo positivo di armonia e di maturità – “armonia” non vuole dire che se uno è sempre tranquillo che non ci siano tensioni o cose del genere, però hanno imparato come gestire anche le tensioni o i momenti difficili –, quando ha davanti questo, evidentemente i genitori hanno un influsso immenso perché sono l’immagine di un’esistenza riuscita, realizzata. Non “perfetta”, non esistono i genitori perfetti; non senza errori, perché non esistono dei genitori che non abbiano mai fatti degli errori; quindi bisognerebbe togliere l’ansia di avere sbagliato o di potere sbagliare o cose di questo genere. Bisogna solo fare questo cammino di chiarezza con se stessi e di attenzione al proprio comportamento e atteggiamento.

Conclusioni

La domanda era: la famiglia è ancora in grado di educare o invece è soppiantata da tutte le altre istanze educative? La mia riposta era:

  • La famiglia ha una funzione educativa fondamentale perché è il luogo dove le diversità fondamentali dell’esistenza umana si raccolgono nella complementarità.

La famiglia educa attraverso:

  • Il patto di reciprocità che c’è tra marito e moglie, quando lo vivono con un amore tendenzialmente maturo.
  • La funzione materna e paterna, che accompagna tutto il cammino di crescita delle persone, da quando sono piccoli e piccoli, e fino a quando sono maturi grandi. In tutto questo cammino ci stanno le due funzioni, che è evidentemente con diversità secondo le età, perché è chiaro che questo cambia con il tempo, ma le funzioni rimangono.
  • Le funzioni le fa con la parola, con l’esempio, con gli atteggiamenti, con i valori e con l’amore che abbiamo tentato di descrivere.
  • Questa funzione che non cessa nemmeno quando nell’adolescenza dei ragazzi nasce una contestazione dei genitori; bisogna prenderla per quello che è, bisogna capirla, non andare in crisi perché i figli stanno ribellandosi o cose del genere. Bisogna capire che sta nascendo qualche cosa di nuovo, e quindi tentare di accompagnare in questo itinerario di maturità e di autonomia che il ragazzo vuole raggiungere, ma che raggiunge solo adagio, con fatica, e quindi ha bisogno nel frattempo di essere condotto per mano.

Poi verrà il momento della maturità e allora i genitori dovranno dire quello che diceva Virgilio a Dante, quando era arrivato sul monte del Purgatorio, perché dice: “per ch’io te sovra te corono e mitrio”, “perché io, Virgilio, la ragione umana, che ti ha guidato alla virtù, ti costituisco signore del tuo volere, signore e padrone di te tesso.” (Purgatorio Canto XXVII n. 142).

Naturalmente questo è un discorso che riguarderebbe la perfezione anche del cammino cristiano, che è molto di più.

Però il discorso m’interessava in questo.

È un itinerario di educazione che deve condurre alla maturità, e fino a quel momento ha una responsabilità. E i genitori possono vivere con fiducia e con gioia la responsabilità che hanno nei confronti dei figli, anche in quel periodo dell’adolescenza che è difficilissimo… che è difficilissimo! Dove le tensioni e le sofferenze sono grandi, e stranamente sia da parte dei ragazzi e sia da parte dei genitori.

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don Domenico Paini

don Domenico Paini

Classe 1967 e originario della parrocchia di Castel Goffredo, ha svolto i seguenti incarichi: curato a Calcinato dal 1992 al 2001, curato a Manerbio dal 2001 al 2008. Dal 2008 è curato di Leno, dal 2013 è curato anche di Milzanello e Porzano, seguendo la pastorale familiare.


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